La donna fiorentina del buon tempo antico
Part 8
La nostra letteratura ebbe per base un Poema, che da una donna primigeniamente ispirato, tre donne ha, moventi l'azione, le quali dall'alto de' cieli la preparano in terra, da svolgersi pe' regni eterni e ne' cieli far capo: Maria misericordiosa, Lucia veggente, Beatrice lode vera di Dio come specchio e dichiarazione delle opere sue e de' misteri.[180] Se l'uomo, soccombente ai travagli della vita, può, per le vie ardue della contemplazione, incamminarsi a salvezza, sono le «tre donne benedette» che «curano di lui nella corte del cielo»:[181] se Virgilio, dai sacri «luminosi» penetrali della sapienza, si muove in aiuto di quel pericolante, è «Beatrice che lo fa andare»:[182] del nome e delle virtù di Maria tutto il Purgatorio è, per segni visibili o suoni o visioni soprannaturali, improntato:[183] sulla vetta del sacro monte, sede della umana smarrita felicità, egli sogna in Lia e in Rachele le armonie della vita operativa con la contemplativa;[184] e già prima, sognando sè trasportato dall'imperiale aquila, è stato da Lucia di sulla valle fiorita trasferito alla soglia del Purgatorio:[185] nel Paradiso Terrestre è da Matelda iniziato alla misteriosa trasfigurazione degli ordinamenti politici e religiosi della società; da Matelda guidato verso Beatrice; da Matelda, mercè le mistiche abluzioni in Lete e in Eunoè, da Matelda figura di gentile umanità che ai poeti parla «donnescamente», dispogliato dell'uomo antico, e rinnovellato e fatto abile all'ascensione pei cieli:[186] son gli occhi di Beatrice sua, che di questa ascensione gl'infondon virtù:[187] e infine per entro alla rosa de' Beati,[188] le tre donne salvatrici e liberatrici dell'uomo tengon seggio di gloria nella luminosa rappresentanza della cristiana umanità; e a' piedi di Maria divina sta Eva la creatura bellissima, fra il peccato e la redenzione comprenditrici e consumatrici della storia universa. Tanta parte, e siffatta, ha la donna nel fondamental concetto del Poema dantesco! E di su tale libro alzando la mano stanca il Poeta, ben poteva, alla figliuola di Folco che dalle soglie dell'eternità gli accennava aspettante, ripetere con l'esultanza del voto disciolto le estreme parole della _Vita Nuova_[189] arcanamente promettitrici: «Io ho detto di te quello che mai non fu detto d'alcuna».
NOTE
[114] Augusto Alfani.
[115] _La Donna fiorentina nei primi secoli del Comune._
[116] «.... chorda qui semper oberrat eadem» _Ep. ad Pisones_, v. 356.
[117] _Istorie fiorentine_, proemio. E il GIOBERTI, _Rinnovamento_, II, 462-63: «Il vivo della storia versando nei particolari, e solo da questi potendosi raccòrre la notizia fruttuosa delle leggi che girano le vicende umane, i racconti speciali sono i soli che giovano; laddove le storie universali, pogniamo che rechino istruzione speculativa e piacere, sono di poco o nessun profitto per la pratica».
[118] _Purg_. XXIV, 49-54; II, 91-114. Sul «dolce stil novo», e la sua storia, si vedano specialmente i belli studi di GIULIO SALVADORI (_La poesia e la Canzone d'amore di Guido Cavalcanti_; Roma, Soc. ed. Dante Alighieri, 1895: _Sulla vita giovanile di Dante_; Roma, Soc. ed. D. A., 1901), e quello recente (_Il dolce stil nuovo_; Palermo, Reber, 1903) di LIBORIO AZZOLINA.
[119] TOMMASEO, _Il Duca d'Atene_; Firenze, 1879; pag. 58: «A te, gentile atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie immortali, conservatore d'un'immortale parola....»
[120] _Vita Nuova_, § VI.
[121] Vedi l'uno e l'altro nel Commento del D'ANCONA alla _Vita Nuova_ (Pisa, 1884), l. c., pag. 45 segg.
[122] G. VILLANI, VII, LXXXIX. DINO, I, XXII, 5.
