La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 2

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Nella lunga e difficile impresa cui si accinse, la contessa fu sostenuta da un vivo affetto per la casa, dalla pietà religiosa e dalla naturale vigoria di uno spirito, che non conosceva la debolezza femminile, la vanità, l'amore al lusso; ma s'ella salvò il patrimonio ai figliuoli, non offerse mai loro il conforto d'un cuore carezzevolmente, teneramente materno: l'espansione, la confidenza, che attirano confidenza, espansione ed affetto, le furono ignoti. Curava i bimbi con molta premura, li teneva a dormire in camere attigue alla sua, medicava ella stessa persino i loro geloni, amava di seguire i fanciulli con lo sguardo, anche nei loro rumorosi giuochi, nel chiasso, cui si abbandonavano gaiamente nei due giardini di casa, ma in quello sguardo non c'era mai una carezza. «Tutto era compassato in lei: anche i battiti del cuore. Si sarebbe quasi indotti a credere che la rigida marchesa volesse fare anzi tempo de' suoi figliuoletti uomini maturi, che le loro risa argentine turbassero la sua serenità di amministratrice e custoditrice suprema della casa»; così parla di lei il Traversi, uno dei più indulgenti verso i genitori di Giacomo fra tutti i cultori degli studi leopardiani. Monaldo, con le sue idee e il suo sistema di autorità senza confini e senza discussione, sarebbe stato il più duro dei padri, se a gli errori del giudizio non avesse largamente rimediato la bontà de l'anima; egli sapeva qualche volta ridiventar fanciullo co' suoi figli, che se trovarono talora la tenerezza in famiglia, fuori de la loro cerchia fraterna, la trovarono in lui; e più espansivo e più tenero sarebbe stato, se l'affetto di cui aveva pieno il cuore non fosse stato compresso dal dubbio di affievolire la propria dignità, di derogare a l'autorità paterna. Adelaide era un tipo affatto diverso, parlava poco e con calma e gravità; d'ordinario chiusa in sè stessa, non amava che altri le leggesse ne l'animo, e se un improvviso dolore la colpiva, scoppiava in pianto, ma andava subito a chiudersi nelle suo camere, da cui non usciva finchè non si era calmata. Nessun impeto visibile in lei: ella concedeva a pena la sua mano al bacio de' bambini e sospirava nel vederli vivacissimi e gai, mentre ne godeva la buona suocera sua, Virginia Mosca, che, rimasta vedova giovanissima, s'era dedicata tutta a' figliuoli. La sera nel suo mezzanino, dov'ella sedeva sopra un sofà, conversando col suo vecchio cavalier servente Volunnio Gentilucci, irrompevano i nipoti, che precipitandosi a gara per abbracciarla rovesciavano spesso il tavolino e la lucerna; e non di rado scherzavano alle spalle del cavaliere, il quale non poteva nè pur sfogarsi a sgridarli, perchè, se ci si provava, l'affettuosa vecchia era sempre pronta a dar ragione a loro e ad impermalirsi con lui. Graziosa scena questa de' due vecchietti eleganti e compiti, che stentano a tenersi il broncio, davanti alla contagiosa allegria d'una brigata di birichini!

* * *

Non è difficile immaginare, da le notizie che se ne hanno, quale fosse la vita dei ragazzi Leopardi: studi severissimi e faticosissimi co' precettori, rare e patriarcali distrazioni, chiasso co' cugini o qualche tombola giuocata ne l'orto di certi frati, pratiche religiose continue e continua sorveglianza.

