La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 16

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Nulla scrisse il poeta che apertamente ricordi la Ranieri, ma forse a l'anima alta, gentile e pura, l'affetto per la nobile amica dettò l'ultimo canto, quel canto dolcissimo fra tutti, fra tutti sublime, che ogni poeta pensò, io credo, e nessuno scrisse, quel canto, cui la parola non limita, nè scolora, nè intiepidisce; che solo l'artista intende e solo sa e solo gode; ma se Paolina ne gli occhi stanchi, cui nè pur arrideva più la dolcezza del sogno, vide un raggio de l'intima luce ch'ella aveva avvivata, ella ebbe un compenso degno di lei. Il corpo era disfatto e lo spirito abbattuto, ma il cuore del poeta batteva ancora per gli affetti più gentili, e questo, gentilissimo, gli richiamava i puri, ardenti desideri d'un tempo, i generosi entusiasmi, le subite fiamme, fra le tristi negazioni e i sogghigni amari del suo scetticismo.

Presso i Ranieri, il poeta visse modestamente, tranquillamente; sempre affabile e semplice nei modi, sempre assorto ne l'intima vita del suo spirito, ma non punto disdegnoso con alcuno e caro a moltissimi che gli manifestavano con mille gentilezze la simpatia e l'ammirazione. Dal Ferrigni in particolare il Leopardi ricevette molte cortesie, spesso fu ospite nel palco di lui al teatro del Fondo e ne la villa di Torre del Greco.

«Mi ricordo,» narra il Dalbono in una lettera, «che una sera eravamo in casa Ferrigni dove avevano condotto il conte Leopardi. Il Leopardi a un divano e Carlo Troya vicino a lui su di una sedia. Parlavano di geografia antica. Sapete che Troya era chiamato dagli amici _Carlone_, perchè ci era _Carlino_, che era Carlo Mele. Io ero molto giovane e ordinai una di quelle che si chiamano quadriglie e feci ballare le ragazze che c'erano, e principalmente le figliuole del Ferrigni. Io facevo da direttore che non ho mai ballato! Mi ricordo che la più grandicella della Ferrigni era Argia, che poi diventò valente nel dipingere ad olio; e allora era piccolissima. Ci era Paolina (Ranieri) giovinetta, una _simpatia di prima forza_, e quella cara Donn'Enrichetta, già moglie del Ferrigni. Ricordo ancora che fui grandemente applaudito perchè il conte Leopardi si era divertito molto a vedere il ballo di queste fanciulle e a udire le grida del direttore, vostro servo, che si affannava a farle andar bene.... Quella sera in casa Ferrigni ci era il meglio di quel tempo.»

Il Ferrigni, marito de l'Enrichetta Ranieri, giovò ai due amici ottenendo dal vecchio Ranieri, che da prima non voleva saperne, un assegno ad Antonio perchè vivesse fuori de la casa paterna; curava anche gl'interessi del Leopardi, riscuotendo per lui i danari che gli mandava la famiglia. Giuseppe Ranieri accompagnava spesso il Leopardi ne le passeggiate ch'egli soleva fare quasi sempre verso il mezzodì, perchè temeva gli fosse nociva l'aria de la sera; di solito andavano dietro a Santa Teresa, poi nel largo de le Pigne e verso Foria. Fra gli amici che frequentavano il Ranieri e il Leopardi, v'era ancora Alessandro Poerio, ad essi molto affezionato.

Ne gli anni che passò a Napoli o ne la campagna napoletana il Leopardi ebbe momenti di bella inspirazione, benchè il calore de la sua giovanezza lo avesse abbandonato e i cari inganni, le immagini splendide, che già gli avevano sorriso, non fossero più che una soave, morente luce di tramonto su l'ultimo lembo d'un orizzonte già tutto tenebroso. A quegli anni appartengono fra i suoi Canti (per non dire del _Pensiero dominante_, di _Amore e Morte_, _A sè stesso_, _Aspasia_ probabilmente limati soltanto a Napoli), _Sopra un bassorilievo antico sepolcrale_, _Sopra il ritratto di una bella donna_, _Palinodia al marchese Gino Capponi_, _Imitazione_, _Scherzo_, il _Tramonto della luna_, _la Ginestra_; cui sono da aggiungersi _I Paralipomeni della Batracomiomachia_ ed alcune prose. Nel Canto _Sopra un bassorilievo antico e sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi_, prevale lo sconsolato scetticismo, che vede misera la prole umana, checchè speri, a qualsiasi età de la vita si rivolga, _qualunque_ cosa ricerchi per suo conforto; ma vi ha ancora, se non l'ardore giovanile, tutta l'affettuosità del poeta, che dinanzi a l'immagine de la bellissima fanciulla chiamata da la morte si commuove; non sa se debba chiamarla cara o sgradita al cielo, ma sospira fra sè stesso; freme a l'idea di colui _che la morte sente de' cari suoi_, e descrive con tenerezza desolata l'addio ad una diletta persona con cui si è passati insieme molti anni, addio senza speranza di ritorno e cui segue il triste abbandono.

