La donna fiorentina del buon tempo antico
Part 6
[93] Esempio insigne FRA DOMENICO CAVALCA, _Volgarizzamento della Epistola di S. Girolamo ad Eustochio_ (Roma, 1764), pag. 356: «Volendo per utilità di molte donne religiose e altre oneste vergini, e ancora molte altre persone che non sanno grammatica, recare in vulgare quella bella Pistola la quale San Girolamo mandò ad Eustochio nobilissima vergine di Roma, inducendola ad amare e ben guardare la santa verginità, e a bene renunciare lo mondo tutto; do ad intendere a ciascuno che legge, che _ecc_.»
[94] _Documenti d'Amore_; Roma, 1640. — _Del Reggimento e costumi di donna_; Bologna, 1875. — Sulla precettistica femminile del Barberino, vedi qui appresso, pag. 81 segg. Il quesito circa «lo leggere e lo scrivere» è nella seconda delle indicate opere, a pag. 40-42.
[95] _Cronica domestica_, secondo il titolo col quale io la ho preparata per le stampe sull'autografo, che si conserva presso i signori Velluti-Zati. Vedine notizia e saggi nel _Manuale della letteratura italiana_ di A. D'ANCONA e O. BACCI; vol. I (ediz. 1903), pag. 572-78. La edizione, unica sinora, fatta da D. M. MANNI, fu condotta sulle copie, ed è difettosa per troppi rispetti, e improprio il titolo: _Cronica di Firenze dall'anno 1300 in circa fino al 1370_. Ai passi, che qui adduco di sull'autografo, corrispondono nella edizione del MANNI le pagine 14, 25, 26, 36, 56, 132, 53, 129.
[96] Rilevata come popolare da Vincenzio Borghini (postille al SACCHETTI, ediz. Le Monnier, _Nov_. LXXXV): «_Delle care, delle compiute e dell'oneste donne della nostra città_: è nostro modo di dire, et ha sapore di comparativo o presso che superlativo.»
[97] A. GASPARY, _La scuola poetica siciliana del secolo XIII_; Livorno, Vigo, 1882; a pag. 5.
[98] _Istoria d'Ippolito e Lionora_, o _Istoria d'Ippolito e Dianora_; così in prosa come in ottava rima: stampata e ristampata, ormai da più di quattro secoli, in libercoli di edizione popolare.
[99] A. D'ANCONA, nella edizione critica che di sulle popolari, moltiplicatesi fin dai primi tempi della stampa, ne fece nel 1863 (Pisa, Nistri): _La storia di Ginevra degli Almieri che fu sepolta viva in Firenze, di_ AGOSTINO VELLETTI, _riprodotta sulle antiche stampe_. E criticamente ne ha discorso P. RAJNA, in _Romania_, vol. XXXI (an. 1902), pag. 62-68.
[100] G. VILLANI, II, I.
[101] «Ma del nome del _Buonconsiglio_, egli è noto quel che ne porta attorno la fama comune: che andando liberamente e senza sospetto i cittadini chiamati da Totila nel palazzo del Campidoglio, dove egli gli mandava invitando per ammazzargli, furono avvisati da una donna che stava a vendere accanto a quella chiesa, che guardasser bene, chè, come ha quella favola d'Esopo, di quanti vi erano entrati niuno se n'era veduto uscire. Donde vogliono che e' si salvasse la vita a molti per lo _buon consiglio_ di quella trecca. Ma io non veggo che si abbia a fare o riferire alla chiesa il fatto di questa feminella; però, se vale a indovinare, credo che più si appressi al vero il pensiero di coloro che..... pensano che, come..... alcuna volta ed in certi casi nel tempio di Giove Capitolino (_in Roma_) si ragunava il Senato, così si ragunasse in questo, ne' primi tempi, il Consiglio della città.» V. BORGHINI, _Discorsi_, I, 143-144.
[102] Il documento storico di quella fondazione vedilo, con un mio tentativo di versione in antico volgar fiorentino, a pag. 115-134 del mio volumetto _Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII_; Milano, Hoepli, 1891.
