La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 18
a meno che, come altri suppose, questa non fosse una finzione di Giacomo a lo scopo di meglio nascondere ne' suoi versi la persona che li aveva inspirati. Il sapere la giovinetta gravemente ammalata gli fu cagione di nuove amarezze ed aggiunse a gli abituali suoi malinconici pensieri, altri pensieri più cupi che gli dettarono, nel 1818, la _Canzone per una donna malata di malattia lunga e mortale_, dove non vi hanno le fiamme e i fremiti de le due prime Elegie, ma una tenerezza che induce a dolorosa meditazione, l'accento d'una pietà intensa quanto l'amore; tali specialmente i versi in cui il poeta, quando ascolta taluno recar cattive nuove de l'ammalata, si studia di farsele apparire meno gravi; tali anche quelli in cui va dubitando ch'ella (al par di lui al tempo de l'_Appressamento della morte_) tema di morire; e perduta poi ogni speranza di vederla salva, cerca vanamente intorno a sè un soccorso che la rattenga in vita.
Qualche sentenza («Nostra famiglia alla natura è giuoco») fa già presagire in lui il desolato poeta ch'egli dovrà divenire, ed è ancor vivo il presentimento de la sua propria morte, e il triste timore, ancor più doloroso di quel presentimento, che il tempo, l'esempio, il mondo possano a lui stesso togliere il suo più grande, anzi l'unico tesoro, l'anima sua.
Ella, _che è tanto bianca_, non verrà macchiata da la mota del mondo: muore bella e pura, muore innocente: nè se tale non fosse egli avrebbe saputo amarla, poichè fugge la stessa bellezza che gli è tanto cara, se ad essa non vien compagna la virtù.
Qui non vi ha nel poeta l'adorazione de la bellezza plastica, ma un soave, malinconico vagheggiamento di un'anima giovane, pura, di cui le sventure lo fanno ripensare con minor amarezza al dolore proprio e con fraterna simpatia a la sorte avvenire di lei. Egli si sente grande, ma nel suo pensiero vede lei così semplice, così vera figlia de la natura, che gli appare divina: vorrebbe tenderle le braccia e sorreggerla, ella apre le ali candide e s'innalza ne l'azzurro. È debole, malata, ne' begli occhi vi è una tristezza profonda, chi sa che cosa sente, che cosa sogna? Egli, bevendo quasi i pensieri che crede veder riflessi in quel puro sguardo, si eleva a le più alte regioni de l'anima. La stessa Fattorini è la gentile immagine del _Sogno_; rivedendola morta, il poeta le parla teneramente del suo affetto, vuol sapere da lo spirito quello che da la persona non seppe: s'ella ebbe pietà di lui, e gode di una malinconica gioia e si esalta, sentendo ch'ella gli fu compassionevole ed affettuosa. Ancorchè ella lo avesse amato, come nota il Mestica, la povera giovanetta doveva tremare a l'idea che il conte Monaldo potesse saperne qualche cosa.
Nel _Sogno_ vediamo piuttosto l'abile imitatore del Petrarca che il vero artista. Non vi mancano versi originali e belli: tale è l'immagine de la donna, che con atto materno pone, sospirando, la mano sul capo del giovane; tale il ricordo di quel flore di gioventù, appassito nel pieno rigoglio. Ritornano vari pensieri de l'_Appressamento della morte_: così quello de lo sconforto che apporta la prossima fine ai giovani i quali hanno ancora intatte le loro speranze:
All'immatura sapienza il cieco Dolor prevale. . . . . . . . .
E quel paragonare la sua giovanezza a la vecchiaia, da cui poco discorda, richiama parecchie frasi de l'_Epistolario_, e fra le altre quella con cui Giacomo afferma d'aver sempre condotto una vita _quale non si richiederebbe da un cappuccino di settant'anni_; il che è prova de la sincerità del suo affetto, anche in questo componimento d'imitazione.
