La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 14

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Tali sensi dovevano piacere a la Tommasini, quanto la schietta lode di lei piacque al Leopardi, il quale non sapeva meglio ringraziarnela che augurandole nel nipotino un futuro emulo di Emilio romano, se non ne le imprese militari, almeno ne l'amor di patria, ne la virtù e ne la volontà di giovare a questa. La corrispondenza continuava non assai frequente, ma certo assai affettuosa. Da Pisa il poeta dava a la famiglia amica (a l'Adelaide) nuove de la sua salute e del benessere che provava in quella gentile città, ricca di oggetti e spettacoli bellissimi di natura ed arte, e romantica, pel misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio; con l'Antonietta si scusava di non scrivere più spesso, asserendole che in lui la memoria di lei non era meno viva, anzi non languiva mai, e come, bench'egli non potesse fissar la mente in un pensiero serio per un solo minuto senza sentirsi male, pensasse a lei in dispetto de lo stomaco e dei nervi. Egli sentiva ancora in sè abbastanza calore per commuoversi ai nobili sentimenti ch'ella esprimeva ne le sue lettere e ne' suoi scritti: «Se tutte le donne pensassero e sentissero come voi — le diceva — e procedessero conforme al loro pensare e al loro sentire, la sorte dell'Italia già fin d'ora sarebbe diversa assai da quella che è. Non è da sperarsi che tutte vi sieno uguali, ma è da sperarsi che molte sieno indotte dal vostro esempio a rassomigliarvi.»[53] A nessuna donna il Leopardi scrisse mai parole di tale ammirazione, chè, se per altre egli si mostrò più ardente, fu però d'un sentimento diverso e meno nobile. Una tradizione vuole che il Leopardi amasse d'amore la Tommasini, ma non soltanto nulla lo conferma, bensì tutto pare negarlo: l'età di lei, che aveva diciott'anni più del poeta e quarantacinque quando lo conobbe, la sua serietà, e lo stesso affetto che il Leopardi le dimostra, affetto rispettosissimo d'amico devoto e riconoscente. «Il mondo a quelle cose che altrimenti gli converrebbe ammirare, ride,» scriveva il Recanatese; e questa nobile amicizia non da tutti saputa intendere, più che mai ci fa parer vero il giudizio, che ne la vita comune sia più necessario dissimulare la nobiltà de le opere che la viltà, perchè questa essendo comune è facilmente perdonata; quella, insolita, è presa per indizio di presunzione e desiderio di lode, lode che pochi amano dare sinceramente.

Questa volta il Leopardi seppe mantenere l'amicizia guadagnatasi, anzi stringerne i vincoli sempre più saldamente, affezionandosi a tutta la famiglia Tommasini, cui confidava le proprie materiali sofferenze e le pene morali, fino a sfogar con loro, egli d'ordinario riservatissimo, la disperazione che talvolta lo faceva quasi uscir di sè stesso. E quando a l'Adelaide egli confidava la gran voglia di terminare una volta i suoi mali e di rendersi immobile per sempre, egli che ormai non resisteva più senza gravissimi incomodi neanche ad un breve viaggio, benchè assicurasse poi che avrebbe avuto pazienza sino a la fine di quella sua _maledetta vita_,[54] l'Antonietta gli scriveva _un'amorosissima lettera_, la quale lo fece pentire del dispiacere datole e giurarle che l'amore infinito per gli amici e i parenti l'avrebbe ritenuto sempre al mondo finchè il destino l'avesse voluto. Poche pagine egli scrisse tanto affettuose come certi brani di lettera a la Tommasini, e si noti ch'egli scriveva ne gli anni maturi, quando il suo cuore era ben altrimenti freddo che ne la gioventù, quando in lui un _io nuovo_ s'era sostituito a l'_io antico_, e così diverso da fargli formare fra i suoi _castelli in aria_, il progetto dei _Colloqui di quello ch'io fui con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza della vita e dell'uomo sperimentato_ (vedi la lettera a Pietro Colletta, Recanati, .... marzo 1829).