[123] _Rime_, ediz. FRATICELLI, pag. 74. — Vanna (Giovanna) con Guido, Lagia (Adelasia) con Lapo, e Bice con Dante, secondo la Volgata di quel Sonetto, il quale non è tra le Rime di _Vita Nuova_. Ma sulla traccia dei manoscritti si fa strada un ragionevole dubbio, che non Bice, ma un'altra donna gentile, forse la prima «dello schermo» di _Vita Nuova_, sia l'una delle tre fantasticate per l'amorosa comitiva. Vedi _Un Sonetto e una Ballata d'amore dal Canzoniere di Dante_, per cura di M. BARBI; Firenze, 1897.
[124] _Rime_, pag. 186.
[125] _Rime_, pag. 123.
[126] _Parad_. XXX, 28-29.
[127] §§ II (cfr. ediz. D'ANCONA, p. 6-7), III, V, XIV.
[128] §§ XVI, XVIII.
[129] _Purg_. XXX, 127-128.
[130] _Parad_. II, 22. L'_Esame della bellezza e del riso di Beatrice e della facoltà visiva di Dante_ di TEODORICO LANDONI (_Dichiarazioni al Paradiso_ ec., Firenze, Le Monnier, 1859) è gentile scrittura, da non doversi dimenticare.
[131] _Purg_. XXX, 73.
[132] _Rime_, pag. 108.
[133] _Inf_. II, 112, 104.
[134] _Inf_. II, 116; _Purg_. XXXI, 19-21; XXXIII, 127 segg.; _Parad_. I, 95; II, 52; III, 25, e altrove; _Parad_. XVI, 13-15.
[135] G. TODESCHINI, _Scritti su Dante_; Vicenza, 1872; I, 329.
[136] _Parad_. VII, 13-14.
[137] Vedi, qui appresso, il mio Studio su Beatrice.
[138] Da quel valentuomo del TODESCHINI, _Scritti_ cit., I, 328 segg. Cfr. il Commento del D'ANCONA alla _Vita Nuova_, pag. 28-30, e 76-77. E vedi il mio Studio su _Beatrice_.
[139] Mi compiaccio di conservare queste parole così come le dissi e le pubblicai nell'87, perchè oggi il documento si ha: vedi il citato mio Studio su _Beatrice_.
[140] Intorno a questi malauspicati matrimonî di Corso Donati, ho avuto a dire in più luoghi del mio libro su _Dino_ ec.: vedili indicati a pagina 52 del vol. III. E cfr. lo Studio di GUIDO LEVI su _Bonifazio VIII e il Comune di Firenze_; Roma, 1882; pag. 20 segg.
[141] Vedi la _Tenzone di Dante con Forese Donati_, a pag. 435-461 del mio _Dante ne' tempi di Dante_; Bologna, 1888.
[142] _Purg_. XXIII, 85-95.
[143] _Vita Nuova_, §§ XXXVI segg. Vedi nel Commento del D'ANCONA (pag. 236-37) accennata, e non accettata, questa e alcun'altra interpetrazione della «donna gentile».
[144] Vedi ancora, qui appresso, l'indicato luogo del mio Studio su _Beatrice_.
