La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Part 11
Quest'episodio mi pare pregevolissimo per finezza poetica e per delicatezza d'affetti. Tutto il poemetto rivela una profonda venerazione pei grandi poeti, un sincero e non timido amor di patria; è bene architettato, condotto secondo l'imitazione dei modelli classici di cui vi si trovano numerosissime reminiscenze, ricco pure di belle trovate, come quelle che introducono a popolarne la scena le grandi figure storiche del Petrarca, del Boccaccio, di Giotto; soverchia parte vi si dà forse al soprannaturale di carattere biblico, che non bene si accorda con l'epoca storica; anche l'amore di Averardo, quantunque dia origine ad uno dei migliori episodi, non è forse conveniente a l'efficacia de l'insieme. Altro ancora si potrebbe osservare, ma bisognerebbe pur sempre convenire che il poemetto è opera d'ingegno e di cuore tutt'altro che volgare. A la studiosa contessa non si lesinarono lodi ed onori: nel 1822 le venne offerto il diploma de l'Accademia Felsinea, nel 1823 quello de l'Accademia degli _Enteleti_ in San Miniato di Toscana; nel 1824 quello d'Arcadia, nel 1826 quello de l'Accademia Tiberina, nel 1827 quello de l'Accademia latina, nel 1828 quello de l'Accademia dei _Filergiti_ di Forlì. Lo Stella nel 1829 le chiedeva il suo ritratto, l'elenco de' suoi scritti pubblicati e qualche cenno su quelli cui attendeva, per la collezione da lui intrapresa dei _Ritratti delle donne europee viventi chiare nelle scienze, nelle lettere, nelle arti belle_, collezione di cui la parte letteraria doveva venir affidata ad ottimi scrittori ed i ritratti essere eseguiti da Camilla Guiscardi. (Nell'archivio Malvezzi si conservano le tre lettere 20 marzo, 10 aprile, 9 maggio scritte a questo proposito da Luigi Stella a la contessa.) Questi onori lasciarono la Malvezzi semplice e modesta, e di essi ella diceva: «Gli onori piacciono, è vero, a tutti; ma a chi guarda un po' a dentro, piace più assai il meritarli che non l'ottenerli; come piace assai più l'essere che il parere.»[38]
La contessa Teresa amava vivamente il marito e il figliuolo; e quantunque coltivasse gli studi con molto piacere e trovasse un vivo compiacimento ne le dotte conversazioni, serbava la miglior parte di sè a la famiglia: sincera ne la fede religiosa, era di un'austera severità di costumi e, veramente donna ne la tenerezza e ne le abitudini, insieme ai libri amava i lavori femminili, orgogliosa di mostrarsi in quelli assai valente. La sua austerità non escludeva però quella femminile indulgenza, che è forse la miglior prova de la virtù sincera, scevra di ostentazione e d'orgoglio; tale invero doveva conoscerla Paolo Costa, suo intimo, se le scriveva: «..... La nostra Guiccioli ha saputo ieri la nuova funesta della morte del poeta Byron. Ella si duole di questa cosa, ma con dignità. Se Madonna Laura, che amò un canonico, trovò pietà ne' posteri, spero che questa, cui oggi non si perdona d'aver amato un luterano e filosofo, andrà almeno non vituperata, non derisa nel tempo avvenire. Noi certo non ci vergogneremo di compiangerla anche al dì d'oggi.»