Forse, descrivendo quest'addio de l'amico a l'amico, del fratello al fratello, de l'amante a l'amore, egli ripensava ad Antonio ed a Paolina con cui aveva speranza di passar _molti anni insieme_.

Anche il Canto _Sopra il Ritratto d'una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_ ha concetti elevatissimi. Ne la villetta fra Torre del Greco e Torre dell'Annunziata, dove il poeta passò la primavera e l'autunno del 1836, egli scrisse _Il tramonto della luna_, disperato rimpianto della giovanezza, che sola colorisce di una luce d'aurora la vita mortale.

_La ginestra_, scritta ne lo stesso anno e ne lo stesso luogo, è tragicamente terribile, pur apparendo calma e tranquilla nel ragionamento: il poeta vi dipinge i cespi di quei gialli fiorellini odorati su l'arida schiena _del formidabil monte sterminator Vesevo_; la ginestra contenta de' deserti, che cresce fra le rovine di Roma, come sui nudi pendii del Vesuvio

. . . . . . . . . . . . . di tristi Lochi e dal mondo abbandonati amante, E d'afflitte fortune ognor compagna;

il fiore gentile che, quasi i danni altrui commiserando, manda al cielo un profumo dolcissimo, conforto al deserto, gli ricordava forse la pietà di Paolina Ranieri, anch'essa, come quel fiore, pietosa de le sventure, anch'essa amante dei reietti dal mondo, gentile nel consolarli; l'esempio de l'abnegazione di lei, di quel verace affetto di carità e di generosa amicizia che la faceva sorella de gli sventurati e particolarmente di lui, tanto infelice quanto grande, può aver contribuito ad inspirargli quei versi de la _Ginestra_ che sono moralmente fra i più elevati ch'egli abbia scritti, in cui chiama nobile natura quella che si mostra grande e forte nel soffrire e non aggiunge al fardello de le proprie miserie il peso più grave di ogni altro, de gli odi e de le ire fraterne, e stima l'umanità congiunta e ordinata per combattere le nemiche forze de la natura:

Tutti fra sè confederati estima Gli uomini, e tutti abbraccia Con vero amor, porgendo Valida e pronta ed aspettando aita Negli alterni perigli e nelle angosce Della guerra comune.

Nè forse Paolina era lontana dal suo pensiero, quando tra le amare derisioni dei _Paralipomeni_, egli ritrovava un raggio de l'antico entusiasmo per cantare la virtù:

Bella virtù, qualor di te s'avvede, Come per lieto avvenimento esulta Lo spirto mio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede, O nota e chiara, o ti ritrovi occulta, Sempre si prostra: e non pur vera e salda, Ma immaginata ancor di te si scalda.

* * *

Ne gli ultimi mesi di sua vita pare che il Leopardi non prevedesse imminente la propria fine, almeno così afferma Antonio Ranieri, il quale asserisce ancora aver talvolta il poeta detto a lui ed a Paolina, che altri quarant'anni l'avrebbero avuto con loro. Pure vi hanno tratti de le lettere leopardiane in cui il presagio de la morte è chiaro e solenne; basti ricordare le gravi e meste parole de l'ultima lettera al padre, che tanto ricorda quella di Torquato Tasso moribondo; forse egli, come molti ammalati, passava alternativamente da le illusioni a la coscienza del vero, fors'anco la speranza, la fiducia ch'egli mostrava di giungere ad una tarda vecchiezza, era un delicato tratto d'affetto verso gli ospiti amorosi, ch'egli non voleva affliggere di soverchio; ciò spiegherebbe ancora come egli mostrasse di non intendere quanto i medici napoletani gli dicevano chiaramente, più chiaramente che il Ranieri non avesse voluto, e cioè di qual gravità fosse il suo male.

