La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 20

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Ne la lettera a lo Stella del 17 maggio 1826 si fa cenno ancora di Madama Padovani, che è contenta di Bologna e fa progressi sufficienti ne la musica, ma è naturale che anche senza aver più per lei nessuna simpatia, il poeta la nomini a quegli amici di lei, da cui probabilmente gliene erano state chieste notizie. Così a Luigi Stella ne la lettera 25 luglio 1826 fa un cenno asciutto de la signora: «Madama Padovani è ancor qui, ed ho cagion di credere che vi stia contenta.» Ha _cagion di credere_, ma non ne sa più nulla di preciso. Più tardi, tornato a Bologna ne la primavera del 1827, ancor più asciuttamente rispondeva a lo Stella: «Madama Padovani è qui ancora. Essendo morto il suo e mio albergatore, ha mutato alloggio; ed io non l'ho veduta dopo il mio ritorno; ma so che sta bene.» Molto ragionevolmente il dottor Ridella crede che Giacomo alluda a la Padovani ne la lettera al Papadopoli 3 luglio 1827, in cui gli dice che non sa perchè voglia dubitare de la sua costanza nel tenersi lontano _da quella donna_; quasi si vergogna a narrare che ella, non vedendolo più andar da lei, mandò a domandargli sue nuove, ed egli non ci andò; che dopo alcuni giorni lo invitò a pranzo, ed egli non ci andò; che partì per Firenze senza vederla, che non la rivide più dopo la partenza del Papadopoli da Bologna; e si vergogna a raccontar questo, perchè par ch'egli voglia provar una cosa di cui l'altro gli fa torto a dubitare; aggiunge infine: «Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono tanto grandi che ci vuol molta forza a resistere.»

Poichè il Leopardi aveva una naturale e delicata ritrosia a confidare le offese fatte al suo amor proprio, non è probabile ch'egli avesse parlato al Papadopoli del fatto che era stato causa de la rottura fra lui e la Padovani; e non parrebbe inverosimile che di questo fatto quell'amico fosse testimonio, cosa che spiegherebbe sempre più la ferma durezza del Leopardi verso quella donna. Un ultimo cenno su la Padovani si trova in una lettera di Paolina, a la quale il poeta doveva aver parlato di quella sua conoscenza. Il 15 febbraio del 1828 la sorella di Giacomo, a proposito di cantanti, narravagli che la _sua Madama Padovani_[87] aveva fatto il primo teatro a Torino in quell'autunno e con buon esito, ed aggiungeva: «Ma a te che te ne importa? Io già lo so che non te ne importa niente, ma io sempre mi ricordo dei tuoi racconti, delle tue conoscenze.»