Tutti sanno come il primogenito, gracile per natura, perdesse interamente la salute e divenisse gibboso per le soverchie fatiche durate sui libri, e come fra lui ed i fratelli da un lato e il padre da l'altro, sorgesse, e a poco a poco si facesse profondo, il dissidio, perchè la stretta tutela in cui eran tenuti irritava i loro animi non meno fantastici che appassionati, e perchè nelle idee e negli affetti essi venivano scostandosi da Monaldo. È pure assai noto come la disperazione di Giacomo giungesse a tal segno da risolverlo a tentar la fuga dalla casa paterna, progetto fallito per caso. Che faceva, che pensava intanto la contessa? Tutt'assorta nel suo compito di amministratrice, non si accorse forse che tardi de la perduta salute e de la deformità di Giacomo; ed è doloroso il notare come questi, giovanetto, affettuosissimo per natura e di una sensitività esaltata, persuaso di dover morire ben presto, mentre seduto sul letto, di notte, al lume di una fioca lucerna, scrive, fra le lagrime, il suo _Appressamento alla morte_ e si duole di dover perire _come infante che parlato non abbia_, senza che alcuno conosca il suo grande spirito, Giacomo, che teneramente si rivolge alla Vergine, non ha una parola per sua madre. Doloroso del pari è il rileggere quanto il marchese Solari scriveva a Monaldo, dichiarandogli apertamente che per lui la causa della tentata fuga di Giacomo doveva essere l'eccessiva severità della contessa.

Nei dissidi fra il padre ed i figliuoli ella teneva naturalmente dal primo, ma senza punto tentare di piegarlo a più indulgenza verso di quelli, senza punto usar loro quelle giuste larghezze che li avrebbero calmati, perchè non comprendeva quei cuori giovanili ed il loro bisogno di vita e di libertà. Ed ella avrebbe potuto tutto, ella che comandava veramente e cui tutti obbedivano. «Io a casa mia non sono padrone che delle frittate,» soleva dire Monaldo, che si sfogava a gridare contro le prepotenze delle mogli italiane, ma rimaneva sempre impigliato nelle gonne della sua e non osava, nè anche per cose lievissime, _affrontare il muso di lei_, come scrisse Paolina. Per quei giovani focosi, esaltati, era un _vivere senza vita, senz'anima, senza corpo_, che faceva desiderar loro ad ogni momento la morte. In Giacomo, infelicissimo fra tutti, e nella grandezza del suo spirito conscio di tutte le sue sventure, si spense ogni vivacità, ogni allegrezza, e venne a mancare a poco a poco persino la speranza e la fede: egli, dopo anni di dolore che gli parvero secoli, riuscito ad andarsene di casa, si ricorda assai spesso di mandare i suoi saluti alla madre, ma non le scrive quasi mai; ed ella a sua volta tarda lunghi anni a dargli un aiuto materiale, e non lo dà finchè non è richiesto; e pure ella doveva sapere quanto questa domanda dovesse riuscir incresciosa a l'animo delicatissimo ed altero del figliuolo. «Son più le volte che senza qualche soccorso di amico sarebbe stato digiuno, che non quelle in cui avrebbe mangiato,» asseriva G. B. Niccolini alla marchesa Lucrezia Niccolini-Monti, andata sposa in Recanati, cui aveva chiesto se la famiglia Leopardi navigasse in pessime acque, rimanendo stupito al sentire che no. Certo però Adelaide non supponeva le reali strettezze di Giacomo, perchè, come Monaldo ebbe a scrivere a questi, ella credeva le lettere una miniera d'oro, la quale rendesse inutile ogni altro sussidio a quel figlio che pure ella amava _tenerissimamente_.

Che lo amasse ne fa fede tutto l'epistolario leopardiano. Nel 1825, quando Giacomo da Milano tornò a Bologna e scrisse a casa degli accordi con l'editore Stella e della lezione al giovane greco, Paolina, che in quel tempo non era certo tenera della madre, rispondeva al fratello: «La mamma vuole che ti saluti e ti risaluti; essa quasi piangeva dalla consolazione nel leggere la tua ultima, e si rallegra con te e spera che sarai sempre più contento.»[5]

Anche la breve letterina, una delle due che ci rimangono, scritta da Adelaide al figlio il 29 novembre 1822, quand'egli, per la prima volta lontano da casa, si trovava a Roma, ha frasi affettuose, e assai più che non dicano significano forse quelle righe: «Molto mi ha rallegrato la vostra lettera, ma molto più quella che avete scritto al babbo da Spoleto. Vedo che conoscete bene i vostri doveri a suo riguardo e ciò mi è garante della vostra buona condotta in avvenire.»

