La donna fiorentina del buon tempo antico

Part 7

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La Provenza fu terra ospitale a molti di quei proscritti fiorentini; e uno di essi, Azzo Arrighetti, fu colà il progenitore di una stirpe più tardi famosa, Riquetti de Mirabeau. Paese gentile la Provenza, di clima come il nostro benigno, agevole ai traffici italiani, e, durante poi cotesto secolo, paese papale. Ma le donne nostre che, come la Eletta Canigiani, colà o balestrava l'esilio od altra ventura portava, le mogli de' mercatanti de' notai degli artefici fiorentini, come si saranno assuefatte, e quali saranno esse parse, a quella società feudale, tanto da' nostri reggimenti a popolo diversa? nel paese de' baroni e de' trovatori, de' tornei e della gaia scienza, fra la nobiltà dalle grandi tradizioni cavalleresche, accanto alle dame che anc'oggi piace immaginare atteggiate a formular gravemente i loro giudicati nelle Corti d'Amore, applicando a' casi controversi quello o questo, de' trentuno articoli che ne compongono il codice?[151] Le schive concittadine della buona Gualdrada, che la tradizione esaltava d'essersi pubblicamente ricusata al bacio imperiale di Ottone IV, che cosa avranno esse detto o pensato, assistendo in Avignone a quella festa, che meritò un Sonetto del Petrarca, dove l'altera la castissima Laura porse al bacio del giovane principe, che fu poi Carlo IV, la fronte e quegli occhi, che il Poeta dovè contentarsi d'aver cantati?[152] od anche solamente leggendo in una novella del _Decameron_,[153] che Pietro d'Aragona, il cavalleresco re de' Vespri, alla giovine fiorentina che in Palermo s'innamora di lui, confortatala invece a savie nozze borghesi, in queste intervenuto di persona, dinanzi ai genitori e allo sposo, «presole con amendue le mani il capo, le bacia la fronte»? Che avranno, di queste baciature imperiali e reali, le nostre care donne pensato? Risponde per loro, e proprio da Avignone, un Fiorentino di due secoli appresso, che da Virgilio ritraeva la poesia dell'Api e da Sofocle e da Euripide la tragedia, il quale agli amici di Firenze annunziava, pieno delle memorie di madonna Laura, che in quel gaio paese «gli erano leciti i baci come costì gli sguardi»; «baci», aggiunge, «senza lo scoppio», de' quali egli stava imparando, insieme col parlar francese, il segreto:[154] «baci», aveva già prima detto il Pulci[155] «alla franciosa», che «ogni volta rimanea la rosa».

La letteratura fiorentina del Trecento ebbe uno scrittore (che fu pure, notisi, per alcun tempo in Provenza), il quale sentì quella semplicità o, come poteva sembrare, rozzezza della nostra donna, della donna del Comune democratico, appetto alla donna gentilesca e addestrata della società feudale, e si argomentò di venirle in soccorso. La utopia (chè altro nome non le si addice) di messer Francesco da Barberino prese forma in due de' più singolari libri di quella letteratura, i _Documenti d'Amore_ e _Costume e Reggimento di donna_, in forma sentenziosa e di stampo addirittura gnomico: di che è bensì da avvertire, che non in lunga e formata opera, come queste, ma in componimenti lirici, e più specialmente canzoni, come quelle di Bindo Bonichi, il Trecento porge altri notabili esempi.