Qualche tratto rivela lo scetticismo sempre maggiore, quantunque ne l'insieme questo e gli altri idilli abbian un'intonazione piuttosto triste che scettica. Ed un'ultima osservazione ricorre qui opportuna: se, come si può considerar sicuro, la donna del _Sogno_ è la Fattorini, abbiamo qui la prova che il Leopardi ebbe per lei un vero, benchè calmo affetto, piuttosto che una fantastica simpatia, poichè la dolce apparizione dice al poeta:
. . . . già ruppe il fato La fe' che mi giurasti;
sia pure che questa fede fosse stata giurata solo ne l'intimo, essa denota un amore reale.
Un anno a presso, nel 1819, rievocando il ricordo de la soave fanciulla perduta, il poeta scriveva la canzonetta _Per morte di donna amata_, dove, quantunque il motivo sia petrarchesco, vi ha tanta grazia e tanta dolcezza di inspirazione e così squisita musicalità, e dove il poeta ritrova l'immagine de la _candida fanciulla_ in una _betulla candida_, separata da le altre.
Le soavi strofette imitate da Carlo Pepoli diedero al Bellini l'inspirazione de la stupenda melodia dei _Puritani_:
Qui la voce sua soave,
melodia che doveva commuovere dolcemente il grande Recanatese, amante de la musica e soprattutto di quella appassionata del Bellini.
De la Cassi, non molti anni dopo averla amata, il poeta rivedendola a Pesaro, scriveva con un'indifferenza, non forse scevra d'ironia, d'averla trovata più grassa e florida che mai; ma il ricordo de la Fattorini doveva rimanergli invece come cosa sacra ne l'anima, affetto che il tempo ravvivava e ingentiliva, tanto più che l'immagine bella de la Teresa richiamava a lo spirito di lui la giovanezza e le care illusioni, sole vere gioie de la sua vita.
Nei _Detti Memorabili di Filippo Ottonieri_ egli ripensava certo a la tessitrice, quando scriveva che il perdere una cara persona per via di qualche accidente repentino è meno doloroso che il vedersela distruggere a poco a poco da una lenta malattia da cui, prima ancora che spenta, sia mutata di corpo e d'anima; cosa senza fine amara, poichè violentemente ci cancella dal pensiero tutti gl'inganni de l'amore e fa perdere la diletta intieramente, chè l'immagine stessa di lei non arreca più conforto, bensì tristezza. E pure dieci anni ancora dopo la morte di Teresa, egli la vedeva nitida e fulgente nel suo pensiero, e ne fissò il profilo come in un quadro incantevole nei versi de la Canzone _A Silvia_, scritta a Pisa in un periodo di quiete tranquilla, feconda di sogni e di poetici ricordi. Silvia è sorella di certe dolci femminili figure virgiliane ed omeriche, ma è tutt'altro che una reminiscenza classica, è un ritratto di una realtà, d'un'evidenza meravigliosa. La giovanetta da gli occhi ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa, percorre con la mano veloce la tela e, immaginando un vago avvenire, riempie del suo canto le quiete stanze e le vie d'intorno, mentre, come la Laura petrarchesca sotto la pioggia di fiori cadente da l'albero, umile continua intenta l'opera femminile, sotto la diffusa luce del maggio, il riso del cielo sereno. Col rimpianto de la fanciulla perduta, il poeta risente più amaro lo sconforto dei soavi perduti pensieri, de le morte speranze; nel cantare Silvia egli risente in sè _quel suo cuore d'una volta_. Non dimenticò mai la bruna popolana, e, se il canto di una tessitrice solitaria sempre lo commosse, gli è certo che in ogni solinga laboriosa fanciulla, egli rivedeva col pensiero l'immagine adombrata de la candida Teresa.
* * *
Ne la prima gioventù esteriormente monotona e fredda, ma alta e quasi eroica nel pensiero e ne l'affetto, le prime immagini di donne reali che il Leopardi contemplò con amore, furon quelle che davano vita dinanzi a lui a le belle figure rimastegli fisse ne l'animo dopo le sue profonde e appassionate letture dei classici: la Cassi doveva parergli una dea de l'Olimpo greco, la Fattorini somigliava a la Circe di Virgilio, che canta e lavora. Quanto fu scritto intorno a la donna e a l'amore, e particolarmente da gli antichi, più consuoni a lui per semplicità e nobiltà di sentimento, lo attraeva, quasi gli permettesse uno sguardo almeno in quel mondo femminile ignorato, ch'era tutto il suo sogno. La Crestomazia da lui raccolta più tardi, quantunque intesa a dare specialmente ai giovani esempi letterari da imitarsi, rivela questa tendenza del suo spirito pel gran numero di componimenti amorosi che vi sono accolti.