Chi rammenti i dissapori profondi tra Monaldo e Giacomo deve sentir qui il dolore che ne provava Adelaide, e un rimprovero, un consiglio dato con una delicatezza veramente femminile e veramente materna. «Sapete quanto io vi amo sinceramente e qual spina mi sia stata al cuore il vedervi sempre malcontento e di malumore.... abbiatevi moltissima cura e non trattate persone indegne.... amatemi e credete sempre all'affetto sincero della vostra affezionatissima madre, che vi abbraccia e vi benedice.»[6]

Queste semplici frasi spirano un affetto sincero e una santa premura, della quale nelle lettere dei parenti a Giacomo si trova traccia ben spesso: ora è Paolina (9 dicembre 1822, pag. 47, vol. cit.) che scrive al fratello: «Mamma non fa che lodarsi di voi e compiacersi grandemente delle vostre lettere»; ora è Adelaide stessa che dice al suo «_carissimo_ ed _amatissimo figlio_, al suo _figlio d'oro_» d'esser tanto lieta delle sue buone notizie e di aver infinita riconoscenza pei parenti di Roma, che gli si mostrano gentili (26 gennaio 1823, pag. 82, vol. cit.); ora è Monaldo, che gli parla della grandissima consolazione provata dalla madre, sentendo che egli non _si è piaciuto di Milano quanto in casa temevano_: «Giacchè ci avrebbe amareggiati assai, o la vostra lunga dimora costì, o il vedervene partire con molto rammarico» (30 agosto 1825, pag. 121, vol. cit.); ora è di nuovo Paolina, che ringrazia il fratello per parte della madre e con viva riconoscenza della premura usatale di cercar d'una sua antica servente e di dargliene notizie: «Mamma vuole che ti saluti nuovamente e che ti parli del suo grande affetto per te.» (13 dicembre 1825, pag. 143-144, vol. cit.) Malgrado questo, Giacomo non aveva altro pensiero, altro desiderio che quello di starsene lontano da Recanati, ed è certo che non poco vi contribuiva il ricordo della severità che la contessa metteva in tutti i particolari della vita domestica. «Veramente ottima donna ed esemplarissima, si è fatta delle regole di austerità assolutamente impraticabili, e si è imposti dei doveri verso i figli, che non riescon loro punto comodi»; scriveva Paolina (26 maggio 1830) a Marianna Brighenti; Paolina, che già trentenne doveva farsi indirizzare le lettere dell'amica presso il suo vecchio precettore, non permettendole la madre ch'ella facesse amicizia con alcuno, perchè ciò, secondo lei, distoglieva da l'amore di Dio; e non voleva veder lettere dirette a la figlia, a la figlia _trentenne_, nè pure se fossero state _del suo santo protettore_. La povera contessina, che desiderava conoscere di persona le sue amiche Brighenti e sapeva di non poterle accogliere in casa, doveva rinunziare anche al piacere di vederle in chiesa o da la finestra (esse sarebbero andate a Recanati sol per procurarle questa gioia), perchè in chiesa andava unicamente la festa e accompagnata, e quel ch'ella poteva vedere da la finestra era sempre sorvegliato da sua madre, la quale _girava per tutta la casa, si trovava da per tutto e a tutte le ore_. (Vedi _Lett. di Paolina ad Anna Brighenti, 4 marzo 1831_). Tale severità irritava anche la mite contessina; mentre d'altra parte Adelaide, più che tutti gli altri di famiglia, si dava pensiero di cercare uno sposo a quella figliuola e voleva che si tentasse di combinare, anche quando le più gravi difficoltà eran palesi. Più duro di tutti i figli verso di lei fu Carlo, nelle lettere del quale troviamo frasi acerbe assai; una volta (Lett. a Giac., vol. cit., pag. 182-183) dubitando che Adelaide avesse aperta una sua lettera a Giacomo, consegnatale perchè la francasse, riscriveva al fratello dicendogli di questo dubbio e come la madre avesse rifiutato ostinatamente di toglierglielo, e prorompeva contro _la curiosità donnesca e l'imperiosità insopportabile di lei_; confessando però egli stesso d'essere in un momento di _rabbia incredibile_. Pare che la contessa e Monaldo aprissero infatti la corrispondenza dei figliuoli e la intercettassero talvolta, cosa che formava la disperazione specialmente del primogenito; nè la buona intenzione con cui lo facevano, basta a giustificarli. Ma nella loro severità, come ne l'inesorabile economia di Adelaide, non v'era mai punto mal animo, e la contessa doveva amar di cuore tutti i suoi cari, se mostrava tanto rincrescimento quando s'allontanavano da lei, se una volta il ritorno improvviso di Monaldo la fece quasi svenire,[7] se non seppe mai rifiutare a Giacomo i soccorsi ch'egli chiese (modestissimi è vero e domandati in modo che niuno che avesse cuore poteva negarli); ma li accordò anzi con parole tali da commuover lui, che pur diceva non esser più capace di verun sentimento; se la sua vita intiera fu consacrata a la famiglia; se quand'ella morì, nella sua camera fu trovata la seggiolina in cui eran stati seduti tutti i suoi figliuoli bambini, seggiolina che, con atto di tenerezza materna, ella aveva conservata religiosamente per fanti anni; e se infine Monaldo, pur dichiarandosi tanto discorde da lei quanto son lontani fra loro il cielo e la terra, pur credendosi castigato dal cielo nel suo matrimonio contrario al volere della madre, dichiara Adelaide buona moglie, saggia, affettuosa e pia, afferma che ventisei anni di matrimonio non smentirono un momento la condotta irreprensibile ed ammirata da tutti di quella donna forte, intenta solo ai doveri del suo stato, incurante d'ogni piacere od interesse che non fosse quello della famiglia o di Dio; confessa di averle obbligazioni innumerabili e che il _suo ingresso_ nella famiglia Leopardi fu _una vera benedizione_. Monaldo stesso nel suo testamento dichiara Adelaide _la sua amatissima consorte_ ed aggiunge: «Sono poi certo che i miei figli la rispetteranno e obbediranno come loro degna e venerata madre, rammentandosi qualmente essa, non solo è stata l'edificazione e la benedizione della famiglia con la sua costante religione e pietà; ma, con la sua saggia economia, prudenza e giudizio, ha ristaurato il patrimonio domestico dalle percosse dei tempi trascorsi; e se la casa nostra si è conservata in mezzo a tante burrascose vicende, questo è dovuto primieramente alla misericordia di Dio, e poi alle cure, diligenze e fatiche di questa savia, amorosissima donna.»[8]