Era il tempo de l'epidemia colerica, e mentre la carrozza attendeva i due amici e Paolina che dovevano recarsi in villa, il Leopardi si sentì male e desiderò il medico; ma, vedendo un po' turbato Antonio, si alzò, sorrise e lo rassicurò, stringendogli la mano. Mentre il Ranieri andava per il professor Mannella, Giacomo rimase con Paolina, che l'assistette e volle fosse adagiato sul letto, da cui tre volte egli si levò per rimettersi a mensa, sperando sempre di vincere il male e forse di dar animo a la buona amica. Quando Antonio ritornò col medico, il Leopardi era su la sponda del letto, appoggiato ad alcuni guanciali ammonticchiati per sostenerlo; sorrise e parlò col Mannella del proprio male e del desiderio di levarsi per andar in villa; ma il dottore accortosi de la fine imminente, avvertì di mandar tosto per un prete. Paolina era sempre a canto al moribondo, gli sosteneva il capo e gli asciugava il sudore, e a lei, secondo narra il Viani d'aver sentito da un amico di casa Ranieri, furon rivolte le ultime parole di Giacomo: «Ci vedo più poco.... apri quella finestra, fammi vedere la luce»; dopo le quali spirò senza acute sofferenze, in questo desiderio de la luce ch'egli avea abborrita talora, come simbolo de la verità crudele e nefasta.[65]

Il Chiarini, dopo aver notato che l'affetto, quand'è disinteressato e puro, d'una donna per un poeta è una de le più nobili ricompense serbate al genio, la più dolce per l'uomo che ha cuore, _il più lusinghiero diploma di poesia_, come dice il Sainte Beuve, ricorda che tal diploma ebbero Giorgio Byron, non già da Lady Carolina Lamb o da la contessa Guiccioli, ma da la ignota giovanetta inglese, che vicina a morire di consunzione gli scrisse per ringraziarlo del piacere che le avevano procurato le sue poesie; Alfredo de Musset non da la Sand, ma da la gentile madrina; ed Enrico Heine da la dolce sua Mouche. Questa gloriosa e delicata corona ebbe anche Giacomo Leopardi, che più de gli altri la meritava, perchè più soave e più profonda fece risuonar ne' suoi versi la nota de la passione e del dolore, rimanendo scevro de la licenziosità de gli altri; e l'ebbe da le candide mani di Paolina Ranieri.

«Ogni nobile scrittore,» scrisse il Sainte Beuve, «raccatta su la sua strada e si porta dietro i suoi nemici, i suoi invidiosi occulti, esseri ignobili, accaniti contro di lui, che si attaccano a lui e vivono di lui; è giusto che ci sieno al mondo alcune anime generose che lo compensino di ciò: è giusto che egli abbia le sue gioie nascoste, certe dolcezze di felicità riserbate a lui solo.»

* * *

Morto il Leopardi, Antonio e Paolina tornarono ne la casa paterna, forse per cercarvi un conforto o ad ogni modo perchè non v'era più ragione che ne stessero lontani. Due anni a presso tutta la famiglia mutò dimora e andò ad abitare nel palazzo De Flavis, di fronte a quella casa Giura del vico Pero, che doveva ricordar ai fratelli il caro defunto. Paolina ed Antonio, che non volevano lasciare il rione di Santa Teresa, nel 1851 fecero di nuovo famiglia da sè, andando ad abitare nel palazzo Mantone, dove più tardi Antonio comperò l'appartamento nel quale dimorava.

Qual fosse l'animo di Paolina dopo la morte del Leopardi non sappiamo, ma possiamo facilmente immaginarlo, se ripensiamo a l'affetto ch'ella gli avea dimostrato. Antonio dice che fu lei ad avere il primo pensiero del monumento che Michele Ruggiero eseguì e che rimane ne la chiesetta di San Vitale, modesto sepolcro, ma tale da commuovere ogni animo gentile, come il Leopardi si era già commosso presso a l'umile tomba di Torquato Tasso in Sant'Onofrio.