«Non vi posso esprimere, — scriveva Giacomo a l'Antonietta, — quanto mi commuova l'affetto che mi dimostrano le vostre care parole. Io non ho bisogno di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma ho bisogno d'amore: potete immaginare quanto conto ne faccia, e in quanto gran pregio io lo tenga, trovandolo così vivo e sincero in voi, e nella vostra famiglia, i quali amerei di tutto cuore, quando anche non ne fossi amato, perchè così meriterebbero le vostre virtù da per sè sole.... Credetemi che io vi amo con tutta l'amicizia possibile e che del resto, siccome si possono amare ad un tempo due patrie come proprie, così io amo come proprie due famiglie in un tempo: la mia e la famiglia Tommasini; la quale da ora innanzi, se così vi piace, chiamerò parimente mia.[55]» Tanta premura dimostrava pel Leopardi l'Antonietta, benchè angosciata ne l'anima da una grave malattia de la figliuola, come se ad implorare dal cielo la guarigione di quella sua cara, ella sentisse il bisogno di spandere caritatevolmente la sua materna tenerezza anche sul grande infelice, che così pochi affetti aveva in terra, ella pietosa di tutte le materiali e morali miserie, ella, che stendeva la sua mano benefica a soccorrere gran numero di poveri e consolava con le parole amorevoli tanti afflitti. Poco a presso il Leopardi rivedeva la Tommasini a Firenze, dov'ella si era recata con l'Adelaide per passare alcuni giorni con lui, che non aveva potuto recarsi a Bologna a rivederle. In quei giorni esse insistettero perchè Giacomo con loro ritornasse ne l'Emilia, e ve lo avrebbero indotto finalmente, se non l'avesse vinto il suo timore di viaggiare ne la stagione calda. Egli era in un periodo di tristezza che gli faceva veder tutto nero: sciocchissime, ignorantissime e superbe gli parevano le donne fiorentine, tale da stomacare giudicava il disprezzo generalmente professato di ogni bello e di ogni letteratura; non frequentava altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa, e non era di rado, veniva a mancargli, egli si trovava come in un deserto. La visita de la Tommasini gli diede un morale dolcissimo conforto, tanto ch'egli chiamava quelli, i giorni più lieti che avesse avuto in Firenze, e asseriva che non ne avrebbe mai perduto la memoria.

L'Antonietta era sempre turbata e travagliata dal pensiero de le pene di quel grande e sempre desiderava di averlo vicino per poter più efficacemente e con delicatezza venirgli in aiuto, ed anche perchè il professor Tommasini assicurava che di taluni mali sarebbe riuscito con le sue cure a liberarlo.

De la morte del fratello Luigi, Giacomo Leopardi, che soleva rinchiudere in sè stesso tutte le sue pene, non parlò quasi a nessuno, ma ne parlò a l'Antonietta, confessandole ch'egli si sarebbe vergognato di vivere, se in quella sventura altro che una perfetta ed estrema impossibilità, gli avesse impedito di andare a mescere le sue lagrime con quelle de' suoi cari; questa, diceva, era la sola consolazione che restasse a lui pure. Pareva che l'affetto dei Tommasini risvegliasse in lui quello per la propria famiglia e gli facesse risentir più forte la tenerezza pei suoi, che non fu mai spenta in lui; ma, tornato in Recanati, quel conforto che si era ripromesso si mutò ben presto in amarezza, anzi in disperazione, tale da fargli dire a l'Adelaide che da quel luogo sarebbe _partito, scappato, fuggito_ subito che avesse potuto, e assicurarla che la sua intenzione non era di star lì dove non vedeva altri che i suoi di casa, e dove sarebbe morto di rabbia, di noia e di malinconia, se di questi mali si morisse. Chiedeva allora a que' buoni amici se a Parma si fosse potuto trovar per lui un impiego letterario onorevole e non di troppa fatica, tale da potersi accordare col suo stato di salute, e il professor Tommasini stesso gli rispondeva, interessandosi a la cosa con sì gran cordialità da meravigliare il poeta, che pure faceva assegnamento su l'amicizia di lui fin dal tempo in cui l'avea conosciuto a Bologna. Si dava allora la combinazione che lo scienziato famoso abbandonava Bologna e quell'università per trasferirsi a Parma, dov'era stato nominato protomedico; generosamente egli offriva al poeta d'andar a vivere con lui, e lo faceva con modi così affettuosi e delicati che quegli dichiarava di accettar l'offerta con la maggior gratitudine del mondo, a condizione però che l'impiego si fosse prima potuto trovare; gli confidava che la famiglia non era in grado di mantenerlo fuori di casa e che a lui l'esistenza in Recanati riusciva intollerabile; veramente gli sarebbe stato debitore de la vita, quando per mezzo suo avesse potuto uscir da quella prigione. Malgrado tutte le premure possibili, i Tommasini non riescivano a trovargli che una cattedra di storia naturale, poco adatta per lui, e mal retribuita (quattro luigi al mese), cattedra che tuttavia il Leopardi non rifiutava, tanto vivo era il suo desiderio di togliersi da Recanati; ma gl'indugi intervenuti fecero svanire il progetto, tanto più che intanto il Colletta veniva generosamente in soccorso del Leopardi. L'Antonietta era ammalata e d'ogni suo male quanto la famiglia soffrisse con lei si rileva dal suo breve scritto, _La malattia_, in cui descrive uno svenimento improvviso sopravvenutole dopo un lungo periodo d'infermità: «Mi trovava io in questo stato, quando la povera mia figlia entra per domandarmi se alcuna cosa mi bisogna, e prestarmi quegli uffizi, che le suggeriva il suo cuore. Ella mi chiama più volte, ed io non rispondo: mi piglia per mano, e mi trova fredda gelata. Prorompe nelle più alte strida, e ripete, correndo qua e là disperatamente: Oh la mia mamma! oh la mia mamma!..... Accorre il mio caro consorte, e cade semivivo sopra le mie ginocchia. I baci e le lagrime di questi due infelici mi facevano sentire ch'io non era morta del tutto.[56]»