La sorveglianza instancabile di Adelaide, la sua durezza, dovevano riuscir penose a lei stessa, che soffriva per sè e soffriva forse di far soffrire; ma rimaneva inflessibile, persuasa che questo fosse il suo dovere. A ragione il Finzi crede che una delle principali cause per cui ella e Monaldo rifiutarono sempre di mantener lontano di casa Giacomo, fosse la cura de l'anima di lui, che, secondo loro, lungi da la casa paterna cedeva a malvagi amici e si perdeva.

Come il conte e la contessa non comprendevano i figli, così questi non sempre compresero loro; e Giacomo, che ne' suoi pensieri giudicava l'educazione moderna un formale tradimento ordito da la vecchiezza contro la gioventù, se, com'è probabile, pensava a l'educazione propria, si lasciava sopraffare da l'amarezza: «Non lascia d'esser notabile che tra gli educatori, i quali, se mai persona al mondo, fanno professione di cercare il bene dei prossimi, si trovino tanti che cerchino di privare i loro allievi del maggior bene della vita, che è la giovanezza. Più notabile è, che mai nè padre, nè madre, non che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli un'educazione, che muove da un principio così maligno. La qual cosa farebbe più maraviglia, se già lungamente, per altre cause, il procurare l'abolizione della gioventù, non fosse stata creduta opera meritoria.»

È notevole il giudizio che di Adelaide dà il canonico Avoli:[9] egli la crede donna più di mente che di cuore, di propositi virili, più che di tenerezze materne, pensa che non possa venir giudicata se non severamente nei nostri tempi, e che per averne criterio equo sia «necessario trasportarsi con la memoria a circa un secolo addietro.» Ricorda come appaia naturale che, malgrado la più sincera affezione, l'accordo fra Adelaide e Monaldo non fosse perfetto, poichè l'uno era splendido fino alla prodigalità, l'altra calcolatrice, economa, massaia.

