La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 12

Chapter 123,861 wordsPublic domain

Lo Straccali, acutissimo commentatore dei canti leopardiani, ed altri molti credono inspirati da la Malvezzi i versi che citammo, in cui si risente la piena de l'amarezza, rimasta in cuore al poeta dopo una crudele delusione: ma che questa fosse la perduta amicizia de la contessa, mi par dubbio per lo meno; veritiero e sincero ne la sua inspirazione, se avrebbe potuto affermare che _quelle pupille tremule, quel raggio sovrumano_, non brillavano d'amore per lui, avrebbe potuto con ugual verità dir che ne la contessa non v'era nessuna intima affezione, che quel bianco petto non chiudeva una _favilla_, egli che l'aveva conosciuta tenera, anzi tenerissima di cuore?

Mi par probabile che i versi citati si riferiscano piuttosto a Madama Padovani[46], al carattere de la quale appaiono convenientissimi; ne la Padovani il poeta ammirava a punto sopra tutto gli occhi fulgenti, e dopo averla avuta cara, egli la disprezzo veracemente.

Un'obbiezione rimarrebbe: per la Padovani il poeta provò solo una fuggevole, benchè viva simpatia, cui forse non si conviene il nome di _celeste foco_; ma può darsi ch'egli avesse in mente più che la durata di quell'amore, la purezza e l'entusiasmo che sempre accompagnavano l'amore in lui.

Com'è ingiusto accusare troppo severamente la contessa, che ne la sua austerità non poteva e non doveva sopportar il troppo audace linguaggio de l'appassionato poeta, il quale a tale linguaggio giunse, malgrado l'indole riservatissima, spinto dal fuoco de l'anima e da l'illusione di quel compatimento ch'egli pose ne l'animo de la sua Elvira per l'infelice Consalvo; così è ben poco ragionevole tacciare lui d'ingratitudine verso la Malvezzi, perchè nel febbraio del 1828, rispondendo probabilmente a una domanda rivoltagli, scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il poema della Malvezzi. Povera donna! Avevo veduto già il manoscritto.» Questa parola di compatimento, in cui infine non vi ha nulla di amaro, non appare punto strana su la penna del grande Recanatese, così difficile ammiratore e così parco lodatore; egli aveva il diritto d'esser giudice severo fra tutti, e che severo fosse infatti bastano a provarlo i giudizi ch'egli diede sui migliori suoi contemporanei, quali il Manzoni, il Mamiani, il Costa, il Rosini.

L'amore passò rapido in lui; le sue passioni erano troppo ardenti e infelici perchè non dovessero consumarsi in breve nel proprio fuoco, lasciando solo una triste cenere: cosa morta in un cuore che appariva morto, solo per risorgere più fremente e più grande.

* * *

Gli ultimi anni de la contessa Teresa passarono ne le abitudini oneste, studiose e casalinghe ch'ella aveva sempre avute. Le maggiori gioie de la sua maturità serena e de la sua vecchiezza tranquilla, benchè per ben vent'anni tormentata da una malattia nervosa, le vennero dal figliuolo Giovanni, che, se è vero essere i figli le migliori virtù de la madre, fu per lei il più bel titolo di lode. È noto come Giovanni Malvezzi fosse generoso de l'opera sua e de le sue sostanze a la causa de la patria, come nel '49 assumesse il comando de la Guardia Civica; come dieci anni dopo facesse parte della Giunta provvisoria di governo e quindi deputato a l'assemblea de le Romagne, ne promovesse l'unione al regno d'Italia; commemorandolo nel Senato (24 novembre 1892), il presidente Domenico Farini diceva: «Profonde convinzioni, bontà soverchiata dalla modestia, virtù private pari alle pubbliche, furono doti spiccate di Giovanni Malvezzi.» La contessa Teresa ebbe carissime la prima sposa di suo figlio, Barbara Pio di Savoia, e la seconda, Augusta Tanari, soavissima donna che Bologna ricorda con affetto.[47]

Fra i libri e l'ago ne la dolcezza domestica, che le faceva sopportabili i tormentosi suoi mali, Teresa Carniani Malvezzi invecchiò tranquilla e rispettata. Inferma e avvertita dai medici che non le rimaneva speranza su la terra, posò la mano sul capo del figlio piangente vicino a lei, e, volgendo lo sguardo a l'alto, disse: «Dio, benedite mio figlio, la sua sposa e i suoi figli.» E in queste parole di benedizione spirò la notte del 9 gennaio 1859, pianta non da la sola famiglia e da gli amici, ma da l'intiera città. Il figliuolo e i nipoti Giuseppe e Nerio serbarono a la sua memoria un vero culto di venerazione e d'affetto.