Il Leopardi (1823) si compiacque di tradurre la satira di Simonide _Sopra le donne_; ed egli che tante donne aveva guardato con disdegno e disgusto, pur mantenendo intatta ne l'anima l'ideale imagine d'un'eletta, doveva consentire col Greco nel disprezzo de le sciocche e de le vane e ne l'alta ammirazione di quella che _all'ape è somiglievole_, ne l'invidia di quel _beato_, che l'ottiene e vede con lei _prosperare la mortal vita_. Ricordo ancora com'egli volgarizzasse, facendola precedere da un suo discorso originale, l'orazione di Gemisto Pletone in morte de l'imperatrice Elena Paleologina. La donna immaginata gli appariva sempre sotto forme maestose e belle; fosse la madre, conducente i figli, come ad un'ara, a le tombe de gli eroi, e accennante le belle orme del sangue versato per la patria; fosse la donna romanamente forte, che elegge i figli piuttosto miseri che codardi; fosse la giovanetta sposa greca, che cinge il fido brando al lato del suo caro o spande le nere chiome sul corpo esangue e ignudo di lui, riedente su lo scudo conservato; o Virginia bellissima e pura, che volentieri dà la vita per la patria.
Con tali immagini ne l'animo è naturale ch'egli sdegnasse le Recanatesi, le quali a la lor volta non lo curavano punto e forse lo schernivano; è naturale ch'egli le trovasse poco più, o un poco meno ricche di quel che la natura avea dato loro, e che la società del suo paese lo facesse dar indietro a prima giunta. Egli, come il suo _passero solitario_, non curava nè sollazzo, nè riso, nè amore; sfuggiva la gioventù riversantesi la festa ne le vie per mirare ed esser mirata, e godeva d'uscire ne la rimota campagna e contemplar mestamente il sole al tramonto. Amore era già lungi dal suo petto così caldo un giorno, _anzi rovente_; pure incontrando pei campi una vaga fanciulla, ascoltando ne la placida quiete di una notte estiva il canto d'una giovanetta intenta al lavoro ne le stanze romite, il suo cuore si muoveva a palpitare. Il ricordo di Teresa gli rendeva cara, come immagine vivente de la perduta, un'altra povera e gentile tessitrice, tisica anch'essa, anch'essa dimorante vicina a lui, che poteva vederla da le finestre di casa sua ed ascoltarne la voce, la Maria Belardinelli, una bionda, candida, soave e signorile nei modi essa pure, in cui altri volle riconoscere la Nerina de le _Ricordanze_.
L'episodio di Nerina che rivive nei ricordi del poeta molti anni più tardi, è un idillio gentile: gli risorge dinanzi la fanciulla da gli occhi giovanilmente soavi, appoggiata a la finestra in colloquio al giovanetto suo vicino, che impallidisce ancora, ricordando la voce di cui ogni lontano accento lo faceva tremare. L'immagine de la morta gli si ripresenta come figura principale d'ogni lieto quadro ch'egli vede, e divien per lui il simbolo de la giovinezza e de la speranza. Se pure Silvia e Nerina non sono la stessa persona (e la questione molto discussa non è forse ancora decisamente risolta), son fuse ne l'anima del poeta in una soavissima idea d'amore, di giovanezza e di sventura. Silvia e Nerina sono la donna ch'egli amò con l'anima senza alcun materiale desiderio, la donna che sola gli pareva degna _di un fuoco intaminato e puro_: giovane, onesta, bella, altera e dolce insieme, la donna che in elette forme accogliesse un'anima simile a quella ch'egli sentiva in sè, la donna ne la quale per lui si convergevano tutti i raggi de la bellezza e de la felicità umana: essa la primavera, essa la gioventù, essa la speranza, essa l'amore, essa la morte. Tutta la spiritualità del poeta si rivela in questi suoi versi d'amore: la graziosa giovanetta che gli ha sorriso un giorno, ha fatto battere il suo cuore d'un palpito che non si estinse più interamente, perchè la bella immagine femminile divenne per lui un alto ideale, l'amore stesso fatto persona, a lo sparire del quale tutto sparisce e si oscura; la tomba de la giovane racchiude tutto quel che di desiderabile ha il mondo, e il fantasma che di tratto in tratto risorge da quella tomba ha ancora tanta vita e tanta luce che nulla è degno di essergli paragonato. La bella stagione sempre rinnovava nel Leopardi col desiderio de la vita, dei diletti del cuore, de la contemplazione de la bellezza, l'immagine di Silvia e di Nerina, ed egli non ebbe mai un giorno lieto o solo tranquillo, in cui, col ricordo caro fra tutti de la giovinezza, non si ravvivasse quella memoria sacra per lui; ancora a Napoli, quando col Ranieri saliva a piedi a passeggiare su i colli e udiva il canto de le tessitrici intente al telaio, egli ristava ad ascoltare muto, commosso.