Il _Costume e Reggimento di Donna_,[156] specialmente, è un completo galateo femminile, dove, per ciascun grado e condizione sociale, da fanciulla a vedova, da madre di famiglia a romita, da regina, contessa, duchessa, principessa, a borghese, monaca, ancella, balia, fruttaiuola, e persino barbiera, non omesse le treccole e le accattone, si danno ammaestramenti alla donna, e se ne forma un modello ideale, al quale ahimè quante poche rispondenze avrà dovuto trovare, anche dopo la diffusione de' suoi libri, quel buono messer Francesco, fra le allegre gentildonne e le graziose fanciulle e le saccenti comari che per le case e per le piazze di Firenze gli si movevano attorno! E notisi che i doveri femminili della vita regale[157] comprendono ben cinquantaquattro capi, senza contare una dozzina di «cautele» preliminari, e le speciali prescrizioni concernenti i casi di reggenza: complesso di leggi, regole, norme, ammaestramenti, insegnamenti, ammonimenti, consigli, che bastava esso solo a fare strabiliare, salmisìa, non che le donnette spicciole, ma anche le gentildonne, della nostra libera e sciorinata cittadinanza. Il recente storico della Repubblica, signor Perrens, ha certamente esagerato nell'aggravare di volgarità la vita quotidiana dell'antica donna fiorentina, contessendo, con francese vivacità, d'episodietti dai nostri novellieri una serie d'imagini e di fattispecie,[158] che pare uno spoglio, o piuttosto, un inventario, dai romanzi d'Emilio Zola. Tuttavia ci è forza dubitare assai, per modo di esempio, che molte delle leggitrici del _Reggimento e Costume_ di messer Francesco abbiano saputo osservare i precetti co' quali egli si confida regolar l'atteggiamento che la fanciulla dovrà prendere nel ricevere l'anello di sposa:[159] stare con «gli occhi chinati, fermi li membri» (e fin qui pazienza), ma inoltre «sembrar paurosa»; e in questo era lecito a molte non riuscire abbastanza bene. Così alla dimanda fattale del consenso, «aspettare l'una o le due»; e la terza volta, «faccia soave e piana sua risposta»: manco male con l'avvertenza, che e la paura e l'aspettare e la vocina sottile possano essere un po' meno, se la sposa non è delle più giovinette. E sempre dai precetti nuziali:[160] mangiar poco al banchetto; ma perchè lo stomaco non soffra, aver preso innanzi qualche cosa in camera sua: così pure, essersi lavata le mani, per non intorbidar troppo l'acqua al bacino della mensa; e giova ricordare, come di que' tempi la forchetta è, nelle ricerche erudite, un arnese di molto controversa esistenza, e, per gentili e nobilissime che fossero, il cibo solido lo portavano alla bocca le mani. Tutti poi i precetti del Barberino sono corredati di esemplificazioni o novellette, spesso graziose assai, ma quasi tutte di personaggi stranieri, di Provenza, di Normandia, d'Inghilterra, di Castiglia, e cavalieri, conti baroni, re di corona; e spesso alla esemplificazione è premessa qualche sentenza o concetto di trovatore. L'intero trattato è altresì dominato per lungo e per largo da un esercito di figure femminili allegoriche (come nel _Romanzo della Rosa_), in persona di questa e quella virtù (taluna anche con la sua «cameriera»[161] o col «fante»), Onestà, Pazienza, Castità, Speranza, Cautela, Cortesia, Religione, e poi Voluttà, Penitenza, Eterna luce, ed altre, subordinate tutte a Madonna che è la Sapienza; la cui conversazione con lo scrittore dà come il filo a tutto il libro; ed è cosparso largamente da descrizioni e moralità, il cui colorito mena tinte calde e risentite, e lo stile, a motti e come a sprazzi, in endecasillabi ballettanti i più sulla quarta e la settima, non ha forse riscontro in altra opera dell'antica nostra poesia, e quasi arieggia le moderne riproduzioni a freddo dell'oro e azzurro medievale.

Non vi dispiacerà, io credo, gustarne alcun poco. Una casa principesca in giorno di nozze:[162]

