La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi

Part 10

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Nel novembre del 1802 Teresa col Malvezzi andò a Bologna, dove visse quietamente e lietamente, frequentando la buona società, senza perdervi l'amor de la famiglia: ebbe tre figliuoli e le morirono, due a pena nati, la terza di sei anni; poi, il 10 settembre 1819 le nacque un altro maschio, Giovanni, che al suo cuore affettuoso diede tutte le sante gioie de la maternità. Poco occupata da le cure domestiche, la giovane contessa, trovandosi ad aver libera gran parte de la giornata, benchè volesse essere la prima e premurosissima maestra del suo bambino, pensò di impiegare utilmente e con diletto le ore d'ozio, ritornando a gli studi, che di mal grado aveva lasciati, allettata anche da la magnifica biblioteca, raccolta dal suocero suo, dottissimo bibliografo. Più di tutto l'attraeva la poesia, per la quale aveva avuto fin da bambina un grande trasporto e di cui le impressioni sentiva profonde ne l'anima, commovendosene spesso fino a le lagrime. Con l'amore de gli studi sorse in lei il desiderio di conoscere i letterati di cui sentiva far le lodi, e di molti ottenne ben presto l'amicizia: l'abate Giuseppe Biamonti, professore di eloquenza ne l'Università di Bologna, coltivò l'ingegno di lei, dandole lezioni di filosofia e facendole conoscere i principali classici greci; più che maestro, egli le fu amico affezionatissimo, e nei dotti colloqui gli piaceva di comunicarle le proprie osservazioni intorno a Platone e notare ne le risposte di lei il bell'ingegno e il vivo sentimento ch'ella dimostrava. Partito da Bologna, non solo non la dimenticò mai, ma si compiacque di scriverle lunghe lettere, di parlarle diffusamente de' suoi studi, di ricordare le belle ore passate a lei vicino, in città od in villa, di desiderare d'esserle presso per leggerle le sue cose _e vedere nel suo volto quale impressione_ producessero _nell'anima sua bella_.[36] La consolava ne le sventure che l'afflissero (nel 1817 essa perdeva una sorella e ne rimaneva dolentissima), parlandole con quella pietà religiosa, che era fervente in ambidue; le inviava anche i propri lavori stampati e gradiva assai le lodi di lei. Come un _amico_ stimato e caro, piuttosto che come una dama, la trattava anche Paolo Costa, che pure le chiedeva i suoi consigli e fidava ne la sua dottrina e nel suo gusto; a proposito de l'opuscolo _Della sintesi e dell'analisi_, inviandogliene il manoscritto prima di farlo mettere in buona copia, egli la pregava di leggerlo e notare i luoghi che non le fossero sembrati abbastanza chiari, e d'avvisarlo quando egli potesse andar ad ascoltar le sue osservazioni.[37]

La rimbombante armonia del Frugoni abbagliò da prima la donna studiosa, che nei suoi giovanili tentativi si lasciò andare a l'imitazione di quel poeta: imitazione da cui Paolo Costa la ritrasse, insegnandole l'analisi de le idee e facendole gustare i classici italiani. Intanto col Mezzofanti, allora semplice prete, aveva ripreso la lingua inglese, e con Olimpia De Bianchi, dotta signora, amica di Madame de Staël, lo studio de la lingua e de la letteratura francese; da sè stessa si occupava del latino, e col Garattoni si consigliava circa il modo di studiare più efficacemente Cicerone. Con questi letterati frequentarono pure in vari tempi la sua casa lo Strocchi, che le spiegò Orazio e Virgilio, il marchese Angelelli, l'Orioli, l'Azzoguidi, il Testa, Don Apponte, la Tambroni, il Prandi, il Pozzetti, il Butturini, il Perticari, i cardinali Lante e Spina. Amicissimo le fu il Monti, che ebbe per lei molta stima e vivo affetto e che ne le piacevoli conversazioni in casa Malvezzi cantò in un'ottava estemporanea le lodi de la contessa:

Bionda la chioma in vaghe trecce avvolta Ed alta fronte ov'è l'ingegno espresso; Vivace sguardo, che ha Modestia accolta. Non in tutto nemica al viril sesso; Bocca soave in che d'Arno s'ascolta Lo bello stile, ond'ha fama il Permesso; Agil persona, dolci modi e vezzi, I pregi son della gentil Malvezzi.

