La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 4
Un palazzo grande, severo, di antica architettura, da le alte finestre ad inferriate, in mezzo a' due giardini, uno a levante l'altro a ponente, quello più aperto, adorno di gruppi di vasi d'aranci e limoni e d'una vasca, questo più ombroso e fresco co' suoi alberi fitti che ne fanno una specie di boschetto, ove mesti s'ergono alcuni cipressi e s'apre amena una loggia: al primo piano un vestibolo a colonne, con armi, bassorilievi, qualche cosa di severo e solenne, qualche ampia sala tappezzata di damasco, ornata di specchi e di mobili dorati, parecchie altre vaste, quasi nude nel semplicissimo arredamento: ecco il palazzo avito dei conti Leopardi. In esso al conte Monaldo e a la contessa Adelaide, dopo i due primi figliuoli, Giacomo e Carlo, nasceva addì 5 ottobre 1800 una bambina, venuta prematuramente a la luce di sette mesi e cui vennero posti i nomi di Paolina, Francesca, Saveria, Salesia, Placida, Blancina, Aloisia. Fu battezzata dal canonico Ettore Leopardi ed ebbe a padrini il marchese Carlo Antici, fratello di Adelaide, e la marchesa Francesca Della Branca Mosca, la quale, malcontenta di restare in Pesaro, tornato a la repubblica italiana o cisalpina, era andata in Recanati nella casa del nipote, dove morì nell'aprile del 1801.
Paolina crebbe sempre vicina ai fratelli, partecipe de' loro giuochi, educata rigidamente al par di loro, istruita con loro e assai più seriamente che non si solessero istruire le fanciulle del suo tempo. Nella casa severa, tra gli austeri genitori, attorniati da una brigata domestica numerosa, ma non lieta, di cui facevan parte lo zio di Monaldo, Ettore canonico, l'ex-gesuita Don Giuseppe Torres, il cappellano Ferri, Don Sebastiano Sanchini di Mondaino, Don Vincenzo Diotallevi; brigata, cui veniva non di rado ad aggiungersi la compagnia di parenti ed amici per lo più aristocraticamente gravi, di ecclesiastici tutti compresi di politica reazionaria; sempre sorvegliati dai genitori, dal precettore o dal pedagogo, i ragazzi Leopardi, affettuosissimi d'indole, si stringevano fra loro, ad un tempo compagni, amici, fratelli, e sin da allora prendeva radice nei loro cuori quel vivissimo affetto che li legò così saldamente e che tanto conforto diede a la loro gioventù.
Giacomo, esile, ma allora diritto e snello, pieno di vita, avea la carnagione bianca, gli occhi azzurri, dolci e fieri insieme; Carlo, più robusto e nerboruto, era di una natura meno profonda e riflessiva, e, anche bambino, bello, spiritoso e mordace come fu di poi; Paolina, vestita sempre semplicissimamente di nero, piccola e gracile, aveva capelli bruni e corti, occhi di un azzurro incerto, viso olivastro e rotondetto; era brutta, ma di una gentilezza, di una bontà, che potevan farla parere graziosa a chi la conoscesse intimamente. Ella si adattava ai chiassosi giuochi dei fratelli, benchè preferisse i divertimenti più tranquilli; le piaceva soprattutto dir la messa dinanzi ad un altarino, e per questo e pel suo aspetto, Giacomo e Carlo solevan chiamarla Don Paolo, nome che le rimase a lungo. Il primogenito, com'era il più pronto d'ingegno, era anche il più prepotente, e ad ogni costo voleva primeggiare su tutti; la sorella cedeva di buon grado e, ancora fanciulletta, cominciava ad avere per lui una specie di culto devoto, tanto più che negli studi la supremazia di lui era evidente e che egli non soleva mai farsi pregare per dar aiuto ai fratelli nello svolgimento dei loro temi o nelle risposte da dare al maestro. Primo insegnante dei ragazzi fu Don Torres di Vera Cruz, che era stato anche precettore di Monaldo; ma