Dopo la tentata fuga, caduto in un periodo di torpore in cui nè pur le pene morali venivan più a _consolarlo_, condannato a l'ozio da i suoi mali, lacerato da la noia, come da un dolor gravissimo, gli pareva di non intender più nè pure i nomi d'amicizia e d'amore, e solo lo scuoteva la pietà di qualche cuore gentile. Era già formato in lui quel concetto che inspirò poi tutta l'opera sua: non havvi felicità su la terra, non havvi gioia, non consolazione reale, ma conforto unico rimastoci è la giovanile speranza, o meglio quell'illusione che nasce da l'inesperienza de l'uomo e che si personifica ne la giovinetta ingenua e sognante, destinata a una morte precoce. Una emanazione di questi sogni mi pare tutto il gruppo de gl'Idilli in cui domina una tristezza pura e serena, come di tacito plenilunio (salvo gli accenti disperati e cupi de _La sera del dì di festa_): domina il sentimento de la natura e vi ha l'anima stessa del poeta ne l'anima de le cose, le quali, tuttochè di una realtà evidente, hanno un'alta idealità d'espressione; tale quel _Passero solitario_ che su la vetta de la torre antica va cantando a la campagna, finchè non muore il giorno e l'armonia erra per la valle esultante ne la primavera, quel passero che, mentre gli altri augelli contenti fanno a gara insieme mille giri per il libero cielo, festeggiando la loro gioventù, pensoso e in disparte mira il tutto, nè gl'importa di spassi e d'allegria, canta, e passa così il più bel fiore de l'anno e de la sua vita, quantunque ricordi il
Passer mai solitario in alcun tetto
e il
Vago augelletto che cantando vai
del Petrarca, è immagine perfettamente reale. Invero il Mestica seppe da chi ancora se ne ricordava in Recanati, che un passero solitario stava spesso ai tempi di Giacomo ed anche di poi, su la croce in cima al cono del campanile di Sant'Agostino, il più antico del borgo. Ma questo passero, che il poeta cercò spesso con gli occhi ammalati in alto su la torre in mezzo al sole di primavera, che ascoltò con l'animo intenerito, diviene un amico e un fratello per lui, che passa, senza divertimenti, solitario, la sua giovinezza ricca unicamente d'un conforto e d'una gioia, quella del canto: sentimento, amore, vita per lui. E al cielo sereno, ove gli uccelli garrendo lietamente intrecciano i loro voli e dove s'alza la punta di quel campanile che ricetta il piccolo poeta alato ne la sua solitudine triste, fa riscontro la immagine, ammirabilmente nitida del borgo al tramonto, in cui risuonano le campane e le allegre scariche di fucile, mentre da le case si spande ne le vie la gioventù vestita a festa, lieta di vedere e d'essere veduta. Come il passero, anche il poeta se ne sta solitario ne la remota campagna, o percorre a lenti passi la sua passeggiata favorita sul monte Tabor. Ma il pensiero che non tormenta l'uccello, tormenta l'uomo e gli guasta quella malinconia così dolce, quantunque non scevra di desiderio e di rimpianto, con la visione di un avvenire non rallegrato più nè pur da la luce de gli affetti; d'un avvenire in cui si farà cocente il rammarico dei godimenti giovanili non gustati e perduti per sempre. La calda anima del poeta par che si sopisca ne l'altissima quiete del lago al meriggio, ne la pace infinita e nel silenzio.
