La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 13
La figura de la Tommasini non è bella soltanto quando la vediamo fra i libri che le son cari, ma è bellissima ancora quando ci appare nei teneri colloqui con la figliuola ch'era la più cara amica del suo cuore e cui diceva: «Tu sei così necessaria al mio essere, come l'aria che respiro.» Bella, quando accompagna con gli occhi fin che può la sua Adelaide, ne la verde campagna, o quando, seduta senza quasi rifiatare, guarda le rondinelle che fanno il nido a le finestre del suo salotto di campagna, quelle rondinelle ch'ella, accuratissima de la pulizia e de l'ordine, non avrebbe mai avuto il coraggio di cacciare. Con quanta dolcezza ella seguiva tutti i movimenti dei bruni uccelletti e pensava al nido suo e a quello dove un giorno la sua Adelaide sarebbe stata madre a sua volta! Bella quando, appena levata dal letto, aperta la finestra, rimane con un ingenuo diletto a riguardar la neve, che ha coperto tutto d'intorno, e osserva le piante, che si sono inclinate al suolo e quelle che si levano orgogliose, un suo caro salice ancor più malinconico del solito; in quella tristezza ella trova qualche cosa che le dà una sensazione piacevole, e giudica sia il pensiero del riposo, che prepara in secreto una nuova, florida vegetazione. Ci piace seguirla ne le sue passeggiate solitarie in riva al torrente, mentre carezza con le candide mani le fronde dei cespugli, che si avanzano sul suo sentiero, e guarda i colli, il cielo ridente, e ascolta il mormorio de l'acqua fra i sassi, il canto de l'usignuolo nascosto fra il verde, e poi siede a l'ombra di quelle piante ed apre la _Divina Commedia_, piangendo su le divine pagine del Canto d'Ugolino; o quando visita la cava del gesso nei colli bolognesi e sente svanire in sè tutta la gaiezza de la bella gita e si fa pallida e triste dinanzi ai miseri operai _giallastri nel volto e rugosi innanzi tempo_ e ai loro figli da l'aspetto malaticcio che ne l'infanzia portan già i segni de la vecchiaia; ella non regge a la pietà che ne prova e dà loro tutto il danaro che ha con sè; ma non si sente confortata per questo, anzi prova, ella sempre così contenta del suo stato, il rincrescimento di non esser ricca, al pensiero di tutto il bene che potrebbe fare.
Intanto l'ingegno del Tommasini, meritamente riconosciuto, ed il suo sapere diedero a la famiglia un'onesta agiatezza. Nel 1815 il governo de le Legazioni pontificie chiamava il professore a sostituire il defunto illustre Antonio Testa ne la cattedra di clinica medica e di terapia speciale a l'Università di Bologna; ed il Tommasini nel suo nuovo ufficio s'ebbe ben presto chiara fama non solo in Italia, ma in tutta Europa; da ogni parte de la penisola i giovani accorrevano ad ascoltare le sue lezioni, profonde per dottrina e belle per forma.