questi, memore del pessimo insegnamento ricevuto, benchè conservasse per sempre un'affettuosa amicizia per quell'ex-gesuita, volle che i figli ricevessero un indirizzo migliore, e li affidò a Don Sebastiano Sanchini, tenuto in casa e verso cui si aveva ogni riguardo, come verso l'altro pedagogo Don Vincenzo Diotallevi, buon uomo questo, grasso e florido, il quale, con l'ostentazione d'un coraggio che non era punto nella sua natura, dava talora occasione agli scherzi dei fanciulli. Il Sanchini non fu un portento, ma certo doveva meritare assai più encomio che biasimo, se ben presto in tutti i suoi scolaretti fu vivissimo l'amore a lo studio, amore che in Paolina (non parlo di Giacomo) non venne mai meno e fu di conforto a la malinconica vita. Questa prima istruzione era rivolta a la lingua italiana, a la latina, a la francese, a le scienze naturali, a la storia, a la geografia, ed aveva a fondamento l'educazione religiosa e morale. Paolina non raggiungeva ancora nove anni, quando, il 30 gennaio 1808, in uno di quei pubblici saggi che Monaldo soleva far dare a' suoi figliuoli, rispose a dieci questioni di dottrina e ad altre dieci, e non facili, di storia e di geografia antica; l'8 febbraio del 1810 in un altro saggio rispondeva a venti questioni di filosofia e di scienze naturali, queste ultime riguardanti le meteore, il terremoto, il sole, la luna, i pianeti, le comete, gli ecclissi, il flusso e riflusso del mare: in quello stesso giorno ella doveva parlare de la storia di Spagna, del Portogallo, di Svezia, di Danimarca e Norvegia, da le più antiche memorie che ce ne restano sino al 1800. Ella aveva coi fratelli una parte nei dialoghi che Monaldo componeva e faceva loro recitare pubblicamente. Il Sanchini in una lettera (1º ottobre 1810) che da Mondaino, ov'era andato a passar le vacanze autunnali, scriveva a' suoi alunni, ha un paragrafo tutto per Paolina: «Mulieri invite Latii sermone litteras exarandas me trado. Mos invaluit, has fusum et colum tractare debere. At de te, Paulina, erit fortasse dissimiliter, nisi desidia marcescere voles. Perpende, mulier sicuti nata es, semper mulier eris; propterea muliebres facultates quoque ediscendæ sunt, et ex istis magis quam ex illis maior eris. Sed de hoc satis ne aliquis dicat _sutor, ne ultra crêpidas_. Cura valetudinem tuam. Vale.»[14]
Nel decembre del 1811 Paolina scriveva una lettera in latino a Monaldo, dandogli relazione de' suoi studi; questa lettera, che fu pubblicata da l'Avoli negli _Studi in Italia_ (anno V, vol. 2º, pag. 692), prova il buon indirizzo e la severità de l'insegnamento che le veniva dato.
In una grande stanza ben arieggiata e luminosa stavano disposti l'uno dietro l'altro i quattro tavolini da studio dei ragazzi, ultimo quello di Paolina; a tutti insieme (anche al piccolo Luigi) dava le sue lezioni Don Sanchini, compreso de la gravità del suo ufficio e armato d'un lungo staffile, ch'egli però brandiva, dice la Teja, più per la forma che per l'azione. Agli studi s'alternavano ancora i giuochi nei due giardini di casa, le allegre scampagnate, il chiasso coi cugini e le cuginette. Paolina amava in quella prima età gli scherzi e l'allegria, era di carattere affettuoso e franco, e nella soggezione in cui viveva coi genitori, specialmente con la rigida Adelaide, si stringeva a Carlo e ancor più a Giacomo, pel quale si sarebbe gettata nel fuoco. Non aveva che dodici anni, quando per fargli un favore, ricopiava il manoscritto d'un suo compendio di logica e ne riceveva per ringraziamento questa graziosa ed erudita lettera:
«All'Ill.mo Signore, Padrone colendissimo »Il Signor Don Paolo Leopardi. »Casa.