Al Giordani, com'è noto, il Leopardi scriveva non parergli più d'esser capace di amicizia, nè d'amore; ma mentre nega l'amore e le giovanili illusioni, le sente più soavi che mai. Il mondo è un paradiso a lo sguardo dei giovani, cui il cuore balza di speranze e di desiderio, cui la vita appare come una danza o un giuoco: ah! troppo brevi furono questi dolci errori pel poeta; quand'egli s'accorse di amare, _il viver suo fortuna avea già rotto_, chè la sua salute era perduta, la deformità sopravvenutagli ne' suoi migliori anni, insieme a la precoce esperienza de la vita, l'avevan fatto misero per sempre. Il suo cuore è di sasso, tace e resta quasi sempre immerso in un ferreo sopore, estraneo ad ogni moto soave; nondimeno il volto d'una fanciulla basta a commuoverlo e a ridestargli un canto ne l'anima. Canta e ritorna continuamente a sè, persuaso «che le scritture e i luoghi più eloquenti sieno dov'altri parla di sè medesimo ...... Perchè quegli che parla di sè medesimo non ha tempo, nè voglia di fare il sofista, e cercar luoghi comuni, chè allora ogni vena più scarsa mette acqua che basta, e lo scrittore cava tutto da sè, non lo deriva da lontano, sicchè riesce spontaneo ed accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente; nè lo studio lo può raffreddare, ma conformare e abbellire.»[76] Questo provano i versi stessi co' quali il Canto si chiude mirabilmente nel proposito ch'egli fa a sè stesso o ne la certezza ch'egli esprime d'amare la solitudine dei boschi e de le verdi rive, nel desiderio non di felicità e nè pur di pace, ma di _lena e cuore a sospirare_.
Ne _La sera del dì di festa_, il poeta ricorre col pensiero ad una donna di cui _pe' balconi rara traluce la notturna lampa_, mentr'ella dorme ne le chete stanze non tormentata da cura nessuna, ignara de l'amore che ha acceso. Secondo il Mestica, in questa donna si dovrebbe riconoscere la marchesina Serafina Basvecchi di Recanati, sorellastra di Giacomo; e _La sera del dì di festa_, sarebbe l'ultimo fra gl'Idilli, perchè «è ragionevole supporre che questo amore che si confessa tanto forte, abbia avuto qualche giorno di vita, e che non siasi spento alla maniera di un fuoco fatuo, lasciando subito ghiaccio nel cuore del poeta.»[77] Appar probabile che Giacomo vagheggiasse la Basvecchi, tanto più che qualche tempo dopo Paolina, annunziandogli il fidanzamento di lei, la chiama _la tua Serafina_. Pure non riesce altrettanto chiaro che tale affetto fosse profondo e durevole: questa stessa poesia, che rivela un animo fortemente agitato, non si può dire tutta infiammata da una veemente passione; il poeta è sconvolto piuttosto da una tempesta di dolore che d'amore. L'antitesi fra la pace de la natura e la disperazione di lui è il motivo fondamentale e si palesa persino ne l'armonia del verso; l'idillio si alterna con la tragedia. La notte è dolce e chiara, la luna queta posa in mezzo a gli orti e il profilo nitido de le montagne si rivela nel sereno; la donna riposa ne la dimora tranquilla e i sogni le riportano a la mente grati ricordi, ma v'è un'anima lì presso che confronta, quasi inconsciamente, quella dolcezza e quella pace col suo dolore; v'è un uomo, di cui gli occhi non brillarono mai se non di pianto e che disperato si getta per terra e invoca la morte e grida e freme. Passa un artigiano, che ha vegliato divertendosi e ritorna a casa cantando. Il giorno festivo è finito e, com'esso, tutto finisce e scompare. Quel giovane disperato e fremente divien pensoso: la sua mente, dimentica del proprio dolore, considera l'umanità intiera, la fugacità d'ogni grandezza, d'ogni cosa, e dopo aver contemplato un momento l'immensa scena del grande impero di Roma,
. . . . . . . . e l'armi e il fragorío Che n'andò per la terra e l'Oceáno,