Suonan le trombe e li stormenti tutti; canti soavi e sollazzi dattorno. Frondi con fiori, tappeti e zendali sparti per terra, e grandi drappi di seta alle mura, argento ed oro, e le mense fornite, letti coverti e le camere allegre. Cucine pien' di varie imbandigioni; donzelli accorti a servire, ed ancora più damigelle giovani tra loro, armeggiando pe' chiostri e per le vie. Fermi balconi e le loggie coverte, cavalier molti e valorosa gente, donne e donzelle di grande beltate. . . . . . . . . . . . . . . . . Vengono i vini e confetti abondanti; là son le frutte in diverse maniere. Cantan gli augelli in gabbia, e per li tetti . . . . . . . . . . . . . . . . Giardini aperti, e spandesi l'odore . . . . . . . . . . . . . . . . Bei cucciolini spagnuoi con le donne, più pappagalli per le mense vanno, falcon, girfalchi, sparvieri ed astori . . . . . . . . . . . . . . . . Li palafren corredati alle porte, le porte aperte, e partite le sale, come conviene alla gente venuta . . . . . . . . . . . . . . . . Surgon fontane di fonti novelle; spargon là dove conviene, e son belle. . . . . . . . . . . . . . . . . Le molte donne allocate a sedere novellan tutte d'amore e di gioia . . . . . . . . . . . . . . . . Ride dal sol la primavera in campi; non è pareti che tengan la vista. . . . . . . . . . . . . . . . .

E questo distico di mirabile effetto nel descrivere il cessar d'una festa notturna con l'alba:[163]

Suona la sveglia, l'aurora apparisce, bassa il romore, e la gente s'addorme.

Quanto, e di che, debba la donna pregare Iddio:[164]

... è meglio assai orar fervente e poco, che molte orazïoni, de le quai poche si movon dal cuore. Dio non va cercando pur romper di ginocchia, ma ben save' che va cercando i cuori. Egli è scritto che breve orazione è quella che il ciel passa: folle è chi dunque in pur cianciar si allassa. Ma qui ti guarda sempre, che s'intende dell'orazione fervente e ordinata, con la dimanda licita e onesta: chè sono alquante, che pregan ch'Idio mantenga loro il color nel visaggio, e che le dia a star bella tra l'altre, e che mantenga biondi i lor capelli, o che dia lor la bella fregiatura. Onde per questo non v'affaticate, c'allora il provocate contro a voi.

Distrazioni amorose:[165]

Va una donna a filare a finestra: passa uno amante, ed ella si volge; le man rattiene il filato ingrossa, e muta l'esser ch'ella à 'ncominciato.

Così ancor chi a finestra cuce spesse fïate si cuce la mano, quand'ella crede sua veste cucire.

Parsimonia negli ornamenti:[166]

E se ghirlanda porta, lodo che sia pure una gioliva e piccoletta; chè, come voi savete, grossa cosa è tenuta portar fastella in luogo di ghirlande. E quanto ell'è più bella, tanto minor la porti; però che non ghirlanda, ma piacer, fa piacere; nè fa l'ornato donna, ma donna fa parer lo suo ornato.

Capriccetti (che oggi chiameremmo romantici) delle ragazze:[167]

Ora vi vengo a un vizio che regna spessamente in queste donzellette, lo qual vorria, s'io potessi, sturbare. E' ne son molte, che quando per vezzi, e tal fïata per una sciocchezza, ch'àn voglia di vedere com'elle sono amate da lor gente; e talora per alcuno disdegno d'alcuna paroletta ch'odon, ch'a lor non piace; e tal fïata perch'altri le lasci poi fare a lor senno; tale s'infìnge che le duole il fianco, e tale lo dente, e tale la testa, e tal dice mattezze, . . . . . . . . . . . . . . . . E tal comincian questo, non credendo durar gran tempo in questo; ma poi ch'àn cominciato van pure innanzi, temendo ch'altri non dicesse poi: «Vedi che s'infingea».

Altrove[168] si propone un punto, intorno al quale lo scrittore «ha trovate molte varie usanze, e di molte openioni», circa i saluti e gl'inchini della novella sposa, cavandosene col consigliarla che ella

dimandi della sua terra l'usanza e del paese dov'ell'è menata, e quella servi com' può temperata.

