La donna fiorentina del buon tempo antico

Part 23

Chapter 233,859 wordsPublic domain

Ma l'animo suo e la parola sanno, quand'ella vuole, levarsi in alto: anzi è osservabile, non meno del continuo inframezzare alle cure materiali i pensieri e gli affetti della famiglia, il temperare che ella fa talvolta alcuna di quelle sue uscite un po' acrimoniose con un quasi correttivo morale. Così a quel sinistro ritratto del servitore Ottaviano soggiunge subito: «Siamo tutti pieni di difetti; bisogna sopportarsi l'un l'altro, tanto che ci morremo». Di quel ch'ell'è malcontenta, se ne conforta sperando meglio da Dio; «a Dio piaccia se ne pigli il migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza»; da Dio, nel cui nome tutte le sue lettere incominciano e finiscono. E il sentimento di Dio e del dovere e della morte e dell'eterno empie di sè e annobilisce questi altri tratti: «Or sia come si voglia: tutto à fatto Iddio, e a lui piaccia sia con salute dell'anima vostra e mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo penso: che ormai mi veggo presso al tempo di rendere e' conti di questo viaggio presso a finito.... — Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io: pigliarsi queste faccende per piacere, e non si straccare el manco sia possibile, e isperare nel tempo che vola. E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è iscontenti; e massimo nell'età nostra, che ogni cosa c'infastidisce. El tutto istà, ci riposiamo nella futura vita.... — Dell'orazione per voi, non si manca; pure che Iddio l'accetti: bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello credo che altro poco vaglia.... — Vorrei che voi facessi come voi dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi coteste faccende per piacere.... Bisogna in questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle cose che dispiacciono, altrimenti si starebbe sempre in tormento; e pensare che 'l tempo vola....». E in una delle inedite, al marito Commissario in Pistoia nel 37 per le stragi intestine di Cancellieri e Panciatichi: «A Dio piaccia por fine a tante discordie e tribulazioni, che sono causa de' pericoli successi. Confortovi istiate isvegliato con cotesti cervegli, e pensare a tutto quello possi nascere; e considerate donde sono nate tante loro angustie; e sopra tutto raccomandarsi a Dio, che ci mostri el lume e la via, chè mi pare siamo in tempi da avere bisogno dell'aiuto suo.» Ma l'aiuto di Dio quei valenti uomini e donne, nell'atto che l'invocavano, se ne facevano degni menando attorno gagliardamente le mani: «col suo aiuto aiutarci,» sono pur parole della Isabella «e isperare in lui».

Tale la gentildonna dei Guicciardini, il cui nome, le cui ricordanze, mi parvero buon auspicio alle nozze di Lei, ANNETTA gentile. Nomi e ricordanze di generazione in generazione si mutano e si rinnovano: ma ch'e' non passino com'ombra e fumo, e se ne conservi la tradizione e l'esempio, questa è la religione della famiglia. Degli Dei falsi e bugiardi, i Lari e Penati sono i soli che sopravvivono: pietà di figliuoli e di nepoti alimenta di soavi aromi, conforta di aure avvivatrici, la sacra fiamma di questo mito immortale.

_San Donato in Collina, nell'ottobre del 1883._

NOTE:

[406] Loro figliuola, indisposta di salute. Era l'ultima di sei. Gli altri: Margherita, maritata ne' Tornabuoni (1519), poi (1533) ne' Bini; Piero, morto giovinetto nel 27; Guglielmetta e Lorenzo, morti fanciulli nel 1509; e messer Niccolò, legista assai riputato e lettore poi nello Studio Pisano, senatore nel 1554, oratore a papa Paolo IV, commissario ducale a Pisa, dove morì nel 57.

[407] «Poppiano o Popiano nella Val di Pesa, castellare con villa signorile e chiesa parrocchiale.... Ebbe antica signoria in cotesto luogo di Poppiano la patrizia famiglia fiorentina de' Guicciardini, alla quale tuttora appartiene la ròcca ridotta ad uso di villa, con varî poderi intorno, oltre il giuspatronato della chiesa parrocchiale di Poppiano.» Così il Repetti (_Dizionario geogr. fis. stor. della Toscana_), il quale accenna inoltre alla tradizione, raccolta dal Verino nel suo poema genealogico, che i Guicciardini siano «originarî di cotesto Poppiano»; e ricorda che lassù pure, in una fattoria dello Spedale degl'Innocenti, villeggiò don Vincenzio Borghini.