Per lei componeva anche alcune sciarade e trascriveva di propria mano alcuni versi («Il mio _Requiem Æternam_ all'anno '13»).

La gentile accoglienza che questi dotti ricevevano da la contessa, la sua grazia nobilmente affabile e dignitosa era da loro, anche lontani, ricordata a lungo: il Monti da Milano le scriveva due volte (10 novembre e 13 novembre 1813); molto la pregiava anche il Pindemonte, il quale a proposito di lei scrisse una volta ad Antonio Papadopoli: «La signora Malvezzi è per verità donna rara ed io sempre più imparo a stimarla.»

Queste dotte amicizie l'animavano ne gli studi, ch'ella coltivava sempre con più profondo interesse ne la sua vita piuttosto ritirata, ma non tanto che non le desse esperienza de gli uomini e de le cose: frutto di tali studi furono i volgarizzamenti de la _Repubblica_ (Bologna, Marsigli, 1827, in 16º di pagg. VIII-164), de la _Natura degli Dei_ (Bologna, Masi, 1828, in 16º di pagg. XII-170; Milano, Silvestri, 1836), de la _Divinazione e del fato_ (Bologna, Dall'Olmo, 1830, in 16º di pagg. XVI-180), del _Supremo de' beni e de' mali_ (Bologna, Sassi alla Volpe, 1835, in 16º di pagg. 240) e del _Lucullo, ossia del secondo de' primi due libri accademici di Cicerone_ (Bologna, Volpe al Sasso, 1836, in 16º di pagg. 105).

Questi volgarizzamenti, fatti con molta diligenza e dettati in quello stile elegante e sostenuto che loro si conveniva, piacquero ai dotti e furono accolti benevolmente dal pubblico, che ammirò la severità de la coltura ne la nobile signora. Urbano Lampredi scriveva da Napoli a Teresa Malvezzi: «Mi dispiace molto che non se le si sia presentato l'occasione di farmi avere la sua versione della _Repubblica di Cicerone_. Ne parlammo nello scorso agosto a Sorrento col celebre scopritore mons. Mai; anzi fu egli stesso che me ne diede la notizia, commendando molto questo di Lei nobile lavoro.» E Giuseppe Mezzofanti giudicava così il volgarizzamento del _Supremo dei beni e dei mali_ (lett. 4 dic. 1835):

«Più volte, insino da miei teneri anni, lessi nell'aureo sermone del Lazio i Libri, ne' quali Marco Tullio ricerca il _Supremo dei beni e dei mali_. Con diletto nuovo li rileggo ora, da Lei, Sig.ª Contessa, volgarizzati. Pare che Cicerone stesso, fatto toscano, in riva all'Arno disputi di filosofia, e con le grazie di nostra lingua adorni i suoi ragionari. Io seco Lei mi congratulo, e godo meco medesimo ripensando all'onore ch'Ella mi fece, allorchè volle un tempo che io Le fossi osservatore de' felici suoi progressi ne lo studio degl'idiomi.»

Da l'inglese la Malvezzi tradusse in versi sciolti il _Riccio rapito_ del Pope (Bologna, Nobili, 1822) ed il _Messia_, egloga del Pope medesimo (Bologna, Nobili, 1827), e di questo volgarizzamento è notabile che fece una diffusa recensione Salvatore Betti nel _Giornale Arcadico_, settembre 1827. Fra i lavori de la contessa sono inoltre degni di considerazione i seguenti: _Alla Maestà di Carlo IV Imperatore esortazione di Francesco Petrarca per la pace d'Italia_, volgarizzata da T. C. M. (Firenze, per il Magheri, 1827); _Firenze tornata al Granducal Governo l'anno 1815_ (Bologna, Tipi Governativi alla Volpe, 1854), 31 ottave senza nome d'autore. L'esemplare che si trova ne l'Archivio Malvezzi de' Medici ha correzioni di mano de la contessa Teresa.

