La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 15
Francesco Ranieri, uomo operoso e di discreto ingegno, viveva agiatamente, perchè a lo stipendio che gli fruttava il suo ufficio altissimo ne le poste del Regno, veniva ad aggiungersi la rendita de la dote de la moglie e di qualche capitale ch'egli possedeva. Più in apparenza che in realtà era severo coi figliuoli, che amava di vero affetto; mentre tenerissima, senza cercar di nasconderlo, era di loro la madre, la quale ad un animo tutto affettuoso, univa l'operosità ne la cura continua e vigilante de la casa e dei figli. Abitavano a l'angolo de la piazza del Municipio, in via San Giacomo, e quivi i figliuoli crebbero in un'infanzia e in un'adolescenza tranquilla. Paolina però non venne risparmiata da la sventura: era ancora bimba, quando, colpita da un ascesso al fianco, dovette sopportare una dolorosa operazione, che il chirurgo Gaspare Pensa riuscì a compiere con buon esito, benchè non potesse ridare a la fanciulla la salute perfetta. Queste infantili sofferenze lasciarono un'impronta nel carattere di lei, che serena, ilare sempre, era tuttavia pietosissima d'ogni dolore; ogni dolore intendeva od intuiva, e di nulla piacevasi come del recar sollievo ai malati.
Antonio, giovane e di carattere ardente, non sapeva sopportare il durissimo giogo di Francesco I; aveva stretta amicizia con parecchi liberali ed era intimo di Carlo Troya; per tutto questo dava assai da pensare al padre, impiegato del governo napoletano e sinceramente devoto a questo, sì che ad evitare impicci e dispiaceri più che probabili, fu deciso in famiglia che il giovane andasse a studiare a Roma. Partì un giorno a l'improvviso, mentre a pena albeggiava, baciando, senza risvegliarla, la sorellina prediletta, che dormiva tranquilla, ignara di tutto, e doveva poi chiedere con doloroso stupore del suo Antonio. Di questa partenza la data più probabile è il 1826. Da Roma il giovane passò a Firenze, dove appreso d'una grave malattia di sua madre, chiese il passaporto, e stava per partire a la volta di Napoli, quando ebbe notizia del proprio esilio.
La madre era veramente ammalatissima, nè le forze de la sua età ancor florida opponevano sufficiente resistenza al male; sentendosi mancare, ella chiamava sempre ad alta voce, dolorosamente il figlio lontano, non consolata de la mancanza di lui, da le vigili amorose cure del marito e de gli altri figliuoli, tutti stretti intorno al suo letto, agitati da speranze vane e da timori sempre più gravi, sinchè la morte ridiede loro quella sconsolata calma, in cui l'anima trova il solo conforto di non averne nessuno. Il pensiero de la cara perduta rimase ne l'animo de la giovanetta come un sacro ricordo, chè la provvida natura, benchè talvolta crudelmente separi la madre da' suoi nati, permette almeno che la purissima memoria rimanga santamente vigile e feconda di affetti, di pensieri, di azioni buone nel cuore de gli orfani, i quali non sono tali interamente quando hanno il tesoro di quel ricordo.
Paolina fu istruita seriamente da maestri eccellenti, fra i quali Giovanni Smit livornese, non oscuro letterato, e quel Costantino Margaris, che per la Grecia natia aveva combattuto con valore e che, venuto in Italia, conservava vivissimo l'affetto a la sua nazione; di lui il Ranieri scrisse poi la vita. Il Puoti e il Troya, amici di casa Ranieri e di casa Ferrigni (ne la quale Paolina stette parecchio tempo, dopo la morte de la madre, presso la sorella Enrichetta), furono larghi di consigli a la giovine. Ella coltivava gli studi con piacere, pur preferendo ad essi le cure de la casa, cui la madre l'aveva abituata, e non isdegnando nè pur le più umili: era bella, di carattere amabile e, quantunque assai pietosa d'animo e riflessiva e seria per abitudine, serena e sorridente. La sua non fu nè allora, nè mai la bontà arcigna e pedantesca, che fa sentir a tutti il peso de la propria superiorità; nè la purezza sua di donna fu mai quella
Virtù da istrice, che, stuzzicato, si raggomitola di punte armato,
come argutamente la caratterizzava il Giusti; la virtù che si chiude al contagio del mondo nel lazzeretto di sè stessa. Buona, rimase semplice, quasi col suo sorriso amabilissimo volesse farsi perdonale quella nobiltà di sentimento, che è l'aristocrazia de l'animo; onestissima, cercò le gioviali compagnie; rimase, pur non amando, sempre degna d'amore.