«Là, — disse il Nencioni, — il suo cuore irrigidito si commosse — e il poeta di Nerina e d'Aspasia _s'inginocchiò e pianse_ su le ceneri del poeta di Erminia e di Armida.»

.... tomba fregiar d'uom ch'ebbe regno Vuolsi e por gemme ove disdice alloro: Qui basta il nome di quel divo ingegno (ALFIERI.)

Il sepolcro del grande Recanatese è vicino a quello di Virgilio ed a quello del Sannazzaro; ma egli non deve lamentarsene come gli pareva che avesse avuto a pentirsi il Guidi d'aver desiderato d'esser sepolto poco lungi dal cantore de la Gerusalemme; non ha da lamentarsene, perchè quale che sia la gloria del divino Virgilio, non mancheranno a le ceneri di lui, non meno grande del grande Latino e tanto infelice, le lacrime di una reverente pietà e di una calda ammirazione.

Pur nella tomba che la tua soverchia Declinò l'aurea stella Ravvivatrice del figliuol d'Anchise. Ti dorme accanto que' che un dì s'assise Presso la riva, e fe' dall'onde fuori Veramente apparir Ninfe e Pastori. . . . . . . . . . . . . . . . D'amor cantando in mille dolci guise. Ahi sopra l'urne povere di fiori Sol fa mesto lamento Tra foglia e foglia il vento, Nè paterno sospir vola ove giaci, Nè sorella ti diè gli ultimi baci;

scrisse la Giuseppa Guacci Nobile, che cantò molto gentilmente del Leopardi ne l'anno stesso de la morte di lui.

Secondo il Ranieri, grande parte ebbe Paolina nel preparare ed ordinare l'edizione dei due volumi di Giacomo Leopardi, fatta da Felice Le Monnier a Firenze; e se si vuole che Antonio abbia esagerato ne l'attribuire a lei _tutto in quella laboriosissima edizione_, i pensieri manifestati ne la Vita, la correzione de le bozze, le dispute col revisore canonico Bini; non appare affatto repugnante a la verità ch'ella, vissuta in tanta intimità col poeta ed intelligentissima, potesse dare per quell'edizione qualche buon consiglio. Così certamente non sarà tutto vero quel che Antonio afferma riguardo a lei, e cioè di doverle il metodo d'intendere e di condurre la storia, i _Quattro secoli_, applicazione di tal metodo; _La teorica del dolore_ e _Frate Rocco_ e le _Vite di alcuni grandi italiani_ e le _Otto interpretazioni dantesche_; e le _Avvertenze circa il modo da tenere per rendere la Divina Commedia popolare_ e persino le _Memorie giuridiche_; ma si può senza troppa credulità affermar tuttavia che Paolina, indivisibile dal fratello, vivendo con lui e per lui soltanto, abbia potuto, anzi dovuto interessarsi ai suoi lavori e dar qualche inspirazione specialmente a quelli che son opera più d'affetto che di dottrina, come la _Ginevra_, che fu scritta quando Paolina era giovanissima, poco più che sedicenne, ma già abbastanza donna, perchè la causa dei poveri e de gli oppressi dovesse commuoverla, soprattutto perchè il suo cuore, in cui i sentimenti di una pietà materna erano innati, dovesse battere pei bimbi derelitti.

In causa de la _Ginevra_ Antonio Ranieri fu messo in carcere e vi rimase due mesi. «L'angelo mio mi fu sempre allato,» scrive; «mi rappresentava ad ora ad ora la felicità del patire per quei poveri bimbi derelitti; e mi fece di quella prigionia la più cara memoria della mia vita.»[66] Narra ancora il Ranieri come il marchese Carlo Torrigiani gli avesse chieste firme per una medaglia a Gian Pietro Vieusseux; e, coniate poi le medaglie, gli chiedesse a chi doveva mandarne. La lettera, letta da la polizia napoletana, fece credere chi sa che, immaginare che si trattasse di medaglie a Mazzini o a Garibaldi, ed Antonio fu di nuovo incarcerato. Paolina, che in villa aveva visto arrestare il fratello, corse a Napoli e si raccomandò ad alcuni alti amici che ottennero subito la secreta venisse mutata ne la miglior sala de la questura, dove sorella e fratello rimasero fino al mattino seguente in cui vennero liberati.