»Recanati, 28 gennaio 1812.
»Amico carissimo, ricevo in questo momento il plico, che voi m'inviate, accompagnato da una obbligantissima lettera. Essa è ben degna per la sua brevità di esser commendata da' Lacedemoni, e dagli altri popoli della Grecia, i quali, dovendo rispondere in lettera ad alcuna inchiesta, non iscrivevano talvolta che la semplice parola: No. Il piacere che voi mi avete fatto col tòrre a copiare il mio picciol _Compendio di Logica_, non vi sembrerà forse sì grande, quanto lo è in realtà. Un buon copista è assai raro, ed io non reputo lieve vantaggio l'averne ritrovato uno, che sia conforme al mio desiderio. Il restauratore dell'italiana Poesia, Francesco Petrarca, lamentavasi che, avendo egli in poche settimane condotto a fine il suo libro latino _De Fortuna_, etc., non potea dopo più anni averne copia, che pienamente il soddisfacesse, poichè di mille errori eran ripiene tutte quelle, che egli avea avute da' vari copisti. Se io fossi vissuto al tempo di Petrarca, e l'avessi udito lamentarsi meco in tal modo, avrei facilmente appacificate ed acquetate le sue querele coll'insinuargli di darvi a copiar la sua opera, e son certo che, malgrado la sua delicatezza in questa materia, egli ne sarebbe rimasto soddisfatto. Nè crediate che il mestier del copista sia da disprezzarsi. Teodosio, uno de' più grandi Imperatori d'Oriente, s'impiegava ancor egli nel copiare gli altrui scritti, e non vivea che del danaro ricavato da questa non ignobil fatica. Voi potrete dirmi, che Teodosio non operava in tal modo, perchè di sè degno riputasse un tal genere di lavoro, ma solamente per un effetto della sua profonda umiltà e virtù cristiana; ma io, per convincervi di quanto ho preso a dimostrarvi, vi apporterò un altro esempio. Non ci dipartiamo dal Petrarca. Egli avendo intrapreso di fare un viaggio, non ben mi rammento per qual fine, e ritrovata, cammin facendo, un'opera di Cicerone, di cui non avea per anche contezza, non istimò cosa vile il copiarla da capo a fondo. Ma è ormai tempo di finirla, poichè mi avvedo che, avendo fatto l'elogio dello stile laconico, sto per cadere nei difetti dello stile asiatico. Sono affezionatissimo per servirvi di cuore
»GIACOMO LEOPARDI.»[15]
Paolina, crescendo, andava arricchendosi oltre che d'un'ottima cultura generale, di una cognizione chiara e non superficiale de la letteratura italiana, latina e francese; meno profondamente, conobbe anche lo spagnuolo. In italiano scriveva con facilità e con semplice eleganza, tanto che del suo modo di scrivere Giacomo le fece lode più volte; egli chiamava le sue letterine e il suo stile così gentili da non parer non solamente recanatesi, ma neanche italiani; e pensava forse a la lunga ed accurata lettura che Paolina aveva fatto de le lettere di Mad.e de Sévigné, ch'ella chiamava la sua _opera classica_, asserendo di saperle tutte a memoria. L'approvazione di Giacomo faceva strabiliare la sua modesta sorella, che gli confessava di vergognarsi quasi di scrivere a lui, temendo ch'egli scoprisse l'inganno di quelli che la lodavano pel suo stile.