Men nota che non meriti in realtà come scrittrice colta e gentile, ell'è notissima per la famosa lettera di Giacomo Leopardi al fratello; ma la sua severa e pur dolce figura smarrì nel tempo i puri contorni fino a diventar per taluni quella d'una civetta volgare e senza cuore. Tale non fu invero la dotta gentildonna a la quale il Leopardi dovette ripensar talvolta con amarezza sì, ma non senza rimpianto, ricordando fra le poche liete ore de la sua vita quelle trascorse a canto a lei, buona amica.

Un dottor Paoli scriveva da Firenze a la Malvezzi il 21 agosto 1827: «Ieri mi giunse il pacco contenente le trenta copie della sua _Egloga_ e numero quattro della _Repubblica_ di Cicerone. Leopardi mi mostrò desiderio di aver un esemplare de la prima, ed approfittandomi de l'autorità ch'Ella mi ha dato di diramarne alcune copie non esitai a compiacerlo.» Il poeta non aveva dunque scordato Teresa; e nè pur lei potè dimenticarlo, e forse gli accordò perdono, se è posteriore a la loro rottura la lettera scrittagli da lei e rimasta fra le carte del Ranieri.

NOTE.

[36] Vedi a pag. 31 del volume _Giuseppe Biamonti_, di Stefano Grosso (Bologna, Romagnoli, 1880), la lettera 23 dicembre 1815.

[37] Questa lettera si trova inedita nell'Archivio Malvezzi de' Medici in Bologna (_Carteggio de' Malvezzi_, capsula 113). — La lettera è priva di data; l'opuscolo fu ripubblicato nelle _Opere edite ed inedite di Paolo Costa da lui accresciute e corrette_, vol. II (Parma, Fiaccadori, 1835). Nello stesso Archivio Malvezzi si trovano le altre lettere inedite dirette a la contessa Teresa citate in questo studio; quelle cioè de lo stesso Costa, di A. Papadopoli, di Urbano Lampredi, di Giuseppe Mezzofanti, di Salvatore Betti, e d'altri.

[38] Vedi la _Lettera autobiografica della contessa Carniani Malvezzi a monsignor C. E. Muzzarelli_ (Bologna, 18 dicembre 1829) a pag. 223 de le _Biografie autografe ed inedite di illustri italiani di questo secolo_, pubblicate da D. Diamilla Müller. Torino, Cugini Pomba e comp., 1853.

[39] Vedi _Lettera a suo fratello Carlo_ a Recanati, Bologna, 30 maggio 1826, a pag. 456, _Epist. di G. L._ Firenze, Le Monnier, 1864, vol. I.

[40] Vedi _Le prose morali di G. Leopardi commentate da Ildebrando Della Giovanna_ (Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, pag. 85 e 86).

[41] Vedi _Epist. di G. L._ Lettera citata, a pag. 456, vol. I.

[42] Vedi lettera 5 giugno 1826 a pag. 457-459 dell'_Epist._

[43] Vedi G. MESTICA, _Gli amori di Giacomo Leopardi_. Studio pubblicato nel _Fanfulla della Domenica_, 4 aprile 1880.

[44] Vedi a pag. 120 de l'_Appendice a l'Epistolario di G. L._ la lettera senza data di G. L. a T. C. M. a Bologna.

[45] Vedi lettera 5 aprile 1817 nel citato volume del Grosso.

[46] Vedi a proposito di Madama Padovani il mio articolo _Il Leopardi e Madama Padovani_, pubblicato nel _Fanfulla della Domenica_, 10 ottobre 1897, e l'ultimo studio del presente volume.