Molto si dilettò nel dettare poesie originali, pur riconoscendo modestamente ch'esse non erano gran cosa, tanto che di propria mano, sopra un fascicoletto in cui le aveva raccolte, scriveva: «Questo è il saggio de' miei primi e de' miei ultimi versi e dirò quasi tutti improvvisati. Il cielo mi perdoni.» Queste sue poesiole, se non hanno la vera e grande inspirazione poetica, il soffio divino che crea, l'ardore che infiamma le anime, rivelano insieme a una coltura non comune, specialmente in donna, un'indole dolce e malinconica, tenera ne gli affetti, profonda ne le impressioni de la natura e del bello. Spesso nei sonetti la Malvezzi imita il Petrarca ch'ella prediligeva fra i poeti nostri e di cui scrisse:

No, che alla mesta e dolce melodia, Onde 'l Cigno di Sorga la beltate Canta, e 'l valor di Lei, che in le beate Sedi levò sua somma leggiadria, Un cuor di tigre o d'orso non potria Frenare il pianto, e non sentir pietate;

e ne l'ammirazione di lui sentiva un modesto scoramento a tentare _la difficile via del sacro monte_. Talvolta la sua mestizia giunge a la tristezza; al zeffiretto che le si aggira intorno mentr'ella è lontana da l'amato dice:

Tu testimon de' miei dogliosi accenti, Digli come nel duol morta ho ragione, Di quale acuto stral trafitto ho il core. E digli come a' miei giorni dolenti Speme nessuna mai limite pone, Sin che propizio a me nol guida amore.

E poco diversamente, ma con malinconia molto più nera, cantava altra volta:

. . . . . . . . . . . . . . io non saprei Tant'eloquenza aver quanti ho martiri. E ripetendo questi mesti accenti, Deh non tacer che'l duol morta ha ragione, E qual pungente stral m'ha fitto in core. E poi di' come a' miei giorni dolenti Speme nessuna mai termine pone, Se non sia morte a por fine al dolore.

A le anime beate, che si levarono al soggiorno del cielo e che rifulgono _al vero sole intorno_, dove non può turbarle _mai tenebra alcuna_, chiede perchè la morte, alfine pietosa, non liberi la sua misera anima, sì ch'ella pure goda il cielo presso a loro, e sospira:

Posa quindi sperar forse l'oppresso Mio cor potria, chè qui null'altra calma Porta conforto a mia vita affannosa.

Al Monti, che le chiedeva quale fosse il fiore ch'ella desiderava dedicato a lei nel giardino de la Feroniade, rispondeva preferendo il giglio soletto ed umile tra le selve, vago tra le siepi incolte, immagine di quella virtù, che può tanto in un cuore gentile. Tra le sue liriche hanno pure pregio un'anacreontica al conte Prospero Ranuzzi suo zio, patrizio benefico e colto, e alcuni versi _In morte di Vincenzo Monti_.

La principale sua opera poetica è il poemetto _La cacciata del tiranno Gualtieri accaduta in Firenze l'anno 1343_: di cui i primi tre canti furono pubblicati a Firenze dal Magheri nel 1827 (in opuscolo in 16º di pagg. 73). Nel 1832 esso uscì compiuto a Bologna da la tipografia Nobili (in 16º di pagg. 175).

L'argomento è ricavato da la cronaca di Giovanni Villani e da la storia di Bologna del Ghirardacci; le descrizioni di luoghi e di paesaggi da la _Montagna bolognese_ del Calindri. Nella prefazione la contessa scrive:

«Da lungo tempo bramosa di dare al meglio che per me si potesse un testimonio di filiale alletto alla dolce mia patria, considerai che la cacciata del tiranno Gualtieri, azione per sè medesima tanto meravigliosa e che apre largo campo a tutti e sì vari affetti, poteva, raccogliendosene tutti i particolari, essere materia a un poemetto.»

Capo de la congiura è immaginato un giovane di ventitrè anni, Averardo di Chiarissimo, avo di Cosimo de' Medici, e per intrecciare la favola l'A. trae partito de la nota amicizia fra Taddeo Pepoli, signore di Bologna, e il tiranno Gualtieri. La materia divisa in nove canti fu trattata in versi sciolti, in vero non sempre armoniosi, ma correttissimi ed eleganti.