In tutta la vita e in tutta l'opera di Giacomo Leopardi non vi è un riflesso della tenerezza materna; ma in tutta quella nobile vita e in tutto lo splendore di quell'opera risenti l'elevatezza di pensiero, cui il poeta fu educato. Il Michelet diceva che il mondo vive la vita della donna, la quale gli dà due elementi di civiltà, la grazia e la delicatezza, che è un riflesso della purità. La grazia mancò alla contessa Adelaide, alla rigida signora che, dalle fredde nebbie del suo mistico cielo, non sapeva distoglier gli occhi, se non per curarsi della prosperità materiale della famiglia, tanto che «il fine che si era proposto le fece dimenticare che l'immediata felicità dei figli poteva qualche volta anteporsi a la futura.»[10] Ma non le mancò la purezza, la più alta dignità femminile: i figli non si sentirono attratti da l'anima sua, videro però quell'anima sempre candida, quella vita sempre d'una trasparenza assoluta, come d'una gemma che nulla offusca, e ne ritrassero la morale elevazione, ammirabile in tutti e più che mai in Giacomo.

Adelaide Antici ebbe il premio che meritavano i suoi sacrifici: vide tornato pienamente in fiore il patrimonio dei Leopardi, e questo per opera sua, ma quante pene le amareggiarono questa gioia! Pianse, morti in giovane età, il suo Luigi e il suo Pier Francesco; e, quantunque la rassegnazione, ch'ella credeva dovere di donna cristiana, le facesse piegare umilmente il capo ai voleri della Provvidenza, sarebbe ingiusto negare il dolore di questa madre, che ci è dipinta inginocchiata, pregando fra le lagrime nella camera vicina a quella dove stava per spirare l'ultimo figlio rimasto a la sua casa (ultimo se si pensi che Carlo non ne faceva quasi più parte e di più non aveva prole), di questa donna che a l'annunzio de la sventura, cui non sapeva ancora credere, scoppia in violenti singhiozzi e vuol poi prestare ella stessa colle mani tremanti gli estremi uffici al suo caro perduto. Ella vide sola nel mondo la sua Paolina, perdette il marito, due nipoti; e quel Giacomo, che le aveva dato pel primo il nome di madre, fu perduto per lei più che gli altri, morto solo, lontano e senza fede.

Il prof. Filippo Zamboni nel 1847 visitava la casa Leopardi: vide i manoscritti del poeta ed entrò nella camera ove questi era nato: Adelaide, _maestosa nella persona, austera, coi capelli candidissimi_, era ritta in piedi dinanzi ad un gran letto. Accennando ad un ritratto di Giacomo, il professore esclamò con entusiasmo: «Benedetta colei che in te s'incinse!»

Ella, rimasta immobile, levò solo gli occhi al cielo, esclamando: Che Dio gli perdoni! «Dunque la madre di Giacomo Leopardi non lo credeva fra i beati! Non v'è giorno ch'io non ci ripensi ancora con terrore,» scrive lo Zamboni, vinto da la sua commozione. Ma in quella risposta c'è forse tutta l'anima della contessa, co' suoi cupi terrori religiosi, che le amareggiarono le più pure sorgenti de gli umani affetti, che l'agghiacciarono dinanzi a l'immagine d'un Dio di spavento, non di misericordia. «Che Iddio gli perdoni!»; io credo che in queste parole ci fosse un profondo dolore e un amore profondo, un barlume de l'intima tragedia di cui il secreto fu portato nella tomba da l'austera contessa, sdegnosa del mondo.

Ella morì il 2 agosto 1857. Carlo, passate le giovanili intemperanze, dettava per lei una pietosa epigrafe, in cui la chiama «insigne per pietà ed affetto coniugale, mirabile nel ristorare l'economia domestica: con sè avara, premurosissima per la famiglia».