[145] Vedile svolte egregiamente da R. FORNACIARI ne' suoi _Studj su Dante_ (2ª ediz.; Firenze, Sansoni, 1901), pag. 180 segg., e accettate dal D'ANCONA (l. c.). E a me, quando pubblicai la prima volta queste mie pagine, pareva che la più comune interpetrazione della dantesca Matelda per la Matilde contessa famosa fosse la meno accettabile. E accennavo alle ipotesi di A. LUBIN e di G. PREGER, dietro le quali si continua da alcuni a trovare analogie tra la Matelda e questa o quella Matilde, religiose e misticografe tedesche. E poi dicevo che, tutto ben considerato, dovesse prevalere il principio, che la realtà di questa figura, la quale nel Poema ha sì stretta relazione e vicinanza con la simbolica Beatrice del Paradiso terrestre, s'abbia a cercare fra le donne che nella _Vita Nuova_ sono poste in altrettal vicinanza con Beatrice Portinari. E adducevo, a tal concetto ispirata, la recente ipotesi di A. BORGOGNONI, il quale ravvisava la Matelda in altra donna pur della _Vita Nuova_ (§ XVIII), premurosa interrogatrice del Poeta intorno all'amor suo; rilevando una giusta osservazione di lui, sulla opportunità, in quell'ordine d'idee, di trovare, fra le gentildonne fiorentine di quel tempo, una veramente chiamata Matelda o Matilde: e che io avevo già tentata qualche indagine, la quale altro resultato non mi aveva offerto, se non che nella famiglia dei Ricci (dalle cui case in Por San Piero, non è improbabile che potesse «una gentil donna da una fenestra riguardare» verso quelle degli Alighieri) ricorre nella prima metà del Trecento il nome di Telda. Del resto, soggiungevo, non esser tanto vero, che dopo la celebre contessa il nome di Matelda fosse comune in Firenze (una Telda dei Bardi è nella _Battaglia delle donne_ del SACCHETTI, I, 18); perchè il nome che in onor suo ebbe voga, e fu davvero comune, fu propriamente quello di Contessa e popolarmente Tèssa. E la persona storica della Contessa credo io oggi, specialmente dopo i validi studi di L. ROCCA (_Matelda_, nel volume _Con Dante e per Dante_; Milano, Hoepli, 1898) e di A. BERTOLDI (_La bella donna del Paradiso terrestre_; Firenze, 1901) e di G. PICCIOLA (_Matelda_; Bologna, Zanichelli, 1902), e una genialissima lettura di EMMA BOGHEN CONIGLIANI (_Il canto XXVIII del Purgatorio_; Brescia, 1902), debba senz'altro restituirsi e confermarsi nella figura ideale della Matelda dantesca.
[146] _Purg_. XXVIII, 40-69.
[147] B. ZUMBINI, _Studi sul Petrarca_; Napoli, 1878, pag. 68. Vedasi poi la fina analisi che del _Carattere del Petrarca_, e delle relazioni fra _il Petrarca e Laura_, fa il BARTOLI nel VII volume della sua _Storia della Letteratura italiana_; Firenze, Sansoni, 1884.
[148] Non mi sembra inopportuno qui riferirli, con qualche cura della lezione (cfr. _Opera omnia_ F. PETRARCAE; Basilea, 1554, pag. 1338-39: F. PETRARCHAE, _Poemata minora_, ed. D. ROSSETTI; Mediolani, 1834, III, 100-105; B. ZUMBINI, op. cit., pag. 62-63).
_Breve panegiricum defunctae matris._
Suscipe funereum, genitrix sanctissima, cantum, atque aures averte pias, si praemia coelo digna ferens virtus alios non spernit honores. Quid tibi pollicear, nisi quod, velut alta Tonantis regna tenes, Electa Dei tam nomine quam re, sic quoque perpetuum dabit hic tibi nomen honestas Musarum celebranda choris, pietasque suprema, maiestasque animi, primisque incoepta sub annis corpore in eximio nullam intermissa per horam tempus ad extremum vitae notissima clarae cura pudicitiae, facie miranda sub illa? Iam brevis innocuae praesens tibi vita peracta efficit, in populo maneas narranda futuro, aeternum veneranda bonis, mihi flendaque semper. Nec quia contigerit quicquam tibi triste dolemus, sed quia me fratremque, parens dulcissima, fessos Pythagorae in bivio et rerum sub turbine linquis. Tu tamen instabilem, foelix o transfuga, mundum non sine me fugies, nec stabis sola sepulchro. Egregiam matrem sequitur fortuna relictae spesque domus, et cuncti animi solatia nostri: ipse ego iam saxo videor mihi pressus eodem. Haec modo pauca quidem, pectus testantia moestum, dicta velim: sed plura alias; tempusque per omne hac tua, fida parens, resonabit gloria lingua. Has longum exequias tribuam tibi: postque caduci corporis interitum, quod adhuc viget, optima sub quo vivis adhuc genitrix, cum iam comprenserit urna hos etiam cineres, nisi me premat immemor aetas, vincemus pariter, pariter memorabimur ambo. Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostram extinctura venit fragili cum corpore famam, tu saltem, tu sola, precor, post busta superstes vive, nec immerito vocent oblivia Lethes. Versiculos tibi nunc totidem, quot praebuit annos vita, damus; gemitus et caetera digna tulisti, dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros, ac licuit gelidis lacrymas infundere membris.