E basti ormai per conchiudere che chi in libro siffatto (nè guari diversa intonazione ha l'altro dello scrittor medesimo, i _Documenti d'Amore_) non voglia vedere il deliberato proposito, da me sopra indicato, d'ingentilire i costumi popolani con una teorica, poeticamente ideata, di signoril vivere e cortigiano,[169] dovrebbe spiegarci come mai un Fiorentino, e dimorante in Firenze, e vissuto quando gl'influssi poetici provenzali e siculi erano oramai trapassati, come potesse, naturalmente e senza un preconcetto disegno, provenzaleggiare e franceseggiare con tanta e sì passionata intensità, «mescolando» (dic'egli in un luogo,[170] ma troppe volte è piuttosto un sovrapporre o addossare) «il volgare toscano ad alcuni volgari consonanti con esso», e fissare in un tipo così ricisamente foggiato sopra realtà, per lo meno, non immediate la donna che l'etica amorosa del tempo soleva comporre (e ne abbiamo graziose testimonianze) con elementi svariatissimi, ove si mescolavano «la galanteria provenzale e cavalleresca, la sensualità pagana, la prosaicità borghese, l'austerità e ruvidezza ascetica, elementi del Rinascimento che contrastano insieme, e sono sul divenire qualche cosa che non vorrebb'essere nessuno di essi».[171]

* * *

Nè di tali mescolanze, chi sottilmente indagasse, mancherebber forse riscontri nelle realtà della vita d'allora: ma di siffatte realtà troppi documenti, per la loro natura essenzialmente intima, fu inevitabile che di que' secoli andassero perduti. Dirò tuttavia che almeno uno, e assai grazioso, ne possediamo in un carteggio coniugale, di poche e brevi lettere, scritte da una Fiorentina della seconda metà del Trecento, Dora Del Bene, al marito mentr'egli era Vicario pel Comune in Val di Nievole.[172] Ella scrive di campagna, e lo informa delle faccende villerecce, degl'interessi domestici, della salute delle figliuole: i figliuoli sono col padre, avvezzandosi così per tempo, o ne' traffici o nel governo, i giovinetti a imparare la vita operosa in servigio sì della famiglia e sì del Comune, e a conoscere il mondo, in tante parti del quale portavano poi il nome fiorentino e d'Italia. Ora in codesto carteggio, la reverenza affettuosa al marito, che nelle soprascritte è chiamato «savio e discreto uomo, carissimo uomo, reverendissimo uomo», e perfino «venerabile», è accompagnata da certi urbani motti, i quali provano come alle donne fiorentine non isgradisse mostrarsi verso i loro mariti, secondochè ad esse raccomandava un anonimo espositore di Ovidio,[173] «non villane femine, che nulla altra cosa sappiano fare se non lana carminare», ma savie e cortesi, e «mostrare il suo bene e li suoi sollazzi e sue cortesie, tali che il suo marito non possa altra femina trovare, che tanto gli possa piacere o fare suo talento». Scrive la Dora: e premetto che nessuno certamente può chiedere a quelle austere e robuste nature le espansioni fremebonde della nostra età malaticcia. Scrive ella dunque: «Istiamo tutti bene, lodato Idio: ma meglio ci parrebbe istare se fussimo teco. Addio; t'accomando la Dora tua. Salute mille». E altrove: «Tu mi scrivi che non puo' dormire la notte, per pensieri che hai dell'Antonia....»; cioè della figliuola che pensavano a maritare. «Ma l'Antonia non è quella che ti toglie el sonno. Ma quando non potrò più, assalirotti che non te n'avvedrai, e non verrò se non solo per garrire». Scherzi, come si sente, simulanti gelosia; e di quella gelosia che il solito espositor d'Ovidio dice venire «da buono amore, «quando la donna ama il suo diritto signore», e la distingue da un'altra gelosia ch'egli dice venir da «follia». Questo medesimo linguaggio ritroviamo nei rimatori e nostri e provenzali, e in una frase di Dante «il folle amore», una delle molte, che i commentatori non riconoscono, da lui non trovate, ma appropriatesi del comune parlare e sentire del tempo suo.[174] Quelle lettere della Del Bene sono talvolta datate così: «Fatta dì XVIII d'aprile all'Avemaria.... Fatta addì VIII di maggio. Dopo vespro sotto la loggia.... Fatta addì XIX maggio dopo l'avemaria nella loggia;» con ricordo amorevole, al marito e padre, dell'«ora che volge il disio», e del luogo che raccoglieva sulla sera la famiglia a geniale riposo dalle giornaliere fatiche, che infine si conchiudeva con la preghiera. L'ultima poi di esse lettere, quella della gelosia, è sottoscritta: «la Dora tua nimica»; ossia col linguaggio, nè più nè meno, de' rimatori verso le loro signore e tiranne. Questa figura di donna vera non mi sembra scomparire poi troppo, e sia pure men compassata e meno irreprensibile, appetto alle donne modello effigiate da messer Francesco da Barberino.

