La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 21

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Le debolezze, cui per tale passione egli si lasciò andare, furon tali che non la donna soltanto, ma anche gli amici di lui compresero il suo secreto e si dolsero e del suo soffrire e del suo non saper resistere a quel disgraziato affetto. Obbligato a seguir l'amico Ranieri a Roma il 1º ottobre de l'anno 1831 e a restar là cinque mesi e mezzo, si duole di quel soggiorno come di un esilio acerbissimo. Malgrado le spiegazioni che ne furon date, mi pare che di questo viaggio non si sia ancora chiarita sufficientemente la ragione. Il _romanzo_ di cui parla Giacomo al fratello Carlo (15 ottobre 1831) è certamente un romanzo _suo, suo_ così il dolore e _sue_ le lacrime; infatti come altrimenti avrebbe scritto: «Se un giorno ci rivedremo _forse avrò forza di narrarti ogni cosa_»; e noto pure che ne l'altra lettera de l'ultimo de l'anno 1831, scusandosi col fratello di tacere ancora su le cose che quegli gli aveva dimandate, e cioè, come appare dal contesto, su le cause del suo viaggio, gli dice: «Troppo lungamente dovrei scrivere per informarti del _mio stato_ in maniera sufficiente.» Gli aveva chiesto la Fanny d'allontanarsi per qualche tempo? Non mi pare improbabile. Una volta sola, da Roma, egli le scriveva; ed è una lettera rispettosa, riservata, ma ne la quale chi abbia bene studiato il carattere di lui, intravede un profondo sentimento, specialmente se la confronta con le lettere ad altre donne che pure senza dubbio egli amò, per esempio con quella da Recanati a la Malvezzi: non scrisse prima per non darle noia, ma non vuole che il silenzio le paia dimenticanza, benchè ella forse sappia _che il dimenticar lei non è facile_. Le parla di sè e de le proprie idee con effusione e poi si duole di rattristar con esse lei _che è bella e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita e trionfar del destino umano_. S'ella si degnerà di comandargli sarà per lui _una gioia e una gloria di servirla_. Il 22 marzo era di nuovo a Firenze e passò alcuni giorni lieti; la sua stima per la Fanny non era forse profonda, ma l'amore diveniva intollerabilmente appassionato così ch'egli non viveva che per quella donna, dimenticando dinanzi a lei il proprio orgoglio, la propria fierezza e quasi la propria dignità. La Fanny, annoiata di quella passione, seccata forse da le ciarle che se ne facevano, non trattò più il Leopardi con la consueta gentilezza, ma non per questo riuscì ad intiepidirne l'affetto. Ne l'agosto del 1832, lontana la Targioni che era a Livorno pei bagni, lontano il Ranieri ch'era a Bologna per seguire la Pelzet; ammalato, mancante di mezzi di sussistenza al punto d'aver dovuto chiedere l'assegno a la famiglia, Giacomo si sentiva tuttavia rivivere, ricevendo un biglietto de la donna amata, cui rispondeva una lettera timida e rispettosa anch'essa, ma che rivela ancor più de l'altra il suo stato d'animo. Vi dice fra l'altro: «Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo amore, che lo fa per più lati infelice. E _pure certamente l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole, solissime degne di essere desiderate_. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno le altre cose che non sono nè belle, nè degne dell'uomo... _Addio, bella e graziosa_ Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi, sapendo che non posso nulla. _Ma se_, come si dice, _il desiderio e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi_. Ricordatemi a le bambine e credetemi sempre vostro.»

L'autunno e l'inverno passarono tristemente pel poeta sempre più malfermo in salute e sempre innamorato. Quale fosse l'epilogo di quest'amore non si sa. Nel maggio del 1832 il Leopardi era sempre accolto con gentilezza e premura dai Targioni; infatti parla certo di loro ne la lettera a Paolina (22 maggio 1832), annunziandole d'averle mandato il pus che Carlo desiderava, avuto da lui per mezzo _di uno dei primi medici di Firenze_. E la gentilezza più ancora che del Targioni era de la Fanny, la quale s'era provveduta di quel pus per mandarlo ad un suo fratello; poi per fare un piacere al Leopardi, glielo aveva ceduto, aspettando di averne più tardi de l'altro.