L'Antonietta, tolta da le prime strettezze, prese con vivo diletto la direzione dei lavori per ornare di un giardino la sua villa. Ella non amava le troppo culte aiuole dove i fiori disposti a disegno non hanno più nulla de la loro naturale bellezza e paiono, stretti in folla, cercar avidamente coi calici aperti e i petali cadenti un po' d'aria, un libero raggio di sole; neppure amava le grotte artificiali, le artificiali rovine, i tempietti, le false alture, le forzate prospettive; preferiva la semplicità lontana da ogni studio e da ogni ricercata simmetria, un bel rosaio da le diffuse fronde fra cui fan capolino i bocciuoli fragranti e si aprono, con un riso di gaiezza, le ricche corolle de le rose, a canto a un melagrano in fiore; lieti, variopinti garofani ai piedi d'una vite; dovunque il verde, l'acqua, le gradite alternative d'ombra e di sole. Preparando tale il suo giardino, godeva, già in previsione, de le dolci ore che vi avrebbe passate ne l'oblio di ogni amarezza, elevando a l'alto il suo pensiero, conversando con lo spirito insieme ai cari defunti, di cui il ricordo le era sempre ne l'anima, non come un terrore e un tormento, ma quale conforto soave: sentendoli così vivi in sè e nel suo cuore da illudersi di non averli interamente perduti. Uno dei suoi più vivi affetti fu quello per la natura, ch'ella prediligeva non soltanto ne le sue selve verdeggianti, nei vaghi e taciti sentieri dove a l'anima pensosa parlano le siepi alte e fiorite, gli alati insetti, le svelte lucertole striscianti fra l'erba, l'ape ronzante e la farfalla leggiera; nei lontani profili dei monti, ne gli armenti dispersi a la pastura, ne le delizie de le odorose solitudini; ma ancora ne la semplicità d'animo dei contadini, che con ingenua affettuosità festeggiavano la buona padrona e più che mai un dì ch'ella, riavutasi dopo una grave malattia, tornava fra loro. Punto orgogliosa e convinta intimamente de la santità di quel vincolo che dovrebbe legar fra loro poveri e ricchi, ella era commossa e lieta, vedendo quei rozzi lavoratori affollarsi intorno a lei, ancor pallida e debole, giunger le mani ringraziando il cielo di averle ridata la salute, e narrarle con sincera enfasi il gran timore che avevan avuto di perderla. Non isdegnava fermarsi a ragionar con loro dei lavori campestri, lodare quel che le pareva ben fatto, e giungeva a desiderare col Beccaria una onorificenza speciale pel contadino benemerito de' suoi campi.
Le scene orride la dilettavano quanto le amene. Dal ponte de la Sesta sul torrente Parma contemplava il pittoresco orrore del paesaggio montuoso e si sentiva scossa dinanzi a la sublimità di quello spettacolo unico, che descriveva poi così al marito: «Fui costretta a fermarmi per contemplare tutto l'orrido di quel luogo: monti dirupati, selve di antiche piante, che non lasciano passaggio a la luce; massi di una immensa grossezza, che stanno per rovinare giù nel torrente, il quale rumoreggia da lungi, e ti passa sotto ai piedi bianco di spuma, e quasi irritato co' monti, che lo stringono e contrastano al suo rapido corso. Sai tu, mio consorte, che mi ha consolata il vedere questo torrente, che dà o riceve nome da la nostra città! Pensando che le sue acque bagnano le mura di Parma, dove tu sei, mi pareva di vedere in esse una via di comunicazione fra le nostre anime.»
Un temporale veduto da l'alto di un monte ne la sottoposta vallata, mentre in alto ride il sole, le fa provare un sentimento per cui le par d'essere più che mortale, ma ne la gioia di questo diletto le sopravvien tosto il pensiero dei danni che avranno a patire i contadini de la valle e la pietà la commuove quanto l'ammirazione. In tutto, com'ella ben diceva, il suo spirito sapeva trovare un riposto piacere: un salice diveniva _una cosa viva_ per lei, chè al suo rezzo rileggeva gl'Idilli di Gessner, e ripeteva il voto che il cielo le serbasse sempre ne l'anima il gusto de le bellezze campestri e la tenerezza verso gl'infelici, le due fonti de le sue più care dolcezze: ne la natura ella trovava una pace pensosa, feconda d'alti pensieri e d'emozioni elevate; ne l'amore per gli sventurati, l'oblio dei dolori propri e un senso di carità soddisfatta che le rendeva sopportabile ogni mancato suo desiderio. Vivissima era in lei la religione dei sepolcri: una bigia pietra in mezzo ad un bosco di faggi bastava a commuoverla, anzi la commuoveva più d'ogni superbo monumento; questo, diceva, eccita la meraviglia, quella la pietà; dinanzi al primo l'arte ci occupa l'attenzione, dinanzi al secondo l'animo è compreso da una dolce malinconia.