A Recanati il Leopardi parlava co' suoi, e certo particolarmente con Paolina, di quei buoni amici; anzi, come già aveva posto in corrispondenza la sorella con Marianna Brighenti, così la volle far entrare in relazione con l'Antonietta, che le mandò un esemplare de' suoi _Pensieri d'argomento morale e letterario_ e che parecchie volte le scrisse assai gentilmente, nè volle esser più trattata da la Leopardi col Lei cerimonioso; e più le avrebbe scritto, se, o la posta o la rigida sorveglianza de la contessa Adelaide, non avesse fatto smarrire parecchie lettere che restarono quindi senza risposta.

La contessina Leopardi ebbe una desiderata lettera del Giordani per mezzo de l'Antonietta Tommasini, che ammirava le modeste virtù de la giovane, benchè non la conoscesse di persona; e sentiva il suo amore accrescersi per quello di cui si vedeva oggetto e che le era in caro modo dimostrato. «Conservatevi a me sempre amica come fate; chè ne siete ricambiata con usura.»

Quando nel borgo natio dove, come in tutti i piccoli luoghi, regnavano ambizioni piccine e avarizia e poca benevolenza, Giacomo Leopardi vedeva tenute per favola, come i grandi vizi, le sincere e solide virtù; e creduta appartenente ai poemi ed a le storie, non a la vita, la vera amicizia; egli, così pessimista in tutto, con profonda convinzione rilevava l'erroneità di questo giudizio ed affermava che, se non Piladi o Piritoi, «buoni amici e cordiali, si trovano veramente nel mondo e non sono rari.»[57]

