La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 17

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Tutto il patrimonio (di 720,000 lire circa) lasciò il Ranieri al Monte della Misericordia di Napoli, perchè con esso venisse formata una _Confidenza_ o _Monte Paolina Ranieri_, avente per iscopo la fondazione di un ospedale pei bimbi e le bimbe o per le sole fanciulle dai tre ai dodici anni, ospedale che dovrà intitolarsi pure al nome di Paolina.

* * *

Due anni dopo la morte de la sorella, Antonio Ranieri pubblicava i _Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi_; io credo che se la sua gentile Paolina fosse vissuta, i consigli di lei avrebbero potuto, quel che non poterono le parole del fratello Giuseppe, dissuader l'autore dal dare al pubblico il disgraziato libro, il quale non menoma punto l'ammirazione, accrescendo la pietà pel poeta di Silvia e di Nerina, ma offusca quel raro esempio d'amicizia che gl'Italiani erano ormai abituati a venerare. Forse Antonio non avrebbe nè pure scritto quel libro, mentre gli stava a fianco la pia, cui da la sovrana infelicità del Leopardi non era venuto alcun senso di repugnanza, di egoistica sofferenza propria, ma che sentì invece con l'ammirazione per quel grande spirito, il bisogno gentile di alleviarne gl'immensi mali, l'attrattiva che avvince la _donna vera_ a chi soffre.

NOTE.

[59] Vedi Dr. FRANCO RIDELLA, _Una sventura postuma dl G. L._ Studio di critica biografica. (Torino, Carlo Clausen, 1897, in 8º, di pagg. XII-512.) È noto come a l'apparire del _Sodalizio_ trattarono de la questione Leopardi-Ranieri critici insigni quali A. D'Ancona, D. Gnoli, F. D'Ovidio, R. Schöner, ec.; ora, pubblicato il libro del Ridella, la questione fu ridesta, e se ne occuparono fra gli altri il De Gubernatis ne la _Vita Italiana_, il D'Ovidio ne la _Nuova Antologia_, L. A. Villari nel _Fortunio_ di Napoli, il Barbiera ne l'_Illustrazione Italiana_ e moltissimi altri.

[60] Vedi lettera a Paolina Leopardi 26 giugno 1832, a pag. 194, de l'_Epistolario di G. L._, vol. II, ediz. cit.

[61] Vedi a pag. 222 e 223 de l'_Appendice a l'Epistolario e a gli scritti giovanili di G. L._ il proemio a la canzone giovanile «Per una donna malata di malattia lunga e mortale.»

[62] Vedi O. VALIO, _La suora di carità di G. L._ Evocazione, pagg. 18 e 19. (Acerra, Tipografia di Francesco Fiore, 1896, opusc. in 24º, di pagg. 20.)

[63] Vedi Dr. FRANCO RIDELLA, _Una sventura postuma di G. L._, pag. 503.

[64] Vedi a pag. 301 del volume _Prose morali di G. L._, commentate da Ildebrando Della Giovanna, il pensiero IV.

[65] Diversamente in certi particolari narrò la fine del Leopardi il Ranieri ne la sua lezione su _Enrico Alvino_, da pag. 251 a pag. 257 del volume _Scritti varii di Antonio Ranieri_, vol. I. (Napoli, Morano, 1879, in 16º, di pagg. 322.)

[66] Vedi _Parole di A. Ranieri a l'Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti per la morte della sorella Paolina_, recitate nella tornata dei 5 di novembre 1878, dal collega segretario Giulio Minervini, pag. 6. (Napoli, 1878.)

[67] Questo medaglione di Paolina Ranieri era già stato riprodotto pel presente volume, quando dal prof. A. De Gennaro Ferrigni ebbi notizia di una miniatura de la Ranieri, che doveva trovarsi in un prezioso album, già appartenente a la chiara gentildonna Lucia De Thomasis.

L'egregio signor cav. A. De Thomasis di Chieti con somma gentilezza acconsentì a far ricerca di questa miniatura, ch'era andata smarrita, e trovatala, me ne favorì una riproduzione, da la quale fu tolto il medaglione che precede questo studio.

[Illustrazione: _Geltrude Cassi Lazzari_]

LA DONNA NELLA VITA E NELLE OPERE DI G. LEOPARDI.