* * *
La Malvezzi aveva circa trentanove anni quando conobbe il Leopardi, allora ventisettenne; se le mancava ormai la freschezza de la gioventù, era sempre bella per l'espressione intelligente de la fronte candida sotto i biondi capelli, per lo sguardo vivace ed aperto e soprattutto piacente, per la graziosa eleganza del portamento e dei modi, per lo spirito e le attrattive de la conversazione, ch'ella sapeva sostenere con amabilità femminile, anche sopra argomenti seri. Ne la sua maturità dignitosa, ella trovava quella calma dolcezza che non ha la gioventù; si teneva libera di ricercare le conversazioni più gradite, le più intime amicizie anche con uomini, e, naturalmente franca, aveva ne le parole e nel fare qualche cosa di sincero e di spigliato che la faceva riuscire amabile quant'altra mai. Avrebbe potuto dire, come argutamente Madame de Sévigné: «Jeunesse et printemps ce n'est que vert, et toujours vert; mais nous, les gens de l'automne, nous sommes de toutes les couleurs.» Nel suo salotto ella esercitava una specie di sovranità gentile; incoraggiato dal suo sorriso, tutto grazia, tutto anima, il Leopardi, riservatissimo, ritrovava un mite coraggio, una franca parola, e la conversazione diveniva profonda senza pedanteria nè ostentazione: egli vi portava la luce del suo intelletto, ella la dolcezza del suo cuore di donna; spesso in uno sguardo s'intendevano senza parlare. Ella doveva riuscir simpaticissima al Leopardi tanto sdegnoso e tanto annoiato de le Recanatesi, che avevano poco più, o piuttosto un poco meno di quel che portavano nascendo da la natura; e a proposito de le quali egli diceva che a Recanati le Grazie non erano state mai nè pure di sfuggita a l'osteria; doveva apparirgli cara e interessante la sua conversazione, specialmente a confronto di quella cui era abituato ne la società del suo paese, società che per _buona lingua_ non intendeva che qualche _brava lingua di porco_, società di _devoti amanti di libri da far stomaco_, dov'era un _letteratone_ quel tale che toscaneggiava solo con l'_e'_, cui immancabilmente il _mi pare_ faceva da lacchè, e che, sentendo qualificare il proprio stile di squisito, rispondeva con modestia che lo stile del cinquecento è un bello stile.
Quanto diversa la Malvezzi, che veniva giudicata ed era in realtà una de le più colte donne del suo tempo! Salvatore Betti (10 dicembre 1835) le scriveva così:
«Se alcuno mi chiedesse: Qual è la donna che nel secol presente rendesi più benemerita de' gravi studi dei classici? Io risponderei subito: La contessa Malvezzi. E veramente non vedo chi altra poterle paragonare: chè là dove nelle eleganze ci ritrae tutto l'oro che fece bello il trecento ed il cinquecento, nella profondità della dottrina ci fa rivivere quella divina Cassandra Fedele, che _decus Italiæ_ fu salutata dal Poliziano. Di che pensi ella se mi congratuli con questa comune patria: la quale avendo più che mai bisogno di esempi splendidissimi di vero senno italiano, può mirabilmente specchiarsi in questo gran lume del gentil sesso. Ma venendo alla novella opera che ha voluto tradurre di Cicerone, a quella cioè _De finibus_, le dirò che la vo leggendo con infinito diletto..... Oh la degna, oh la saggia, oh la critica traduzione di che ella ha regalato le nostre lettere! Per non parlar qui della chiarezza ed eleganza dello stile, e della tulliana pienezza e dignità del periodo: perchè queste son doti che tutti trovano sempre ne' magistrali scritti della contessa Malvezzi.»