Nel 1831 Antonio era stato richiamato, e volontieri avrebbe fatto ritorno a Napoli, se non avesse temuto di non poterne più uscire; di che persuaso il padre stesso, che pur da prima desiderava vivamente di riabbracciarlo, finì col cedere a lasciarlo lontano; ritornò invece ai primi di ottobre del 1832 e rimase a Napoli fino a l'aprile del 1833.
Fra lui e il Leopardi si era già stretta a Firenze una viva amicizia; insieme erano stati parecchi mesi a Roma, fra il 1831 e il 1832; causa di questo viaggio l'amore del Ranieri per la Maddalena Pelzet Signorini, attrice fiorentina, si è detto, non so con quanta verità. Ritornato a Firenze, e ricaduto ne le reti di Aspasia, che doveva tanto farlo soffrire, il Leopardi si trovò privo anche de l'amico, che giunto a Napoli corse a la villa dov'era allora la sua famiglia e rimase piacevolmente meravigliato dinanzi a l'aspetto grazioso e serio di Paolina, ch'egli ricordava bimba, quando fermandosi a la porta del suo studio stava guardandolo, e, interrogata che facesse, rispondeva, quasi ancor balbettando: — Ti guardo studiare. Nel lieto pranzo che riunì tutti i suoi, Paolina, felice del ritorno di quel fratello tanto caro, rimaneva tuttavia preoccupata, vedendo in lui qualche cosa di mesto; chiestogli, a pena furon soli, che l'affliggesse, e saputo ch'egli avea lasciato a Firenze un grande poeta ammalato, cui solo intelligenti e amorose cure potevan prolungare la vita, ella, che di quel poeta aveva letto, non senza lacrime, le _Canzoni_ ristampate a Napoli in una strenna da Carlo Mele, amico di casa Ranieri, gli propose di andar a riprendere l'amico e condurlo fra loro: «Ed io ti prometto di fargli da suora di carità»; così, secondo narra Antonio, disse la giovinetta; ma se pur la critica, che dubita di tante cose, esita a credere anche che queste precisamente fossero le parole de la fanciulla, del fatto non può dubitare; e certo il fatto non le smentisce, poichè Paolina fu veramente _la suora di carità_ di Giacomo Leopardi.
L'epistolario leopardiano ci rivela come il grande Recanatese si decidesse ad andare a Napoli solo per l'amichevole insistenza del Ranieri e persuaso di non restar che poco in quella città; aveva bisogno di distrarsi, l'animo suo era oppresso più che mai: «Io non penso più alla salute, perchè di salute e di malattia non m'importa più nulla; del resto, specialmente quanto all'applicare, sto presso a poco al solito, cangiato molto nel morale, non nel fisico.»[60] Non si cura de la gloria che chiama un fumo e che gli fa nausea, e del guadagno ancora, di cui pure ha necessità per vivere, gl'importa poco. Una funebre stanchezza si rivela in tutta la lettera del 3 luglio 1832 al padre: chiede un assegno, ma con una malinconia profonda, una invincibile indifferenza verso di sè e un disperato desiderio di morire. A la sovrumana gioia che gli veniva dal pensiero amoroso, stato tutto per lui, unico pregio, unica ragione de l'esistenza e che gli aveva fatto apparire per un momento la vita più gentile de la morte, innalzandolo a lo stupendo incanto di una nuova immensità, di un paradiso ignorato, era succeduto, insieme a la triste stanchezza, che derivava dal languire de la speranza, mentre la terra gli pareva ormai inabitabile senza quella nova, sola, infinita felicità che gli figurava il suo pensiero, l'angoscioso timore de la grave procella presentita e che gli faceva invidiare con ardenti sospiri il sempiterno obblio de la gente morta. Poi giunto l'epilogo doloroso de la sua passione, tutti quei sentimenti s'eran perduti ne la tragica disperazione, in cui egli sentiva morto per sempre il suo cuore, spenta non che la speme, il desiderio di cari inganni; dettava allora i terribili versi in cui dice al proprio cuore:
T'acqueta omai. Dispera L'ultima volta. Al gener nostro il fato Non donò che il morire. Omai disprezza Te, la natura, il brutto Poter che ascoso, a comun danno impera, E l'infinita vanità del tutto.