Per le questioni che si sono fatte sulla madre del Petrarca (riassunte e conchiuse da G. O. CORAZZINI, _La madre di Francesco Petrarca_; Firenze, 1903, seconda ediz.), ha in questi versi molta importanza la interpetrazione, alla quale nessuno ha posto mente, della frase «Pythagorae in bivio» nel v. 17. Cotesta frase, nel linguaggio del tempo, significava nè più nè meno che l'età di quindici anni; e così ci è dichiarata da un dugentista, frate Salimbene da Parma, il quale nella sua _Chronica_ (pag. 10), rimpiangendo la morte immatura d'un giovinetto «qui, cum pervenisset ad bivium pythagoricae litterae, ultimum diem clausit», soggiunge: «idest finitis tribus lustris, quia tria lustra complent cyclum Indictionum»; dal che sembra che l'indizione s'indicasse anche con la lettera Y, nella qual lettera biforcata aveva Pitagora simboleggiato il bivio delle due strade che si aprono, sul cominciare della giovinezza, verso il bene e verso il male. Dunque il _Panegiricum matris_ fu scritto dal Petrarca a quindici anni, nel 1319; nel quale anno, di lei trentottesimo (vv. 35-36), morì la madre sua Eletta Canigiani (nata dunque nel 1281) prima moglie di ser Petracco, che in seconde nozze sposò Niccolosa di Vanni Sigoli.
[149] _Le Rime_, CCLXXXV e CXXVIII.
[150] FOSCOLO, _Sepolcri_, vv. 175-79.
[151] PIO RAJNA, _Le Corti d'Amore_; Milano, Hoepli, 1890.
[152] _Le Rime_, CCXXXVIII. _Il bacio a madonna Laura_, che dà argomento a quel Sonetto, fu magistralmente illustrato da GIOVANNI MESTICA (_Nuova Antologia_, fasc. del 1º aprile 1892).
[153] X, VII.
[154] Lettera di Giovanni Rucellai da Avignone, il 13 maggio 1506, a Lorenzo di Filippo Strozzi in Venezia; a pag. 243-44 delle _Opere di_ GIOVANNI RUCELLAI per cura di GUIDO MAZZONI; Bologna, Zanichelli, 1887. Anche Giambatista Marino, descrivendo nel 1615 le usanze francesi, e ancor egli come il Rucellai facendo tirocinio di quella lingua, scriveva da Parigi: «Le signore non fanno scrupolo di lasciarsi baciare in publico; e si tratta con tanta libertà, che ogni pastore può dire alla sua ninfa commodamente il fatto suo». (_Lettere_; Venezia, 1627; pag. 181).
[155] _Morgante_, XXV, 301.
[156] Vedi la edizione, fedelissima alla lezione dell'antico testo Barberiniano, procurata dal conte CARLO BAUDI DI VESME per la R. Commissione de' Testi di lingua; Bologna, 1875.
[157] Nella parte quinta e sesta, a pag. 100-165, 174-188, 230-235, della citata ediz.
[158] _Histoire de Florence_ par F. T. PERRENS; tomo III (Paris, 1877), pag. 339 segg. Questa e alcun'altra esagerazione, e qualche inesattezza, non tolgono però il suo pregio a quel capitolo su _la vie privée_ in Firenze tra i secoli XIII e XIV.
[159] A pag. 118-119.
[160] A pag. 119-120, 125-126.
[161] La «cameriera» era pe' Fiorentini del Trecento personaggio da corti: tantochè il Borghini, trovando in certi registri di popolazione sul principio appunto del secolo XIV una «cameriera di Guido Benzi» annotava: «Ci è alcuna volta questa voce _cameriera_. Non so se è il medesimo che _servigiale_ ec.; chè non mi pare che quel tempo usasse molte delicatezze e varietà di servitori» (a pag. 232 del quadernetto _Il Fornaio_ di VINCENZIO BORGHINI; nell'Archivio fiorentino di Stato, Manoscritti varî, n.º 482). Infatti le donne fiorentine delle dieci Giornate, sebbene «reine», non hanno «cameriere» ma «fanti»; così le due che attendono alla cucina, come le altre due che «al governo delle camere delle donne». (_Decameron_, Introduzione).
[162] A pag. 123-125.