Il meraviglioso è derivato dal Cristianesimo, e de le figure mitologiche bandite, tengon luogo le personificazioni di vizi, virtù e sentimenti, le apparizioni d'angeli, l'intervento celeste e quello infernale. Ne la protasi s'invoca la Virtù, che sublima agli eterni secreti le anime e _che si sta in cielo veracemente diva_. La poetessa narra poi de le crudeltà di Gualtieri, a la cupa figura del quale oppone quella celestialmente luminosa di Angelo degli Acciaioli, arcivescovo di Firenze, implorante da Dio pace su la città oppressa; al santo vecchio una visione scopre vicina, per opera di Averardo, la libertà sognata, fa intravedere i grandi che verranno da la stirpe medicea, e persuade il tentativo d'andar a rimproverare e consigliare il duca, che gli risponde superbamente e non trema punto a le profetiche minaccie di lui. Tornato al tempio, il sacerdote vi trova Averardo, che fuor di sè per lo sdegno e il dolore, lamenta l'uccisione di Naddo Oricellai e la tirannia di Gualtieri, del quale tante vittime invocano vendetta. L'Acciaioli manda l'ardente giovane da Taddeo Pepoli per esporgli l'infelice condizione di Firenze e commuoverlo così da toglierlo a l'amicizia del duca e ottenerne aiuto di armi e di uomini. Qui finisce il primo canto.

Satana, già roso dal dispetto pel preveduto trionfo de' Medici, s'infiamma di collera, quando giunge la _Discordia_ ad annunciargli che in Toscana ogni gente si ribella a l'inferno e a Gualtieri, animata dal santo zelo che ha diffuso ne le anime un messaggero celeste. E qui segue un concilio infernale, imitato da la _Gerusalemme_ del Tasso; vi grandeggia la figura di Satana colorita di tinte virgiliane, figura che, come il Mauro Atlante su gli altri monti, si estolle alteramente con le spalle e col capo su gli altri spiriti infernali: gli occhi ha torti e rossi come bragia, la lunga barba affumicata e mista di pel rosso come i capelli, che incolti e rabbuffati gl'ingombrano gote, spalle e petto.

Bélial vanta le glorie de l'inferno in terra, ma Satana non ne è pago, poichè teme de la filosofia divina, di cui la luce va diffondendosi nel mondo, dove è già nato in Amalfi Flavio Gioia, che inventerà la bussola, e sono non lungi la scoperta de l'America e l'invenzione de la stampa. Minacciando a l'Italia sorgono nel concilio infernale l'_Ipocrisia_, l'_Invidia_, il _Tradimento_ e la _Simulazione_; e Satana impone che tutto il suo regno si adoperi in favore di Gualtieri. La maligna _Fama_ s'abbatte a Firenze in Morozzo, amico del duca, e lo manda a rivelare la congiura al tiranno, il quale lieto e fidente, perchè Averardo volontariamente si allontana da la città,

Inganno e frode in quel parlar travede,

e fa uccidere il delatore, che, spirando, maledice a lui ed a la fedeltà serbatagli. Qui termina il secondo canto.

Averardo con l'amico Adimari e lo scudiero si è avviato verso Bologna: passa da Cafaggiolo, che doveva più tardi accogliere Leone X bambino; da Fiorenzuola, edificata da la repubblica fiorentina per frenare le ribellioni degli Ubaldini; da Campeggio, patria di Ugolino da Campeggio, famoso capitano di Pisa; da Loiano, dove un dì soggiornò la contessa Matilde:

. . . . quella scaltra indomita guerriera, Che del German lo insuperbito impero Ardita scosse, e fe' crollarne il trono.

Nella selva de' Burelli trova seduto sopra un margine verdeggiante e fiorito un uomo pensoso, che sta scrivendo:

Da Certaldo ad onorar Fiorenza Scese già pargoletto e il gentil core Accese allo splendor de' bei costumi E della leggiadrissima vaghezza Di valorose donne.

È il Boccaccio, che saputo lo scopo di Averardo, si accompagna a lui e lo conduce innanzi al Pepoli, cui il giovine messo narra le crudeltà di Gualtieri e il proposito dei Fiorentini di riacquistare a qualunque costo la libertà. Il signore di Bologna risponde gentilmente che amerebbe dare aiuto alla città amica, ma che prima vuol ponderare quale sia l'avviso migliore e, invitati intanto gli ospiti a le nozze di suo figlio, li conduce ne la sala dove stanno apparecchiate le mense. Sopravviene Francesco Petrarca insieme a Giotto:

. . . . . . . . . . . . . dipintor sublime Che a Cimabue tolse dell'arte il grido;

il primo reduce dal trionfo di Roma, trattenuto a Bologna dal Pepoli per rendere le nozze più _regali e conte_; il secondo, andato a dipingere il palazzo de gli sposi. Messer Francesco accompagna Averardo e il Boccaccio ad ammirare le pitture di Giotto, li seguono i principali patrizi bolognesi, fra cui Bittin de gli Angelelli:

. . . . . . . . . . . . e grave in vista, Seco venia quel nobil de' Malvezzi, Giulian, de l'arme e della patria onore.