* * *

Una sola condizione di vita femminile ebbe in Firenze, non cortigiani, ma popolani precetti: la vita coniugale; consacrati in quelli _Avvertimenti di maritaggio_, de' quali, in prosa o in verso d'ottava rima, ci rimane più d'un testo; formulati in dodici o quattordici regole, con le quali la madre accompagna la figliuola all'altare. Anche i teologi casisti aggravarono di cautele la vita matrimoniale, mettendo in volgare anche ciò che era meglio rimanesse latino.[175] Io qui, volgendomi a quelle altre più gentili e, ripeto, veramente popolane scritture, riferirò da una di esse il preambolo e il commiato materni:[176]

«Carissima mia figliuola, Molto ti prego, e ancora comando, che tu non ti turbi perchè io t'abbi maritata, e convengati partire da me; acciocchè non si adiri il tuo novello sposo al quale io t'ho sposata. Bella mia figliuola, s'e' fosse lecito di starti meco infino alla mia fine, non ti partiresti da me, tanta dolcezza d'amore ti congiunge meco. Ma la ragione il concede, e l'onore nostro il vuole, e la tua condizione e il tempo lo richiede, che tu sii oggimai accompagnata, acciò che il tuo padre e io e i parenti nostri ricevino allegrezza di te e de' tuoi figliuoli, i quali, alla speranza di Dio, avrai. Ora ti traggo dal mio seno; ora escirai della signoria del tuo padre e andra' ne al tuo marito e signore, onde non solamente gli sarai compagna ma serva e ubbidiente. E sopra tutto, acciò che tu sappi come te gli converrà esser serva e ubbidiente, intendi i miei ammonimenti, e ricevili in luogo di comandamento; imperocchè, se bene gli manterrai, in amore e grazia del tuo marito e di tutte le altre genti verrai».

Questo il preambolo. E queste altre poche parole, che paiono sfiorar lievi lievi con tocco d'ala il velo nuziale della vergine, sono il commiato: «Allora la gentil madre e savia donna benedisse e segnò la benigna figliuola e mansueta pulzella, e raccomandolla a Dio, e pregolla teneramente che sempre osservasse i suoi comandamenti, e che sopra tutto avesse cara l'anima sua».

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Cotesti avvertimenti erano legislazione che veniva dal cuore e dalle realtà della vita; non come quella del Barberino, dal paese d'utopia.