[103] Vedasi, di tuttociò, a pag. 285-288 della _Storia degli Stabilimenti di beneficenza ec. della città di Firenze_ (Firenze, Le Monnier, 1853) di LUIGI PASSERINI. Della leggenda di monna Tessa, sfatandola, parla anche un antiquario settecentista G. B. DEI (_Memorie di famiglie_, XXXVII, 89; nell'Archivio fiorentino di Stato), raccogliendo notizie sui Portinari.
[104] G. BIAGI, a pag. 90-94 della cit. Conferenza su _La vita privata dei Fiorentini_.
[105] Vedi appresso, _Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII_.
[106] _L'Obituario di Santa Reparata_, nell'Archivio dell'Opera di Santa Maria del Fiore.
[107] Vedi a pag. 339, vol. IV (Prato, Succ. Vestri, 1897) delle _Opere_ di CESARE GUASTI.
[108] _Purg_. XXXI, 49-51.
[109] 12 maggio 1887: inaugurazione della facciata di Santa Maria del Fiore.
[110] 22 aprile 1860.
[111] In Affrica, a Dogali, il 26 gennaio 1887.
[112] _Inf_. X, 35, 69.
[113] GUIDO CAVALCANTI, _Rime_ (ed. P. ERCOLE, Livorno, 1885), pag. 266.
DA DANTE AL BOCCACCIO
Nella solenne adunanza della _Società Colombaria_, tenuta il 21 maggio 1887 nel Palazzo del Presidente, principe don Tommaso Corsini.
_Colleghi egregi, Signore e Signori,_
Fu cortese desiderio del meritissimo Presidente e del Consiglio degli Anziani della nostra Società, che fra i lettori designati, secondo le Costituzioni, per l'anno presente, io trattenessi oggi per breve tempo l'udienza, invitata alla Relazione, che con la consueta nobiltà di pensieri e schiettezza affettuosa di forme, ci avrebbe fatta ascoltare il Segretario[114] nella fratellevole allegrezza di questo, come i vecchi dicevano, nostro annuale. A più modesta adunanza veramente che a questa, la quale celebriamo in città tuttavia festeggiante e all'ombra di quell'ospitalità di cui il patriziato fiorentino si onorò sempre verso gli umani studi, a più modesta adunanza riserbavo io le osservazioni, piuttosto accennative che dissertative, le quali sono per leggervi, sulla idealità femminile nella letteratura fiorentina da Dante al Boccaccio: nè dell'adunanza, in cui si è voluto che io le rechi, intendo occupar con esse altro luogo che una estrema linea e come d'appendice. Appendice forse non disadatta, per l'argomento, alla genialità del convegno odierno; appendice altresì e compimento di altra mia recente lettura;[115] trovino presso di Voi, come questa ebbe presso altri gentili, accoglienza benevola: e in ogni caso, lo avere non altro che obbedito valga e a scusarmi e insieme a liberarmi dalla taccia di quel Cherilo oraziano, che batteva sempre sulla medesima corda; e male, per giunta.[116] Io, fidato nella vostra bontà, rinunzierò volentieri alla difesa che potrei trarre da una sentenza del Machiavelli: «Se niuna cosa diletta o insegna nella storia, è quella che particolarmente si descrive.»[117] Lo dice egli della storia, con piana applicazione, com'è di tutti i suoi lucidi e appuntati aforismi: nella critica, l'equivalente di questo mi sembra essere, che non si trascuri alcun ordine di fatti, così dall'ideale come dal reale, i quali appartengano alla illustrazione d'un dato argomento. Nè a me, studiando la Donna fiorentina nei primi secoli del Comune, parve poter trascurare, dopo mostrato ciò ch'ella fu nei fatti e nelle tradizioni, un sommario cenno a quale ella ci vive tuttora presente, nelle perpetuatrici pagine dei grandi effigiatori e assimilatori del vero; quale ella informò di sè, per virtù de' proprî naturali effetti, i cuori e le menti de' sovrani atteggiatori del pensiero nell'adolescente e pur già virile parola italiana. Ma sempre, avvertasi bene, con relazione, anche questa parte del mio Studio, a ciò che chiamerei la personalità fiorentina della donna; per circoscrivere col linguaggio de' giuristi un tema, che potrebbe svolgersi in àmbito ben altramente ampio di principî e di applicazioni.
