La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 19
Ne la vita e ne la natura il poeta cerca soltanto un affetto, che risponda a l'ardore che sente in sè; a la vita e a la natura domanda soltanto un'anima che lo ami; ma poichè non la trova, ne la sua stanca desolazione si crede _già stecchito, inaridito come una canna secca_, e morto ad ogni passione, anche_ alla stessa potenza eterna e sovrana dell'amore_; ben poco basta però perchè il suo cuore si risvegli; se non infrequente gli sorrideva la musa, era rievocata ben di spesso da un'immagine femminile. Tra il '21 e il '22 egli scrisse il _Consalvo_, la canzone _Nelle nozze della sorella Paolina_, l'_Ultimo canto di Saffo_ e la canzone _Alla sua donna_.[78]
Il _Consalvo_, benchè pubblicato soltanto nel 1835, fu, secondo ogni probabilità, pensato ed abbozzato nel 1821. Lo inspirò l'ardentissimo desiderio de la pietà femminile; il Leopardi non vi parla in persona propria, ma pone su la scena un uomo amante e una donna pietosa, nel bacio de la quale quegli muore confortato; essenzialmente soggettivo per natura e per la lunga abitudine di vivere ripiegato su sè stesso, per la nessuna conoscenza del mondo, anche qui dipinge sè medesimo: più volte dovette nei suoi migliori momenti, quando la disperazione cedeva ad una dolce malinconia, immaginare il conforto supremo de la pietà di una donna, che illuminasse di luce soave i suoi ultimi momenti; quindi, a ragione nota lo Straccali che non par punto necessario andare a cercare il primo motivo di questo canto fuori de l'anima del poeta.
Si volle vederne le fonti[79] nei Pastorali di Longo Sofista, dove Dorcone morente palesa a Cloe il suo amore e le chiede un bacio; ne l'episodio boccaccesco de la morte di Arcita (Teseide), ne la nona novella de l'Heptaméron di Margherita regina di Navarra, e ne la leggenda di Jaufré Rudel. Il Carducci crede che la pietosa avventura del trovatore provenzale fosse nota al Leopardi e pei famosi versi del Petrarca,
Giuffré Rudel ch'usò la vela e il remo A cercar la sua morte,
versi chiariti anche dai commentatori antichi, e per la storia de la volgar poesia del Crescimbeni. Assai severo si mostrò il Carducci per il _Consalvo_ che a l'opposto è tenuto in gran pregio da lo Zumbini, il quale lo giudica una de le cose più perfette de la nostra poesia.[80]
Qualche cosa del _Sogno_ rimane in questo Canto, dove le figure sono vaghe, sfumate come _specchiati sembianti_. La loquacità rimproverata al protagonista è una reazione al suo lungo silenzio, è il desiderio d'aprire, almeno una volta, a la donna quel cuore che fu sempre chiuso e che tra breve dovrà esser muto per sempre; Consalvo ha col Leopardi il desiderio de la morte, l'abbandono in cui è lasciato, l'esser schivo de la terra, l'amore cocente e timido, l'illusione di trovare ne l'amore una felicità quasi divina e l'abborrimento de la vecchiezza. Se l'immaginazione del poeta non fu sempre felice in questo Canto, vi hanno però immagini assai belle e sentimento sincero espresso con quella semplicità che è uno dei maggiori pregi leopardiani. Si è dubitato che sotto il nome di Elvira si nasconda una donna veramente amata dal poeta, e supposto da alcuni che questa donna sia la Basvecchi, da altri la donna stessa cantata poi col nome di Aspasia; la signora Caterina Pigorini-Beri ed il prof. Odoardo Valio vi supposero[81] adombrata Paolina Ranieri; queste ultime ipotesi cadono se, come appar logico, il Canto si attribuisce a la prima giovinezza del poeta. Solo riguardo a la Ranieri si potrebbe obbiettare che il Leopardi pensasse a lei nel ricorreggere e quasi rifare il Canto negli ultimi anni de la sua vita. Dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava il _Consalvo_, il poeta s'irrigidisce nel suo severo concetto di virtù eroica spartana e, pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima sua resta assorta impassibilmente da la contemplazione di un classico ideale ne la canzone _Per le nozze della sorella Paolina_.
Vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, ma le consuetudini de la famiglia, la severa ritenutezza che toglieva ogni espansione e lo stato d'animo del giovane, il quale nel suo dolore profondo vedeva tutto triste nel presente, e solo ne l'antichità credeva di trovare il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera effusione: non è inspirato da i domestici affetti, ma da l'amor patrio; e la donna, che vi si riflette è la figura classica de l'antica matrona. Qualche cosa di affettuoso vi ha solo ne l'introduzione; è però da notare che sarebbe stato crudele vantar le gioie de l'amore a Paolina, che stava per sposare un uomo non giovane, non piacente, certo non amato da lei: se questo si pensa, apparirà delicato e generoso quel mostrarle i doveri de la maternità e darle coraggio e forza per la dura battaglia de la vita. Tuttavia ne la Canzone vi ha l'alto concetto di ciò che la donna può su l'uomo; se ne la prima parte predomina il sentenziare breve ed austero, ne la seconda il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi; si commuove al loro dolore ed a la loro sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori.
Con l'immagine di Virginia finisce il Canto, lasciando nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna. Evitò un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il popolo italiano per la virtù femminile.
Il _Bruto Minore_ segna pel poeta il confine fra l'età de l'immaginazione e il prevalere de la scienza e de l'esperienza del vero: con Bruto spira quella giovanezza del mondo, che è rimpianta nel Canto _Alla Primavera_. La bella stagione tenta ancora il cuore gelido del poeta, che nel fiore de gli anni esperimenta la vecchiezza, e desta in lui un nuovo palpito, che gli fa chiedere con trepidazione s'egli sia ancora capace d'illusioni, se la natura sia ancora viva; gli risorgono dinanzi le belle immagini de le antiche favole, le candide ninfe che con piedi immortali danzano su le rupi scoscese e ne le selve; Diana cacciatrice, scendente a tergere nel fiume da la polvere e dal sangue i fianchi nivei e le braccia virginee; la driade, che palpita ne la scorza d'una pianta; l'innocente naiade, la quale fa sgorgare l'acqua limpida da la sua urna; Eco solitaria che un doloroso amore cacciò da le sue giovani membra, e che per le grotte e pei nudi scogli ripete al cielo le ambascie e gli alti e rotti lamenti umani. In queste femminili immagini mitologiche il poeta mette una vita che ce lo fa parere un uomo antico, veramente pietoso, veramente amante di esse; tale si crede e, al risveglio, tale si duole di non essere. Ahimè, da che il Cielo è deserto de gli esseri amabili che un dì lo popolavano, egli esclama, il tuono cieco, errando per le nubi e le montagne, spaventa ugualmente innocenti e colpevoli; da che la patria educa le nostre anime malinconiche, restando estranea ad esse, inconscia di esse, tu, o natura, ascolta le nostre cure infelici, il nostro indegno destino e rendi al mio spirito il fuoco de' suoi primi affetti, se pure tu vivi, se havvi cosa alcuna in cielo, in terra o nel mare, non dico pietosa, ma spettatrice almeno de la nostra sorte.