A la patria la stringeva un affetto più vivo che non soglia essere ne le donne, e perchè la sua mente era più aperta ed il cuore più tenero (ma tenero solo secondo le leggi de la ragione) che non sieno nel comune de le signore, e perchè ella amava troppo il marito per non accoglierne tutti gli affetti. I loro più cari amici erano tutti liberali e ne le conversazioni di casa Tommasini, se non si congiurava, si augurava, certo spesso, la libertà de l'Italia.
L'Antonietta sdegnavasi de le accuse lanciate da gli stranieri contro gl'Italiani; e a quella d'indolenza e d'ignavia rispondeva vantando con nobile orgoglio le nostre industrie, i progressi de la medicina, quelli de le scienze economiche e morali, con Melchiorre Gioia e i nomi, che son di per sè stessi una gloria, del Romagnosi, del Galvani, del Volta, di Lagrange, del Taverna. Nel 1829 il professore si stabilì nuovamente a Parma, dove fu eletto protomedico de lo Stato e riassunse l'ufficio d'insegnante ne l'Università; la sua prolusione ebbe ad argomento l'_Amor di patria_. A Parma Antonietta vide la sua casa onorata dai più insigni uomini che quella città contasse allora: Pietro Giordani, che portò ai Tommasini un affetto pari a la stima, il famosissimo incisore Paolo Toschi, Giuseppe Serventi, il professor Michele Leoni, l'avvocato Ferdinando Maestri, che sposò l'Adelaide Tommasini. Con questo matrimonio, da cui nacquero due bimbi, Clelia ed Emilio, la buona Antonietta vide adempiuto il suo voto che la figlia trovasse un compagno a lei somigliante ne l'animo; fidando ne la virtù di quella sua cara, ripeteva con dolce compiacenza: «I suoi figli non piegheranno a la viltà di questi tempi,» e ricordava forse allora i generosi versi che un altro suo grande amico, Giacomo Leopardi, rivolgeva a la sorella fidanzata:
O miseri o codardi Figliuoli avrai. . . . . . . . . . . . . . . . . Di fortuna amici Non crescano i tuoi figli, e non di vile Timor gioco o di speme: onde felici Sarete detti nell'età futura.
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Fra gli scritti di Antonietta Tommasini due in ispecial modo provano un bel cuore: _Intorno alla educazione domestica — Considerazioni_[50]; e _I ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serventi_[51].
Il suo libretto _Intorno a l'educazione domestica_ ebbe per proposito principale di far conoscere l'opera de l'insigne pedagogista Giovanni Locke. La Tommasini, che per la viva tenerezza inspiratale da' suoi figliuoli e pel desiderio de la pubblica utilità, dava il meglio del suo ingegno a gli studi pedagogici, i più insignificanti ed aridi fra tutti se vi si dà uno spirito dogmatico e pedantesco, i più elevati e i più degni, se coltivati da una mente aperta e da un cuore che aspiri al vero bene, trovò ammirabile quell'opera, contenente gran copia di buoni principii, facilmente applicabili, e volle farne l'estratto, che le riuscì bello di chiarezza, d'eleganza di stile, in ogni sua parte; di calore d'affetto in quanto di proprio ella vi mise. E di proprio vi mise moltissimo, ricavando precetti e considerazioni da la propria esperienza, commentando e talora anche combattendo con buone ragioni le idee del Locke in quel che avevano o di non buono o di non adatto ai tempi e ai luoghi pei quali la Tommasini scriveva. L'operetta è da lei dedicata ai figli, cui ella dice di renderla, come cosa loro, perchè essi furono il soggetto di quelle meditazioni e di quelle cure, che maturarono le sue idee pedagogiche. Essi vi dovevano trovare la storia de la propria educazione e quasi una prova de l'immenso affetto che aveva vigilato su di essi fin da la loro prima infanzia e, come una seconda Provvidenza, aveva inteso al loro meglio anche nei minimi particolari de la vita.