Il Viani nel pubblicare l'epistolario, a la pagina in cui Giacomo encomia le lettere di Paolina, appone una nota in cui conferma quel giudizio e aggiunge che la coltura, l'ingegno e la gentilezza de la contessina erano veramente singolari. Ad aprire la mente di lei certo giovavano assai le lunghe conversazioni con Giacomo, che, timidamente ritroso e chiuso in sè con tutti, taciturno, malgrado l'immenso suo tesoro d'idee, non soltanto nelle conversazioni, ma sol che si trovasse fra due o tre persone riunite ed anche con gli stessi genitori, era espansivo coi fratelli; con loro voleva e poteva discutere, perchè in fondo in quasi tutte le idee generali andavan d'accordo, e questa era la condizione ch'egli credeva indispensabile per poter discutere utilmente e piacevolmente con qualcuno. Paolina, oltre a fargli da copista, a scriver lettere per lui, ad esser confidente di tutte le sue pene e prima ammiratrice dei suoi scritti, era con Carlo la sua unica compagnia, quando i gravi mali, di cui egli sofferse agli occhi, lo costringevano a passare le intere giornate chiuso al buio in una stanza, fremendo e delirando pel nuovo dolore di non poter studiare, che veniva ad aggiungersi a le sue tante pene. Ella era così abituata a creder ciecamente nel primogenito, a prender parte a tutti i pensieri, a tutti gli affetti di lui, che ritroviamo nel suo cuore in gran parte il cuore di Giacomo: al par del fratello ella nascondeva sotto un aspetto timido e un'abitudine di taciturnità, che in lei pure era mal giudicata come prova di uno spirito arcigno, un'anima ardente, assetata d'amore, pronta ad affezionarsi, anzi a darsi tutta con un entusiasmo che aveva qualche cosa di romanzesco e di sentimentale, a chi le dimostrasse qualche tenerezza. Come Giacomo, ella portava nell'amicizia il linguaggio passionato de l'amore, e, quantunque pregiasse sopra ogni cosa la intelligenza, la coltura, la finezza de l'educazione, pure persino a le persone di servizio si affezionava talmente da durar a pianger parecchi giorni quando qualcuna di esse a lei cara lasciava la casa. Vivacissima anch'ella di fantasia, anch'ella odiava Recanati, sognando di là da quei monti e da quel mare un mondo meraviglioso, un'ignota felicità; il pensiero che vi fosse qualche cosa ch'ella non doveva veder mai, le era un vero e proprio tormento; e quando rifletteva, come Giacomo giovanetto, quante belle cose ha il mondo, si sentiva struggere, anelava a i ghiacciai de la Svizzera, al cielo di Napoli, a le aurore boreali de la Russia, e non era ancora riuscita a vedere i tanti e bellissimi punti di vista del suo paese. Se ne le letture, che eran tutta la sua distrazione, ella trovava belle pitture di luoghi, bei racconti di viaggi, gettava via il libro e scoppiava in pianto. Anch'ella nel confronto de la povera realtà coi sogni superbi, si sentiva profondamente infelice, e peggio era quando i suoi non riuscivano a capire, essi che adoravano la loro casa, quel ch'ella desiderasse, e venivano osservandole che infinite persone si sarebbero chiamate felici di poter cambiar sorte con lei, di non mancar mai del pane, di poter dormire a proprio grado, lavorare o no a proprio talento. Capiva ella stessa di dover parer incontentabile, ma non sapeva rassegnarsi, sentendo in sè tanta vivacità di fantasia e soprattutto tanta inutile potenza d'affetti; e si lasciava prendere da un'infeconda tristezza che le annebbiava il mondo, le amareggiava la vita. Comune con Giacomo aveva l'amore a la natura, ne la contemplazione de la quale le pareva che si addolcissero le sue pene e che il suo spirito trovasse qualche cosa de le ineffabili bellezze e de le dolcezze sognate: «Io credo,» ella scrisse più tardi, «che oramai non resti all'uomo dabbene altro piacere da gustare che nel contemplare le bellezze infinite della natura: tutto il resto non è più fatto per lui, o egli non vi si può adattare.»[16] Come Giacomo sentiva rinnovarsi la vita, risvegliarsi ai più teneri moti l'anima sua al ricomparire de la primavera, così Paolina aveva una _estrema predilezione_ per i bei mesi di aprile e di maggio, in cui _vediamo fiorite le siepi_; e pareva che ne la natura e ne la primavera ella amasse di riposare il suo cuore offeso da la vita e dagli uomini. La commovevano profondamente le due arti sorelle: poesia e musica; ed il suo amore per esse era tanto intelligente, quanto vivo: adorava i veri poeti, non poteva soffrire non pure i cattivi, ma neanche i mediocri; e più tardi le sue amiche Brighenti, per quanto facessero, non poterono piegarla a indulgenza verso il Cagnoli e il Perretti, loro intimi.