risente (ed esprime ne l'armonia del verso) la pace ed il silenzio in cui tutto posa il mondo, dove di quella rumorosa gloria non rimane più nè pur una debole eco. Il canto si perde, allontanandosi pe' sentieri, ed il Leopardi, con un rapido ritorno su sè stesso, rammenta come fanciullo ne le sere del dì festivo, vegliando dolorosamente nel suo letto, a tarda notte sentiva stringersi il cuore ne l'ascoltare una simile voce melodiosa perdersi lontano. Il poeta de gl'Idilli è già il poeta del dolore, ma di un dolore tutto giovanile, ora agitato da la veemenza de la passione, ora allietato da la dolcezza de la speranza, qua ruggente come in un grido di rivolta, là mite come in un sospiro. Solitario vive con la natura, di cui i paesaggi, le scene, le immagini, formano tutto il suo mondo reale: la natura è l'amica sua, la sua confidente. Vi ha in questo gruppo di canti qualche cosa di romantico, come notò il Finzi, e ne la rappresentazione de la natura e nel sentimento tenero e malinconico; certo, limati e condotti a vera finezza estetica e perfezione di stile più tardi, serbano tuttavia il profumo, la grazia e la freschezza giovanile. Il poeta ha ritrovato sè stesso e, ne la sincerità de la sua inspirazione, il dolore contenuto, gl'impeti de la giovanezza avida d'amore, ricca d'alte aspirazioni, di nobili sogni, ma sfiorente ne la malattia, ne la noia, ne la solitudine, la dolcezza dei ricordi d'infanzia e d'adolescenza così vicini e già così lontani, tutto diviene poesia.
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Per Giacomo Leopardi la donna era sempre, anche colpevole, un oggetto di reverente pietà, era il fiore, che, caduto dal suo cespo nel fango, fa rimpiangere la freschezza e la grazia che ha perduto, ma di cui gli resta un lieve profumo. Nel 1820 il poeta aveva già scritto quella Canzone _Sullo strazio di una giovane_ di cui bastò il titolo a mandare in furia il conte Monaldo, che v'immaginava _chi sa quali sozzure_. Un fatto vero e accaduto ne le Marche aveva dato inspirazione al Canto: un seduttore per opera del chirurgo aveva fatto uccidere col figlio nascituro la fanciulla, che già aveva amata.
La Canzone rimane tuttora ignota, ma un pensiero incluso fra i ricordi giovanili del poeta, editi per la prima volta nel 1863 da la _Rivista Italiana_, ci dà qualche idea dei sentimenti che la inspirarono: l'autore si propone di scrivere _una poesia di qualsivoglia sorta sul Primo delitto o la vergine guasta_; pensa di prender qualche cosa da Orazio, od. 27, lib. III, _dove con molta verità esprime sommariamente i concetti di una fanciulla in quello stato_; gli par soprattutto degno d'osservazione il desiderio de la morte ed il coraggio proveniente dal rimorso, che fa bramare in quel momento anche a una timida fanciulla _di essere stata piuttosto tagliata a pezzi_. Se giudichiamo dal come il Leopardi teneva cara quella canzone, dobbiamo credere che essa fosse di un sentimento e di una delicatezza notevoli; infatti quando il Brighenti per accontentare Monaldo e dissuader Giacomo dal pubblicarla, mostrava di non vedervi gran pregio, il giovane gli rispondeva, evidentemente offeso: «Il mio povero giudizio e l'esperienze fatte di quella Canzone sopra donne e persone non letterate, seconda il mio costume, e riuscitemi assai più felicemente delle altre, mi avevano persuaso del contrario.» E alle rimostranze del Brighenti, Giacomo a sua volta si scusava, dichiarandosi deferentissimo al giudizio degli amici, ma aggiungendo che, per parlare schiettamente, aveva per quella Canzone _Sullo strazio_ un certo particolare affetto, come cosa che gli era venuta dal cuore. Egli non poteva rimaner indifferente a le sventure d'una donna giovane, bella, amante, tale da parergli degna d'esser felice; e se con tanta commozione, sempre anche ne gli ultimi suoi anni, considerò la sorte de le giovani vite femminili troncate, o minacciate da la morte, con commozione assai maggiore doveva aver meditato su la tragica fine de la giovane marchigiana.