Egli non chiede, non sospira più che l'ardore de' suoi primi affetti, l'illusione, almeno, di trovar un amore, una donna, che gli ridía le gioie de la speranza, se non de la realtà. Pochi sentirono come il Leopardi la potenza e il desiderio de l'amore e poche volte egli medesimo seppe dare a l'impeto de la passione un così delicato velo di tristezza come ne l'_Ultimo Canto di Saffo_. La Saffo del Leopardi non è la storica figura che la tradizione continua a considerare insieme poetessa eccelsa ed amante sventurata, benchè la critica abbia dimostrato due Saffo essere esistite, l'una contemporanea ed emula di Alceo, l'altra più vicina a noi, infelice innamorata di Faone. Il Leopardi non cura di riavvicinarsi nè a la leggenda, nè a la storia, nè ai versi de la poetessa che ci rimangono; egli _intende di rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane_, intende di sfogare il suo proprio dolore e forse di porsi dinanzi, come un caro fantasma, non la figura, ma l'anima de la donna, che avrebbe potuto comprenderlo. Come a Saffo, eran state care e dilettose a lui la notte, la luna, la stella de l'alba; finchè il destino lo colpì, non d'un tremendo amore al par de la giovane greca, ma d'un insoddisfatto bisogno d'amore, più tremendo ancora. Come Saffo, ne la lotta de' suoi disperati affetti, egli sente un insolito gaudio quando per l'aria e pei campi trepidanti si aggirano i polverosi fiotti del vento e rugge il tuono e sfolgora il lampo, mentre le greggie sbigottite fuggono per le valli profonde; il suono e la trionfante collera de le acque su la riva del fiume gli dà un senso gradito, perchè conforme a lo stato de l'animo suo; e pure egli, come la Greca infelice, sente ancora la beltà del cielo divino, de la rorida terra; la sente, ma è una nuova ferita per lui, cui i numi e l'empia sorte non fecero parte alcuna di quell'infinita vaghezza. Ospite vile, dispregiato amante de la natura, anch'egli la guarda invano supplichevole, da che non gli sorridono più le aperte rive dei ruscelli, nè l'albore mattutino sul lembo estremo del cielo; da che non si sente più salutato dal canto dei variopinti uccelli, dal murmure dei faggi; da che il candido ruscello, dove dispiega le acque pure a l'ombra dei curvi salici, par sottrarsi con disdegno al piede di lui. Come Saffo egli prorompe ne le disperate domande: di qual fallo, anzi di quale eccesso nefando mi macchiai prima di venire al mondo, perchè il cielo e la fortuna mi debbano così disdegnare? Qual peccato commisi bambino, quando la vita è ignara del male, perchè poi la mia spregevole esistenza avesse scema la giovanezza e negata ogni gioia? Così prorompe nel dolore, ma tosto lo signoreggia: incaute parole furon le sue, poichè un'arcana volontà determina il destino, e tutto è misterioso fuor che il nostro dolore; progenie trascurata noi nascemmo al pianto, e solo gli Dei ne sanno la ragione. Benchè questo appaia in linguaggio del freddo criterio, che non vuol lasciarsi sopraffare da la passione, ne le frasi brevi e quasi spezzate si sente un affanno che soffoca la voce in un singhiozzo. Il Padre concesse di regnare nel mondo soltanto a la bellezza; imprese virili, sapienza, poesia, non valgono al virtuoso deforme. Tutto qui è amore e dolore, dolore tanto cocente che la catastrofe giunge prevista, quasi aspettata, e la decisione de la morte par esca da le labbra de la poetessa con un sospiro di sollievo: sparse a terra le membra non degne, l'animo ignudo rifuggirà ne gli eterni regni, emendando il fallo crudele del cieco destino. Fin qui Saffo non ha nè pur accennato al suo amore, ma ora, determinata di morire, lascia sfuggirsi il suo secreto ne l'ultimo addio, che rivolge a l'amato, addio altamente patetico in cui parlan solo i sentimenti, che hanno inspirato tutto il Canto e che determinano la morte: affetto e dolore, ma senz'odio, senz'ira.
La più cara fra le immagini che arrisero a la mente del poeta e che gli furon tormento e conforto, l'ideale vagheggiato ne la dolorosa solitudine, rivive nel Canto _A la sua donna_, in cui altri vide un'allegoria de la libertà, altri de la felicità. Il Giordani, nel 1826, fu il primo ad affermare che il poeta nascondesse sotto il nome di _sua donna, gnarus temporum_, la _divina idea di libertà_, e più tardi (1830) chiamava il Canto un «celestiale inno d'amore a la libertà, il sommo di bellezza che si possa sperare da la poesia;» ma il Borgognoni[82] suppone che il Giordani interpretasse così quel Canto per liberare l'amico da l'accusa che facilmente poteva colpirlo in quel tempo, di cantare ideali e fantasie platoniche. Il Leopardi però quando aveva voluto, malgrado i tempi poco propizi, aveva saputo manifestare apertamente i suoi sensi liberali; e ne fanno prova le Canzoni _All'Italia_, _Sul monumento di Dante_, _Nelle nozze della sorella Paolina_.[83] Maggior valore de l'autorità di P. Giordani ha la voce del poeta, che ne l'articolo critico non fa punto supporre d'aver voluto cantare altro che un ideale femminile; e che, se altro si volesse intendere, apparirebbe spesso strano ed oscuro nei versi de la Canzone. L'autore non sa se la sua donna, e così chiamandola mostra di non amare che questa, sia nata fin ora, o debba mai nascere; sa che ora non vive in terra, che noi non siamo suoi contemporanei, e la cerca fra le idee di Platone, ne la luna, nei pianeti del sistema solare, nei sistemi de le stelle.