La Rosa datasi a l'arte parve riuscire discretamente, ma non lasciò alcuna fama di sè, il suo nome rimase sconosciuto anche ai più diligenti e minuziosi ricercatori di notizie teatrali. Solo ho potuto sapere ch'ella cantò a Milano nel 1829 (reduce da Torino) ne l'opera _Zelmira_, eseguendo la parte di _Emma_, confidente; ma con poco buon esito, tanto che non fu più scritturata. Pare inoltre da le notizie di quei tempi che anche a Torino fosse piaciuta poco. Per questo essa fu costretta di recarsi a l'estero e di cambiar nome; sì che rimanendo ignoto il pseudonimo da lei preso, manca ogni mezzo per ulteriori ricerche. Alcuni Modenesi già innanzi con gli anni ricordano d'aver sentito parlare di lei artista, rammentano ch'ella fu lungamente a l'estero, specie in Russia, a Mosca, di dove però fece ritorno tanto povera ch'ebbe bisogno di chieder più volte sussidi al comune. Morto Luigi Padovani il 24 maggio 1869, la Rosa il 2 giugno de lo stesso anno domandò una pensione al Municipio; la supplica, che si conserva ne l'archivio comunale di Modena, è corredata da una fede di nascita da cui resulta che la postulante fu battezzata ne la parrocchia di San Bartolomeo in San Barnaba nel 1795, mentre dagli atti matrimoniali appare nata nel 1802; non ho potuto chiarire questa sconcordanza, ma su l'identità de la persona non v'ha dubbio. La Rosa ottenne la pensione che fu di lire settecento venti annue e la godette solo per poco più di due anni, perchè il 18 settembre 1871 finì di vivere. Un vecchio professore, il quale la conobbe personalmente afferma che già carica d'anni e di malanni era tuttavia sempre bellissima e allegra, tanto da far immaginare quale splendida creatura avesse dovuto essere in gioventù; ed asserisce d'averla sentita ricordare Giacomo Leopardi e vantarsi d'averlo intimamente conosciuto, con tali parole da lasciar comprendere chiaramente che ella era stata amata dal poeta; e questo è pure narrato da una vecchia parente de la Padovani. A porre in dubbio l'amore del poeta per la cantante non vale il notare che fra la data de la lettera al Pepoli (aprile '26) e quella de la lettera al Papadopoli (3 luglio '27) corre il periodo de l'amore per la Malvezzi, perchè quando il poeta scriveva la prima, la sua fugace passione per la cantante era già svanita; nè è strano che ancora nel '27 il Papadopoli gli chieda de la Padovani, perchè, stato quasi sempre assente da Bologna, egli probabilmente nulla poteva sapere de l'amore che l'amico suo aveva provato per la Malvezzi. Nè più valore avrebbe l'obbiezione su l'età de la Padovani (la strega, dice il Leopardi, è giovanissima); ora è quasi certo che nel '27 la Padovani aveva venticinque anni; ma ne avesse pur avuto qualcuno di più, qual meraviglia che, bella come era, apparisse giovane assai al Leopardi che amò la Cassi ventiseienne, la Malvezzi già sui quaranta, la Targioni Tozzetti già oltre i trenta.

Più veemente ed altrettanto infelice fu l'amore del Recanatese per la Malvezzi, la colta dama, di cui lo spirito, la grazia e la pietosa affabilità affascinarono il poeta fino a illuderlo ch'ella potesse, se non corrispondere, compatire al suo amore.

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Le _Operette morali_ come i _Canti_, benchè con intento più satirico, ci danno l'immagine de l'animo del poeta, dipingendoci la sua visione del mondo; però assai più di rado vi si riaffacciano la donna e l'amore, a punto perchè più difficilmente il Leopardi osa ridere di essi che di ogni altra cosa. Anzi ne la _Storia del genere umano_, che è quasi un proemio a tutta l'opera, dopo aver tutto negato e deriso, chiude con l'innalzare un vero inno a l'amore celeste e con tanto sincero entusiasmo, che fa quasi pensare aver egli scritto tutta la prosa per giungere a questa chiusa, come si dice scrivesse la canzone _All'Italia_ per rifare il Canto di Simonide; ma mentre quest'ultima canzone manca di euritmia fra le parti, _La storia del genere umano_ è ammirabile così per la proporzione, per l'ordine, per la grazia e per la finezza de l'arte, come per l'alta poesia. «Quando viene in sulla terra (_l'amor celeste_), sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità ed empiendoli di affetti sì nobili e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine.» La storia de l'infelicità umana, che è resa in questa prosa secondo il mito pagano, è narrata secondo il mito cristiano ne l'_Inno ai Patriarchi_; ne la prima il Leopardi si rifugia, come in un ignorato eliso, nel suo sogno d'amore; ne la seconda gli arride lontana l'età de l'oro, in cui l'umana stirpe visse ignara del suo destino: qui e là un sogno lo consola del vero. La _Storia del genere umano_, ampliata a significar le sorti de l'intera umanità, è la storia de l'uomo, o meglio la storia del Leopardi, felice ne la prima infanzia, quando la vita è solo vegetativa, men felice, ma bella ancora ne la prima adolescenza, quando l'immaginazione fingeva a lui di là dai monti del suo orizzonte, _arcani mondi_, arcana felicità. A quei viaggi de gli uomini antichi, i quali vanno visitando lontanissime contrade, corrispondono gli studi di Giacomo, i quali limitano intorno a lui l'universo che lo aveva affascinato con le apparenze de l'infinito e gli fanno, come a quegli antichi, crescere la _mala contentezza_ sì che, non ancor uscito da la gioventù, egli è occupato da l'_espresso fastidio dell'esser_ suo; e come quelli a questo fastidio cercavano un rimedio ne la morte, così egli siede presso la fontana del giardino paterno, pensoso di finire in quelle acque il suo dolore. Giove propaga i termini del creato e lo adorna; così gli studi accrescono l'orizzonte intellettuale del Recanatese, ma il rimedio è peggiore del male, poichè le vaghe immagini e il popolo dei sogni sfuggono dinanzi a lui; e come gli antichi cadono ne l'empietà, così egli perde la fede e se ne consola adorando i divini fantasmi de la virtù, de la gloria, de la patria, insieme ai quali lo alletta per la prima volta l'amore reale. Come quelli egli darebbe volentieri il sangue e la vita per tali fantasmi, ma la sapienza, o meglio, per lui, la meditazione filosofica, lo accende del desiderio de la verità, e questa gli toglie ogni gioia, ogni conforto, gli mostra la vanità di tutto, e solo altissimo sollievo gli rimane l'amore, non materiale come prima, ma ideale e purissimo. Questo sogno di un affetto quasi celestiale fa ripensare a quella specie di _delirio e di febbre_ da cui fu preso, quando l'intima conoscenza de la Malvezzi gli fece sperare d'aver trovato un sublime ricambio d'affetto.