[408] Nel carteggio domestico di Luigi è, col titolo di _messere_, che si dava propriamente ai dottori in legge, indicato egualmente e il fratello Francesco, il grande storico e statista, e (come qui) il figliuolo Niccolò. _La brigata_, intendi la famiglia di lui, che dal 1526 aveva in moglie la Caterina di Lorenzo Iacopi. Vedi a pag. 256.

[409] lo stare, il soggiorno.

[410] con some discrete, non troppo gravi, per modo che le bestie non si strapazzino.

[411] cantine.

[412] casse di legno, specialmente da riporvi grano o altre biade. Nel qual senso, non bene rilevato dai vocabolari, hanno _arca_ il Boccaccio (IV, X), l'Ottimo, e in locuzione figurata Dante (_Parad._, XII, 120; XXIII, 131).

[413] Quell'affettuosissimo della Beatrice dantesca (_Inf._, II, 69) «L'aiuta si ch'io ne sia consolata», suona in bocca di altre donne fiorentine: la Nostra qui, e d'un secolo innanzi l'Alessandra Macinghi negli Strozzi (_Lettere a' figliuoli_ pubblicate da C. Guasti, pag. 72): «Prego Iddio gli dia tal virtù e grazia, ch'io ne sia consolata»; e anch'essa parlando di figliuoli, consolazione suprema, davvero, o tormento.

[414] Del maritare la Simona così scriveva, pur di que' giorni (15 settembre 42 da Arezzo), Luigi al figliuolo Niccolò: «Circa alla Simona non dirò altro, se non che sono molto inclinato a Bernardo Vettori; perchè altri non truovo che mi piacci tanto per ogni conto quanto lui. Quello de' Ridolfi debbe avere el capo a gran dota, più che non doverrebbe essendo molto ricco. Se fussi vivo Pier Francesco Ridolfi, l'arei fatto tentar da lui, perchè era amico di Lionardo suo avolo: non ci essendo, bisogna pensare ad altri mezzi. Credo che l'essere mio costì gioverebbe: pure lo star qui non doverrebbe nuocere. La importanza è risolversi, e non guardare in 300 scudi più per acconciarla bene, essendo l'ultima. Però va' disegnando di qualcuno spicciolato e non così nominato, purchè sia ricco, non ignobile, et abbi cervello: chè essendo tu costì, «e parlandone con Piero Bini, non potrà essere non troviate, delli due sopradetti e quello de' Nerli, chi sia a proposito.» Ella sposò poi, come vedremo, Pierantonio di Pierfrancesco de' Nobili, uno _spicciolato_, ossia d'una di quelle minori famiglie che Luigi e gli altri, al pari di lui, appartenenti a famiglie, come dicevano, grosse o di consorteria, guardavano d'alto in basso (cfr. F. GUICCIARDINI, _Opere inedite_; III, 130, 239).

[415] Cestella da pescare, della quale vedi la Crusca, che però ne ha solo un esempio del Burchiello.

[416] risicano d'esser presi da altri.

[417] il venire io e la famiglia a stare con voi costì in Arezzo. Dove Luigi era Commissario.

[418] con tali qualità che fossero sufficienti, adequate, ai vostri meriti. Lo dicevano volentieri di spose. Così la Strozzi, descrivendo le bellezze della figliuola fidanzata (pag. 6): «.... in verità non ce n'è un'altra a Firenze fatta come lei, ed ha tutte le parti». Dove l'editore di quelle _Lettere_, che l'hanno anche altrove, cita in raffronto ciò che della futura nuora scriveva (vedi in questo mio libro, a pag. 236) Lucrezia Tornabuoni ne' Medici: «La fanciulla à dua buone parti, ch'è grande e bianca....»

[419] ultimo; nè altramente anc'oggi in contado.

[420] se io avrei fissata questa gita ad Arezzo (per fargli una visita).

[421] attempata. Confronta a pag. 263 e 271: le «persone di tempo».

[422] Il figliuolo Niccolò e la Caterina Iacopi sua moglie: vedi la nota a pag. 252.

[423] Cioè una delle tre figliuole di messer Francesco l'istorico, maritata a Piero Capponi. Aggiunse _di messere_ (confronta la cit. nota) nell'interlinea. Ambedue i fratelli avevano rinnovato in una figliuola il nome della propria madre, Simona di Bongianni Gianfigliazzi.