Come si potrebbe interpretare, pensando a la libertà, il sogno e i campi in cui essa appare, la sua vita ne l'età de l'oro, la sua morte e il trasvolare de l'anima sua tra la gente? E chi sarebbe l'altra, che potrebbe trovarsi pari a lei _al volto, a gli atti, a la favella_, e che _così conforme_ sarebbe tuttavia men bella assai? E certo apparirebbero anche troppo appassionatamente teneri i versi in cui il poeta chiama la vita rallegrata da quella donna _simile a quella che nel cielo indìa_. Come mai il senno eterno potrebbe sdegnare di vestir di sensibili forme quest'idea e farle provar _fra caduche spoglie_ gli affanni di _funerea vita_? Sì che nè l'autorità del Giordani, nè quella del Ranieri, che disse ad un amico aver il poeta intitolato da prima _A la libertà_ questo Canto, nè quella de lo Zerbini che anch'esso volle vedervi adombrata la libertà, valgono a sostenere tale supposizione, accettata tuttavia da molti. Nè pur interamente persuasiva mi par l'altra asserzione che la donna sia la felicità (v. G. Mestica), benchè infine pel poeta l'amore d'una vera _donna_ e la felicità sieno tutt'una cosa. Una osservazione importante è quella fatta da lo Straccali e dal Cesareo, e cioè che la Canzone _A la sua donna_ ne l'edizione del 1824 è posta dopo l'_Inno ai Patriarchi_, ne le edizioni seguenti e ne la definitiva napoletana venne separata dal gruppo de le poesie civili e posta fra quelle filosofiche e amorose.
L'idealità platonica inspira questa Canzone, la quale tuttavia lungi da l'essere una fredda reminiscenza, sorge dal più intimo del cuore di Giacomo. Questi fin da la sua adolescenza aveva sentito vivissimo ne l'animo il desiderio d'amore, e da l'amore aspettava quell'ineffabile felicità che, illuso, credeva possibile ai mortali, ma che gli sfuggiva dinanzi quando più gli pareva d'esserle presso: la Geltrude Cassi, cui può darsi ch'egli pensasse ne lo scrivere i versi:
. . . . . . . . . s'anco pari alcuna Ti fosse al volto, a gli atti, a la favella Saria così conforme assai men bella,
o non si era avveduta del suo affetto o non se n'era curata; la Fattorini era morta; ed altre forse ch'egli ammirava, come la Basvecchi, non lo credettero degno d'un loro sguardo. A lui, tenerissimo ed immaginoso, doveva più che ad altri mai arridere una fantastica sembianza di donna bellissima e virtuosissima, capace di render beata la vita a l'amante; questo fu il solo, vero, costante suo amore; non mentì più tardi, asserendo ad Aspasia di non aver amato lei, ma quella diva ch'ebbe vita soltanto nel suo cuore; di questa ricercava avidamente un'immagine reale ne le donne, che gli furon più care. Ne la Canzone _A la sua donna_ egli ebbe in animo di esaltare quel femminile eterno che da Dante a Goethe arrise ai poeti; avverata, quella sua dilettissima immagine e pienamente conforme a la sua idea, sarebbe tuttavia men bella assai, per questo solo che sarebbe reale e che il suo incanto maggiore è la luce di sogno che l'avvolge, il suo fascino è la lontananza, il mistero, l'essere irraggiungibile, inafferrabile.
Il De Sanctis, lo Zumbini, lo Zanella, il Bonghi, il Sesler, il Borgognoni, il Colagrosso, il Bacci, lo Straccali, il Cesareo, il Della Giovanna, il Fornaciari, ec., interpretano tutti la Canzone _A la sua donna_ come rivolta ad un ideale femminile.