La _Storia del genere umano_ al Bouché Leclercq rammentò quei quadri de la scuola bolognese in cui un'apparizione celeste aleggia sopra le figure principali e manda riflessi luminosi fin ne gli angoli più oscuri.[88]

Ma dopo l'inno, la satira; dopo l'entusiasmo del desiderio e il felice delirio del cuore e de la fantasia, il disinganno e un'amarezza, un disdegno che non son quasi che il rovescio di quell'amore e di quel delirio.

Ne l'argutissima _Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi_ una freccia pungente è rivolta contro le donne, incapaci di fedeltà. Oh in quel sarcastico sorriso quanta mite malinconia! Come egli l'ha cercata dovunque quell'adorabile _donna che non si trova_; come l'ha vagheggiata persino ne le pagine del conte Baldassar Castiglione, ed ha invidiato dal profondo de l'animo appassionato e deluso Pigmalione antico _che si potè fabbricare la sposa colle proprie mani_; e come gli si stringe il cuore nel non trovar per essa un miglior paragone che l'araba fenice del Metastasio! La donna fedele e che può render felice l'uomo è ancora da _inventare_; cinquecento zecchini de la cassetta di Diogene (proverbialmente misero) a chi ne sarà l'autore.

Scrivendo questa prosa il Leopardi doveva essere in uno de' suoi momenti meno tristi, poichè un sincero umorismo lo inspira. Si sente, come dice il Bouché Leclercq, _qu'il a des larmes dans la voix_, si sente ch'egli ha sofferto per colpa dei motteggi e dei biasimi di amici falsi, ch'egli ha sofferto nel sentirsi solo in quella sua alta aspirazione a le opere virtuose e magnanime e sopra tutto ch'egli ha anelato con tutta l'anima a l'amor sincero di una donna, ma la serenità del suo spirito gli permette di scherzare sui suoi errori e su le sue delusioni.

Alcune prose del Leopardi e questa sua _Proposta di premi_, fra le altre, provano quale squisito umorista egli avrebbe potuto essere, se non fosse stato così sconfinatamente infelice; invero quanta felice arguzia in quell'enumerazione di macchine, che si spera saran trovate col tempo: parainvidia, paracalunnie, filo di salute, che scampi da l'egoismo, dal predominio de la mediocrità, da la prospera fortuna de gl'insensati, de' ribaldi e de' vili, da l'universale noncuranza e da la miseria de' saggi, de' costumati e de' magnanimi; e quanta ancora nei premi immaginati!