[163] A pag. 139.
[164] A pag. 62.
[165] A pag. 173-174.
[166] A pag. 31-32.
[167] A pag. 71-72.
[168] A pag. 120-121.
[169] Vedi, a tale proposito, alcune pagine (117-24) del mio Studio _La gente nuova in Firenze_ nel volume _Dante ne' tempi di Dante_: Bologna, Zanichelli, 1888. Cfr. G. Melodia, _Dante e Francesco da Barberino_, Venezia, Estr. dal _Giornale dantesco_, 1896: A. THOMAS, _Francesco da Barberino et la littérature provençale en Italie au moyen-âge_; Paris, 1883: O. ANTOGNONI, _Un contemporaneo di Dante e i costumi italiani_, a pag. 59-79 del _Saggio di studi sopra la Commedia di Dante_; Livorno, Giusti, 1893.
[170] A pag. 15.
[171] Mi sia lecito ripetere parole mie, e indicare la illustrazione che mi occorse fare d'alcuni documenti letterarî fiorentini d'etica amorosa, appartenenti a quell'età. Vedi _Dino Compagni e la sua Cronica_, I, 418 segg.
[172] Stanno a pag. 46-55 di _Alcune lettere familiari del secolo XIV pubblicate da_ PIETRO DAZZI, nel fasc. XC delle _Curiosità letterarie_; Bologna, Romagnoli, 1868.
[173] Di queste chiose detti saggio nel libro e luogo testè indicati in nota 58.
[174] _Parad_. VIII, 2. Vedi nella Crusca (Vª imp.), s. v. _Folle_, il § VII.
[175] Vedi le _Regole della vita matrimoniale_ di frate CHERUBINO DA SIENA ristampate per cura di F. ZAMBRINI e di C. NEGRONI; Bologna, 1888, disp. CCXXVIII delle _Curiosità letterarie_.
[176] Vedi il libretto _Strenne nuziali del secolo XIV_ (Livorno, Vigo, 1873), pubblicato da O. TARGIONI TOZZETTI. «Popolani precetti» ho detto, sebbene in alcune di quelle scritture figurino a darli alla loro figliuola un re e una regina: contaminazione che ha un po' del barberinesco. Di quella, fra le dette scritture, che non ha in scena codesti fantocci, e dalla quale ho già addotto il preambolo e il commiato, credo far cosa grata alle gentili lettrici, abbellendone per disteso almeno quest'angolo del mio libro sulla _Donna fiorentina_. A pag. 37-40 delle cit. _Strenne nuziali_: ma mi son valso anche del testo che pel primo ne dette F. TRUCCHI, in un opuscoletto di 15 pagine (Firenze, Tofani, 1847) dedicato «alle gentili donne italiane».
COME DEE DIRE LA MADRE ALLA FIGLIUOLA QUANDO LA MANDA A MARITO
Carissima mia figliuola. Molto ti prego, e ancora comando, che.... (ved. a pag. 89)
Il primo comandamento si è, che tu ti guardi da tutte quelle cose per le quali egli si potesse adirare o ragionevolmente crucciare. E guardati di non stare allegra nè ridere, quando lo vedi crucciato; e similmente di non stare crucciata, quando lo vedi allegro; e quando egli è turbato, o carico d'ira e di pensieri, non te gli ficcare sotto; arrecati da parte, insino che si rischiari.
Il secondo comandamento si è, che tu sia sollecita di sapere qual cibo più gli piaccia al desinare e alla cena, e fa' che diligentemente gli sia apparecchiato: e avvegnadio che talora non ti piacesse quella tale vivanda, voglio che mostri pure che la ti piaccia; però che molto è convenevole che la donna sappia condiscendere al piacere del suo marito.
Il terzo comandamento si è, che quando il tuo marito fussi affaticato per debolezza, o per fatica, o per altro accidente, ed egli si dormisse, guardi di non lo svegliare senza legittima ragione: e se pure tel conviene chiamare, guarda di non destarlo subitamente, nè in fretta, ma piano e suave lo sveglia, acciò che teco non s'adirasse; imperò che di cotal cosa gli uomini se ne sogliono molto sdegnare.