La musica, in particolare le appassionate melodie di Bellini, che parve nelle sue note trasfondere tutti gli entusiasmi de la gioventù, tutte le ardenti lacrime de le alte sventure, commoveva ineffabilmente Paolina, che avrebbe voluto ascoltarla tutta sola, libera di ridere, di piangere, di gridare, secondo le impressioni de l'animo suo. Giudicò la morte del grande maestro una disgrazia immensa; al primo sentirne la notizia, mandò un grido di dolore, e sospirava tutte le volte che le accadeva di riparlarne.
Paolina giovanetta era religiosa, ma lontana da ogni mistico esaltamento, dal suo cuore la prece usciva sincera e fervida, ma i suoi occhi cercavano la terra, le bellezze e le gioie d'una vita pura e onesta sì, ma umana. E quegli occhi intelligenti e buoni eran la sola leggiadria de la giovanetta, sempre piccola, esile, bruna e di più difettosa nella persona.
S'intende facilmente come anch'ella rodesse a fatica il freno ne la casa paterna e come, quando tra i fratelli ed il padre l'accordo fu rotto e incominciò quella lotta muta e tanto penosa per gli uni come per l'altro, ella fosse tutta con Giacomo e con Carlo, prendesse parte a le piccole e disgraziate cospirazioni, a le rivolte più pensate che reali, e soffrisse con loro de le sempre mancate speranze, degli scoramenti che li opprimevano. Ella pure piangeva la sua vita e il suo cuore sepolti in quel _soggiorno abbominevole e odiosissimo, in quella notte tenebrosa_, e non trovava sollievo che in questo pianto, in questa commiserazione di sè stessa, ne la coscienza di esser considerata nulla, ma di valer pur qualche cosa.
Quando nel novembre del 1822 il marchese Carlo Antici, dopo lunghe preghiere ed insistenze, ottiene di condur seco Giacomo a Roma, Paolina resta sconsolata, non sa credere a la lontananza di quel suo compagno di tutte le ore, di tutti i momenti, di tutti i pensieri, lo cerca sempre ne la casa che le par più triste e più vuota, sempre le pare di sentire i suoi passi e si muove ad incontrarlo. Le lettere del fratello le sono di scarsa, ma vera consolazione, e ancor più l'idea ch'egli deve amarla sempre e ricordarsi spesso di lei; rispondendogli, ella mette tutta l'anima ne le proprie parole: le piace di sentire ch'egli trova a Roma persone sciocche, ridicole ed incolte, pensando che a queste egli deve pur preferir la sua sorella: gli chiede notizia de le donne di Roma, dei parenti, del Mai, gli narra con grazia le piccole novità di Recanati, lo prega di averla sempre cara, s'interessa a tutte le cose sue, smania di poter fargli alcun che di gradito, e per questo gli parla dei libri nuovi che arrivano in casa e del loro contenuto. Poi si sfoga con lui de la sua noia, de le speranze che persin esse le mancano; gli confessa il suo intimo desiderio di morir giovane, di non veder la fine de l'anno che incomincia (1823): finirà col farsi monaca per disperazione; nulla di nuovo le è accaduto, ma ogni giorno che passa accresce la sua infelicità. Infine confida a lui le sue speranze di matrimonio. Simile anche in questo al fratello, ell'era insieme d'una timidezza e di un riserbo che a chi non l'avesse conosciuta, potevan parere indizio d'animo freddo, ma nascondeva sotto queste apparenze un cuore appassionato e un desiderio d'amore che occupava tutto il suo spirito, la sua fantasia, i suoi pensieri, e come un divino miraggio oscurava tutto il resto del mondo a' suoi occhi. «Fervidissima era l'anima sua assetata d'amore, sempre in traccia d'un affetto cui consacrare tutta sè stessa, a cui donare tutto il tesoro de' suoi affetti e de' suoi entusiasmi, ma d'un affetto degno veramente di lei e capace di comprendere tutte le delicatezze del suo carattere.»[17]