Nel soggettivismo schietto ritorna il Leopardi col dialogo de _La Natura e di un'anima_. Lo spirito, cui la natura dice: _vivi e sii grande e infelice_, è quello stesso del Leopardi, che desolato di riconoscere vano il suo immenso desiderio di felicità e di sentire ne la propria eccellenza, ne la finezza del suo intelletto, ne la vivacità de la sua immaginazione, altrettante cause d'ineffabile soffrire, sconfortato de la gloria stessa, che non si ottiene in vita e talora nè pure in morte, nè anche da gli eccelsi, maledice la sua grandezza e chiede d'esser conforme al più stupido, insensato spirito e di morire il più presto che si possa.

Non così avrebbe maledetto la vita e l'ingegno, se il sorriso di una Elvira gli avesse aperto il cuore a l'agognata felicità: il paradiso in cui egli avrebbe veduto cangiarsi la terra desolata, non sarebbe stato eterno; ma la visione e il ricordo di esso avrebbero salvato l'infelice da la disperazione.

A l'uomo, cui manchino la potenza di agire e gli affetti, qual rimedio rimane contro la noia, se non i sogni e le fantasticherie? Così il Leopardi nel dialogo _Torquato Tasso e il suo gemo familiare_ (imitazione, ma piena d'originalità, del _Messaggero_ de lo stesso Torquato); il Tasso del dialogo è sempre il Tasso del Canto ad Angelo Mai; mandandolo in terra il cielo preparava a gli uomini l'esempio d'una mente eccelsa, a lui dolore, non altro che dolore, nè pur dal dolcissimo canto confortato. E che è questo Tasso se non il Leopardi medesimo?

Nel dialogo, il Tasso tocca del suo amore per Leonora, e ne le parole di lui senti la voce stessa del Recanatese. Questo dialogo chiarisce la natura di quasi tutti gli amori leopardiani: l'amata gli pare da vicino una donna, da lontano una dea, e quel che più gli duole è che le donne stesse tolgano ogni splendore a l'immagine loro ch'egli si forma con la fantasia: ne l'amore, come in tutto, il vero doveva avvelenargli l'ideale. Quando egli sogna la sua donna, sfugge il giorno dopo di rivederla chè, se pur la rivedesse pari nel volto, ne gli atti, ne la favella a l'immagine sognata, non sarebbe più la stessa, avrebbe perduto gran parte del suo incanto.

Se l'utilità de i sogni e de le fantasticherie è solo quella di consumare la vita, questo è pure l'unico intento che ci si possa proporre. Lo spirito del Leopardi ne la dolorosa meditazione s'inasprisce: dal sogno, al dolore; dal dolore a l'amarezza; da l'amarezza, al sarcasmo; ecco la storia di quell'anima. Così qui il dialogo tutto ha un'intonazione malinconica e dolce, la chiusa è aspramente sarcastica. _Dove sei solito abitare?_ — chiede Torquato al suo genio. — _In qualche liquore generoso_, — risponde questo; — da prima il Leopardi aveva scritto _nel tuo bicchiere_.

Ma il sarcasmo non dura, non può essere abituale in quell'animo altamente buono, che si ritrae in Filippo Ottonieri così originale e profondo ne' suoi giudizi sul mondo e su le umane sventure.