Persuaso da l'amico ad allontanarsi da la donna che l'aveva fatto tanto soffrire, egli accettò di andare a Napoli (1º ottobre del 1833) e di vivere con lui, pur provvedendo co' suoi mezzi, per quanto scarsi, ai pochi bisogni de la sua modestissima vita. Non acconsentì il vecchio Ranieri di aver in casa sua ospite il figlio con l'amico, di cui egli aveva in abborrimento le opinioni irreligiose; e, benchè non ne resti prova alcuna, mi pare altresì che Giacomo, fiero e sdegnoso, anche nei suoi economici disagi e ne le misere condizioni del suo corpo malato, non avrebbe consentito ad esser di peso al padre d'Antonio. Perciò Costantino Margaris, amicissimo di tutta la famiglia, cercò e trovò pei due sodali, che vi scesero a pena giunti, un quartierino su la loggia di Berio, vicino a Toledo, di dove presto, perchè quell'aria era troppo bassa pel Leopardi, passarono in via Santa Maria Ogni Bene.
* * *
Paolina Ranieri quando conobbe il Leopardi aveva diciassette anni e riuscì simpatica a lui come a tutti quelli che la conoscevano. Ella premurosa provvide tosto con la sua sagacità di donnina precoce che l'appartamento nel palazzo Cammarota fosse in modo conveniente arredato con le masserizie dal vecchio Ranieri concesse al figlio; e punto sdegnosa de l'umile prosa che è la vita d'ogni giorno, badò di procacciare al fratello e a l'amico di lui tutte le piccole comodità che pur valgono tanto. Commovente è la storia de la lunga lotta ch'ella sostenne con se stessa e co' suoi prima di lasciare la casa del padre per stabilirsi con Antonio e col Leopardi. Il vecchio Ranieri trovava la cosa sconveniente, ma in fine la fermezza de la fanciulla trionfò. Da prima ella fu solo una cara compagna di qualche ora pel Leopardi, ma quand'egli col Ranieri andò il 4 maggio 1835 ad abitare in un quartierino al Vico Pero, nº 3, presso Capo di Monte e mercè di lei vi si fu in breve ben accomodato, Antonio ottenne dal padre il permesso di condurre seco le due sorelle Paolina e Teresa; quest'ultima però stette poco insieme a loro, perchè la casa paterna avea bisogno d'una donna, ed ella vi fu richiamata. Paolina invece si fissò coi due amici, dirigendo la domestica economia e procurando specialmente al poeta, sempre sofferente, quel sollievo che una modesta agiatezza ed un cuore di donna devota possono dare. E non parlo solo de le cure materiali, che pur hanno la loro importanza; intendo ancora del morale conforto. La giovanetta massaia non era solo una infermiera e una direttrice de la casa; era anche un'anima eletta, colta, abituata a guadagnarsi con la grazia e lo spirito l'amicizia de gli uomini notevoli per ingegno e dottrina, di cui la compagnia le era stata familiare sin da' suoi primi anni ne la casa paterna. Rade volte, — diceva il Recanatese, — ci si risolve ad amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima; ed è vero; altrettanto vero è ancora che la virtù riceve da la bellezza e da la grazia una luce che non le dà la fortuna, nè la gloria, un fascino, cui pochi resistono. Nè di tali pochi era il Leopardi che, fino ne l'accasciamento del suo doloroso scetticismo, serbò nel più alto segreto de l'anima il culto di ogni morale grandezza, e cui la bellezza pareva
. . . . . splendor vibrato Da natura immortal su queste arene; Di sovrumani fati, Di fortunati regni e d'aurei mondi Segno e sicura spene.