[424] Oggi si farebbe a forme: ma di que' secoli, anche la Strozzi ha «quattro coppie di marzolini»; e il Firenzuola, «una coppia di questo cacio»; e nelle lettere di Michelangiolo, «Io ho avuto i raviggiuoli, cioè sei coppie».

[425] Uno de' molti medici co' quali monna Isabella si consigliava. Confronta le lettere III e V.

[426] persone (i contadini di que' due poderi) da non sapersi trarre d'impaccio, di poca conchiusione, poco svelte. È in una lettera del Machiavelli a Francesco Guicciardini, parlandogli di uomo tardo a risolversi, irresoluto: «Io non mancai dimostrargli che quelli rispetti erano vani,... e combatte'lo un pezzo; tanto che se egli non fosse un uomo un poco legato, io ci arei drento una grande speranza».

[427] Sentenza, nientemeno che di Tacito: ma l'Isabella, che la ripete a pag. 271, l'aveva probabilmente imparata dal figliuolo dottore: vedi la lettera di lui a pag. 267. «Negotia pro solatiis accipiens», ha il grande Annalista (IV, XII): e il nostro Davanzati, «pigliandosi per conforto i negozi»; tutt'altro che preferibile, mi pare, alla inconsapevole traduzione della sua concittadina.

[428] da vecchi.

[429] a San Casciano.

[430] Colui che dirige i lavori del fattoio, ossia del luogo dove si fa l'olio.

[431] quando sarà il tempo opportuno, quando ne sarà il tempo, a suo tempo. Quest'uso del verbo _servire_, che ricorre anche nella pagina seguente e a pag. 274 in nota, è nuovo ai Vocabolarî: vivo anc'oggi nel contado.

[432] Gora è propriamente Un canale pel quale si deriva l'acqua de' fiumi o torrenti, trattenuta e sollevata mediante pescaie, e se ne rivolge il corso ad uso di mulini od altro simile. I pescaiuoli poi sono Piccole pescaie costruite attraverso alla gora, per trattenere le acque di essa e così impedire le corrosioni dell'alveo e de' cigli. Qui si parla (vedi anche a pag. 272) delle acque del torrente Virginio o Vergigno, sulla cui destra sorge Poppiano; e ne aveva scritto a Luigi anche messer Niccolò, appunto dieci giorni innanzi, da Firenze: «Al Vergigno s'è acconcio la gora e quasi el resto.»

[433] di questa gente del contado. I _contadini_ proprio del podere, sino ai tempi dell'Isabella si chiamavano, e così ella fa quivi stesso e in altri luoghi di queste lettere, _lavoratori_ (vedi la Crusca, Vª impressione).

[434] quercia, sottintendi. _Mal fastello_ è, come altri di sopra, nome di luogo in que' loro possessi; e consimile indicazione è pure la seguente, _da' capperi_. Noterò poi qui che io stampo _ghiande_, sebbene la penna, facile del resto a trascorrere, dell'Isabella abbia _chiande_; e lo stesso dico di _pacherà_, _custo_, _ciornata_, e cosiffatti. Ho rispettato altre sue grafie, dissuete ma che hanno ragion d'essere.

[435] secondo che il tempo sia opportuno a ciò, per quanto il tempo lo permetta. Confronta a pag. 260.

[436] i giorni corti; e perciò le opere, ossia il lavoro d'una giornata, scarso e mal adeguato alla mercede. Così nell'_Agricoltura_ del Crescenzio (I, XIII) il padrone «fa ragione col villano, ovvero castaldo, delle opere e de' dì»: schietta frase, che ricorda Esiodo.

[437] Cioè, con agio. Arguta frase, per ciò che sottintende: ma non credo che la gentildonna facesse più che pigliarla dal popolo.

[438] com'è la sola acconciatura degli usci.

[439] mi ha fatto bene quando mi sono purgata, quando mi è occorso prender purganti. Forse _al purgarmi_ o _in el purgarmi_.

[440] Cavalcante Cavalcanti, tutto cosa di Luigi e della famiglia. È ricordato frequentemente nelle loro lettere.

[441] cosa naturale, e perciò da non isgomentarsene.