* * *
La monotonia de la vita di Giacomo veniva rotta dal suo primo viaggio a Roma che non gli dava però alcuna di quelle soddisfazioni del cuore, cui egli aspirava. La zia Ferdinanda era morta, le donne ch'egli poteva frequentare gli parevano _bestie femminine_, eccessivamente _frivole e dissipate_, incapaci d'inspirare un _interesse al mondo_. Il teatro lo dilettava, concedendo al suo spirito l'illusione d'un mondo diverso dal reale,[84] e _La donna del lago_, data a l'Argentina ed eseguita da voci assai buone, gli parve una cosa stupenda: «Potrei piangere ancor io se il dono de le lacrime non mi fosse stato sospeso, giacchè mi avvedo pure di non averlo perduto affatto» — scriveva a Carlo a proposito di questo spettacolo (5 febbraio 1823). — Profonda impressione gli faceva il ballo, che gli sembrava comunicasse a le forme femminili un non so che di divino.
Al ritorno a Recanati la sua malinconia si fa più nera. E pure, in tanto sconforto, la grandezza del suo cuore trionfa ed egli ama ancora la virtù. «En vérité, mon cher ami, le monde ne connait point ses véritables intérêts. Je conviendrai, si l'on veut, que la vertu, comme tout ce qui est beau et tout ce qui est grand, ne soit qu'une illusion. Mais si cette illusion était commune, si tous les hommes croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissants, bienfaisants, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, si tout le monde était sensible (car je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu), n'en serait-on pas plus heureux?...»[85]
Poco profonda, benchè non discara, l'impressione che gli restava del viaggio di Milano. Ben altra cosa può dirsi de la dimora del poeta in Bologna: la tenera simpatia per Marianna Brighenti gli rendeva piacevolissime le ore e le serate ch'egli soleva passare in casa de l'avvocato modenese; questo fu il più dolce suo affetto in quella città, poichè a la dolcezza di esso non venne a fondersi alcun sentimento amaro. Poco fortunato egli fu nel suo affetto per Madama Padovani, affetto rimasto fino a poco tempo fa ignoto ai biografi e di cui diede cenno per primo Camillo Antona Traversi[86] ne l'articolo _Gli amori bolognesi di G. Leopardi_, pubblicato nel periodico _Lettere ed Arti_ (Bologna, 15 novembre 1890); notizie maggiori ne diede il dottor Franco Ridella nel suo libro _Una sventura postuma di G. Leopardi_.
Esaminando accuratamente l'Epistolario leopardiano, il Ridella ne ricavò tutto quanto a questo proposito se ne poteva trarre, provando come fosse senza dubbio quella Madama Padovani la _strega_ tanto bella, giovane e graziosa di cui parla il Leopardi ne la lettera 3 luglio 1827 al Papadopoli; ma non riuscì nè a saper chi fosse la Padovani, nè ad averne altrimenti contezza.