Il poeta paragonava Paolina a la propria sorella, di cui gli era caro ch'ella portasse il nome. Abituato a l'amicizia ed a l'ammirazione di molti uomini insigni (e fra quelli che lo frequentarono a Napoli si possono ricordare il filologo tedesco Enrico Guglielmo Schultz, il poeta Augusto Platen divenutogli assai intimo, il marchese Basilio Puoti, ne la scuola del quale egli andava non di rado, Carlo Troya, Giuseppe Ferrigni, Costantino Margaris, col quale assai di frequente discuteva di cose greche), ritrovava una dolcezza diversa e ben più cara ne l'affettuosissima e reverente intimità di Paolina. Come la tenera Desdemona di Shakespeare, la bellissima giovanetta, cui la vita e il mondo sorridevano, sentì più forte d'ogni attrattiva di mondani piaceri, l'incanto de la pietà per un'anima grande e sventurata, l'ardore del santo desiderio d'esserne la confortatrice; non meno triste e tragica era la storia di questo grande che non fossero le vicende ardue, le battaglie, i pericoli d'Otello; e come Desdemona, Paolina ora pendeva intenta al racconto, ora era condotta altrove da le cure casalinghe, ma sempre ritornava a bere con avido orecchio le parole che le riempivano l'animo di pietà e di commozione; e come il cupo eroe de la tragedia inglese, anche il poeta del dolore dovette sentirsi vinto da quel sorriso di femminile pietà e stringere con tutta l'anima la candida mano così nobilmente stesagli. Egli che prendeva ben poco piacere de le cose che alla maggior parte de gli uomini soglion esser care, più di ogni altro sentiva il bisogno, la sete d'affetto; benchè _non procurasse e non affettasse di apparire diverso dalla moltitudine in cosa alcuna_, era troppo veramente grande, perchè le persone non volgari potessero confonderlo con quella moltitudine; e non volgare era certo Paolina, che, sotto l'aspetto riposato e dolce, quanto modesto di lui, riconobbe e apprezzò la nobiltà del sentire e l'elevatezza de l'ingegno e si compiacque di essergli confidente compagna. «Nei discorsi sempre si esercitò colle persone giovani e belle più volontieri che cogli altri; quasi ingannando il desiderio e compiacendosi d'essere stimato da coloro da cui molto maggiormente avrebbe voluto essere amato,» scrisse il Leopardi di Socrate e certo pensò di sè, come quell'antico ripugnante d'aspetto, eccellente d'ingegno e ardentissimo di cuore. Egli sentiva che una donna di venticinque o trent'anni ha più d'attrattive ed è più atta a destare un amore ardente e appassionato, ma credeva ancora che niente possa uguagliare quel non so che, quasi divino, che ha nel volto, ne le movenze, ne le parole, una giovinetta dai sedici ai diciott'anni. «Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù; quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell'aria d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, de' patimenti; quel fiore in somma, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli, di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci, senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto.»[61]
Parecchi hanno supposto che il Leopardi fosse innamorato di Paolina Ranieri, ma è una pura supposizione, di cui per prima parlò la chiara signora Caterina Pigorini-Beri, che nel suo studio su Giacomo Leopardi, premesso a le _Poesie e prose scelte ed annotate per le giovanette_ (Firenze, Le Monnier, 1890, pag. 66 e segg.) afferma non esser possibile che il Recanatese non amasse la dolce giovane di cui _la devozione intrepida, intelligente, quasi sublime_ gli confortò gli ultimi anni; ella crede che Paolina sia la donna del _Consalvo_ e del _Pensiero