* * *
In quel giovine mondo, del cui risvegliarsi con entusiasmo alla vita è simbolo, ormai tradizionale, l'affrancamento dalle più o meno millenarie paure della distruzione delle cose, molte e svariate cause concorsero a far potenti e benefici gl'influssi della femminile bellezza; ma non altrove forse così singolarmente quelli influssi operarono, nè con effetti sì alti, come in questa città e in quel tempo, in cui agli angeli di Cimabue (non più linee bizantine ma umane figure) succedevano quasi immediatamente i profili eloquenti, le passionate espressioni, del suo discepolo Giotto; e l'eco dell'artificiata poesia di quei graziosi bizantini della parola che poi infine furono i Provenzali, si era appena ripercosso nelle colline di Fiesole e di Maiano, sede non disacconcia a «pastorette» e a «tenzoni», che già, dal cuore della vecchia Firenze, una voce vera di uomo, e quale uomo!, disperdeva fra concetti di schietto e profondo sentimento quella musichetta di seconda e terza mano, e «cominciatore del dolce stil nuovo», un giovine degli Alighieri, scriveva «a dettatura d'Amore», e «secondo le interne spirazioni di lui, andava significando» non vuoti suoni ma cose: «amoroso canto», a cui dava note potenti Casella.[118] Se gentile atomo della terrena polvere» è stata chiamata Firenze da un grande innamorato di lei,[119] a nessuna parte forse di Firenze si addice meglio tal nome, che a quel breve tratto fra le case dei Portinari nel Corso e la vecchia Badia, nel quale si svolse la soave storia d'amore, che ebbe idillio ed elegia nella _Vita Nuova_ e poema in uno de' più grandi concepimenti d'ingegno mortale. E noi vorremmo, cotesto piccol nido di cose grandi, poterlo ripopolare delle gentili figure di quelle «sessanta fra le più belle donne della città», che il giovine poeta ci narra[120] avere enumerate e disposte «in una epistola sotto forma di serventese»; della cui perdita mal ci compensano il Serventese delle belle donne del 1335, scritto da Antonio Pucci nel suo ruvido stile (salvo il cominciamento, ch'è assai garbato,
Leggiadro sermintese, pien d'amore, cercando va', per la città del fiore, tutte le donne più degne d'onore, in tal maniera),
e un posterior frammento consimile che si volle attribuire al Boccaccio.[121] Ma quell'omaggio che alla bellezza delle sue concittadine rendeva Dante; non il macro e doloroso meditatore della Commedia divina, sibbene Dante giovine e innamorato, a cui non ancora la morte aveva tolto la donna sua, nè l'esilio la patria; quell'omaggio trovadorico, del quale null'altro, e da lui stesso, conosciamo, se non che sessanta erano le belle, e come «componendolo, maravigliosamente addivenne, che in alcuno altro numero non sofferse il nome della sua donna stare, se non in sul nono», mistico numero; andò disperso nel fragore battagliero delle parti. Così al cozzo delle spade, alle grida di «Arme, arme! Ammazza, ammazza!», si sgominarono i balli di donne e di cavalieri, festeggianti pel calendimaggio il rinnovamento della primavera o per il San Giovanni la maggior solennità cittadina; si dispersero le brigate allegoriche, vestite di robe bianche «con uno Signore detto dell'Amore», che tenevan pubblicamente corte bandita, imitando con larghezza popolana le feudali magnificenze.[122] Il poeta che ventenne si era deliziato nei sogni d'amore, immaginando sè con gli amici e poeti Guido Cavalcanti e Lapo Gianni e le loro donne, naviganti in un mare tranquillo entro un vascello incantato;[123] respinto prima dalla morte dell'amata sua nelle aspre realtà della vita, ebbe poi a sostenere il peso delle pubbliche sventure, de' civili disinganni, e di suoi proprî traviamenti ed errori. Per tal modo,