A le tristi lettere del Leopardi, che non vedeva modo di uscir di Recanati, poichè il padre non acconsentiva di mantenerlo fuori di casa, le Tommasini ed il Maestri rispondevano con generose e delicate offerte, ed egli ne li ringraziava col cuore _e quasi con lacrime_, promettendo che in caso di necessità avrebbe accettato e dichiarando di amarli quanto più poteva amare e d'esser loro grato quanto mai sapeva essere. Tutti poi gli cercavano associati per l'edizione del Piatti, chiedevano notizie di lui al Giordani, nè lo dimenticavano, venuto anche per loro il tempo de la sventura. I rivolgimenti politici, che richiamarono nel 1831 a Parma l'antico ordine di cose, furon causa di grandi dispiaceri al professor Tommasini, che non aveva mai nascosto i suoi sentimenti liberali e il suo caldo amore a la patria; anzi, corse voce a quel tempo che egli in conseguenza di tali dispiaceri fosse morto; fu invece gravemente ammalato, ma potè guarire perfettamente. L'Adelaide dava a Giacomo notizie de la carcerazione del Giordani in Parma; il professor Tommasini lo rivedeva a Roma e l'avvocato Maestri a Napoli. Benchè i mali del Leopardi aggravatisi con l'età gli facessero trascurare la corrispondenza anche con quegli amici carissimi, egli non smise mai interamente di scriver loro, e, un mese soltanto innanzi la sua morte, mandava un'affettuosa lettera a l'Antonietta accompagnandole un esemplare de la ristampa fatta a Napoli del bel libro di lei _Sull'educazione domestica_, insieme a certi quaderni de la storia di Ranieri, scrivendo in pari tempo a l'Adelaide dolente di saperla malata. A l'Antonietta che gli domandava, anche a nome del Giordani, qualche scritto da stampare, rispondeva ch'ella e il Giordani eran padroni di tutte le cose sue stampate e non stampate; chiedeva poi, nel caso che avesse dovuto scegliere egli medesimo, di qual genere fosse la collezione che si voleva pubblicare; e questa sua compiacenza al desiderio di lei ci dimostra in quale alta stima egli la tenesse e quanta riconoscenza dovesse sentir per lei; poichè ognun sa che de' suoi scritti egli era gelosissimo.

Così mentre tante altre svanirono, questa amicizia durava quanto la vita del poeta, meno ardente di quella pel Giordani, meno entusiastica di quella per la Malvezzi, ma ben più profonda e costante.

Quando potranno esser note le molte lettere de la Tommasini al Leopardi, lettere che egli conservava caramente e di cui quindici rimaste fra le carte legate dal Ranieri a la Biblioteca di Napoli appartengono ora a lo Stato, apparirà ancor più chiara la delicatezza e la profondità di questa amicizia.

Allorchè il Leopardi scriveva le sue più amare parole contro le donne, si riferiva al sesso femminile in generale, lasciando comprendere che ammetteva eccezioni e fra queste, in quel gruppo de le anime oneste e sensitive, solitarie in disparte fra i tumulti de la vita, come le nobili figure de gli antichi nel limbo dantesco, così vicine ai dannati e pure tanto lontane da essi, fra queste certo egli poneva l'Antonietta Tommasini.

* * *

Poco sopravvisse al Leopardi la donna gentile, e furon anni dolorosi per lei, che vide malatissima la figlia ed esaurì, curandola, le sue deboli forze. Caduta malata di uno scirro canceroso a la mammella, ne sopportò coraggiosamente l'estirpazione fatta dal chirurgo Rossi e parve risanata, ma non riacquistò la sua dolce serenità abituale; rimase rassegnatamente triste, quasi prevedendo prossimo il giorno in cui avrebbe dovuto abbandonare la famiglia dilettissima.

Clelia Maestri, la nipotina che le era tanto cara, e per lo stretto legame di sangue e perchè intelligente e buona, morì dopo una lenta penosissima malattia. Inconsolabile di quella perdita Antonietta ricadde ammalata de lo scirro rigermogliato in altra parte e causa d'inenarrabili sofferenze; e le cure affettuosissime di tutta la famiglia non valsero a salvarla; morì il 29 gennaio 1839 fra le braccia del suo Emilio, consolata dal marito, che vanamente aveva tentato tutto ciò che la scienza poteva consigliare per salvar quella sua diletta. In una necrologia di lei pubblicata ne la _Gazzetta di Parma_ poi ristampata in un volume[58], Michele Leoni, rimpiangendo con sincero dolore la donna gentile, citava a proposito di essa i versi di Dante:

E le parole ch'uom di lei può dire Hanno virtù di far pianger altrui.

Ne la chiesa ove le furono resi gli estremi onori, si leggevano queste epigrafi dettate dal Giordani, che le era stato amicissimo e che frequentando la sua casa per molti anni aveva avuto agio di conoscere intimamente questa nobile donna italiana:

DIO RICEVA NELLA SUA PACE IL LUNGO PATIRE E LA CONTINUA BENEFICENZA DI ANTONIETTA TOMMASINI

PIETOSISSIMA AGLI ALTRUI DOLORI PAZIENTISSIMA DE' SUOI

LE FU MASSIMO PIACERE E PRIMARIA VIRTÙ LA BENEFICENZA

RESTÒ AMABILE ANCHE ALLORA CHE PARVE DEGNA D'INVIDIA

NON VANITÀ MA UTIL COMUNE CERCÒ NEGLI STUDI.