Certo la fine di quest'amore fu una delusione compiuta che portò ne l'animo del Leopardi un dolore disperato, e lo persuase a seguire il Ranieri a Napoli. Altri vuole che il Ranieri stesso, il quale era molto ne le grazie de la Fanny, dopo aver incoraggiato l'amore de l'amico e pregato la donna ad essergli compassionevole, finisse con lo svelare a l'infelice come ella, facendosi giuoco di lui, non ristesse dal canzonarlo coi conoscenti. Il poeta perdette allora persino la speranza ne la pietà de l'amata, persino la fede ne la gentilezza de l'animo di lei e scrisse i versi _A sè stesso_, i più tragicamente desolati che sieno usciti dal suo cuore e forse da cuore umano. Calmata quella tempesta, più tardi a Napoli, ne la primavera del 1834, ricordando, scriveva l'_Aspasia_ e nascondeva sotto questo nome la donna amata, perchè bella, colta, ospitale. La immagine di lei gli riappare spesso, visione superba, e il profumo di una piaggia fiorita, di una via cittadina olezzante di fiori, gli risveglia sempre il ricordo dei vezzosi appartamenti tutti odorati di fiori primaverili in cui la vide con una veste violetta, adagiata sopra un divano ricoperto di pelli, circonfusa d'arcana voluttà, dotta allettatrice, scoccare baci sonanti su le labbra de' suoi bambini, stringerseli al petto e porgere a loro, ignari de le sue cagioni, il collo candidissimo.

Il ritratto che il Leopardi fa d'Aspasia è quello d'una donna ammirabilmente bella, civetta, di poco cuore e di non grande intelligenza. Che in questo ritratto vi sia alcunchè di soggettivo è certo; ma calmato il primo furore il poeta non parla più agitato da la passione, bensì ritorna con sufficiente calma ai giorni del suo amore e de le sue pene, una grande amarezza gli resta ne l'anima e un non celato disdegno di quella donna in particolare e de la donna in generale. Ne l'_Aspasia_, poesia sincera e originale se altra mai, v'è pur qualche cosa che rammenta _L'amante rigettato_ del Baldovini (sec. XVIII), poesia che il Leopardi conosceva ed ammirava certamente, poichè l'accolse ne la sua _Crestomazia poetica_. Certo ben altro è il sentimento tragico del Recanatese, da lo scherzo dispettosetto e amaro del Baldovini; pur questo è, per dir così, la prima nota di quella gamma.

Pel Leopardi l'amante vagheggiava ne l'amata il proprio ideale inchinando ed amando questo in quella; conosciuto l'errore, s'adira ed incolpa a torto la donna:

. . . . . . . . Che se più molli E più tenui le membra, essa la mente Men capace e men forte anco riceve.

Aspasia non immaginò mai l'affetto e i pensieri da lei inspirati, nè mai potrà intenderli; quella ch'egli amò, è morta, e solo risorge talvolta per brevi momenti dal suo sepolcro, mentre l'Aspasia reale non soltanto è viva, ma tanto bella che a parer del poeta supera ogni altra donna. Ora mi sia permessa in fretta un'osservazione: che il poeta scrivesse questo Canto a Napoli ne la primavera del 1834 è certo, anche per quell'accenno al mare de l'ultimo verso; da le frasi _bella non solo ancor, ma bella tanto al parer mio, che tutte l'altre avanzi_, è chiaro che il poeta aveva riveduto e da poco la donna cara; come rivide la Targioni, se non uscì più di Napoli e, a quanto si sa, a Napoli ella non andò?

Il poeta, conosciute le arti e le frodi de l'amata da la dolce somiglianza di lei con l'ideale ch'egli s'era formato, fu indotto a tollerare un servaggio lungo ed aspro; ora ella si vanti d'aver posseduto il cuore di lui, d'averlo visto supplichevole, timido, tremante, privo di sè stesso, spiare sommessamente ogni voglia, ogni parola, ogni atto di lei, impallidire a' suoi superbi fastidi, brillare in volto ad un segno cortese, cambiare colore e sembiante ad ogni suo sguardo; l'incanto è caduto ed egli contento abbraccia senno con libertà, nè si duole d'aver amato poichè senza errori gentili la vita è una notte invernale senza stelle. Ma un infinito sdegnoso dolore senza conforto gl'inspira gli ultimi versi del Canto.