dominante_ e si duole che il Ranieri, il quale disse tante cose che sarebbe stato bello passare in silenzio, abbia taciuto di questo amore così puro e timido, il quale forse riconciliò con la vita il poeta del dolore. Io non credo che Paolina sia la donna del _Consalvo_ e del _Pensiero dominante_; troppe ragioni in contrario sono state addotte e si potrebbero addurre: prima di tutte, la data del Canto, che, senza dubbio, benchè corretto posteriormente, è opera giovanile; certo però il sentimento che il Leopardi dovette provare per Paolina Ranieri fu di affetto altissimo, in cui si raccoglieva tutto il calore che le lunghe inenarrabili pene avevan lasciato ancora ne l'animo di lui; parmi fosse affetto piuttosto di venerazione che di passione terrena; se parlando di una donna giovanissima, bella e pura in generale, egli diceva che noi vi scorgiamo qualche cosa di celeste che ce la fa riguardare come di una sfera divina, superiore a la nostra e cui non possiamo aspirare; a ben maggior ragione dovea parergli sacra Paolina, che era per lui l'ospite generosa ben più che di doni materiali, di cure affettuosissime, di conforto morale, l'amica, che con tanta semplicità e con tanta modestia sacrificava i bellissimi fra i suoi anni per curare un malato estraneo a la famiglia e vigilar il focolare domestico de' due amici, il quale, malgrado il loro reciproco affetto, sarebbe stato probabilmente ben freddo e monotono senza di lei.
Paolina dovea sembrargli una creatura venuta dal lontano mondo de' suoi sogni per ridargli la visione di esso e la dolcezza, ricordo d'una patria ideale perduta, speranza e conforto insieme. Se ce la figuriamo diciassettenne a pena, quando lo conobbe, ventiduenne quand'egli morì, bella, colta, graziosa, con un affetto che la sua estrema gioventù non consente di chiamar materno, ma che pure de la materna tenerezza ha l'abnegazione e la soavità, e che la sua divina purezza non ci lascia chiamar d'amante, benchè forse solo l'amore possa spiegare certi eroismi sublimi, se ce la figuriamo sorridente e pensosa, seduta ne le lunghe serate, ne le giornate lunghissime, presso la poltrona del malato, ne la semioscurità che talora gli era necessaria, o ne la diffusa luce dei meriggi d'estate da cui talora egli voleva inondata la sua camera, parlargli con semplice grazia, leggergli, dissipare con un sorriso, con una stretta di mano, con un amichevole sguardo di rimprovero la sua cupa tristezza, la sua tormentosa inquietudine, ella ci apparirà la più _vera_ donna che Giacomo Leopardi abbia conosciuta, la sorella di Silvia, la compagna di Nerina.
Pare che lo stesso dottor Mannella avesse parlato del pericolo che poteva correre la fanciulla in quei primi anni de la sua giovinezza, vivendo sempre vicina ad un uomo così gravemente infermo qual era il Leopardi, ma quel pericolo ella non curò punto, anzi esso non giunse mai a turbare un momento la serenità del suo spirito. E Giacomo sentì allora che _pietosa al mondo dei terreni affanni_ non era la morte soltanto e che un altro _virgineo seno_ poteva dargli conforto.
Quel potente e terribile pensiero che l'aveva avuto in sua balìa e gli aveva dati tanti tormenti, consorte terribile dei suoi lugubri giorni, diveniva un grande austero compagno, ora ch'egli poteva comunicarlo ad anime degne d'intenderlo; e a quegl'intimi colloqui, di cui tanto è da dolersi non abbia il Ranieri lasciato ricordo alcuno, doveva rivolgersi il poeta vogliosamente _dal secco ed aspro mondano conversare_, come il suo pellegrino, fra i nudi sassi de la via montuosa, volge bramoso gli occhi
A un campo verde che lontan sorrida.