Lo stesso Giordani, pubblicando nel 1845 il terzo volume de le opere di Giacomo Leopardi, quello che contiene gli _Studi filologici_ de l'adolescenza, dedicava il suo proemio a Giacomo Tommasini e a Paolo Toschi, che entrambi avevano tanto amato il grande Recanatese.

* * *

Nel 1891 il Ministero dell'Istruzione dava il nome di _Antonietta Tommasini_ a la Regia Scuola Normale Superiore Femminile di Parma e il professor Abele Ferreri, allora direttore di quella scuola, per onorare il nome de la chiara signora, dettava quest'epigrafe:

ANTONIETTA TOMMASINI FERRONI NATA IN PARMA NEL 1780 — MORTA IL 29 GENNAIO 1839 MOGLIE AL PROTOMEDICO GIACOMO DONNA D'ALTO ANIMO DI COLTO INGEGNO _DI CUORE TEMPERATO AI PIÙ SANTI AFFETTI_ _DI RELIGIONE DI PATRIO AMORE DI CARITÀ NE' MISERI_ SPOSA E MADRE ESEMPLARE SAGGIA SCRITTRICE MERITÒ L'AMMIRAZIONE DI CHIARISSIMI LETTERATI DE' SUOI TEMPI LA LODE E L'AMORE DEI CONCITTADINI.

Lo stesso Ferreri, chiudendo un discorso in cui esponeva brevemente le vicende dell'istituto da lui diretto, lodava in Antonietta Tommasini la chiara scrittrice, la donna ammirabilmente modesta e sollecita di essere più che di parere, costante nel lavoro, perseverante nei generosi propositi, amante de la patria e nobilmente premurosa nel cercare il bene di tutti. A questo discorso, pubblicato a Parma nel 1892, se ne trova unito un altro del professor Giuseppe Beduzzi, degno di esser ricordato soltanto perchè le notizie che contiene intorno a la chiara Parmigiana gli furon date dal professor Gustavo Tommasini, nipote di lei.

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I biografi di Giacomo Leopardi hanno troppo dimenticata Antonietta Tommasini, su la quale parmi avesse dovuto bastare il numero de le lettere che il grande poeta le scrisse (se ne hanno stampate diciannove), ad attirare l'attenzione di coloro i quali ne la vita e ne gli affetti di lui, ricercano l'immagine di quell'animo che dal dolore e da l'amore ebbe inspirazioni sublimi. Ne la storia de le sue amicizie, che furon molte, sincere e profonde, poichè egli era tale da guadagnarsi il cuore di ognuno, cui commuovessero l'ingegno unito a la modestia, gli altissimi affetti accoppiati ad altissime sventure, merita un posto notevole la figura di Antonietta Tommasini. Ne l'affetto di una donna per un grand'uomo — notò il Sainte-Beuve — vi ha quasi sempre una prova de la parentela morale che li avvince; lo scrittore fa risuonare armoniosamente una corda nascosta che forse, non tocca da lui, sarebbe rimasta muta ne l'animo de l'amica; egli dà una più alta vita spirituale, una più piena coscienza di sè a la donna che, ravvisando nel cuore di lui molto del proprio, gli si sente fraternamente unita; quest'alta affinità intima fu il legame tenace che avvinse Antonietta Tommasini a Giacomo Leopardi.

NOTE.

[48] Bologna, 1829, Tipografia di Emidio Dall'Olmo, in 16º, di pagg. 95.

[49] _La donna e la famiglia. — Scritti d'istruzione, educazione e ricreazione per le donne_, vol. I. (Genova, Tipografia Sordomuti, 1862, pagg. 483-486.)

[50] Milano, presso Antonio Fortunato Stella e Figli, 1835, in 18º, di pagg. 119.

[51] Parma, Filippo Carmignani, 1838, in 16º, di pagg. 21.

[52] Vedi _Scritti editi e postumi di Pietro Giordani_, pubblicati da Antonio Gussalli. Milano, Sanvito, 1857, vol. V (XII de _le Opere_), da pag. 94 a pag. 96.

[53] Vedi lettera 19 marzo 1828 ne l'_Epistolario di G. L._ Ediz. cit., pag. 75.