La donna ha sempre un'azione importantissima su la vita de l'uomo; il cuore di lui nei generosi affetti come nei tristi, ne le azioni eroiche come ne le volgari, ne la gioia come nel dolore, risente l'efficacia del cuore femminile; e non soltanto ciò ch'egli ama, spesso ancora ciò che è, ciò che può, che sa e che fa è opera in buona parte d'una donna. Perciò non è certo senza interesse, nè senza importanza ne la storia di un grande ingegno il vedere quali donne egli ebbe care, quale influenza esse esercitarono su di lui, che cosa egli pensò di quelle donne in particolare e de la donna in generale. Se questo può dirsi di quasi tutti i grandi, a ben maggior ragione si può affermare di Giacomo Leopardi, di cui tutta la vita e tutta l'arte si compendiano in un'alta e vana aspirazione a la donna e a l'amore.

Ne la casa paterna la sua infanzia passò in una rigidezza quasi ascetica, ma anche l'aria stessa ch'egli respirava, per dir così, era di una purezza altamente educatrice: severissima, la madre non gl'inspirava tenerezza, ma certo gli appariva, più che degna di un timoroso rispetto, figura austera e dignitosa; affettuosissime le nonne e, più che mai, la sorella Paolina ch'egli prediligeva e che sempre ebbe cara. Nei giuochi infantili l'orgoglio prevaleva a l'affetto, ed il trionfo ne le finte battaglie romane, il primeggiare in tutto rendeva felice quel vivace Giacomo, cui il vestito nero da abatino non temperava lo spirito battagliero, nè la monotona severità de la casa spegneva il fuoco de la fantasia. Ne le ore de lo studio e de la conversazione egli era il fanciullo obbediente e forzatamente quieto, ne la libertà dei giuochi venivano svolgendosi in lui l'immaginazione vivacissima, creatrice di mondi tutti suoi, l'insaziabile desiderio di lode e lo scherno contro chi ardiva opporglisi. Ma e ne lo studio e nei trastulli la compagnia di Paolina metteva una nota di gentilezza e d'affetto che quei fieri ragazzi non avvertivano forse, ma che influiva grandemente su l'animo loro. Giacomo non era di continuo un fanciullo turbolento; ne le notti estive, solo ne la camera buia, di cui le persiane eran chiuse, egli ascoltava battere le ore a l'orologio di piazza, sentendosi rinfrancare da quel suono, e, vedendo dissipate le immagini paurose che gli si affollavano d'intorno ne l'oscurità, gli entrava in cuore uno strano sentimento di dolcezza, simile a quello che provava la sera, quando da le finestre de la sua stanza, che davano sul giardino paterno, egli contemplava le stelle, sentendo già un poetico commovimento, un'ineffabile soavità, dinanzi a l'infinito stellato. L'irrequieto, il prepotente Giacomo aveva allora dei momenti pensosi di tenerezza, nei quali, in potenza se non in realtà, egli era già poeta. Ne la severità de la famiglia questa tenerezza si volgeva specialmente a la pietà religiosa, di cui i suoi lavori fanciulleschi e d'adolescente attestano il fervore.

Quand'egli scriveva la tragedia _Pompeo in Egitto_, la donna per lui non era ancora, nè poteva essere, che madre o sorella; egli pone in scena uomini soli, non osando o sdegnando porvi una donna; tanto più che Cleopatra avrebbe dovuto esser dipinta ne' suoi amori con Cesare, e Cornelia veniva naturalmente esclusa dal disegno de la tragedia, che finisce con la morte di Pompeo, dopo la quale soltanto essa avrebbe acquistato importanza e interesse. Ma ne l'aspirazione a grandi cose, ne l'entusiasmo pel valore, per la virtù, nel fuoco di parecchi versi si sente già un cuore appassionato

. . . . . . . . . . non vien meno In questo cuore il marzial coraggio, Il romano valore, io son Pompeo. . . . . . . . . . . . . . . Pompeo Non sa che sia timor: se vinto ei cade, Colpa del fato è sol, non di viltade.