Il professor Odoardo Valio, dopo aver parlato dei vari amori di Giacomo Leopardi per la Fattorini, la Basvecchi, la Belardinelli, la Malvezzi ed Aspasia soggiunge: «Nessuno di siffatti amori riescì ad appagarlo appieno, nessuno a trasfondergli un verace conforto, nessuno a conciliarlo un po' con la vita. Invece tutto ciò raggiunse la Ranieri, il fascino della quale addirittura lo soggiogava, perchè era un incontro di vergine amore e di vergine pietà insieme, di amore in lui per lei, e di pietà in lei per lui; ond'ella, a differenza di tutte le altre, ebbe il merito supremo di far risplendere, ancora una volta, un raggio di speranza in quello spirito desolato. E la bella figura muliebre nel carme mirabile del _Consalvo_ è appunto quella di Paolina Ranieri.»[62] Ho già detto che se Paolina sia l'Elvira del _Consalvo_ è cosa da lasciarsi per lo meno in dubbio, ma certo è che ella fu pel Leopardi la più dolce e generosa fra le amiche, quel che la donna gentile, la soave Mocenni, pel Foscolo, anzi assai più; e che se il grande Recanatese tanto fiero, altero e talvolta anche strano, visse di buon grado lunghi anni presso i Ranieri, oltre l'amicizia di Antonio, doveva attrarlo la delicata premura e il nobile affetto di Paolina, in cui gli pareva di ritrovare la sorella che aveva tanto amato ne la sua prima giovanezza e di cui il ricordo serbò carissimo per tutta la vita, benchè temesse ch'ella, al par di Carlo, non fosse rimasta sempre ugualmente tenera in quel loro fraterno legame.
Certo Antonio nel suo _Sodalizio_ esagerò grandemente, o almeno pose sotto una falsa e antipatica luce i sacrifizi sostenuti da lui e da la sorella pel Leopardi, ma non v'ha dubbio che sacrifizi dovettero essere e gravi. Tutto avrebbe giustificato, in Paolina specialmente, desideri ed aspirazioni ben diverse da la vita ch'ella conduceva; ed accresce pregio al sacrifizio la spontaneità con cui fu compiuto, la grazia serena in cui il Leopardi non poteva mai scorgere un'ombra di rimprovero o solo di rimpianto. Non è però da tacersi che se da un lato il poeta per le sue infermità, talora per l'umor malinconico, che però abitualmente non si scorgeva in lui, se non come un atteggiamento pensoso e grave, non discaro, e per talune strane abitudini o voglie di malato, poteva riuscir gravoso a gli ospiti (quantunque Giuseppe Ranieri affermasse che egli era _mite, buono, modestissimo ne' suoi desideri, di nessuna pretesa, affabilissimo poi quasi sempre, arguto nel conversare_)[63] la sua amicizia e la sua conversazione dovevano essere un non lieve compenso per i Ranieri; e lo riconobbe Antonio stesso, anche mentre, con animo tutto mutato da l'antica amicizia, scriveva il _Sodalizio_. Le serate troppo a lungo prolungate nel cuore de la notte per leggere, studiare o ragionar con Giacomo riuscivano materialmente una fatica e una pena, ma intellettualmente erano ben altra cosa. Egli doveva tornar loro inoltre di morale conforto, come egli medesimo trovava sollievo e dolcezza ne la loro compagnia e nel loro affetto fra gl'inevitabili dispiaceri che spesso venivano ad aggiungersi al suo vecchio e terribile carico di dolori. Soverchia suscettibilità indusse molti anni dipoi il Ranieri a supporre sconoscente l'amico verso di lui, mentre tutto ci fa credere gli fosse teneramente grato; infatti di nessun contemporaneo disse quel che di lui e designandolo propriamente col suo nome: «Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive e se gli uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch'egli ha dalla natura, presto sarà significato abbastanza dal solo suo nome...;»[64] e presentandolo al Visconti lo chiama: «giovane d'ingegno raro, di ottime lettere italiane, latine e greche e di cuore bellissimo e grande.» Invero se talvolta il Leopardi ne l'Epistolario ha parole pungenti per Napoli e i Napoletani, nulla fa credere ch'egli parli dei Ranieri, e Antonio stesso sapeva che l'ospite fu talvolta giustamente irato contro certi falsi amici, se egli medesimo, come notò il Piergili, racconta nel _Sodalizio_ che Giacomo venutogli un giorno innanzi con un piccolo bastone gli disse: Io vado fuori a bastonare qualcuno.