Il suo eccelso ideale de la donna rimane così oscurato da l'imagine di una donna reale, per la quale con l'amore venne meno in lui anche la stima, e quell'impressione dolorosa e cupa non può più cancellarsi da l'animo suo. Nei _Pensieri_ (XXXIV) dirà che i giovani credono di rendersi amabili fingendosi malinconici e che la malinconia quando è finta può per breve spazio piacere, massime a le donne; ma che a lungo andare non piace che l'allegria, perchè il mondo ama non di piangere, ma di ridere; tacciando così, come nota il Castagnola, di crudeltà e di egoismo l'umanità, e, aggiungo, le donne in particolare, di cui ha soprattutto parlato. Altrove affermerà come le donne quasi tutte si cattivano e si conservano con la noncuranza e col disprezzo, col fingere di non curarle e non stimarle; e troverà la vita piena di genti che «mirate non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate fuggono, che, voltando loro le spalle, o torcendo il viso, si volgono, e s'inchinano, e corrono dietro ad altrui.»[90] Dirà ancora che la donna è come una figura del mondo, del quale è propria generalmente la debolezza; che l'una come l'altro si acquista con ardire misto di dolcezza, con tollerare le ripulse, con perseverare fermamente senza vergogna;[91] e scriverà: «Colle donne e con gli uomini riesce sempre a nulla, o certo è malissimo fortunato, chi li ama d'amore non finto e non tepido, e chi antepone gli interessi loro ai propri. E il mondo è, come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta.»[92]

Forse ne gli ultimi anni la fedelissima amicizia de la Tommasini, le tenere e devote cure de la Ranieri e la vera calma succeduta ne l'animo suo, quando fu in tutto e veramente acquietata la passione per Aspasia, modificarono questo suo pessimismo verso la donna, come parrebbe attestarlo la Canzone _Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi_, e in parte anche quella _Sopra il ritratto d'una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_. Ne la prima forse il poeta ripensa a Silvia, a Nerina, morte anch'esse giovani e belle e, pur quasi convinto che la sepolta debba dirsi beata, sospira pensando al destino, chè ai più costanti un'alta pietà invade il petto nel veder perire una fanciulla, quando la regina bellezza si dispiega ne le sue membra e nel suo volto, il mondo le si inchina, la speranza le fiorisce ne l'anima. Ripensa al dolore de gli abbandonati che, perdendo la diletta persona, rimangono quasi scemi di sè stessi, e chiede a la natura come possa strappare l'amico a l'amico, il fratello al fratello, i figli al padre, a l'amante l'amore. Una dolorosa meraviglia e non già un egoistico compiacimento di veder distrutta una femminile bellezza, mentre la bellezza femminile l'aveva fatto tanto soffrire, è nel Canto _Sopra il ritratto d'una bella donna_; l'antitesi fra la figura de la vivente, dal dolce sguardo, dal labbro da cui par traboccare il piacere come da un'urna piena, da l'amorosa mano, dal seno che faceva impallidire la gente; e la morta ridotta a fango ed ossa, è terribile non meno pel poeta che pel lettore. In lui non è alcun misero e volgare sentimento di basso e vendicativo piacere; non è uno stecchettiano Canto de l'odio questo, è la meditazione austera e tragica del _misterio eterno dell'esser nostro_. Il disdegno è tutto rivolto a la natura e lo spirito è assorto ne l'eterno problema: se non siamo che polvere ed ombra come in noi così alti sentimenti? Se anche in parte v'è in noi qualche cosa di gentile, come i nostri moti e pensieri più degni son desti e spenti così facilmente da così basse cagioni?

* * *

Nessuna prova ci resta dei sentimenti che Giacomo Leopardi provò per Paolina Ranieri, confortatrice de gli ultimi suoi anni, solo sappiamo ch'egli la paragonava a la propria sorella e che faceva gran caso perfino del nome di lei: sì che non è troppo ardito il supporre che qualche luce di speranza e di tenerezza gli venisse da quella compagnia gentile e temperasse la desolazione de l'animo suo, il quale aveva visto svanire i più cari sogni nel nulla eterno e ne l'immensa vanità d'ogni cosa umana.