Chiarendo l'ironia di Socrate, il Leopardi spiega la sorte sua: nato con disposizione grandissima ad amare, ma per la sciagurata forma del corpo disperato di poter ottener altro che amicizia, e per la stessa ragione poco atto ai pubblici negozi, e pur dotato d'ingegno grandissimo, che accresceva fuor di modo la molestia di queste condizioni, come Socrate anche il Leopardi _si pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualità de' suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per dir così, nella vita_. Ma anche in lui la mansuetudine e la magnanimità innata fecero che l'ironia non fosse sdegnosa ed acerba, ma piuttosto riposata e dolce. Le occupazioni, fossero negozi o trastulli, eran ugualmente passatempi per lui, che ai piaceri reali anteponeva d'assai quelli de le false immaginazioni; tutte infelici gli parevan le condizioni de la vita e tutte press'a poco ugualmente povere di beni e ricche di mali, nè rimedio a questi era per lui la filosofia. Come l'Ottonieri, l'autore è un ingegno singolare, che si compiace di scostarsi dal comune de gli uomini e che pur disprezzando nel suo pessimismo e l'umanità e la natura e l'universo, non sa odiare, anzi è naturalmente e quasi inconsciamente disposto a sentimenti affettuosi, i quali non lo compensano, ma lo consolano, alcun poco de gli affetti eroici ed ardenti per cui si sentirebbe nato, e che fortuna e natura gli negano. «Sono nato ad amare, ho amato e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva. Oggi, benchè non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, ne forse anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno fuorchè me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è possibile. Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli altri.»

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A Firenze il Leopardi provò l'ultima terribile passione de la sua vita, un amore ardente come il primo, ma di cui l'illusione durò ben più, e ben più tormentose furono le sofferenze che gliene vennero, quando quel caro inganno gli fu strappato a forza. Alcuni credettero che la donna amata a Firenze dal Leopardi fosse la Carlotta Lenzoni de' Medici, altri la Carlotta Buonaparte. Paolina Leopardi per prima immaginò che de la Buonaparte il poeta fosse innamorato; egli stesso lo nega in una lettera a Carlo.

La Lenzoni, gentildonna abbastanza colta e amantissima de gli studi, radunava in casa propria i più insigni letterati ed artisti di Firenze, fra i quali il Sismondi, il Tenerani che per lei scolpì la Psiche, il Niccolini, il Carena, il Leopardi; amico pure le fu il Giordani. Ella è nota specialmente perchè restaurò la casa di Giovanni Boccaccio, di cui aveva fatto acquisto. Su i rapporti di lei col Leopardi non molto ora si sa, forse le lettere di lei al poeta rimaste al Ranieri diranno di più; ad ogni modo ella fu certo ospitale e gentile verso il Recanatese; ma quel che fu detto e recentemente sostenuto dal professore A. De Gubernatis cioè che ella fosse l'Aspasia, non mi appar probabile. Il sapere che la marchesa Carlotta era amabile, colta, che aveva un albo di autografi preziosi, di cui qualche cosa deve rimanere ancora e in cui scrisse il Leopardi; il ricordo de le sale veramente ricche e profumate del palazzo di lei, la sua amicizia pel poeta, sono insufficienti a farnelo creder innamorato de la dama, mentre molte ragioni avvalorano l'opinione che Aspasia fosse la Fanny Targioni-Tozzetti, de la quale certo furono intimi durante la loro dimora a Firenze il Ranieri e il Leopardi. Conferma che non fosse la Lenzoni il difetto di lei che, essendo gobba, benchè del resto piacente, non avrebbe potuto esser chiamata dal Leopardi così verista _beltade angelica, fonte d'ogni altra leggiadria, sola vera beltà, la più bella fra tutte le donne_; debbo aggiunger qui però che altri vuole la gibbosità fosse un'amabile invenzione de le _buone_ amiche de la dama, la quale soleva stare un po' curva. Ella quando conobbe il poeta era tra i 45 e i 47 anni. Riguardo a l'albo, l'uso ne le dame d'averne uno era comunissimo e l'aver il Leopardi scritto in quello di lei, poco prova dopo quanto si dirà de la Targioni.[89] Questa era vicina di casa del Leopardi, abitava in via Ghibellina; donna giovane ancora, poco più che trentenne quando lo conobbe, di rara bellezza, univa ad essa una grande amabilità e una perfetta arte di piacere. Antonio Targioni-Tozzetti suo marito, professore ne l'Arcispedale di Santa Maria Nuova e ne l'Accademia di Belle Arti, accademico de la Crusca e direttore del giardino botanico, godeva di gran fama e riuniva spesso in casa sua uomini insigni. Accolto con la gentilezza abituale nei Targioni, e anzi maggiore per il nome già illustre che possedeva, Giacomo vi si trovò assai bene e ammirò la leggiadria e la grazia de la Fanny e l'ingegno del professore. Quando poi la primavera, come sempre, gli avvivò le forze e lo spirito, la simpatia per quella donna divampò in amore. Tutto fa credere che fosse la Targioni la bellissima e amabilissima signora per la quale il poeta con tanta premura domandava e raccoglieva autografi; anzi a questo proposito è da notarsi che per accontentar lei il Leopardi si fece mandare da Paolina il protocollo de le lettere a lui scritte da vari letterati e che di queste lettere anteriori al marzo del 1830, se ne trovarono tre fra le carte di casa Targioni-Tozzetti, nessuna fra quelle dei Lenzoni. La passione risvegliatasi ardentissima nel Leopardi gli fu da prima causa di inenarrabili dolcezze, il suo animo sereno e lieto come non era stato mai, dava adito persino a un compatibile sentimento di vanità, o di cura almeno de la propria persona, poichè certo il poeta pensava a la donna cui avrebbe voluto piacere, quando scriveva a Paolina (21 agosto 1830) d'aver fatto ridurre a l'ultima moda il suo abito turchino, e si compiaceva che paresse nuovo e gli stesse molto bene.