La contessa, che amava la compagnia de gli uomini d'ingegno, fu lieta di conoscere il giovane recanatese, di cui la fama, benchè non certo allora ancor adeguata al merito, narrava grandi cose: il fare dignitoso e modesto, l'aspetto malaticcio e sofferente, la malinconia di lui, dovettero commuoverla di una pietà quasi materna, resa più intensa da l'ammirazione per quel grande intelletto. Perciò ella lo accolse con un'affabilità affettuosa e reverente, con un'effusione che aperse a sincera gioia l'animo de l'infelice, avido d'affetto, cui ella apparve come una donna diversa da tutte le altre, come un'amica tenera ed alta, di cui la mano candida gli offrisse ne la stretta affettuosa un conforto ed un sostegno; diversa da tutte le altre, pure richiamante al suo pensiero le più dilette immagini femminili che avevano allietata la sua giovanezza: modesta e pura come Silvia e Nerina, graziosa ed arguta come la Cassi, gl'inspirava la reverente tenerezza che aveva provato per quelle e l'ammirazione ardente e devota che a lui, ragazzo ancora, sparuto, deforme, ammalato, aveva fatto apparir questa come una divinità. Di più, vicino a la Malvezzi non gli taceva ne l'animo, come presso a le altre, l'amore a la fama, nè i libri cessavano di attrarlo: anzi ella colta, capace d'intenderlo e così calda ammiratrice dei grandi, lo animava più che mai a gli studi e a la gloria. Quando la conobbe era il maggio odoroso, era la primavera che ogni anno risvegliava in lui la vita intima, spesso sopita in un doloroso letargo, la soave primavera che gli rammentava gli occhi ridenti e fuggitivi, il viso bianco e i neri capelli di un'altra Teresa, la Fattorini; se il canto ingenuo di questa lo aveva commosso, l'arguta parola de la Malvezzi lo inebbriava. L'abbandono con cui ella gli apriva il suo cuore, confidandogli i suoi secreti, l'affetto con cui voleva saper tutto di lui, l'aperta franchezza con cui lo rimproverava talora e la ingenua modestia con cui ne accettava rimproveri e consigli, gli parvero qualche cosa di veramente degno de l'anima sua e lo fecero vivere nei primi giorni che la conobbe in una specie di delirio e di febbre, chè gli parve d'aver trovata _la donna che non si trova_, quella cara beltà cercata invano, dove splende più vago il riso di natura e sognata nel secolo, che da l'oro ha nome, fra gli spiriti o ne l'avvenire; la donna capace di rendere beato il vivere anche fra l'immenso dolore de gli umani, capace d'incitare a la lode e a la virtù. Pieno d'entusiasmo, ridesto a le splendide illusioni de la sua prima giovanezza, egli scriveva allora al fratello Carlo: «... questa conoscenza forma e formerà un'epoca ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili, malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore, dopo un sonno, anzi una morte completa, durata per tanti anni.»[39] Quasi un commento a queste parole appaiono quelle (benchè scritte parecchio prima e già pubblicate nel 1826) del dialogo di _Torquato Tasso e del suo genio familiare_, in cui il Leopardi, dopo aver notato come l'uso del mondo e i patimenti sopiscano in ciascuno di noi quel primo uomo ch'egli era, il quale però si ridesta talora, in ispecie nella gioventù, finisce col dire: «Infine io mi maraviglio come il pensiero di una donna abbia tanta forza da rinnovarmi per così dire l'anima e farmi dimenticare tante calamità.»[40]
Con intima gioia egli sentiva di venir ricuperando quella sua potenza di amare, che gli aveva illuminato di così viva e ardente luce la prima giovanezza e ch'egli aveva sempre creduto il più prezioso di tutti i doni, sol che si trovasse nel mondo un oggetto che ne fosse degno; la compagnia de la contessa gli dava quei momenti di rapimento e d'emozione profonda, che per lui valevano ben più di tutte le gioie volgari: era un _amore senza inquietudini_, una felicità senza rimorsi. Come il suo cuore, quest'amicizia soddisfaceva il nobile orgoglio del suo grande spirito, che sdegnoso de le lodi volgari si sentiva felice de l'altissima stima di quella donna: «Le lodi degli altri non hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue e mi restano tutte nell'anima.»[41] Ne' suoi _pensieri_ egli notava come a lungo andare non rimanga piacevole se non la compagnia di quelle persone da cui ci importi o ci piaccia essere stimati sempre più, e come perciò le donne, volendosi rendere lungamente gradite, dovrebbero studiarsi d'esser tali che de la loro stima rimanesse lungamente vivo il desiderio.