Tutta la sua vita passò in un inesaudito desiderio d'amore, e quasi mai egli potè avere nè pur l'illusione d'essere riamato: benchè tante altre cagioni di soffrire gli avessero dato la natura e la sorte, questa fu la più tremenda. Ardeva di trovar una donna che lo amasse e non credeva di poterla trovare; conscio con nobile orgoglio de la nobiltà de l'animo suo e de l'elevatezza del suo ingegno, conscio che questi sono i più alti doni che natura possa fare ad un uomo, non sapeva tuttavia persuadersi che bastassero a compensare a gli occhi di una donna la sua disavvenenza. E, desolatamente afflitto di questa, perchè la vedeva opporsi, come insuperabile ostacolo, fra l'anima sua e l'amore, sentiva la donna lontana, irraggiungibile, eterea. Così ad un periodo di entusiasmo e di ebbrezza, ne succedeva uno di stanca desolazione, in cui gli mancavano i dolci affanni e persino il dolore; ma, piangendo la vita fatta per lui esanime, sentiva ancora che il suo cuore era vivo. Poi anche quest'ultimo sentimento si spegneva; quasi insensato, attonito egli non domandava più conforto; le eloquenti voci de la natura eran mute per lui, lo sguardo d'una donna, la mano offertagli, _candida ignuda mano_, non lo scuotevano dal duro sopore: pure il suo cuore si risvegliava: quel _Risorgimento_, ch'egli cantò con tanta dolcezza, non fu l'unico de la sua vita: da la grave immemore quiete, somigliante a la morte, l'animo suo, riscosso d'improvviso, ritrovava tutte le sue illusioni, tutto il suo dolore; senza speranza e senza fede, conscio che l'idolo suo più caro non aveva amore ne le pupille tremule, nel raggio sovrumano de gli occhi, nel bianco petto, ritrovava tuttavia i cari inganni e l'ardore natio.

Egli sempre adorò, quasi misticamente, la bellezza, nè v'ha bisogno di commento a spiegare come e perchè tanto gli piacessero i versi di Lodovico Martelli _In lode delle donne_ (secolo XVI), e questi specialmente ch'egli dovette ripetere ben amaramente fra sè:

Scevra da l'altre una virtù si prezza; Ma chi piacque già mai senza bellezza?

Più ancora che entusiasta de la bellezza fu avido di tutti i grandi sentimenti e anelante ad ogni azione magnanima; giovane, si sentiva nato non per scrivere ma per operare, e sognava grandi cose, vedendo il suo avvenire come un magnifico campo di gioia e di gloria aperto a l'altera anima sua. L'azione gli fu contesa presto e per sempre, e non gli rimase che contemplare, silenzioso e triste, le stupende visioni de la sua mente; ma una speranza era radicata troppo profondamente nel suo intimo, perch'egli potesse sì tosto rinnegarla e, quantunque senza convinzione, egli pensava che una gioia, una gloria, una divina ebbrezza potesse ancora sorridergli, la pietosa affezione d'una donna. Fu questa l'ultima a dileguarsi fra le sue illusioni; ma, quando essa sparve, tutto gli sembrò menzogna e bassezza; in che cosa poteva egli più credere o sperare, se la donna ch'era stata per lui una religione, gli si rivelava un essere debole, fallace? Il suo fu il destino dei grandi infelici, vivere solo; e l'anima sempre giovane, fiera e pura, disperando di tutto, maledisse la vita e gettò a l'umanità il suo grido di dolore.

Malgrado il pessimismo, ne l'insieme de l'opera leopardiana la donna appare in nobiltà e purezza di linee, quale forse non fu da nessun altro poeta cantata. Per questo e per le sventure sue il Leopardi conquista, insieme a la simpatia dei giovani, quella de le donne. È noto con quanta venerazione parlò di lui la Caterina Franceschi Ferrucci[93], ch'egli teneva in grande stima. Bello è il Canto che nel giugno del 1838 dedicava al morto poeta la Maria Giuseppa Guacci Nobile[94], salutando in lui il fedele che ebbe a prua de la sua nave virtù candidissima, la quale lo scorse ove non sono confini; il fedele che ne l'ultima ora sua non fu flagellato da rimorsi, non vide la giustizia farsi velo a gli occhi divini, non balbettò una prece simulata con gli avidi pensieri chini in terra e di cui la parola estrema fu: amore.

Anche la gentil poetessa Giannina Milli, inspirandosi specialmente a l'affetto religioso, cantava degnamente del Leopardi:

. . . . Dio sì eccelsa e schiva alma ti diede, Che non toccò della mortal sozzura; . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Uom che sugli altri al par di te s'ergea; Sublimemente in Dio creder dovea![95]

E _tu credevi_ — afferma la poetessa — ma la terra al tuo sguardo era muta e deserta, la gente ti pareva sconosciuta, lungi la vera patria, però da l'imo petto il verso ti uscì disperato.