Paolina amava ascoltare le parole dei liberali, animarli a l'opera, diffondere l'affetto patriottico e l'ardore di lotta, non sola in questa nobile impresa, cui tante altre insigni Napoletane parteciparono, ma non per questo men degna d'ammirazione. Il Ranieri non volle prender parte ai moti politici del '48, perchè, appartenendo come il suo amico Niccolini a la piccola schiera dei Ghibellini, non prestava fede ad un rivolgimento iniziato in nome del papa; il governo borbonico non potè quindi perseguitarlo e perciò la sua casa tra il '20 e il '60 fu un centro del movimento liberale napoletano, movimento cui Paolina prese parte con entusiasmo. Basilio Puoti, Carlo Pepoli, G. P. Vieusseux, Atto Vannucci, G. B. Niccolini, Giuseppe Giusti le furono amici, e le portò vivo affetto anche quella Lucia De Thomasis di cui il Ranieri scrisse l'elogio, dedicandolo a la propria sorella _che l'amò tanto_. In onore di Paolina, narra Antonio, il Giusti lesse a veglia per la prima volta _Il Gingillino_, e tra le carte del Ranieri si conserva l'autografo di questa poesia con una dedica affettuosissima del poeta a la donna gentile. Quando nel 1860 i liberali, combattendo contro i Borboni, cadevano eroicamente, Paolina non aveva altro pensiero che quello di lenire le sofferenze dei feriti e dei moribondi, cui preparava filaccie, fasciature, biancheria, mandava aranci e limoni; li volle anche assistere di persona, dopo la battaglia di Capua. Secondo narra lo stesso Antonio, un garibaldino disse a Paolina: «Non soccorra quell'altro, che è un soldato del Borbone,» ed ella, accorrendo pietosa a quel nemico, esclamò ad alta voce: «Qui non c'è che fratelli.» Ne l'ottobre del '60 una deputazione di Napoletani si recò da Vittorio Emanuele, che trovavasi con l'esercito ne le Marche perchè valicando i confini de l'ex regno entrasse in Napoli; di quella deputazione col Settembrini, il Dragonetti, il Bonghi ed altri insigni fece parte anche Paolina. Durante la guerra del 1866 ella mandava pure ai feriti tutti i soccorsi che poteva.

Vennero per lei giorni più tranquilli, quando ritornata in calma l'Italia e divenuto ricco il fratello, che dopo la morte del Leopardi si diede ad esercitare l'avvocatura e vi trovò fortuna, tutto pareva arriderle, ma forse, benchè con rara abnegazione ella si fosse dedicata tutta ad Antonio, rifiutando le invidiabili proposte di matrimonio che le erano state fatte da uomini preclari (fra i quali, mi fu detto, Giuseppe Giusti) talvolta, affettuosissima qual era, ella sentì il rincrescimento di non aver una famiglia propria. Amò i poveri con vivissimo affetto e trovò in essi, ne la loro riconoscenza ai suoi benefizi, un soave conforto. Sempre dolce e pazientissima, sopportava, senza quasi avvedersi del proprio sacrifizio, le stranezze divenute con l'età sempre più frequenti nel carattere d'Antonio; e de la casa di lui fece modestamente gli onori nei diciott'anni in cui egli fu deputato di Napoli; mai si allontanò dal fratello, nè pur quand'egli dovette frequentemente viaggiare per recarsi al Parlamento, benchè tali viaggi per lungo tempo senza ferrovie, riuscissero assai disagevoli. A Firenze, dove ella venne spesso con Antonio, seppe acquistarsi la stima e l'amicizia d'uomini insigni: basti fra questi aver ricordato G. B. Niccolini.

Singolare fra le sue virtù fu la modestia: narra Antonio che un dì a Firenze ella andava esponendogli certi suoi altissimi concetti su la storia dei popoli, quando presso la Santissima Annunziata incontrarono Gino Capponi, e benchè Antonio si studiasse senza affettazione di vincere la consueta ritrosia de la sorella, non gli fu possibile farle più uscire da le labbra una parola dei ragionamenti dianzi esposti con tanta limpidità. Ma se, come già dissi, non si voglia considerare autorità sufficiente la parola del Ranieri, oppresso dal dolore per la perdita di quella cara, non è possibile porre in dubbio l'alta virtù del suo cuore e mai, de le tante gentili manifestazioni di questa virtù, niuno seppe cosa alcuna da lei.