La malinconia de la contessa, malinconia dolce e serena, gli pareva indizio di un'anima elevata, e consuonava col dolore di lui, pur ravvivando il suo spirito e dissipandone le tetre nebbie; così che a la sua tristezza _ostinata, nera, orrenda, barbara_, succedeva come un'alba soave; a l'orrore di una notte tempestosa, quella malinconia _che partorisce le belle cose, più dolce de l'allegria_; infinito sollievo gli dava il non doversi più serbare tutti i pensieri per sè; infinita dolcezza il vedere altamente apprezzato ancor più del suo ingegno poderoso, il suo cuore, del quale ardiva dire egli stesso, che poche cose eran degne; e benchè egli si mettesse col pensiero più in su de la gloria e de gli uomini e di tutto il mondo, l'approvazione de l'amica gli tornava così soave che certo per lei sola, come già pel Giordani, quand'anche non ci fosse stato altro spettatore, nè altro premio de la virtù, egli avrebbe voluto esser virtuoso. L'affetto di lei lo animava e lo riscaldava così ch'egli, tanto ritenuto per natura e per abitudine, tanto propenso a la taciturnità, lasciava sgorgare dal suo cuore tutti i sentimenti così a lungo compressi, e a poco a poco, smesse le forme de l'ossequio e le restrizioni de la timidezza, palesava intiera l'anima sua, scopriva quel tesoro di grandi idee, che aveva raccolto nei libri e ne l'osservazione. Il suo immenso desiderio di ritrovare un uomo di cuore, d'ingegno e di dottrina che si degnasse essergli amico, era stato soddisfatto dal Giordani; ma questa nuova amicizia con una donna intelligente, coltissima e gentile, tutta grazia e spirito, aveva un'attrattiva diversa e potentissima su di lui. La Malvezzi, intimamente onesta e abituata ad una pura intimità con altri letterati, probabilmente non pensò nè pure di poter risvegliare una passione nel cuore del poeta: tutto, del resto, doveva rassicurarla: l'età sua, molto maggiore di quella di lui, il contegno riservatissimo ch'egli soleva tenere, la purezza assoluta dei costumi di lui, la nobiltà de l'animo rivelantesi in tutte le sue parole ed i suoi scritti, e la propria intatta fama, che le procurava la riverente stima di tutti; sì ch'ella non nascose punto l'affetto ch'egli aveva risvegliato in lei, e di cui aveva coscienza di non dover arrossire; e, vedendo quanto conforto egli traesse da la sua compagnia, lo accolse con piena libertà ne la propria casa. Ogni sera a l'ave maria egli si recava da lei e vi rimaneva fin dopo la mezzanotte, conversando di lettere e di filosofia, leggendole i suoi versi, dandole probabilmente quegli stessi consigli che in quei giorni dava a la Caterina Franceschi Ferrucci per mezzo del Puccinotti: «Confortala caldamente, non dico a lasciare i versi, ma a coltivare assai la prosa e la filosofia. Questo è quello che io mi sforzo di predicare in questa benedetta Bologna.»[42] Probabilmente anche a la Malvezzi ripeteva non esser poetico il secolo e che un poeta, anche sommo, avrebbe levato pochissimo grido, e se pur fosse diventato _famoso nella sua nazione, a gran pena sarebbe stato noto al resto dell'Europa_, «perchè la perfetta poesia non è possibile a trasportarsi nelle lingue straniere e perchè l'Europa vuol cose più sode e più vere che la poesia.»
Anche a lei, notava, a lei che in parecchie poesie aveva espressi vivi sentimenti d'amor patrio, come andando dietro ai versi e a le frivolezze si facesse espresso servizio ai tiranni, riducendo a un giuoco o a un passatempo le lettere, sola speranza di rigenerazione che rimanesse a l'Italia. Tanto più appar probabile ch'egli le desse questi consigli, se si considera che ne le prose di lei egli ammirava la sobrietà, il buon giudizio, la purità de la lingua e de lo stile; mentre pei versi non ebbe che parole di compatimento; gli è ben vero che quelle lodi eran fatte nel periodo de la loro calda amicizia, mentre il giudizio sui versi, e precisamente sul poemetto, fu dato dopo avvenuta la rottura fra loro.