Quest'ardore di Giacomo si calmava sui libri, che erano divenuti una vera passione per lui e che precocemente maturavano il suo spirito; ne le spoglie de l'erudito che legge, ricerca, annota, cita, freddo e accurato, veniva nascondendosi il poeta, ma non così che il fuoco de l'anima non scintillasse ancora qualche volta, anche nei lavori più gravi. Il bisogno di sognare e l'aspirazione a qualche cosa di grande, di lontano e di sommamente desiderabile, si compendiavano ne la sete di gloria: non aveva mai potuto soffrire alcun disprezzo, «sdegnavasi fortemente e piangeva se alcuno della famiglia cedeva in cose d'onore»,[68] e godeva infinitamente de' suoi primi trionfi negli studi, nè punto pareva repugnare al sacerdozio. Da un lato, fanciullo ancora, non provava l'ardente brama di vita e d'amore che si risvegliò poi in lui; da l'altro, la sua fede era così profonda, che Paolina molti anni più tardi non poteva persuadersi de la irreligiosità di lui ed esclamava: «E non avevamo da piccoli giuocato insieme a l'altarino? Ed esso era tanto religioso che era divenuto pieno di scrupoli!»[69] Questa fede, che si rivela negli studi da lui impresi per facilitare forse il principio de la sua carriera ecclesiastica, e soprattutto nel _Saggio sopra gli errori popolari degli antichi_, era un trasporto d'affetto «verso quell'Essere, che non si può conoscere senza amare e non si può vivere senza conoscere»;[70] e nel suo cuore si accoppiava a sentimenti di dolcezza, di tenerezza, che, ne le meditazioni commosse, gli davan momenti d'estasi in cui egli si sentiva quasi innalzare verso l'amore infinito. Malgrado ciò, egli rimaneva pago abbastanza de' suoi studi eruditi e del mondo in cui viveva; non aveva provato bisogno o desiderio di conoscere la vita in una cerchia più estesa di quella de la sua famiglia e del suo paese; e, se pure qualche idea scettica o triste l'aveva preso, era rivolta più che a quanto lo attorniava, al mondo in generale. Ma ora egli si ridesta; da la sua biblioteca tende l'orecchio ai rumori del mondo, sente un grande ignoto fuor di quel suo refugio, e quell'ignoto lo attrae; il fanciullo comincia a divenir uomo. Primo inizio di questa trasformazione fu quella ch'egli stesso chiamò la sua _conversione letteraria_; come un ragazzo che incominci a considerarsi e a voler essere considerato un giovanotto, si vergogna d'esser stato trasandato ne le vesti e le cura, quasi con ricercatezza, così il Leopardi, che visse tutto ne la vita de lo spirito, non si accontenta più de l'erudizione, vuole altresì la bellezza e lo splendore de la forma e de l'arte; la fantasia e il sentimento, a lungo compressi, provano imperiosa la necessità di espandersi, ed egli comprende che solo una forma eminentemente artistica può esser degna veste del suo pensiero. Ora non ispende più lunghe fatiche sopra autori secondari, ma ricerca e vuole il bello ne le sue migliori manifestazioni; le sue letture prendono un nuovo indirizzo e più che a la caccia di notizie peregrine si rivolgono a la nobiltà dell'arte, al pensiero profondo, ai sensi degni. Torna con animo mutato a Virgilio, ad Omero, a Dante, che non ha finora compresi, e se ne commuove, e piange e freme con essi. Su l'_Eneide_ egli «andava del continuo spasimando, e cercando di far sue, ove si potesse in alcuna guisa, quelle divine bellezze: nè mai _trovò_ pace infinchè non _ebbe_ patteggiato con _se_ medesimo, e non _si fu_ avventato al secondo libro del sommo poema, il quale più degli altri _lo_ aveva tocco.»[71]