E qui finisce il canto terzo.

Satana veduta venirne a l'inferno l'anima di Morozzo, monta in furore e minaccia tutti gli spiriti dannati: il _Tradimento_, prendendo aspetto di Francesco Brunelleschi, annuncia al Buondelmonte i tentativi di Averardo, e quegli, riuniti gli amici, corre con loro al palazzo ducale e rivela il pericolo a Gualtieri, che, sgomento, si ode consigliare da l'uno il richiamo in patria de le famiglie offese e la clemenza, da gli altri la crudeltà, l'uccisione del Medici, il tradimento. Il duca risolve di tentare a vicenda le arti e la violenza: a Guglielmo affida la vigilanza de la città; manda Buondelmonte a Bologna, Cerrettieri a levare armi ed armati; ritiene Baglioni presso di sè. Il Pepoli intanto festeggia solennemente le nozze del figlio, descritte da la Malvezzi con bella efficacia pittorica; a rallegrare tali nozze venne da Avignone la Corte d'amore, presieduta da Fannetta da Romanino: Amore è così invocato:

Salve stella d'Amor, salve o Fanciullo, Salvete, o Grazie, cui sfavilla Amore! Per voi riprende vita e prende forma, Per voi risplende di letizia vera Tutto che il mondo ingenera e governa. Perdon le belve la natía ferocia, L'uom gentilezza acquista e s'avvalora, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Almo fuoco d'Amor, per te bellezza Sfavilla e irradia delle grazie il riso! Qui giovani e donzelle ergete i canti, Qui date a piene man ligustri e rose, Che doni son d'Amor grazia e beltate.

Levate le mense, s'intuonano i canti, ed il Petrarca, sorgendo a un tratto dal suo scanno d'oro, prorompe ne la canzone:

Italia mia, benchè il parlar sia indarno.

Qui finisce il canto quarto.

Gualfredo Tedesco (il Guarnieri de la storia), sceso in Italia con molte milizie, riceve da Cerrettieri gli ordini del duca. Buondelmonte a Felsina si tien da prima celato e con dodici ribaldi assale di notte Averardo, che intrepido difendendosi li fuga. Fallito questo colpo, il traditore tenta la calunnia e incita contro il Medici due valorosi cavalieri, venuti da lungi per giostrare e sempre vinti da l'eroe toscano ch'essi corrono a sfidare su la piazza, dando origine a un tumulto, tosto sedato dal Pepoli. Averardo, che s'è innamorato di Fannetta da Romanino, sentendo ch'essa s'appresta a tornare in Francia, va a salutarla, le rivela il suo amore, ne ottiene dolci parole e incitamento a difender la patria. Cessate le feste, Buondelmonte s'annuncia al Pepoli come ambasciatore del duca, e quegli, benchè spaventato da un sogno infernale, non perde la calma, convoca il Consiglio, dinanzi al quale ode la richiesta che si uccida o si consegni Averardo; di che sdegnato, caccia l'ambasciatore, ma in segno del suo desiderio di pace decreta che il Medici debba partire del pari. Qui finisce il canto quinto; ma segretamente gli offre duecento cavalieri, che faran sembiante di seguirlo per proprio volere e che durante il viaggio sono atterriti da lo spettro di Adolfo de' Panici, annunziante orrende vendette. Buondelmonte rapidissimo va da Gualfredo, che ha ricevuto una forte somma dai Bolognesi per lasciarli in pace, e lo persuade a mandare un capitano con mille barbute contro Averardo e i suoi. Ne lo scontro una fiamma celeste, che lambe gli elmi ai seguaci de l'eroe e va a cadere sui masnadieri, anima il prode toscano, il quale, ucciso il condottiero nemico, ne pone le schiere in fuga; ma, mentre con le poche forze che gli restano vuol ridursi in salvo, sopraggiunge, avvertito de la disfatta dei suoi, Gualfredo, che con un colpo de la sua asta ferisce il cavallo del Medici, da la bestia inalberata precipitato in un fiume. A tal vista l'Adimari già ferito cade a terra privo di sensi e i Tedeschi si allontanano: Averardo semivivo è portato da un'onda su di un dirupo, e qui finisce il canto sesto.