* * *

La critica leopardiana si è affaticata indefessamente a discutere e a ricercar notizie intorno ai genitori del grande Recanatese, ed avida del vero, ha raccolto ogni minuzia, conscia che talora anche le minuzie possono riuscir utili o gradite: tutto quel che ha potuto ha raccolto e narrato: da le piccole malizie cui, per aver danaro ad insaputa della moglie, ricorreva Monaldo, come il vender di nascosto grano o vino d'accordo coi castaldi, il far creder alla contessa d'aver comperato e di dover quindi pagare libri che prendeva invece dalla propria biblioteca per mostrarglieli; a le rampogne di lei per la minima spesa, fosse pur quella d'una maglia di lana, cui ella non avesse prima consentito, ai mantelli dei ragazzi divenuti troppo corti e allungati con _due palmi di pelone_. E pure molto e molto si desidererebbe di conoscere ancora intorno a lei; quanto si sa è forse il peggio, non il buono de l'anima sua, le esteriorità meschine de l'esistenza, piuttosto che l'intima vita. Giacomo, il quale non ignorava affatto come la vera padrona e quindi l'arbitra della sorte dei figli fosse lei, Giacomo, che nella piena del suo dolore si lasciò spesso sfuggire pungentissime parole contro il padre, tacque di Adelaide, in cui non aveva trovato una madre secondo il suo cuore, ma sentiva un'anima vigorosa; sentiva forse nella grandezza del proprio spirito anche qualche cosa che gli veniva da lei.

NOTE.

[1] Vedi F. TRIBOLATI, _Il Leopardi e la sua famiglia_ (nel _Fanfulla della Domenica_, 24 luglio 1881).

[2] Vedi E. COSTA, _Lettere di Paolina Leopardi a Marianna e Anna Brighenti_. (Parma, Battei, 1888; in 16º, di pagg. XIX-308.)

[3] Vedi C. ANTONA TRAVERSI, _Studi su G. Leopardi_. (Napoli, Detken, 1887; in 16º, pagg. VIII-363, pag. 54.)

[4] Vedi _Quattro lettere inedite di Adelaide Leopardi_ pubblicate per nozze Voglia-Ceccaroni da Maria e Leandro Mazzagalli Morotti. (Foligno, Campitelli, 1885; in 16º, di pagg. 11.)

[5] _Lettere scritte da G. Leopardi a' suoi parenti_, edizione curata su gli autografi da G. Piergili. (Firenze, Le Monnier, 1878; in 16º, di pagg. XXVII-304. Lettera di Paolina, 6 ottobre 1825, pag. 131.)

[6] Vedi volume citato alla nota precedente. Lettera di Adelaide, 29 novembre 1822, pagg. 33 e 34.

[7] Vedi C. ANTONA TRAVERSI, _Documenti e notizie intorno alla famiglia Leopardi_. (Firenze, Münster, 1888; in 16º, di pagg. X-382.) (Da le _Memorie inedite di Monaldo_. — Nota del 24 gennaio 1802, pag. 93, volume citato.)

[8] Vedi nel volume citato di C. Antona Traversi, _Testamento di Monaldo Leopardi_, da pag. 179 a pag. 221.

[9] Vedi _Autobiografia di Monaldo Leopardi_, con appendice di A. Avoli. (Roma, Tipografia A. Befani, 1883; in 8º, di pagg. IX-431), da pag. 263 a pag. 269.

[10] Vedi A. D'ANCONA, _La famiglia di G. Leopardi_, nella _Nuova Antologia_, 15 ottobre 1878.

[Illustrazione: FERDINANDA LEOPARDI MELCHIORRI]

FERDINANDA LEOPARDI MELCHIORRI.

Il severo palazzo dei conti Leopardi fu poche volte lieto di così gaie e magnifiche feste come nel 1777; una bimba era nata al conte Giacomo e a la marchesa Virginia Mosca, e con la pompa e lo sfarzo insolito si voleva soprattutto far onor al compare che tenne la piccina a battesimo e da cui ella ebbe il nome, Ferdinando di Borbone duca di Parma, a la corte del quale il marchese Mosca, fratello de la giovane madre, aveva dimorato lungamente.

Dopo Monaldo, il primogenito dei Leopardi, venne al mondo questa piccola Ferdinanda e dopo di lei Vito ed Enea, rimasti tutti in tenerissima età (il maggiore non aveva ancora cinque anni) orfani di padre. Così dopo le feste lietissime suonò sollecita l'ora del lutto per l'antico palazzo, per la giovine signora e pei teneri bambini, fra i quali quella che ne patì di più fu forse la Ferdinanda, intelligente ed affettuosa più che nol comportasse l'età; i ragazzi soffrono spesso ne le avversità quanto non immaginiamo, la loro forza di sentimento pareggia non di rado quella degli adulti, e di più essi non sono abituati a la sventura, la quale li colpisce come qualche cosa di innaturale, di mostruoso.