[47] A proposito de la famiglia Malvezzi, vedi la _Necrologia del conte Giovanni_, scritta da Carlo Malagola e pubblicata ne la _Gazzetta de l'Emilia_ di Bologna, 5 ottobre 1892; vedi ancora la _Commemorazione del senatore Malvezzi_, letta da D. Farini presidente del Senato ne la seduta del 24 novembre 1892; a proposito del busto de lo stesso conte Giovanni, opera de lo scultore Federico Monti, donato al Municipio di Bologna col frutto di una sottoscrizione fra amici ed estimatori, vedi i giornali bolognesi del 23 e 24 gennaio 1895; e a proposito de la famiglia Malvezzi, vedi ancora _Augusta Malvezzi, Ricord_i (Bologna, Tip. Fava e Garagnani, 1887; opusc. in 8º di pagg. 30). L'archeologo Francesco Rocchi scrisse una necrologia biografica intorno a la contessa Teresa C. M. nella _Gazzetta di Bologna_ del 9 febbraio 1859.

[Illustrazione: _Antonietta Tommasini_]

ANTONIETTA TOMMASINI.

Una brigata di piccoli folletti fa il chiasso in una modesta stanzetta; le boccucce rosse si aprono a risate gioconde, a grida festose, gli occhietti scintillano fra i riccioli scomposti, i giuochi stanno per divenire sfrenati e sgarbati: ma una porta s'apre e una giovanetta compare, una giovanetta bella che nel viso rotondetto e ne la fronte serena ha ancora qualche cosa d'infantile anche lei, ma che pure ne la grazia seria de' suoi quindici anni è già donna compiutamente; al rimprovero che leggono ne' suoi occhi puri e profondi, al cenno de la sua mano alzata a una scherzosa minaccia, i frugoli si quietano, a braccia aperte le si gettano addosso, promettendo, prima ancor che richiesti, d'esser molto buoni, e la fanciulla, togliendosi in collo il più piccino, si dispone a dirigere ella stessa i giuochi e un pochino anche a prendervi parte.

Tale ci appare adolescente l'Antonietta Ferroni: simile a la bionda Carlotta del _Werther_ ella fu sin da l'infanzia piuttosto una madre che una sorella pei fratellini, chè la famiglia Ferroni, civile, educatissima, ma non ricca, la madre vedova esigevano quest'aiuto e questa precoce saggezza. Ed Antonietta cedeva di buon grado al dovere punto ingrato per lei, nata ad essere la viva fiamma d'un focolare intimo e che aveva già quel cuore materno per cui il sacrificio è gioia.

Seconda di cinque figli, era nata nel 1780 a Parma: e, piccola massaia, a pena potè, fu la direttrice de la casa; le cure domestiche innanzi tutto, poi a tempo avanzato, quasi come una distrazione, lo studio, occupavano le sue liete giornate, e non era raro il caso di vedere il grazioso visetto chino su di un libro ai riflessi rossastri del focolare di cucina. Iacopo Sozzi, suo primo maestro, le aveva appreso a preferire, tra tutti, i grandi scrittori e a gustarne con intimo diletto le severe bellezze: l'alta e pura antichità l'attraeva come la patria dei grandi ideali ch'ella già vagheggiava, e a quella serenità semplice e sublime pareva accordarsi la schietta purezza del suo pensiero, non abituato a molli fantasticherie, ma pur avvinto dal fascino de l'arte. La vita tutta operosa, le aveva lasciato ben poco tempo pei pericolosi sogni giovanili; non la fantasia, ma il cuore e la ragione predominavano in lei, perciò ella predilesse quegli studi filosofici e morali che si propongono uno scopo di più vicina e pratica utilità.