le dolci rime d'amor, ch'ei solea cercar ne' suoi pensieri,[124]
cedetter luogo, nell'anima ravveduta e percossa, allo sdegno che purifica, al dolore che ispira, alla meditazione che gli obietti esteriori trasforma, quelli che per degnità ne son suscettivi, in mere idealità. La dominante scolastica accrebbe (e il _Convivio_ ne fa espressa testimonianza) impulso ed estensione al procedimento di quell'austero intelletto verso l'ideale: cosicchè non solamente la donna che
si era partita dalla sua veduta, divenne spirital bellezza grande,[125]
sibbene tutta la realtà della vita, tutta, come dicevano, la vita attiva, scomparve agli occhi suoi contemplanti, e le si sovrappose, infinito e sovrumano, e solo esso vero, l'ideale. Ma gli occhi di Beatrice anche in quella regione sconfinata, raggiano sempre,
dal primo giorno ch'ei vide il suo viso. in questa vita, insino a quella vista;[126]
gli occhi amorosi, che per le feste primaverili nella casa del padre, ai banchetti nuziali, passando per le vie, nella chiesa pregando a Maria (non faccio che ricordarvi le realtà della _Vita Nuova_;[127] e nessun altro libro nè ha di più spiritualmente adombrate), si sono volti verso il Poeta: anzi, se lo sguardo di lei donna lo confondeva e lo «sconfiggeva»,[128] sono ora gli occhi di lei «salita a spirto e cresciuta di bellezza e di virtù»[129] che lo attraggono, per virtù miracolosa, di cielo in cielo alla visione suprema dell'Ente:
Beatrice in suso, ed io in lei, guardava.[130]
E nessuna lode, fra le adulazioni tante di che è stata (fin che è usato rispettarla) caricata la donna, nessuna fu mai lode più alta di questa.
Di Beatrice, quanto indubitabile la realtà, suggellata in quel verso potente[131]
guardami ben; ben son, ben son Beatrice,
altrettanto è poco o punto contornata storicamente la figura, non dico nel Poema, dov'ella è spirito e simbolo ma nella stessa _Vita Nuova_, dov'ella è donna che ispira affetti e che muore. Può anzi dirsi che la Beatrice della _Vita Nuova_, sebbene donna vivente, è in sì alto grado angelicata, che i lineamenti femminili si perdono in quell'aureola ond'è circonfusa la
cosa venuta di cielo in terra a miracol mostrare:[132]
e piuttosto nel Poema, dove la creatura celeste è discesa «dal suo beato scanno, per soccorrere quei che l'amò tanto»,[133] spesso assume aspetti e atteggiamenti di vita reale ed umana, sia che[134] non senza lacrime parli a Virgilio del pericolo di Dante; sia che a questo rimproveri le mondane infedeltà, e lo umilii fino a rompere in pianto; sia che lo affidi pei mistici lavacri a Matelda; sia che sorrida de' suoi smarrimenti di creatura impotente a sostenere il fascio del divino che opprime i deboli sensi; sia che, perfino, maliziosamente
ridendo, paia quella che tossìo al primo fallo scritto di Ginevra.