Francesco da Barberino moriva in tarda età nel 1348. Ma la pestilenza che portò via, con tanti altri, anche il precettor cortigiano delle donne fiorentine, doveva ispirare, ben altramente ascoltato, un altro e ben più potente ingegno. Quel furore di godimento che inebriò, come Matteo Villani ci attesta,[177] i sopravvissuti alla strage e al terrore, ebbe il suo interprete in Giovanni Boccaccio: nella cui arte il lussureggiar dei colori, la morbidezza ridondante delle linee, la vistosità degli atteggiamenti, e pur troppo anche la depressione del senso morale, accusano origine siffatta. Poca o nessuna idealità può rinvenirsi nelle sue donne, in quanto idealità significhi attinenza, più o meno visibile, che la figura ha con un tipo vagheggiato dall'artista; ma efficace mirabilmente e profonda è nel borghese fiorentino la rappresentazione drammatica del reale.[178] Non parlo delle sue immaginarie raccontatrici, che Santa Maria Novella non vide mai certamente incontrarsi sotto le sue volte sublimi, a profanare con propositi da brigate la santità dell'infinito, e nessuna delle nostre colline ospitò in ozio vile coi giovani vagheggianti, mentre giù al piano la gente moriva: coteste donne, quelle Pampinee, quelle Elise, quelle Fiammette, non dissomigliano guari, e taluna ha comune anche il nome, alle figure dei suoi giovanili romanzi in prosa od in verso: ninfe o donne, e talvolta un che di tramezzato dell'una e dell'altra, ma sempre, anche quando donne vere come nel romanzo della _Fiammetta_, figure tirate fuor dell'orbita reale e storica delle cose, in posa, più o men classica, di dolore o d'amore, di sconforto o di gelosia, non mai però sollevate sino a quella regione dove vivono immortali le creature del pensiero, da Beatrice alla promessa sposa di Renzo, da Laura a Margherita, da Erminia e Fiordiligi a Tecla Wallenstein ad Ermengarda. Le figure femminili che il Boccaccio ha propriamente dato all'arte sono le figure operanti nei brevi drammi di quel libro che a buon dritto, in contrapposto al dantesco, è stato chiamato l'Umana Commedia: delle quali forse una sola, che il Petrarca distinse come «di gran lunga dissomigliante alle altre», contiene una idealità preconcetta, ed è quella virtuosissima Griselda, la plebea degnata di nozze e poi sottoposta a prova dal signor feudale; mito di storia e di moralità, come altri ha giustamente rilevato,[179] e onorata di popolarità, nella tradizione e nell'arte. Ma le più vivaci sono senza dubbio quelle che messer Giovanni ritrasse dal vero del costume fiorentino: gentildonne e borghesi, della città e del contado, allegre o maliziose ed anche talvolta nobili figure, che egli o foggiava secondo i viventi modelli o evocava da tombe da non molti anni dischiuse. In queste figure di sul vero, non trasformate da nessun procedimento ideale, non alterate di proporzioni per nessuna simpatia affettiva, si sente che il Medio Evo, l'età mistica e contemplante, l'età dei grandi concepimenti interiori nel seno fortemente travagliato, sta per morire: la realtà mondana trionfa, e offre l'ignudo corpo alle vesti eleganti e sinuose che l'umanismo prepara per adornarla, ed anche per travestirla.

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Ma noi, quando vogliam rivivere l'età de' padri nostri lontane, torniamo, non che volentieri, ma naturalmente e come ricondotti inconsapevoli, al Medio Evo: e le paganità del Rinascimento, che incontriamo per via, potranno sodisfare curiosità acri, lusingare istinti vivaci, avvivare genialità fantastiche di erudita incubazione; bensì il cuore nostro riman chiuso, e insodisfatto il sentimento che ci spinge a ricongiungere il presente col passato. Una pagina di Dante, anche torturato dai grammatici o abbuiato dagli allegoristi, risponderà sempre a più dimande del nostro spirito, acqueterà più intimamente il cuor nostro, che non possano mai la _Mandragora_ o la _Calandra_ galvanizzate co' più squisiti artifizi sulle scene moderne. Di che molte sono le cagioni; e principalissima, che dove troviamo maggiori rispondenze ai sentimenti nostri migliori, ivi l'animo più volentieri si acqueta. Ma io credo altresì, perchè tutta la civiltà della quale siam figli ci ha assuefatti a cercare nelle opere d'arte effigiatrici della vita, cercare e proseguire secondo i concetti spiritualmente umani del Cristianesimo, la idealità femminile, che il Rinascimento (le cui benemerenze grandi non ci debbono far dimenticare i suoi torti e mancamenti) o disconobbe, o non valse a conservare in quelle altezze dove l'avea portata, per tacer d'altri, il grande sintetizzatore poetico del pensiero medievale.