Bella, graziosa, saggia, benchè vivesse ritiratissima, fu chiesta in isposa da molti; ne la scelta ch'ella fece, diciottenne a pena, rivelò il suo senno e l'altezza del suo spirito, poichè quegli ch'ella preferì era un giovine di condizione umile, ma di grandissimo ingegno, un futuro uomo celebre, ancora quasi perfettamente ignoto, un cuore generoso accoppiato a uno spirito severo, Giacomo Tommasini, che tutto assorto ne la scienza, non poteva prometterle allora altro che le dolcezze d'un affetto sincero; non agi, nè vita gaia. Egli aveva allora trent'anni; a ventuno si era laureato in medicina, ottenendo ben presto la cattedra di fisiologia e patologia ne l'Università di Parma, dove le sue ammirate _Lezioni critiche_ cominciarono a dargli fama. Non meno che come medico fu presto stimato come uomo; quando nel 1802 il ducato di Parma venne in mano ai Francesi, il Tommasini fu membro del consiglio di Sanità Pubblica, poi ispettore de le carceri, indi uno dei dodici rappresentanti de la città e segretario nel Consiglio Generale del dipartimento del Taro. Malgrado questi uffici onorifici del marito, i primi anni che seguirono le nozze, compiute nel 1798, furon tristi per l'Antonietta: Luigi suo fratello, giovane robusto e coraggioso, tenente ne la milizia d'Italia, venne ferito a Mantova, e il dolore da lei provatone fu tale che ne perì il primo figliuolo già presso a nascerle; ebbe ammalata una sorella, più tardi in pericolo la sua figliuoletta Adelaide, vide infine morire sua madre. A tante pene, benchè fortemente sopportate, era necessario un sollievo che distraesse lo spirito; aggiungi che, quantunque il Tommasini l'amasse teneramente, a lei parve di dover curare ancora e assai la propria istruzione per divenir degna di lui non pel cuore soltanto, ma ancora per l'intelletto; e si sentì come rapita da lo studio, tanto che ne le occupazioni non lievi che le dava la nuova casa ricca d'affetto e d'ogni intima soavità, ma ancora economicamente povera, ella si rimproverava le ore passate in trastulli vani ne la sua prima età, e gli studi che non aveva fatti e i libri che non avea letti, parendole ne la sua modestia di non poter mai riparare al tempo che certo non aveva perduto, ma di cui non era stata abbastanza avara.

Quando ella divenne madre, questo desiderio d'apprendere si fece, se possibile, ancor più vivo, al pensiero che le cognizioni sue avrebbero potuto essere un tesoro pei figliuoli, i quali da le labbra materne ricevendo quelle prime idee che spesso son guida di tutta la vita, difficilmente dimenticano poi le impressioni de l'infanzia. A questo proposito ella ricordava il detto di quella Spartana, cui una donna ateniese aveva chiesto per qual ragione gli Spartani amassero tanto le loro mogli: «Perchè sappiamo dare utili cittadini alla patria.» L'Antonietta fu una madre vera: ai figliuoli diede più che il sangue, l'anima propria, e con quell'esclusivo affetto che, se si vuol chiamare materno egoismo, è tuttavia egoismo sublime e sentimento de' più alti che conosca l'umana natura, tutto da allora in poi vide con occhi di madre, traverso la tenerezza pe' suoi figliuoli, in tutto cercò per essi non già un bene meschinamente materiale, bensì quella felicità, che deriva da la virtù e che può accompagnarsi perfino a la sventura, se l'animo è così gagliardamente temprato da non vivere di sè e per sè, ma da far sue le gioie di tutti gli umani e da saper trovare nel sacrificio quella dolcezza santamente e serenamente mesta, che non ha pari.

Dal marito soprattutto era venuto a la Tommasini l'esempio de l'amor patrio, che si accese vivissimo in lei; e, studiando e leggendo senza punto trascurare la figliuoletta Adelaide, primo de' suoi pensieri, e la casa, che l'amore del marito le rendeva sacra come un tempio e dolce come un nido, ella ripensava che il valore de le donne è sicuro indizio di tempi virtuosi e che con l'educazione femminile va del pari la felicità de le nazioni; ripensava a le austere matrone romane, esempio d'immacolata virtù e spesso illustri ne le scienze e ne le arti; e se si doleva d'esser nata donna, gli era solo pei tempi infelici, in cui l'educazione femminile era poco o punto curata. Quando le capitava di poter leggere qualche opera insigne di una penna femminile, provava i più vivi affetti di ammirazione e di riconoscenza; sui libri di Madame de Stäel meditava lungamente, rallegrandosi, quasi d'un bene che fosse anche suo, de l'ingegno, de la filosofia, de la coltura di quell'illustre donna. Leggeva molto, ma senza accogliere servilmente le opinioni de gli autori, fossero pure famosissimi, e quando il suo giudizio era contrario al loro, chiedeva parere al marito, ne l'acume del quale avea gran fiducia. Così, allorchè nel Verri lesse il piacere non esser altro che la negazione del dolore, ricordandosi un consiglio del Tommasini, consiglio divenuto per lei una regola de la vita, quello cioè di osservare i fatti e non far deduzioni che da essi, le parve per propria esperienza di dover giudicare diversamente, e chiese per lettera l'avviso del marito. Preferiva la filosofia, come quella che maggiormente si addiceva al suo spirito sereno e calmo, assetato di verità e guidato sempre da la ragione; ma non restava indifferente a l'armonia dei versi e tanto più se un concetto profondo e un intendimento civile si accoppiavano a la finezza de l'arte.