Nella _Vita Nuova_ hanno cercato a che punto della narrazione Beatrice, da Portinari, diventi de' Bardi, poichè, si è detto, «il matrimonio di lei con un altro uomo doveva muovere gagliardamente l'anima del giovine e innamorato poeta.»[135] Io non lo credo: e che l'amore di Dante, «la reverenza che s'indonnava di tutto lui pur per B e per ICE»,[136] sia stato amor di poeta medievale per la donna del pensiero, e non altro, lo stimo asserto da poter sostenere il cimento anche de' luoghi più appassionati di quella psicologica confessione.[137] Del resto, è argomentazione molto probabile quella su tal proposito stata fatta,[138] che Beatrice andasse sposa a messer Simone de' Bardi in giovanissima età: e volentieri questo parentado di Portinari, alcuni de' quali Ghibellini, con Bardi famiglia guelfa de' Grandi, io lo porrei com'uno di quelli che la pace del cardinale Latino, nel 1280, conciliò tra famiglie delle due parti. Similmente, che quello fra Donati e Alighieri, pel quale Dante, sposando la Gemma di messer Manetto, s'imparentò col grande agitatore di parte guelfa messer Corso, sia stato principalmente un parentado di «vicini», nel senso storico di «quasi consorti» che tal parola ci deve da que' tempi richiamare alla mente, è cosa non certa per documenti,[139] ma troppo più probabile del tanto che sul matrimonio di Dante e, povera donna, sulla sua moglie, hanno o ricamato o stillato biografi ed eruditi, dal romanzo del Boccaccio alle bizzarrie presuntuose di critici odierni. Tanto più, che il terribile messer Corso, in maneggiar parentadi di sua casa con mire di parte, fu tale da disgradarne la peggio intrigante femmina, aggiuntovi poi l'audacia e la violenza che per lui principalmente attirarono alla sua famiglia il triste soprannome di Malefa' mi: o si trattasse di strappare al chiostro la sorella bellissima; o a sè medesimo, non più giovine, dare la terza moglie, dopo una Cerchi della cittadinanza guelfa e una Ubertini del contadiname feudale ghibellino, in una figliuola del ghibellino venturiero Uguccione della Faggiuola. Corse voce, intorno a quella prima sua moglie, la Cerchi, che morisse per veleno dal marito stesso propinatole: doppiamente orrendo a pensarsi, se cupidigia di nozze partigiane trascinava quel sinistro uomo a moltiplicarle.[140] E a tutto ciò riflettendo, quanto più cara e pietosa addiviene, là dentro a quelle infauste case de' Malefa' mi, la soavissima figura di Nella! la vedova virtuosa dello scapestrato Forese Donati, compagno a Dante nel breve periodo giovanile, che questi pur ebbe, di vita mondana;[141] «la Nella mia», dice Forese nel Purgatorio,[142] «che piange e prega per me, soletta in bene operare fra quella gente selvaggia dov'io l'ho lasciata». Ad amare di simile affetto la madre de' suoi molti figliuoli, ad amarla in patria, ad amarla esule, io penso che il culto ideale per Beatrice non dovesse a Dante fare impedimento veruno; non più che a Guido Cavalcanti, marito di Bice degli Uberti, la servitù amorosa per monna Vanna. Nè credo, come alcuni interpreti della _Vita Nuova_ han voluto,[143] che la «donna gentile» vicina di casa dell'Alighieri, e che «da una fenestra riguardava molto pietosamente» al dolor suo nella morte della Portinari, fosse appunto la Donati, che di quel tempo gli era forse già moglie.[144] In quella donna gentile altri volle ravvisare la Matelda del Paradiso terrestre: alla quale, meglio che il serto della contessa famosa, meglio che le bende di non so qual monacella alemanna, furon creduti addirsi — poichè ragioni all'accennata identificazione non mancherebbero[145] — lo schietto vestire, il dimestico e natural contegno, di semplice donna fiorentina: le cui più graziose imagini, di donna che coglie fiori, di donna che muove il picciol passo a ballare, di vergine che gli occhi onesti avvalla, ritornano, certamente dai giovanili ricordi, dinanzi all'apparizione di lei, nella fantasia del Poeta.[146]
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Ma nulla pur troppo di fiorentino potevano i giovanili ricordi ispirare all'altro de' grandi idealizzatori della donna in quel secolo, al Petrarca, a cui dalle maledette fazioni fu conteso in Firenze il nascere e l'educarsi alla vita, come a Dante l'invecchiarvi e il morire. Nè sappiamo se con preparazione e condizioni diverse di vita, la tempera dell'animo suo e dell'ingegno sarebbe stata altra da quella che fu, e sulla quale la realtà de' fatti operò tanto poco, e con tanta poca coerenza d'impressioni, quanto invece fu molteplice e indefesso il lavorio interno dello spirito e l'accentramento nel proprio sè delle percezioni e de' sentimenti a queste congiunti. Checchè potesse esser di ciò, nel Petrarca, quale lo abbiamo, non solamente Laura è donna non fiorentina, ma ell'è la donna semplicemente; e quel che il Poeta le appone è tutto attinto da sè medesimo, dal suo sentimento squisitissimo e alcun poco morboso, pel quale il Petrarca bene è stato detto[147] precorrere in parte ed anticipare i grandi poeti moderni dell'affetto e del dolore universale e infinito.