Se non con grande finezza d'arte, certo con una sincerità e una soavità commovente d'affetto, si rivolgeva al Leopardi l'Erminia Fuà-Fusinato:

Nè mai donna t'amò di quel potente Amor, di cui ti strusse invan la speme, Di cui la sete ardente Solo s'estinse alla tua vita insieme. Così sempre deserto e mai compreso, Chiedesti al verso una vendetta amara, Di cui l'amaro peso Sente ogni donna che il tuo verso impara.[96]

E in nome di tutte le donne chiedeva perdono al poeta. Non imprecava a' suoi affanni e ne l'angoscia stessa che gli pungeva il cuore al pensiero del nulla, vedeva un arcano desiderio, una promessa:

Che col nostro morir tutto non muore.

* * *

Giacomo Leopardi morì senz'aver veduto nè pure un'unica volta avverarsi il suo più caro voto; egli non fu amato. E niuno al par di lui sentì mai come una parola, una semplice parola di donna, può far bene a lo spirito, ridargli il coraggio, il nobile orgoglio di sè, riaprirgli l'avvenire. Si direbbe che parli di lui il Michelet quando scrive: «Je voyais un jour un enfant sombre et chétif, d'aspect timide, sournois, misérable. Pourtant il avait une flamme. Sa mère, qui était fort dure, me dit: On ne sait ce qu'il a. Et moi je le sais, madame. C'est qu'on ne l'a baisé jamais.»

Ma se non risvegliò in alcuna la passione che ardeva in lui, dal reale affetto di molte donne gentili e da la potenza de la sua fantasia gli vennero le più care gioie de l'amore. «Amare... non è ricevere, è dare,» scrisse il Pailleron con molta verità; tutte le buone fortune amorose di molti e molti non valgono un'ora del profondo sentimento che di Giacomo Leopardi fece un poeta; la sua opera appartiene a la ristretta cerchia di quelle che non invecchiano, non decadono per quanto volgano diversi i tempi, i costumi e le civiltà. Bella e degna d'ammirazione la sua parola di pensatore; ma immortale e degna di commuovere tutti i cuori finchè l'amore e il dolore li scuota quella del poeta; muti il mondo, l'anima umana non muterà, e nei canti di Giacomo Leopardi v'è un'anima, un'anima di Titano, di Prometeo, martire su la sua roccia, straziato ne le intime viscere e pur forte ancora, con la fronte orgogliosa rivolta a le stelle, con un inno d'amore su le pallide labbra, mentre dal petto aperto scorre il suo caldo sangue. Quel timido taciturno, già uomo a dieci anni, fanciullo ancora a trentanove, sentiva tragicamente la sua forza e la sua sventura; fra tanti uomini fortunati egli, infelice, aveva coscienza di essere il più vero uomo, e, pur vinto da la natura e da la sorte, trionfò col suo canto, che tramanda a le età venture qualche cosa de l'animo suo ed è una _voce_ de l'armonia, vibrante in silenzio in tanti cuori, ma in cui tutti, ascoltandola, si sentono vivere e palpitare. La divina scintilla ch'egli rapì a gli eterni non si spense, nè pur quando su quegli azzurri occhi la morte stese il suo velo: il sacro fuoco è serbato a gli uomini ne le pagine rese sacre da l'arte, dal genio e da la sventura.

NOTE.

[68] Vedi _Epistolario di G. L._, vol. III, Firenze, Successori Le Monnier, 1892 (_Ricordi, giudizi e ragguagli intorno alla vita e alle opere di G. L._).

[69] Vedi _Lettere di Paolina Leopardi a Marianna ed Anna Brighenti_, pubblicate da Emilio Costa. Parma, L. Battei, 1887 (Lettera XCV, 31 dicembre 1845).

[70] Vedi _Saggio sopra gli errori popolari degli antichi_, di G. Leopardi.

[71] Vedi _Prefazione al II libro dell'Eneide_, di G. Leopardi.

[72] Secondo alcuni critici, il Finzi ad esempio, le visite de la Cassi ai Leopardi furon due: una ne l'autunno del 1816, e in questa si sarebbe svegliato l'amore di Giacomo; una seconda nel dicembre del 1817 (questa avente lo scopo d'accompagnare in convento la Vittoria Lazzari), ne la quale la passione del poeta già sopita si sarebbe nuovamente accesa, e perciò l'_Elegia_ scritta nel 1817 comincierebbe co' versi

Tornami a mente il dì che la battaglia D'amor sentii la prima volta....