Ricercando notizie di questa signora a Modena, dove, secondo afferma il Leopardi stesso, viveva il marito di lei, da documenti e da testimonianze orali seppi ch'ella fu senza dubbio alcuno una Rosa Simonazzi, di Antonio e di Domenica Cavazzuti modenese. Rimasta in assai tenera età orfana di padre, fu educata da la madre insieme al fratello Natale, nato il 17 dicembre 1799. Di diciott'anni a pena, nel 1820, secondo i documenti che si trovano ne l'ufficio di Stato Civile a Modena, fu sposa ad un impiegato modenese, Luigi Padovani di Pellegrino e de la Paola Verzoni, ispettore de la civica illuminazione e discreto suonatore di chitarra, maggiore di lei d'undici anni, onesto, buono, di condizione modestissima, per quanto di poi la Rosa si facesse chiamare _Madama_. Nei primi tempi del matrimonio ella attese a la casa ed ebbe un figlio, Antonio; ma poi, bella, di un brio indiavolato, leggiera, avida di piaceri e di lusso, sentendo lodare la sua voce e la sua naturale disposizione a la musica, tolte a pretesto le condizioni economiche disagiate e la speranza di far fortuna, volle andarsene nel 1826 a Bologna per studiarvi il canto. Aggiungo che per motivi di gelosia fu divisa dal marito; non so precisamente in quale anno avvenisse la separazione, ma ho ragione di credere prima del 1826. A Bologna la Rosa si allogò, dopo aver dimorato qualche tempo in altra casa, presso quel Vincenzo Aliprandi, che era stato tenore al servizio di Napoleone I ed avea cantato molti anni prima anche a Modena ne l'opera semiseria _La Griselda_ di Paer lasciando ottima memoria de l'arte sua e de la voce. In casa di lui (Casa Badini presso il teatro del Corso), già vecchio, ma povero malgrado i suoi trionfi e costretto a tener pensione per vivere, la Rosa si trovò con Giacomo Leopardi. La signora era molto amica de la famiglia Stella, scrivendo a la quale Giacomo spesso la nomina; può darsi anzi che per mezzo de gli Stella egli conoscesse la Padovani, poichè appar certo che la conobbe prima ancora ch'ella andasse ad abitare ne la sua stessa casa; infatti il 26 marzo del 1826 egli scrive ad A. F. Stella: «Debbo fare a Lei e a tutta la sua famiglia i complimenti di Madama Padovani, che abita _ora qui_ ne la mia stessa casa e al mio stesso piano.»
La Padovani era una donna del tipo che inspirò le più ardenti passioni del Recanatese, di cui gli amori tutti ideali e quasi celesti furono rivolti a fanciulle belle, pure e infelici, ma gli amori reali, di natura terrena benchè onesti, ebbero per oggetto donne da le forme giunoniche, da l'aspetto florido, dal portamento regale, da gli occhi luminosi e arditi, superbe e liete come dee de la classica antichità. Tale era Madama Padovani: di statura alta e di forme scultorie, riusciva attraente soprattutto pei grandi occhi vivacissimi, scintillanti di brio, di spensierata allegrezza, di malizia birichina, di mordacità. Orgogliosa de la sua avvenenza, di nulla si compiaceva come d'essere ammirata e adorata, e probabilmente nè anche l'omaggio del giovane contino le riuscì discaro, per quanto ella non comprendesse affatto nè l'ingegno, nè l'animo di lui. Ma ella era troppo lontana moralmente da la donna ch'egli vagheggiava per potergli piacere a lungo: bella, non altro che bella, doveva colpirlo al primo momento, lasciarlo poi disgustato; quali altre cagioni di sdegno per lei ebbe il Leopardi (par certo che ne ebbe), rimane un mistero. Desideroso di farle cosa grata, egli chiese per lei un biglietto, probabilmente per qualche accademia o spettacolo, al conte Carlo Pepoli. Ma fra questa domanda e la risposta del Pepoli qualche cosa dovette accadere che cambiò affatto i sentimenti del Leopardi verso la Padovani; un atto di sprezzo o di dileggio di lei? Non è improbabile, perchè la sua educazione era tutt'altro che fine e perchè l'animo del Leopardi, così dolce e così costante, solo da un'offesa al delicatissimo suo amor proprio poteva così improvvisamente esser mutato.
Al Pepoli infatti scrive ne l'aprile 1826 che lo ringrazia del biglietto che gli ha mandato e de le cure che si è voluto prendere per l'altro biglietto richiestogli e lo prega di non darsi altro pensiero di questa cosa, chè egli non vorrebbe veramente far trasgredire al segretario le sante leggi per proprio piacere. Gli dà, su la Signora, dei ragguagli certamente dimandati da l'altro; e ne le sue parole si sente un accento di poca stima e di poca simpatia; non certo un affetto presente, ma piuttosto un affetto deluso, che ha lasciato soltanto de l'amarezza: «La mia signora è maritata, benchè non abbia qui il marito per la ragion sufficiente che il marito sta a Modena. È distinta per un paio d'occhi che a me paion belli e per una persona che a me e ad alcuni altri è paruta bella. Ma che abbia altre distinzioni non so e non credo. Perciò ti prego a non darti altro pensiero di questa cosa....»
Forse il Pepoli aveva detto che se si fosse trattato di una persona di _grande distinzione_ si sarebbe potuto eccezionalmente ottenere il biglietto.