Non era più semplicemente un erudito, era già un vero poeta che, leggendo Virgilio, senza avvedersene, si lasciava andare a recitarlo ad alta voce, infiammandosene tutto e commovendosene talvolta fino a le lagrime. Il bello gli si è rivelato; dinanzi agli amenissimi paesaggi marchigiani, o quando una passione lo agita, l'anima sua ingigantisce; e se a l'improvviso sente da qualcuno recitare a caso qualche verso di autore classico, il suo cuore ridesto prende a palpitare; e il suo spirito, quasi a forza, tien dietro a quella poesia. Egli rifiuta tutte le sue cose passate; non è scoraggiamento il suo, bensì fiducia di poter fare assai più e meglio; a proposito di sè osa già nominare il Tasso, il Metastasio e l'Alfieri. La sua sensitività è resa più profonda dal suo stato di salute ormai tristissimo, da le sofferenze aggravate così da fargli presumere vicina la morte, che a lui non ancor deluso ne le sue più care speranze e soprattutto avido di gloria e quasi certo di conseguirla, purchè la vita e le forze non gli vengano meno, desta un senso di repugnanza e timore, e gli fa guardar con affanno disperato precipitar verso la tomba i suoi splendidi sogni. In questo periodo triste e quasi solenne l'immagine de la donna come amante gli appare per la prima volta fra quei beni de la giovanezza, che stanno per essergli strappati e cui egli tende le braccia desiderosamente; gli si palesa candida e soave ne la funerea luce che gli vela il mondo; amore e morte si rivelano insieme al poeta de l'amore e de la morte.

Nel suo _Appressamento della morte_, la visione d'Amore, che svolazza sopra un'immensa folla, sogghignando e avventando strali roventi, e i ricordi storici dei grandi amanti de l'antichità, non sono che reminiscenze classiche e ricordano i _Trionfi_ del Petrarca e la _Commedia_ di Dante: ma ne l'episodio di _Ugo e Parisina_ v'è pur qualche accento vero e profondo:

I' fea contesa e forse ch'i' vincea, Ma un dì fui sol con quella in muto loco, E bramava ir lontano e non volea, E palpitava, e 'l volto era di foco, E al fine un punto fu che 'l cor non resse, Tanto ch'i' dissi: t'amo. . . . . . . .

Ne l'animo del giovane solitario e amante de la solitudine, perchè già consciente de la propria grandezza e sdegnoso de le compagnie volgari, tumultuavano affetti e speranze nuove. La biblioteca e la sua camera erano il rifugio di quasi tutte le sue ore, una camera semplicissima al primo piano del palazzo Leopardi, con un lettuccio ricoperto da una coltre gialla, un cassettone, un armadietto e poche seggiole. Nei riposi che la debole salute gl'imponeva, ne le remote passeggiate, ne le lunghe sere in cui sdegnoso de la società di casa e malato d'occhi egli voleva e doveva rimaner quasi al buio in una grande stanza, solo, fuorchè nei momenti in cui Carlo e Paolina andavano a tenergli compagnia, egli si cullava ne' suoi sogni superbi e ardeva ne l'impazienza di fama e d'amore. Era l'estate del 1816 quand'egli, osando per la prima volta prendere per protagonista una donna, una donna bella e infelice, maturava l'idea di una tragedia: _Maria Antonietta_.

* * *

Nel dicembre del 1817 la contessa Geltrude Cassi-Lazzari andò a Recanati col marito[72] per mettervi nel convento de le Oblate la figlia primogenita settenne Vittoria, e fu ospite dei Leopardi suoi cugini: ella, sorella del traduttore de la _Farsaglia_ di Lucano, nata nel 1791, aveva allora circa ventisei anni e fin dai suoi diciassette era andata sposa al conte Giovanni Giuseppe Lazzari; era bella, di figura maestosa, di portamento regale, di viso pallido, _de la pâleur mate des Pésaraises_,[73] d'occhi nerissimi, scintillanti, sibillini, come li chiamava Carlo; la soprannominavano Giunone: e a l'incanto de la florida venustà, che le aveva meritato questo nome, univa quelli di una buona coltura, di uno spirito vivo, di una conversazione briosa, di un'arte _somma nell'amare e nel farsi amare_.[74]