[54] Vedi lettera 24 giugno 1828 ne l'_Epistolario di G. L._ Ediz. cit., pagg. 91 e 92.

[55] Vedi lettera 5 luglio 1828 ne l'_Epistolario di G. L._ Ediz. cit., pagg. 94 e 96.

[56] Vedi ANTONIETTA TOMMASINI, _Pensieri di argomento morale e letterario_, pag. 67.

[57] Vedi a pag. 355 del volume _Le prose morali di G. L._, commentate da I. Della Giovanna, il pensiero XCIV.

[58] Vedi _Prose del Cav. Michele Leoni_, professore di letteratura italiana e segretario della Ducale Accademia di Belle Arti in Parma. (Parma, Giacomo Ferrari, 1843, in 8º, di pagg. 447.)

[Illustrazione: _Paolina Ranieri_]

PAOLINA RANIERI.

Un'ultima soave figura di donna ci appare amica e confortatrice presso Giacomo Leopardi ne gli estremi dolorosi anni de la vita di lui: Paolina Ranieri, sorella di Antonio, del quale l'amicizia pel poeta fu a lungo considerata come uno dei più belli ed eroici esempi di umano affetto. Il Ranieri vecchio fece torto a sè medesimo con quel disgraziato libro che fu il _Sodalizio_, libro di cui egli stesso, ne gli ultimi anni, parve sentire rincrescimento, perchè cercò di ritirare dai librai tutte le copie che potè trovarne.

A difendere il morto poeta molti sorsero, commossi da la pietà reverente pel grande infelice, e questa pietà portò forse a qualche esagerazione; certo però si può ormai affermare che in quel legame da cui i due amici furon stretti, non tutto il vantaggio era dal lato del Leopardi, non tutta la generosità da quello del Ranieri; e che il patriota napoletano ne l'età senile non godette una perfetta sanità di mente. La bella figura d'amico, comparabile a quelle classiche de l'antichità, rimase oscurata ne le ultime ricerche de gli studiosi[59] ed un'ombra parve offuscare anche la gentile immagine di Paolina Ranieri, che la storia letteraria ci mostra così strettamente congiunta a quella dei due amici: dico _parve oscurare_, poichè in realtà nessuno ebbe motivo di negare il disinteresse e la virtù di lei, nessuno anzi osò muoverne nè pure un dubbio; persino il Ribella, così severo verso Antonio, ha solo parole di lode per la sorella di lui, che dice d'animo mite, gentile, corrivo a la pietà, affettuoso per gl'infelici.

Se Antonio — chi non voglia in lui, dal giovane generoso, ardente, intelligente, dal patriota che per la causa di una patria adorata con sacro culto, seppe soffrire esilio, persecuzioni, carcere, distinguere in modo assoluto il vecchio accasciato da le sventure e dal male e miseramente mutato ne l'animo come nel corpo — se Antonio desta un senso di rammarico e quasi di pietà per non essersi saputo, o meglio _potuto_ mostrare sempre, come ne gli anni giovanili, ugualmente degno de l'amicizia d'un Leopardi, Paolina non risveglia che ammirazione, anche quando le smisurate lodi del fratello per lei si vogliano considerar soltanto come esagerazioni di una mente turbata: Paolina è una di quelle purissime, candide creature dinanzi a le quali la povera umanità ha diritto di sentirsi un momento orgogliosa di sè e di levar la fronte verso le stelle.

* * *

Francesco Ranieri e Luisa Conzo furono i genitori di Paolina, che nacque il 26 marzo 1817 a Napoli in un palazzo di via Piliero e fu battezzata in San Giacomo co' nomi di Paolina, Virginia, Nunzia, Tudegarme. La famiglia era numerosissima, poichè contava dieci figliuoli, di cui Antonio era il primo, dopo di lui eran nati tre maschi, il maggiore fra i quali, Giuseppe, fu il più affezionato al primogenito. Per quanto le cure del padre, de la madre, dei congiunti, possano essere intelligenti, assennate, vi ha un'educazione che difficilmente essi riescono a dare a un figliuolo rimasto unico: quella fraterna; quanto apprendono l'un da l'altro i ragazzi, che lezioni d'affettuosa pazienza, di compatimento gentile, di pietà, di sacrificio! Di queste lezioni, Paolina, naturalmente buona, profittò più che altri mai.