Il Leopardi leggeva spesso a Teresa i propri versi, ed ella ne era commossa così da piangere di cuore, senz'affettazione, e oh quanto quella commozione doveva piacere a lui, che così ben poteva comprenderla! Quando col fiorire de la sua giovanezza da le spoglie de l'erudito venne uscendo in lui il poeta, egli, leggendo Virgilio, senza avvedersene si lasciava andare a recitarlo ad alta voce, infiammandosene tutto e commuovendosene fino a le lagrime; e se a l'improvviso sentiva recitare da qualcuno un verso del mite Mantovano o di Dante austero, il suo cuore prendeva a palpitare e il suo spirito, quasi a forza, teneva dietro a quella poesia. Che cosa doveva provare, notando che i versi suoi producevano quelle stesse emozioni ne l'anima de la graziosissima Malvezzi? Il Mestica, credendo inverosimile che da la meravigliosa illusione di quest'amicizia, il Leopardi non traesse qualche nuova inspirazione, suppone che la contessa piangesse specialmente a la lettura del _Consalvo_, in cui crede di veder consacrato l'amore del poeta per lei, raffigurata ne la pietosa Elvira, che accorda un bacio a l'amante moribondo.[43]
Il Recanatese s'interessava ai lavori de la Malvezzi, lesse il manoscritto del poemetto _La cacciata del tiranno Gualtieri_, chiese a lo Stella (lettera, 3 settembre 1826) se fosse stata mandata a lui, che stava pubblicando un'edizione de le opere di Cicerone, la traduzione del _Sogno di Scipione_ fatta da la dama bolognese, traduzione di cui il manoscritto le era stato rubato da un amico e mandato a stampare, non si sapeva dove. Giacomo le procurava inoltre dei libri e forse la consigliava ne le sue letture; infatti in una lettera che non porta data precisa, ma dovrebb'essere de gli ultimi giorni d'ottobre del 1826, il Leopardi, restituendo al conte Pepoli il secondo volume di una delle opere filosofiche del Buhle, gli dice che la Malvezzi non l'ha letto, perchè non le parve tempo di continuare una lettura così grave: non si dia quindi pensiero di procurar altri volumi.
D'amore non parlavano mai, se non per ischerzo, ma quell'intimità tenera doveva illudere ben presto il Grande, che a l'amore anelava con tutte le forze de l'anima: appassionatissimo, sotto il suo aspetto riservato fino a sembrar freddo, egli credette una simpatia incline a tenerezza quella ch'era soltanto un'affettuosissima amicizia; mentre la contessa non vedeva in lui che un fratello, un compagno spirituale, egli non tardò a desiderare, poi a cercare un'amante ne l'amica. Simile al Socrate de' suoi _Detti memorabili_, egli, d'anima gentilissima, infaustamente, per quanto sublimemente, disposto a l'amore, sciagurato ne le forme del corpo, benchè sapesse ormai di non poter essere amato che soltanto d'amicizia, considerava questa come poco atta a _soddisfare un cuore delicato e fervido che senta spesso verso gli altri un affetto molto più dolce_. Infine qualche cosa dei sentimenti di lui ella dovette indovinare, perchè mentre da prima gli aveva promesso di scrivergli assai di frequente quand'egli fosse a Recanati, dopo la sua partenza non gl'inviò che il volgarizzamento della _Repubblica_ di Cicerone; il Leopardi si lagnava che le molte aspettate lettere, si fossero ridotte ad una soprascritta e, contando di tornar presto a Bologna, sperava poterle dir a voce tutto quel ch'ella avrebbe voluto sapere, e domandarle tutto quello che avrebbe voluto saper lui, conchiudendo con un'affettuosità velata di complimentosa cortesia: «Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi _your most faithful friend, or servant, or both, or what you like_.»
Che avvenne quand'egli fu ritornato a Bologna ne l'aprile del 1827? Recatosi da la contessa, commosso dal desiderio di rivederla, forse ne l'effusione di quel momento non seppe frenare la dichiarazione del suo amore, illudendosi che quella donna, la quale mostrava un così nobile apprezzamento del suo cuore e del suo ingegno, potesse compatire almeno anche la passione destata in lui. Ella, austera, ne fu offesa doppiamente, e perchè vedeva spezzata così quell'amicizia fraterna, che aveva sognato potesse durar sempre, e perchè quella rivelazione le parve irriverente.