La maravigliosa serenità omerica, quella forza eroica d'un popolo giovane, cantata da un poeta giovane ne l'anima come un'alba meravigliosa, rapivano la sua immaginazione, facevan battere il suo cuore, ne evocavan tutto quello che di bello e d'alto v'avevan posto la natura, l'esperienza, il pensiero. Ella non era una dotta, una Gaetana Agnesi, una Cassandra Fedele, era una semplice anima che, cercando i libri, trovava un refugio ne le più pure regioni de l'arte. Somigliava l'Iliade _al sole raggiante a mezzo il cielo di tutta la maestà_, e l'Odissea _al raggio della luna che splende fra le piante di tacito boschetto in una bella sera d'estate_. Tanto caro le era Dante che spesso luoghi, cose, persone, le ricordavano e le facevano ripetere qualche terzina de la Divina Commedia. Un rovescio d'acqua continuato, che pareva sommergere tutta la campagna intorno a la villa, ov'ella si trovava solitaria, le richiamava su le labbra i versi:

Io sono al terzo cerchio della piova Eterna, maledetta, fredda e greve, Regola e qualità mai non l'è nuova.

Il ripugnante spettacolo de l'indifferenza ne le cose pubbliche, le ricordava i dannati danteschi, che _non hanno speranza di morte_:

E la lor cieca vita è tanto bassa Che invidiosi son d'ogni altra sorte.

Tra i poeti suoi contemporanei prediligeva il Parini, pel _Giorno_, che giudicava _modello di utile poesia, tipo unico al mondo d'una satira illustre, la quale mentre loda fa sentire risibile l'orgogliosa prepotenza_. Ed invero a quell'anima fiera ed onesta rispondeva bene l'anima di lei, che, come il buono e rigido Brianzuolo, sdegnava l'ozio e la mollezza, come lui sentiva profondo lo sdegno per l'effeminatezza, l'ignavia e la codardia, e desiderava a la patria una stirpe di forti, capaci di rivendicarne la libertà e la gloria. Anche l'_Invito a Lesbia_ del Mascheroni e l'_Arminio_ del Pindemonte, le parevano gran belle cose; il primo pel profondo contenuto ne l'artistica forma, il secondo per la potenza patetica e tragica. La sua mente aperta si piaceva in ogni genere di studi, e quelli astronomici, cui l'aveva iniziata il Tommasini, dandole un libro del Cagnoli, le facean dire che nel sollevarci a la contemplazione de gli astri noi ci sentiamo maggiori di noi medesimi, perchè il nostro intelletto non vi gode soltanto una dolce libertà, ma vi esercita una specie d'impero, quello de l'uomo, che incatenato a la dimora angusta de la terra, di fronte a l'infinito mistero del creato, si svincola da tutti i legami de la materia, lanciandosi ardito col pensiero traverso i mondi che rifulgono sul suo capo ne l'immensità de la notte, e schiavo de la sua zolla, è capace pure di dominarla e di sfuggirne. Sempre pensosa non di sè soltanto, ma di tutti, ella chiedeva perchè quel che il Cagnoli aveva fatto per l'astronomia, altri dotti non facessero per le altre scienze, aprendo i tesori de la natura e del sapere umano anche a coloro che non si danno di proposito a gli studi, anche a le donne, che potrebbero giovarsene ne l'educare i figliuoli: questo de l'educazione era sempre il suo grande pensiero e come i fiumi al mare, così tutte le sue considerazioni finivano ad esso.

Il sommo interesse suo era per la scienza che ha l'uomo per oggetto. Ve l'attraeva il suo amore di madre non meno che il suo amore di patria, e a questa scienza diede il meglio de l'ingegno, a questa s'inspirarono interamente od in parte tutti i suoi lavori, in questa ella portò la luce di sagacia ch'era ne l'anima sua e l'intuizione che solo l'affetto dà a l'intelligenza femminile. A le amiche di Bologna (fra le quali vi era la chiara scrittrice Caterina Franceschi) dov'ella dimorò parecchio, quando il marito vi era professore ne l'Università, volle offrire in dono il suo volumetto di _Pensieri di argomento morale e letterario_[48] che Michele Colombo giudicava un lavoro da riputarsi molto, utilissimo e dilettevole per la nitidezza, l'eleganza, la vivezza e la grazia, un lavoro pel quale a la colta e valente donna l'Italia tutta doveva saper grado. Nel periodico _La donna e la famiglia_ il Bernardi pubblicava un articolo critico[49] in cui dice d'aver sott'occhio un esemplare de l'aureo libretto, portante questa dedica di mano de l'Antonietta: _A' miei cari figli nel giorno del mio nome_, esemplare appartenuto a la Maestri e che gli suggerisce alcune buone considerazioni, chiuse con l'augurio di una ristampa dei _Pensieri_, cui venisse aggiunto ciò che su gli stessi argomenti scrissero la figlia e la nipote de l'autrice.