Il quarto comandamento si è, che tu sia fedele a guardia del tuo onore e del suo; e non gli trassinare nè cassa, nè borsa, nè altro luogo ove lui tenga i suoi denari, acciò non prenda sospetto di te; e se per avventura ti venisse ciò fatto, o per altra ragione, non gliene tôrre veruno, ma ripongli saviamente; e a veruna persona in verun modo del suo non dare, senza sua licenzia, e non prestare; però che egli è in tal modo tuo signore, che per l'amor di Dio, non che per altro modo, del suo non puoi dare ai poveri, senza sua richiesta: onde con sommo studio t'ingegna di guardare il suo; chè siccome l'uomo è lodato d'esser largo, così la donna è lodata per salvare le cose del marito.
Il quinto comandamento si è, che tu non ti mostri troppo volenterosa di sapere le credenze e secreti del tuo marito; e se addiviene che lui te le dica, guarda che tu non lo ridica a veruna persona. E ancora ti guarda di ridire fuori della casa tua le parole dette familiarmente in casa tua, qualmente che sieno di piccolo valore; però che troppo è villana cosa che altri sappi i fatti della tua famiglia, principalmente per la tua bocca; e la donna di ciò n'è tenuta mentecatta e sciocca, e il marito l'ha in odio.
Il sesto comandamento si è, che tu ami e porti fede, come si conviene, a' servidori e alla famiglia, e principalmente a coloro che sono in amore del tuo marito; e che per leggiere cagioni non gli biasimi e non gli accomiati, però che sempre ne saresti odiata, e potresti per loro e per la famiglia esserne abbominata di tale infamia, che quasi mai non ti cadrebbe il biasimo, e agevolmente ne potresti venire in odio del tuo marito e dell'altre genti.
Il settimo comandamento si è, che tu non facci per lo tuo senno alcuna grande cosa senza il consentimento del tuo marito, qualmente che quella cosa ti paresse da fare; e guarda che tu non gli dichi, per alcuno modo: «Il mio consiglio era migliore che 'l tuo», eziandio che fosse bene migliore; perciò che il condurresti agevolmente in grande sdegno verso te e in grande odio.
L'ottavo comandamento si è, che tu non richiegghi di cosa il tuo marito, che non si convenga, e che gli fusse troppo malagevole a fare; e massimamente cosa tu creda che gli dispiaccia, e che sia contro al suo onore, acciò che tu non sia cagione di suo male, danno, o struggimento.
Il nono comandamento si è, che tu t'ingegni di mantenere la tua persona fresca e bella e adorna e netta, in forma e modo che sia onesta, senza alcuna cosa disonesta o brutto adornamento: imperò che quando il tuo marito ti vedesse disonestamente ornare oltre al suo piacere, leggermente ti potrebbe avere a sospetto; chè tenendoti onestamente adorna, te ne amerà e terrà più cara.
Il decimo comandamento si è, che tu non sia troppo domestica colla tua famiglia nè troppo inchinevole, spezialmente a quelle persone che ti dovrebbono servire, o donzello o servigiale che sia, servo o serva: però che troppa dimestichezza importa vizio, e troppa familiarità ingenera sdegno; onde troppo è meglio essere un poco verso di loro altiera e signorile: imperò che non è già buon segno vedere la serva in superbia inverso la madonna; onde volgarmente dice la gente: _la serva signoreggia, se la madonna folleggia_.
L'undecimo comandamento si è, che tu non sia troppo randagia, nè che tu non vada troppo fuori di casa tua; imperò che la donna che sta costantemente a casa, e va poco a torno, è allegrezza del marito suo, siccome dice Salomone, che 'l seppe bene: chè all'uomo bisogna provvedere a' fatti di fuori di casa, per fare quelli di dentro alla casa: e così conviene che la donna provvegghi a' fatti della famiglia e della masserizia: i quali giammai non faresti bene, figliuola mia, se tu randagia fussi. Ancora voglio e cornandoti, che tu ti guardi di favellare troppo; però che il poco parlare principalmente sta bene nelle donne, e significa onestà; chè se la donna fusse bene sciocca, e ella parli poco, è tenuta savia. Ancora ti comando, che sia modesta, cioè che non vogli sapere troppo, nè dar fede a indovine, nè a loro fatture o incantazioni: perciò che molto è sconvenevole alle donne voler sapere come gli uomini nell'operare degli uomini.