Se non che una donna fiorentina, Eletta Canigiani, fu pure sua madre; la quale datolo alla luce in terra d'esilio, da Arezzo infante di sette mesi lo portò seco all'Incisa, e poi con lui ed un altro minor fìglioletto segui il marito in Provenza, e morì, che il giovinetto Francesco aveva appena quindici anni, ella non più che trentotto. E trentotto esametri latini il giovinetto consacrò alla memoria materna: nè chi conosce, quale poi si svolse, quella natura isterica d'umanista, si meraviglia di tale aritmetica metrica applicata all'amor filiale. «Porgimi ascolto, o madre mia santa, se virtù premiata in cielo non isdegna altri onori. Anima eletta di nome e di fatto, cittadina del paradiso e quaggiù eternamente memorabile per onestà e alta pietà, dignità d'animo, e castità nel tuo bel corpo da' primi anni continuata sino alla morte, tutti debbono venerarti, io piangerti sempre, chè lasci me e il fratel mio giovinetti nel bivio fra il bene e il male, in mezzo al turbine delle cose mondane: ma teco viene e ti accompagna nel sepolcro la fortuna e la speranza della derelitta casa ed ogni nostro conforto, e a me par d'essere sotto il tuo medesimo sasso». E le promette più lunghe lodi e maggiori, dopo aver pianto sul suo feretro e di lacrime aver bagnate le fredde membra; e che il nome della madre vivrà ne' suoi versi, insieme col nome di lui, augurando, se questo è destinato a perire, che quello di lei sopravviva. Ma tutto questo dolore in latino, misurato in trentotto versi,[148] io dico schietto non valere menomamente, nè[149] quell'ansiosa figura di madre, sebbene appena sbozzata, che è in uno de' suoi tanti sonetti per Laura,
Ne mai pietosa madre al caro figlio.... diè con tanti sospir, con tal sospetto, in dubbio stato, si fedel consiglio....;
e molto meno quell'affettuoso e virile concetto nell'immortale Canzone agl'Italiani, pel quale amor di patria e di famiglia sono fatti com'una cosa sola:
Non è questo il terren ch'i' toccai pria, ove nudrito fui sì dolcemente? non è questa la patria, in ch'io mi fido, madre benigna e pia, che cuopre l'uno e l'altro mio parente?
Di aver dati al Petrarca «i cari parenti e l'idioma», il Cantore dei Sepolcri ha esaltata, con versi degni,[150] Firenze: ma che l'idioma appreso sulle sponde dell'Arno rimanesse, nonostante la proscrizione paterna, nonostante l'irrequieto pellegrinare di paese in paese, su «quel dolce di Calliope labbro» ond'ebbe veste pudica l'amore; vi rimanesse potente ad esprimere i più delicati sentimenti, mercè una mirabil signoria delle più fine e riposte proprietà e, direi quasi, fragranze del parlare toscano; quanto merito non ne dovesti aver tu, oscura esule fiorentina, che in quella sua precoce adolescenza, fra una pagina e l'altra di Cicerone e di Livio, in mezzo al gaio intertenersi nell'amorosa lingua de' trovatori, fra le sonorità dell'eloquio cortigiano della Babilonia avignonese, riportasti intermessamente all'orecchio del figliuol tuo le armonie gentili del linguaggio nativo! Che se di tal benefizio, di questa quasi seconda maternità, il laureato capitolino, il conversante coi classici e gli eroi antichi, il dispregiatore di questo anche per sua opera divino volgare, non si accòrse mai dover esserti grato, è vecchia istoria delle madri, che esse non chiedano compenso del loro amore, che esse cerchino il sacrificio, e in quello appagate adagino la bianca testa veneranda, come sul guanciale del loro riposo.
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