Quest'opuscolo de la Tommasini piacque assai; il Leopardi, severissimo giudice, lo lodava vivamente; il Giordani scriveva a l'autrice che, quantunque sentisse ripugnanza insuperabile a profferire così biasimo come lode, qui poteva francamente lodare, e innanzi tutto la scelta de l'argomento, poichè, se molto si era già scritto de l'educazione, questa rimaneva _stolta e barbara, piena di vizi, lontana da ogni vero_. «Giacchè della educazione pubblica (almeno per gran tempo) è disperato ogni bene, resta che ciascuno studi quanto gli è possibile a migliorare la privata senza la quale potrebbe poco riuscire a profitto la pubblica, benchè fosse men rea. Dio permetta che le vostre buone intenzioni, e il desiderio di chiunque è ragionevole, abbiano qualche effetto..... Nel vostro libretto mi è piaciuto molto un'altra cosa, tanto più che oggi è fatta rarissima; ed è una sanità di idee e nettezza di stile per la quale intendo quello che volete dire. Il che non poco importa quando si vogliano dire cose vere ed utili..... Desidero e amo sperare che alcun buon effetto non manchi di nascere dalla vostra fatica; ciò che è la più vera lode e il più caro premio d'ogni buon libro.»[52]
La Tommasini ne la sua operetta rivela la vigoria e la rettitudine de la sua ragione non meno che l'indole sua tutta affetto e dolcezza e si guadagna meritamente un posto fra le grandi educatrici italiane.
Studiare i bimbi con provvida sollecitudine e con quell'affetto che lungi da l'accecare, rende chiaroveggenti a conoscere i difetti e a correggerli, esperti ad aprire dolcemente a la vita le piccole anime, e le menti infantili a la verità; capaci di essere insieme genitori teneri ed educatori severi, di non perdere l'autorità, conservando in tutta la sua pura e feconda grandezza l'intimità familiare, consci del dovere di veder sempre nei nostri ragazzi dei figli ed insieme de gli uomini, che debbono essere, per quanto è possibile, fatti partecipi di tutte le gioie, i dolori, le vicende de la vita de la casa e di quella de la patria, fermi nel proposito di dar loro il meglio soltanto de l'anima nostra e de la nostra esistenza, perchè in essi si rispecchi la vita nostra, ma scevra quant'è possibile de gli errori e de le sventure che l'hanno turbata; persuasi di dover vedere in loro non, come gli antichi, una proprietà, ma de gli esseri che non sono _noi_, se non per l'amore che fonde ne la loro la nostra felicità, bensì sono _altri_, ciascuno una esistenza, una vita, un'anima, un atomo de l'umanità; questi che dovrebbero essere i criteri di tutti gli educatori, erano in sostanza quelli di Antonietta Tommasini. L'opera sua di madre è il più bel commento del suo sistema educativo. La figlia fu _la sua più cara amica_, l'intima confidente di tutti i suoi pensieri; in un tempo in cui ancora nei rapporti fra genitori e figli l'autorità prevaleva, e allontanava questi da quelli, ella si strinse vicini i suoi due cari ragazzi e volle serbarli obbedienti e rispettosi, non con un'autorità imposta, ma col mostrarsi a loro in ogni giorno, in ogni momento, in ogni occasione degna del loro rispetto. Per loro ella educava sè stessa innanzi tutto, come avrebbe voluto istruirsi in ogni scienza e come in molte cose s'istruì davvero. Ricercava avidamente i buoni libri che potevano aiutarla in questo compito, ma s'indispettiva, vedendo come nei volumi destinati a le donne e ai ragazzi non si trovi la scienza, ma piuttosto e solo qualche indizio di essa; e desiderava che uomini veramente grandi scrivessero pei bambini e pel popolo, persuasa che essi saprebbero bene dar la sostanza, non l'apparenza, il succo vitale, non le briciole pressochè inutili del sapere. Invero nulla di più falso de l'idea che tutto basti quale lettura ai giovani, a le donne, al popolo, i quali per essere educati avrebbero bisogno di cose, non di parole, o di quelle insieme a queste, e che queste fossero le grandi, nobili parole di cui germinano i grandi affetti e le generose azioni.