A le amiche di Bologna l'Antonietta volle offrire il suo libro, quella città essendole cara perchè aveva onorato il Tommasini, perchè vi aveva avuto essa medesima molte prove di benevolenza e perchè vi aveva conosciuto molti uomini insigni, ammirati i capolavori de la scuola bolognese e goduto i piaceri più cari ad uno spirito, che ama d'istruirsi. In quei pensieri ella ambiva di lasciare ai figliuoli un ritratto de l'animo suo e d'insegnar loro, senza darsi alcun'aria d'importanza, con semplicità materna, come «in tempi avversi ai buoni studi ed all'esercizio delle civili virtù, si possano nutrire sentimenti degni dell'umana ragione e serbare amore a quella Terra, la quale non ha pure un angolo, che non sia sacro e non ricordi il nome di qualche eroe.» Ancora volle insegnar loro come sempre un po' di dolcezza, pari a la scintilla dentro la selce, si trovi in tutte le cose umane, e come chi sappia penetrarne l'intimo e vivere non soltanto de la vita materiale, ma ancora di quella del pensiero e del sentimento, possa goder piaceri che il volgo ignora. Questi _Pensieri_ sono d'argomento svariatissimo ed hanno una profondità più reale che apparente, poichè per la forma schiettissima si direbbero (e taluni sono in realtà) brani di lettere o di conversazione, cara semplicità che guadagnava a la signora gentile tutte le simpatie, la faceva apparir donna, anche mentr'ella si rivelava filosofo, e _restar amabile_, come scrisse il Giordani, anche _allorchè parve degna d'invidia_. Al solito, in questo libro predominano gli argomenti educativi e le considerazioni pedagogiche, parecchie de le quali le furon suggerite da la lettura de l'opuscolo di Kant intorno a l'educazione. Confuta alcuni pensieri del grande filosofo o ne dà quell'interpretazione che a lei pare più logica: soprattutto le piace in lui il concetto non dover il fanciullo essere allevato per la corrotta società presente, ma per quella società migliore, che potrà esser frutto di una buona educazione nazionale, la quale dipende sovrattutto da l'iniziativa privata. Era dolcissimo a la donna gentile il pensare che il bene fatto ai figliuoli diveniva bene de la patria e de l'umanità e che in tal modo anche una umile donna può cooperare al bene universale e divenir il primo anello d'una catena di benevolenza, di virtù, di carità, stringente fra loro gli uomini. La Tommasini si duole de le crudeltà, cui si abituano i fanciulli coi popolari divertimenti emiliani de la mezza quaresima, spettacoli che le riescono sommamente incresciosi poichè ella sente che la vecchiezza, in quelli derisa, deve avere a gli occhi dei giovani qualche cosa di sacro; ricorda la venerazione de' Greci e de' Romani pei vecchi e vede con dolce compiacenza il figliuolo suo ancor bambino salutar ogni vecchio che gli avvenga d'incontrare. D'animo assai fervido, condanna, con gli antichi, l'indifferenza, ricordando a questo proposito le severe leggi di Solone e approvando che fosse infame, bandito e spogliato de' beni colui, che non volesse interessarsi a le cose pubbliche. Con isdegno ugualmente vivo condanna la calunnia che, come non rispetta i più onesti, neppur lei rispettò sempre; e, abituata a ritornare col pensiero nel mondo antico, a vivervi in ispirito con un diletto che non le davano i tempi suoi, rammenta con entusiasmo, come ne l'antica Sparta, quegli che era calunniato in assenza, trovava un difensore in ogni persona presente; si duole de la facilità con cui la calunnia vien creduta da taluni, perchè nei difetti altrui trovano una scusa ai propri, da altri pel compiacimento di sentirsi migliori dei calunniati.