La povera anima, diceva Carlo, era costumata a l'idea de' sacrifici, ma non le era ancora concesso di farne. Una prima probabilità di matrimonio le arride nel progetto di dar la sua mano a un tal Peroli di Sant'Angelo in Vado o di Urbino, uomo già innanzi con gli anni, di punto spirito, di poca amabilità, bruttissimo, però creduto ricco e _buon uomo_, come Monaldo lo chiama, e che mostrava di potersi molto affezionare a la giovanetta, la quale lo vedeva troppo disprezzato e fors'anche deriso, e lo sentiva troppo inferiore a se per poter accoglierlo con trasporto; tuttavia lo accettava, parendole che un avvenire ignoto dovesse pur sempre esser migliore de la sua monotona, malinconica vita.
Fu ben altro quando ella amò per la prima, anzi per l'unica volta nella sua vita, chè, com'ella disse più tardi a le sue amiche Brighenti, per lei le occasioni di sentirsi battere il cuore erano rare ed ella somigliava a le Francesi e ripeteva con una di esse: _Je suis si heureuse quand le cœur me bat!_ (Lettera 29 aprile 1831.) Molte vive, improvvise, ma fuggevoli simpatie ella ebbe, un solo amore; e ne confidava il secreto a le Brighenti: quando esse le annunciavano che Giacomo era in compagnia d'un tal Ranieri, giovane signore napoletano, Paolina, arrossendo e delirando d'ansia e di dolore, chiedeva le dicessero se quegli fosse veramente napoletano e se non si chiamasse Ranieri di nome, invece che di cognome; e narrava d'aver amato un giovane marchigiano di nome Ranieri, il quale verso il '29 era a Bologna; d'averlo adorato con un ardore da non potersi immaginare, d'esser stata sua sposa, poichè tutto era combinato, e persino il consenso dei Leopardi era stato ottenuto, sebbene egli non fosse ricco, nè di nobiltà paragonabile a quella di lei. Egli era quale ne' suoi sogni ella aveva sospirato il proprio compagno, giovine, amabilissimo, intelligente, colto; ma un dì le venne un dubbio ch'egli non seppe sciogliere, e che le distrusse ogni felicità, ogni speranza, le fece ricusare il fidanzato, pur rimanendo con la sua immagine indelebilmente scolpita nel cuore e col dolore crudele di non aver saputo inspirargli l'amore ch'ella sentiva per lui, _ardente, furioso_. D'allora in poi bastò il nome di Ranieri per farla palpitare e, sentendo che Giacomo era con un giovane di tal nome, s'era fissata fosse insieme a colui ch'ella non poteva scordare e che, volti a la peggio i suoi affari, era andato prima a Bologna e poi a Roma, senza che da un pezzo ella potesse più saperne nulla: «Ma se so ch'egli è felice, quasi lo sono ancor'io,» soggiungeva con vera femminile tenerezza.
A proposito di questo amore il Costa scrive: «Una sola volta parve che il bel sogno (_di Paolina_) fosse divenuto realtà, quando un giovane marchigiano di nome Ranieri, del quale è ignoto ancora ch'io mi sappia il casato, non avendone parlato nessuno degli studiosi di cose leopardiane, parve innamorato di lei.»[18] Il Costa scriveva queste parole nel 1887, ma d'allora in poi non è a mia cognizione che alcuno tentasse sollevare il velo del pudico secreto di Paolina.