Forse mai Giacomo si era trovato dinanzi, e così lungamente (ella stette in casa di Monaldo una quindicina di giorni), ad una donna tanto piacente, sì che, quantunque l'età, la condizione sociale, la salute, il carattere di lui fossero in opposizione con quelli de la cugina, egli se ne innamorò con tutto il fuoco de la sua gioventù compressa e solitaria. Ella doveva apparire quasi una divinità a lui ragazzo ancora, sparuto e deforme, ammalato e triste, ma così sensitivo a le impressioni de la bellezza che, a quanto si narra, bambino di otto anni, trovandosi in casa Antici una sera in cui v'erano riunite parecchie persone brutte, rifugiatosi vicino a la zia, le disse malinconicamente: «Non si sa dove riposare lo sguardo.» Il Leopardi vide in quella donna una prima realtà de le tante sue splendide speranze, e, riservatissimo per natura, più riservato ancora per l'educazione quasi monastica ricevuta, non osò non pure parlarle, ma nè pur lasciar trapelare in alcun modo la sua passione, di cui narrò con finezza psicologica i ricordi in quelle _Memorie sopra alcuni giorni della sua gioventù_ ch'egli lesse a Carlo e che a questi piacevan tanto da fargliene desiderare vivamente la pubblicazione. Carlo ne parlò più volte al Viani, ed al Tirinelli[75] narrava: «In quel tempo egli prese a scrivere giorno per giorno tutti i pensieri che gli nascevano alla vista di questa donna. Eran scritti, mi ricordo, in tanti foglietti di carta che Giacomo veniva a leggermi ogni giorno»; aggiungeva che quelle carte eran rimaste ne le mani del Ranieri e che avrebbero potuto rivelare un lato nuovo de l'ingegno di Giacomo, perchè contenevano un'analisi minuta di sentimenti. Risvegliatosi in Giacomo l'estro poetico, egli scriveva allora le due Elegie: il _Primo Amore_ e _Dove son? Dove fui? Che m'addolora?_ senza dire che secondo alcuni ne la Cantica vi ha un riflesso del primo amore del Leopardi, il quale, dicono, volle rappresentare sè stesso in quell'Ugo giovane, malinconico, amante ritroso e, quantunque colpevole, timido e quasi pudico. Il giovane passava le sere insegnando a la signora il giuoco de gli scacchi ch'ella aveva mostrato desiderio d'imparare.

L'amore ne l'animo di Giacomo, tanto disposto a la tristezza, produsse una mestizia nuova. Lungamente egli aveva desiderato e sospirato di sentirsi battere il cuore; pure, quando s'innamorò de la bella cugina, egli rimase stupito da la potenza di desiderio e di dolore che amareggiava il suo affetto; la più cara de le sue illusioni si scolorava già dinanzi a la realtà, chè nel possedere il bene del sentimento bramato, egli si trovava misero per il tesoro di speranze che gli veniva tolto. La donna, lieta e briosa, non s'accorgeva di quell'amore, e il giovanetto pallido, confuso, muto dinanzi a lei, vedendola così gaia e così bella ne la sua gaiezza, non sapeva che augurarle in cuor suo una tranquillità sempre uguale, pur piangendo amaramente al pensiero ch'ella non dovesse mai, nonchè amarlo, nè pur compiangerlo. Eran giorni per lui di tormento ineffabile e di sovrumana felicità; tutto chiuso in sè, godeva di pensare continuamente a la bella signora, di sognarla, desto o addormentato; instabili, confusi si volgevano i suoi pensieri; quanto prima gli piaceva, diveniva indifferente; mute quelle stesse voci de la natura che con tanta eloquenza avevano parlato a l'animo suo di poeta; muto l'amore de la gloria, indifferenti i libri. I suoi occhi, chini o pensosi, sfuggivano del pari le belle e le brutte parvenze, quasi che le une come le altre avessero potuto turbare l'immagine cara così vivamente impressa nel suo pensiero. Questo affetto ardente era tuttavia purissimo; un esaltamento de l'anima tenera ed entusiastica, de la fantasia vivacissima. La partenza de la Cassi, ch'egli descrive con poetica efficacia, lo gettò in una disperazione tale da trarlo quasi fuor di sè stesso, da farlo freneticamente battere il capo nel muro, come Carlo narrava; ma, per la sua stessa veemenza, tale dolore doveva esser breve. «Dei versi di lui, — scrive il Bonghi, — quelli che sono scritti in una più viva impressione di dolore, vivace, presente, reale, sono anche per tempo i primi, il _Primo Amore_. Se non che in questi, si badi, il dolore ha forma di sensazione fuggevole, non già d'idea perenne ed essenziale.» Il tempo calmò più presto che non si sarebbe pensato quella passione e finì con ispegnerla. Essa era stata timida, ma furiosa; la donna, che ne fu oggetto, era l'antitesi del poeta: il quale rimase soggiogato da la bellezza florida, la grazia civettuola, la superba noncuranza e la gaiezza di lei.