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I _Ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serventi_ furono stampati prima a Milano ne la _Strenna femminile italiana per l'anno 1838_, poi in opuscolo a parte da Filippo Carmignani a Parma ne l'anno stesso. Il Serventi, uomo di talento e di rara filantropia, divenuto ricco e assai noto per la sua operosità, stimato ed amato per i molti benefizi fatti a gli amici ed ai concittadini, era morto in condizioni non liete, benchè, anche ne le sventure che a questo lo ridussero, sventure e non colpe, avesse serbata intatta l'onestà del suo nome e lasciato tanto da soddisfare ogni debito. L'onesto e generoso Serventi era quasi dimenticato, anche da quelli cui aveva fatto maggior bene, ma non lo dimenticò l'Antonietta Tommasini, che gli era stata amica vera e che, venerandone la memoria, si sentiva stretta a lui dal ricordo di un beneficio ch'ella si compiaceva di palesar apertamente. Quando il Tommasini, giovane ancora e quasi ignoto, scrisse la sua prima opera da cui attendeva il principio de la propria fama, egli era troppo povero per pubblicarla e troppo altero per chiedere aiuto a questo scopo. Giuseppe Serventi, saputa la cosa, spontaneamente e con somma delicatezza si offrì di stampar l'opera a proprie spese. «Nè questo fatto mi fu mai ripetuto, nè lo richiamo mai senza sincerissima commozione di cuore,» scriveva l'Antonietta Tommasini, che assai benefica anch'essa, aveva la rara virtù de la riconoscenza, certo più rara ed altrettanto pregevole di quella del beneficio. Ella volle generosamente ricordare le virtù del Serventi, virtù, quantunque preziose, presso ad esser volte in dimenticanza. In questo lavoro de la Tommasini, Michele Leoni ammira «il nobil coraggio ond'Ella sdegnando il timido silenzio d'ogni altro, si levò sola a svergognar la fortuna, de la miseria ne la quale si piacque abbassare quel generoso, quel probo, dopo aver lui meritamente recato sì alto nel credito e nell'ammirazione di tutti.» (Vedi _Prose di Michele Leoni_, Parma, 1843, pag. 379.) De l'amico e benefattore ella tesse la vita, ponendo bellamente in luce le cose più degne di lode, e il bene che da lui venne a la città sua; con rara delicatezza rileva fatti e abitudini, che potrebbero parer insignificanti a uno spirito volgare, ma che formano quasi le sfumature del bel ritratto e dànno luce a quegli ignorati misteri de l'anima in cui consiste gran parte de la personalità. Queste sfumature squisite non ci fanno conoscere soltanto Giuseppe Serventi, cuore mite e buono di filantropo, di padre e di cittadino, ma altresì la Tommasini, che sa trovare tali note delicate, come chi con una lucerna in mano c'illumina un ritratto posto ne l'ombra, resta a sua volta rischiarato da un raggio di quella lucerna; o come il ritrattista che ne la vigoria o ne la soavità de le sue tinte, ne la espressione profonda o ne la semplice e rigida riproduzione de le linee d'un viso ci dà qualche cosa di sè. Tali tratti sono ad esempio il notare la semplicità de la vita di quell'uomo altamente buono, il suo amore per le frutta dei campi, per le case antiche, per tutto quello che riavvicina l'uomo a la natura, la commozione con cui ne le belle notti di estate fissava il tranquillo chiarore de la luna, e la cura con la quale ne la sua villa aveva fatto costrurre sì acconcie porte, finestre e terrazze che il sole vi potesse penetrare a qualunque ora del dì. Sappiamo dal Leoni che de la Tommasini rimasero ancora la traduzione di parecchie lettere del Franklin, buon numero di lettere originali manoscritte, i particolari di _Un viaggio a Roma_, e le prime pagine di un romanzo storico, cui, se faceva difetto la schietta semplicità, non mancavano virtuosi ed utili intendimenti.