Il _Pensiero Dominante_ ci rivela lo stato d'animo di lui durante il primo periodo di questo suo affetto: il pensiero amoroso lo domina interamente, terribile ma caro dono del cielo; tutti gli altri si dileguano, tutte le opere, tutta la vita son divenute un nulla, una noia intollerabile in confronto a la gioia celeste che quello gli procura; le solite meditazioni, le solite compagnie divenute incresciose, il poeta non intende più come altri possa aver desideri, sospiri non somiglianti al suo. La morte che mai gl'increbbe, gli par ora un giuoco, e la sdegnosa delicatezza de l'animo suo che ha sempre disprezzato i cuori ingenerosi, abbietti, ora è mossa più che mai a subitaneo sdegno da ogni esempio di viltà. L'amore gli pare la sola discolpa al destino, che ci ha posto in terra a soffrire tanto senza frutto, e non indegno l'aver sostenuto tanti anni una così misera vita per giungere in fine a cogliere tali dolcezze; anzi esperto di tutti i mali umani ricomincerebbe il corso de l'esistenza, pur che conducesse a tal meta. In quel nuovo paradiso dimentica lo stato terreno ed è beato di sogni quali han forse gli esseri immortali. Ma il dolce stato d'animo poco dura e ben presto il poeta non sospira più l'amore soltanto, non crede più ch'esso basti a rendere ad ogni modo sopportabile la vita, bensì ripensando al verso di Menandro:

Muor giovane colui ch'al cielo è caro,

agogna due cose belle, _amore e morte_: l'uno il più grande dei beni, l'altra fine d'ogni male; ai fervidi, ai felici, a gli animosi ingegni, il poeta augura o l'uno o l'altro di questi dolci signori,

Al cui poter nessun poter somiglia;

per sè, con tenerezza ineffabile, invoca la morte pietosa, certo ch'essa lo troverà orgoglioso, renitente al fato, non benedire al poter che l'opprime, gittar da sè ogni speranza vana, ogni conforto stolto, aspettar solo serenamente l'ora in cui poter piegare addormentato il volto nel seno virgineo de la funebre dea.

Questa fu la più vera e terribile passione del Leopardi, e si ricollega a gl'impeti del primo amore, ai deliri per la Malvezzi; è una passione pura, ma tutta umana, che probabilmente il poeta, sempre riserbatissimo e timido, perchè conscio de la propria inferiorità materiale e dei doveri de l'ospitalità, non palesò mai a la donna cara, ma ch'ella dovette comprender benissimo, poichè il Leopardi stesso aveva certa coscienza di esser stato capito.