Quand'egli entrò nel suo ventesimo anno cessarono i suoi timori d'una morte assai vicina; egli capì che avendosi ogni riguardo, avrebbe potuto vivere fors'anco a lungo, per quanto stentatamente e sempre in pericolo; ma in quell'età e dopo la dura prova del primo amore, più che mai lo tormentava la coscienza del suo aspetto miserabile; egli capiva che la virtù senza alcun ornamento esteriore difficilmente conquista gli animi, e che per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere, non si ha quasi _coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima_. La previsione di una vita infelice non lo sgomentava, egli guardava imperturbato i mali futuri ne la certezza di sostenerli senza viltà, ne la speranza di riuscir utile a qualche cosa; se aveva molto sofferto, comprendeva di dover soffrire ancor più: «E massimamente soffrirò — scriveva al Giordani il 15 febbraio 1818 — quando... mi succederà, come necessariamente mi deve succedere, una cosa più fiera di tutte della quale adesso non vi parlo.» Alludeva a la passione amorosa? È più che probabile.

Di fronte al palazzo Leopardi, di là d'un vasto piazzale, s'apre una strada di cui le due case a gli angoli, con la facciata sul piazzale stesso, appartennero a Monaldo, che d'una di esse si serviva per abitazione del cocchiere e per scuderia. Il cocchiere nel 1818 era Giuseppe Fattorini, che abitava quella casa insieme a la moglie Maddalena Santinelli e a due figliuole (le altre tre maggiori eran già maritate); l'ultima, Teresa, nata nel 1797 era una graziosa fanciulla di media statura e di figura slanciata, civile nei modi, accurata ne le vesti, per innata dignità o per ritrosia poco famigliare, da gli occhi _ridenti e fuggitivi_ nel viso assai bianco, dai capelli neri. Giacomo da le finestre de la biblioteca vedeva la giovane e ne ascoltava il canto, e quando la primavera commosse il suo cuore e lo fece rifiorire di sogni e d'affetti, come sempre gli avveniva, egli nel _maggio odoroso_ più spesso s'alzava dal tavolino per appoggiarsi al davanzale, guardare il cielo sereno, le vie dorate, gli orti, il mare lontano e lontanissimi i monti, e riportar lo sguardo su la figura de la fanciulla china sul telaio, ascoltandone, nel silenzio de le stanze tranquille e de la strada solitaria, la voce melodiosa. Giacomo amò la fanciulla popolana; ma in questo non prevalse, come nel primo affetto, un'ammirazione quasi paurosa, un ardore furibondo, benchè compresso. La Teresa, ch'egli sapeva gracilissima e ammalata e vedeva pensosa e malinconica, gli destava una soave tenerezza che, lungi da lo spegnersi come la subita fiamma del primo amore, durò per sempre in lui. Non era un'antitesi abbagliante, ma una fraternità di sventura e di dolore, di purezza e di virtù che lo attraeva in quella giovanetta tisica, ch'egli certo sapeva tale, quantunque ella cercasse di tener nascosta la sua malattia; ad ogni modo poi essa non potè celarla lungamente, poichè visse soltanto pochi mesi dopo quel maggio odoroso, e cioè fino al settembre del 1818. Carlo giudicò tale amore _molto più romanzesco che vero; amore, se tale potesse dirsi, lontano e prigioniero_. Certo e l'educazione ricevuta e la presenza e l'austerità de la famiglia Leopardi e mille ostacoli esteriori, anche senza parlare de l'indole vereconda e ritrosa di Giacomo, dovettero far sì che il suo affetto gli rimanesse chiuso nel cuore, o si rivelasse solo come una lieve simpatia nei cenni che da la finestra egli poteva rivolgere a la fanciulla; e questo tanto più, che la Teresa era fidanzata, o amata almeno da un altro:

. . . . . . . . . . i parenti tuoi Son d'altro sangue e tu sei d'altro amore;

le diceva il poeta; e ancora

. . . . . . . . d'amarti il vanto altri si tiene;