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A Bologna Giacomo Leopardi conobbe Antonietta Tommasini e insieme a lei il professore, già famoso come clinico e come oratore e conosciuto pei sentimenti patriottici, la figlia ed il genero. Ne l'epistolario leopardiano troviamo per la prima volta il nome dei Tommasini ne la lettera 16 gennaio 1826 al conte Papadopoli: «Quanto a Tommasini fa quello che ti piace, ma tu sai da una parte che io spero poco nei medici; dall'altra che io non posso pagare le visite di un Tommasini.» Può darsi che il professore, sempre disinteressato, consentisse a dar, senza idea di lucro, i suoi consigli al Leopardi e che di qui avesse origine la loro conoscenza.
Non sappiamo a qual grado d'intimità questa giunse, certo intimità grande, se le Tommasini quasi convissero col poeta, come egli scrisse. Tornato a Recanati, Giacomo a l'Antonietta dichiarava vere purtroppo le considerazioni generali sopra la triste condizione de gli uomini, ch'ella aveva fatto in una sua lettera, si doleva d'aver perduto un piacere, perdendo il _poter esser con lei_ e si consolava al pensiero che di lui ella conservasse non discara memoria e con la fiducia di posseder l'amicizia del suo celebre consorte.
La Tommasini, che sospirava di posseder una patria, doveva aver assai ammirato le prime Canzoni del Leopardi, così sinceramente inspirate dal patrio entusiasmo e così calde d'alte aspirazioni al risorgimento d'Italia; ella certo aveva sentito parlare a Bologna de l'ardore di cui quei versi infiammavano tutti i liberali, e letto fors'anche la poesia che monsignor Carlo Emanuele conte Muzzarelli indirizzava al Recanatese nel _Caffè di Petronio_ (nº 51, 24 novembre 1825), celebrandolo per le sue prime Canzoni e soprattutto per quella _All'Italia_:
O tu, che la tua patria in suono ardito Togliesti all'ozio indegno, Di un'anima non vile odi l'invito, Di Te, di Ausonia degno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ma dì verrà, ned io lontan lo scerno, Che dell'Italia i prodi Torneranno all'Italia il serto eterno, E non compre le lodi.
L'Antonietta ne la primavera del 1827 vide nel _Raccoglitore_ il discorso leopardiano «In proposito d'un'orazione greca di Giorgio Gemisto Pletone»; ella, sentendo vivamente l'ammirazione per tutti i sacrifici e per tutte le virtù, che derivano da la carità del luogo natio, e in particolare ammirando l'antica grandezza e la moderna virtù greca, scriveva al Leopardi calde parole, cui egli, pur già lontano da gli entusiasmi de la sua giovanezza, rispondeva ch'egli pure riguardava i poveri Greci come fratelli e che se più avesse potuto dire in quell'articolo, più avrebbe detto in loro favore, ma che considerata l'impossibilità di parlar liberamente, gli pareva di averne detto abbastanza. Infatti egli ne aveva parlato con sincero calore, giudicando ammirabile la nazione greca «.... che per ispazio d'intorno a ventiquattro secoli, senza alcuno intervallo, fu nella civiltà e nelle lettere, il più del tempo, sovrana e senza pari al mondo, non mai superata: conquistando, propagò l'una e le altre nell'Asia e nell'Africa; conquistata, le comunicò agli altri popoli dell'Europa.» Con pari ammirazione ricorda come per tredici secoli la Grecia mantenne la civiltà e le lettere quasi incorrotte, per gli altri undici le conservò, e fu spettacolo nuovo nel tempo de le crociate a le genti civili, a le rozze, a le quasi selvatiche, e come a l'ultimo, vicina a cadere sotto un giogo barbaro e a perdere il nome e per dir così la vita, gittò a modo d'una fiamma che si spegne, maggior luce, e, caduta, fu coi suoi profughi un'altra volta maestra a l'Europa.