Fu detto e ripetuto da molti che a le focose parole del poeta ella rispondesse, ordinando ad un servo un bicchier d'acqua per lui; il Ridella nega questo fatto, che del resto non appare conforme al carattere de la Malvezzi, dolce e severo insieme, e che avrebbe offeso troppo profondamente il Leopardi, perch'egli potesse desiderare di riveder più tardi la contessa. Certo ella allontanò da sè il Recanatese, che ne sofferse assai, ma finì col riconoscere il proprio torto e forse col rimpiangere quella cara amicizia perduta, se, orgoglioso ed altero com'egli era, le scrisse: «Contessa mia, l'ultima volta che ebbi il piacere di vedervi voi mi diceste così chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti e le vostre parole, benchè chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte. Ora vorrei dopo tanto tempo venire a salutarvi, ma non ardisco farlo senza vostra licenza. Ve la domando istantemente, desiderando assai di ripetervi a voce che io sono, come ben sapete, vostro vero e cordiale amico.»[44]
Alcuni giudicano il contegno de la Malvezzi con severità, tanto da giungere a crederla l'_Aspasia_ con cui ella non ebbe a comune nè la sovrana bellezza, nè la civetteria. Opportunamente il Cesareo notò a questo proposito che il Leopardi aveva conosciuto Teresa nel 1826, mentre l'_Aspasia_ fu scritta dopo l'autunno del 1830, sì che una tale passione dopo cinque anni non ha nulla di verosimile. Ancora si potrebbe notare che la Malvezzi aveva un figlio soltanto, mentre nell'Aspasia si parla di bambini, e ognun sa come il Leopardi amasse anche nel verso attenersi ai particolari veri. Confutar più lungamente quest'errore dopo gli ultimi studi leopardiani sarebbe cosa inutile.
Nel salotto de la contessa e a canto a lei, il Leopardi passò alcuni fra i migliori momenti de la sua vita, non si può negarlo. Fu certo effetto di bontà d'animo la grande intimità ch'ella gli concesse, e di più effetto de le abitudini onestamente libere ch'ella aveva contratte ne le sue amicizie con molti uomini dotti; come il Leopardi ad esempio, anche il Biamonti soleva passar le serate con lei, trattenendosi _fino alle 11 e più_;[45] ma ad ogni modo quell'amicizia, che doveva essere un conforto per lui, finì col diventare un nuovo dolore.
Nel maggio del 1828, mentre era a Pisa, Giacomo Leopardi, riavutosi in quel dolcissimo clima, e rifiorente, ne l'anima almeno, al ritorno de la bella stagione, scriveva a la sorella Paolina d'aver fatto ne l'aprile, dopo due anni, dei versi, _ma versi veramente all'antica e con quel suo cuore d'una volta_; sono quelli del _Risorgimento_, in cui con armoniosa dolcezza canta le pene de l'animo suo nel periodo dal '19 al '28 e la gioia di sentir rivivere in sè gl'_inganni aperti e noti_, che natura gli diede proprii e che le sventure avevan sopito.
E voi, pupille tremule, Voi, raggio sovrumano, So che splendete invano, Che in voi non brilla amor. Nessuno ignoto ed intimo Affetto in voi non brilla: Non chiude una favilla, Quel bianco petto in sè. Anzi d'altrui le tenere Cure suol porre in gioco; E d'un celeste foco Disprezzo è la mercè.
Il signor Sante Sottile Tomaselli nel suo studio sul _Risorgimento_ di G. Leopardi immagina che il poeta, innamorato di qualche bella popolana di Pisa, si vedesse oggetto de gli sguardi schernevoli e dei sorrisi canzonatori de le altre donne, che potevano osservarlo, mentr'egli in qualche via fissava la fanciulla cara; ma questa non è che una supposizione, a la quale manca non pure ogni prova, ma ogni sostegno. Del resto a l'asserzione che il _Risorgimento_ sia stato inspirato da una gentil Pisana, risponde il poeta stesso:
_Da te, mio cor, quest'ultimo_ _Spirto_, e l'ardor natio, Ogni conforto mio _Solo da te_ mi vien.