Il Ranieri, che adorava la sua Paolina, rimase colpito da terrore vedendola cader malata di uno scirro al petto, e invano tutto tentò per salvarla, da le cure più affettuose, ai consigli dei medici più illustri. Quand'egli la perdette (il 12 ottobre 1878) non fu dolore il suo, ma disperazione, e tale che le lacrime non la calmavano, gli amichevoli uffizi de le più care persone non riuscivano a dargli il minimo conforto; ad una signora egli scriveva: «Tutto mi rammenta, tutto mi commuove, tutto è per me lacrime, singhiozzi, convulsioni inenarrabili, incomprensibili. Io spero che Iddio mi salverà presto da un tale inaudito martirio.» E chiudendo il suo discorso su la morte de la sorella diceva: «Non seppi, fra gli spasimi e gli strazi che mi distruggono, trovare altro conforto, che deporre queste lacrime e queste rozze e tumultuarie parole, nel vostro seno fraterno. Troppe altre me ne resterebbe a dire: ma non ne avrò il tempo. Sopravvivere mi è impossibile: ed ho una viva speranza, anzi un profondo presentimento, che Iddio richiamandomi in breve ora a sè e ricongiungendomi all'angelo suo e mio, s'inclinerà a liberarmi da un dolore sterminatamente più grande di quel tanto che la natura mortale può sopportare.»

Antonio fece erigere a Paolina un sepolcro marmoreo nel campo santo ed un grande bellissimo monumento ne la chiesa di Santa Chiara, dove sono le tombe degli Angiò e dei Borboni. Il monumento, cui cooperò l'arte del Morelli, del Solari, del Ruggiero e del De Marco, rappresenta la Ranieri giacente, bella, ma con un'espressione di stanchezza e di sofferenza ne la snella persona e nel volto gentile, appoggiato a la mano; ha gli occhi socchiusi e tiene un libro ne la sinistra. Antonio visitava spesso, e mai senza lacrime, quel monumento, e volle ricordata la pia sorella anche ne la chiesetta popolare di Piedigrotta, vicina al luogo ov'ella nel 1860 aveva assistito i feriti garibaldini de la battaglia del Volturno; un medaglione di marmo vi rappresenta l'effigie di Paolina.[67] Il ricordo di lei rimase incancellabile ne l'anima del fratello e così doloroso da turbargli la salute ed in parte anche la ragione.

Per onorare la memoria de la perduta egli fece leggere, a l'Accademia di Archeologia, Belle Lettere ed Arti dal segretario Minervini, un discorso che la ricorda e che se pure esagerato in qualche parte, doveva aver gran fondamento di verità per poter venir letto in quel serio consesso, dove gli accademici, quasi tutti napoletani, non avrebbero potuto rimaner facilmente ingannati: essi, e se si vuole anche per pietà del collega e per procurargli un conforto, adottarono la fratellanza di Paolina, che considerarono degna di non perituro ricordo per le sue virtù e per quanto lega il suo nome a la storia de le lettere italiane ed a quella de la nostra politica unità.

L'Accademia de la Crusca, ringraziando il Ranieri che aveva fatto donare a ciascun accademico le parole da lui dettate in morte de la sorella, gli scriveva: «I dolori di Giacomo Leopardi non potranno mai essere ricordati disgiuntamente dalle consolazioni onde furono alleviati dalla sorella di Antonio Ranieri; e se in Giacomo ammiriamo la mente, nella Paolina amiamo il cuore.» Il Ranieri rispondendo, ricordava la devozione de la sorella per quel _sacrario del Verbum italiano_, e gli studi che su la lingua di Toscana aveva fatto la eletta donna. In un'altra Lezione tenuta ne la Società Reale il Ranieri dava notizie di una scoperta linguistica attribuendola a la sorella, vantando in lei un _intuito fulmineo, una viva luce di singolare intelletto_. Intitolandole i suoi _Scritti vari_, Antonio scrive: «No, angelo di Dio, fra te e me non v'è più Tempo. V'è solo l'eternità perchè sola ci ricongiunge... La tua vita è stata un raggio celeste, cui il Sommo Amore consentì che si fosse prolungato, alcun tempo, sulla Terra. Dov'è, su questa Terra la cosa santa sulla quale quel santo raggio non si sia ripercosso?»