[73] Vedi TERESA LEOPARDI, _Notes biographiques sur Leopardi et sa famille_. Paris, Lemerre, 1881.

[74] Vedi G. MESTICA, _Gli amori di G. Leopardi_ (nel _Fanfulla della Domenica_, 4 aprile 1880), ed a proposito della Cassi cfr. anche lo studio di F. MARIOTTI, _I ritratti di G. Leopardi_ (_Nuova Antologia_, 16 gennaio 1898).

[75] Vedi G. TIRINELLI, _Un giorno a Recanati_ (_Nuova Antologia_, 1º settembre 1878).

[76] Vedi lettera al Giordani, 21 giugno 1819.

[77] Vedi I CANTI DI G. LEOPARDI, commentati da A. Straccali, pag. 48. Firenze, Sansoni, 1892, in 16º, di pagg. XI-241.

[78] Nello stesso periodo il poeta scrisse ancora i Canti _A un vincitore nel pallone_, _Bruto minore_, _Alla Primavera_, _Inno ai patriarchi_.

[79] Vedi gli studi sul _Consalvo_ pubblicati da L. Pieretti nella _Rassegna Nazionale_ di Firenze 1881, e quello di F. Torraca in _Discussioni e ricerche letterarie_, Livorno, Vigo, 1888 (da pag. 351 a 365).

[80] Cfr. B. ZUMBINI, _Saggi critici_. Napoli, Morano, 1876. Cfr. anche la VI de le _Briciole leopardiane_ di Attilio Butti (_Giornale storico della letteratura italiana_, fasc. 90º, pagg. 511-515).

[81] Cfr. a tale proposito G. LEOPARDI, _Poesie e prose scelte e annotate per le giovanette_ da Caterina Pigorini Beri. Firenze, Successori Le Monnier, 1890 (in 16º, di pagg. 309), a pag. 67; ODOARDO VALIO, _La suora di carità di Giacomo Leopardi_. Acerra, Fiore, 1896 (in 16º, di pagg. 20), a pag. 14; e nel _Giornale storico della letteratura italiana_, fascicolo 90º, pagg. 511 e 515, 1897. Vedi la VI de le _Briciole leopardiane_ di Attilio Butti.

[82] Cfr. A. BORGOGNONI, _La Canzone del Leopardi alla sua donna_ (nel _Fanfulla della Domenica_, 1884, nº 45).

[83] Cfr. G. CARDUCCI, _Le tre Canzoni patriotiche di Giacomo Leopardi_ (pubblicate ne la _Rivista d'Italia_, anno I, fasc. 2º, 15 febbraio e 15 marzo 1898).

[84] A. GRAF, _Foscolo, Manzoni, Leopardi_. Saggi. Torino, Casa editrice Ermanno Loescher, 1898, in 8º, di pagg. 485. — A pag. 233 cfr. lo studio _Il Leopardi e la musica_.

[85] Vedi lett. a Mr. Jacopssen, 23 giugno 1823.

[86] Il Traversi stesso asserisce che nessuno prima di lui si era avveduto di questo amore; infatti egli scrive: «Nessuno ha sospettato finora che il Leopardi oltre alla Malvezzi amasse in Bologna anche un'altra signora, io sono il primo a metter fuori questa curiosa notizia.»

[87] Con identico modo Paolina alludeva altra volta a l'amore del fratello per la Basvecchi: «La _tua_ Serafina si fa sposa.»

[88] Cfr. su tale argomento anche il volume del Dr. N. ZINGARELLI, _Operette morali di G. Leopardi_, ricorrette su le edizioni originali con introduzione e note ad uso delle scuole. Napoli, Pierro (in 16º, di pagg. XIII-408), 1895.

[89] Cfr. Dr. FRANCO RIDELLA, _Un articolo critico di A. De Gubernatis e l'Aspasia del Leopardi_ (pubblicato nel nº 15 de la _Gazzetta Letteraria_ di Torino, 1897).

[90] Vedi I. DELLA GIOVANNA, _Le prose morali di G. Leopardi_. Firenze, Sansoni, un vol. in 16º di pagg. XXXII-373, 1895. Pensiero LXXIII, a pag. 344.

[91] Vedi op. cit., Pensiero LXXV, a pag. 344.

[92] Vedi op. cit., Pensiero LXXV, a pag. 345.