Un miracoloso arco di luce gl'illumina la via e gli permette di trascinarsi fin poco lungi da un convento, dove è raccolto e curato. Buondelmonte, credendolo morto, ne reca la notizia a Firenze, causa al popolo di pianto, di gioia al tiranno, che si abbandona a le vendette e, sicuro ormai, licenzia le armi assoldate.

L'eroe convalescente ha una visione in cui Dante gli fa ammirare una fantastica allegoria del creato, gli predice la sua missione di liberar la patria, lo conduce dinanzi a una splendidissima apparizione de la _Sapienza_ e qui finisce il canto settimo.

Partito da l'Eremo, Averardo, come gli fu predetto, trova nel bosco un'armatura d'oro, che fu di Cosimo il Pio, ed è salutato da una pastorella, che si muta in fulgente immagine de la _Vittoria_ e dispare.

L'eroe vede in una capanna l'amico Betton de' Cini, stato orribilmente martoriato da Gualtieri e moribondo presso la figlia, che, fatto il triste racconto de le loro sventure, spira uccisa dal dolore; il Cini, porgendo un'asta, impone la vendetta a l'amico, il quale manda un pastorello con una sua ben nota armilla a l'arcivescovo, perchè a quel segno lo sappia vivo. Ma il messo è preso e posto anch'egli in fin di vita dai tormenti del tiranno, furibondo nel sapere il Medici a le porte. Un operaio ne l'accomodare l'orologio de la torre, ove il pastore è stato gittato agonizzante, ode il secreto del sopraggiungere di Averardo e ne sparge la novella ne la città, che si leva a tumulto, commossa soprattutto da la voce de l'Adimari, il quale poi, per stornare dal popolo l'ira del duca, si dà prigioniero a questo. E qui finisce il canto ottavo.

Mentre Satana, giunto in soccorso di Gualtieri, è ricacciato ne l'inferno da san Giovanni Battista, sopravviene il Medici; tutta Firenze è in armi, dovunque si combatte, ed il popolo trionfa, costringendo infine il duca, lungamente assediato nel suo palazzo, ad arrendersi e cacciandolo da la Toscana, tornata in libertà.

Una de le scene più belle e che ci danno più chiara idea de la dignità e de la dolcezza con cui la Malvezzi sentiva l'amore, è quella in cui Averardo va a salutare Fannetta; la trova, mentre sta ornandosi del velo il quale cade ondeggiando su l'aurea vesta trapunta e sparsa di fiori,

. . . . . . . . . . Allor che il vide Con pudico elevar d'onesto ciglio Sfolgoreggiò d'un candido sorriso.

L'ode dichiararle il suo amore e il proposito di seguirla:

La delicata bianca man gli porse, E di pietà dipinta, in atto umile Gli occhi in sè per vergogna raccogliendo, Sospirò, poi rispose: Mai diviso, Pur mai questo mio cor da te non fia; Ma tempra la tua fiamma ora, e m'ascolta. Più non rimembri 'l tuo fiorito nido, Che fatto preda di spietate genti, Sotto il tuo schermo securtà sol spera? Più non ascolti il popolo infelice Con qual doglioso e disperato pianto T'infiamma all'armi? Deh! ragion ti vinca, Nè faccia passïon troppo possente Che mia fama si leda e il mio bel grido. Ah poichè dentro al generoso core La mia sembianza consacrar degnasti, Amico porgi a mia virtù conforto, E non tentar la femminil fralezza. Dietro l'orme d'Amor segui la gloria, Amor ti guidi, Amor ti porga aita, Sicchè tua fama segni eterna stampa, E, fatto di virtute a' prodi esempio, Il ciel di Romanin meco t'attende.

Mentr'ella parla e Averardo le bacia la mano, un lume fulgente risplende ne' suoi occhi, una tremula fiammella le lambe la fronte e i biondi capelli:

. . . . . . . . . a tanta meraviglia Stupido quasi rimirolla fiso. Ed ella il salutò divina in vista, E con occhi di pianto e di pietate, In atto d'amorosa grazia adorno, Dal luogo ov'era, con real contegno Rimossa, dipartissi.