[442] Grande osservatrice delle fasi lunari era l'Isabella, sì per le faccende della villa e si pel governo della salute. In altra sua lettera, da Poppiano, al figliuolo: «... Ècci istato 2 giorni tenpo terribile di vento e freddo. Vedréno tenpo lascerà questa quintadecima (_luna piena_), e come tratterà me, e piglieréno qualche partito el quale migliore ci parrà.»

[443] _Opinione_ di gen. masc. (nè l'Isabella ha mai altramente) fu comune agli antichi, massime nell'uso del popolo. Il quale in _la opinione_, pronunziato come si suole _l'opinione_, frantendeva l'art. masc. _lo_; e taluna di consimili confusioni fra articolo e prima sillaba del nome mantiene ancor oggi, specialmente nel contado.

[444] Il prete di Poppiano, che faceva anche gli affari del suo «onorando patrone», come si ha da una lettera che gli scriveva il 28 di ottobre di quello stesso anno. Vedi anche qui, a pag. 269.

[445] visitare.

[446] La figliuola, la quale si era maritata a Pierantonio de' Nobili.

[447] e segnare giornate d'opranti, e partite di grano.

[448] Di ciò gli scriveva anche la figliuola Simona: «yhs. Carissimo e onorando padre ec. Non risposi alla vostra de' 30 di settenbre, chè lasciai sopperire a Pierantonio, che allora so vi rispose lui; e dipoi non v'ò iscritto per non vi infastidire, chè, tra el male avete auto e l'altre faccende penso che v'abiate, avevi brighe troppe. Quanto sia istato el dispiacere abbi auto del male vostro, credo che apresso ve lo possiate pensare, e massimo essendovi tanto discosto, che con altro che co l'orazione vi potevo aiutare; e pensate che a questo non mancai di farne nè di farne fare: chè subito che intesi el male vostro, mandai a parecchi monasteri a far fare orazione per voi, e fra l'altre alle monache degli Angioli, che so ne fanno continuamente e con più amore che l'altre, perchè v'ànno più obrigo; che n'ebbono ancora loro dispiacere e grande. Pure ora per la grazia d'Iddio intendo voi stare benissimo, che a Dio piaccia mantenervi sano lungo tempo, acciò ci possiamo rivedere e godere, el tenpo che ci abbiàno a stare, in pace e con allegreza, che a me pare mil'anni che voi torniate; e così madonna Isabella, che è ancora in villa e non so quando si voglia tornare, che quest'anno v'à 'uta una cattiva stanza, rispetto al tanto piovere che à fatto: pure ora da 4 dì in qua s'è un poco diritto el tenpo, e non doverebbe ora indugiar troppo a tornare, perchè, di questo tenpo, non dura. Non dirò per questa altro, salvo che a voi del continuo mi raccomando, e così Pierantonio, che stiamo tutti bene: a Dio piaccia mantenerci, e così voi; e 'ngegnatevi di riguardarvi da tutte le cose sapete vi nuocono, acciò vi mantegniate sano. Nè altro. A voi di nuovo mi raccomando. Cristo di mal vi guardi. Di Firenze, il giorno 3 di dicenbre 1542. Vostra figliuola Simona.»

Messer Niccolò poi gliene aveva filosofato in questa forma, che lo ritrae mirabilmente con tutta quella dottorevolezza che i contemporanei gli attribuiscono: «.... Quanto al male, dice maestro Marcantonio (chè maestro Giovanni Batista non è ancora tornato) che del polso non tegnate molto conto, perchè Galeno ne' vecchi non ne tiene conto alcuno; e dell'altre cose vi andiate regolando più con la buona vita che con le medicine. Et a me pare savio consiglio, rispetto all'età vostra et a quella del medico che vi consiglia; che non vorrei facessi sperienzia su' casi vostri del cervello suo: e fidomi più su la prudenzia vostra che su la dottrina sua, chè uno medico ha bisogno di experienzia e prudenzia oltra la scienzia. Ma di questo non dirò altro, se non che il tedio dell'animo e del corpo el pigliare le faccende per piacere ve lo caverà assai, e sopra tutto el leggere qualche cosa sacra, che a me a cotesto difetto ha sempre molto giovato, e maxime la Bibbia. E Cornelio Tacito dice di Tiberio, _quod summebat solatium a negociis_. Pur che non abbiate troppa voglia di ringiovanire con e' rimedi, che da el lapide in fuora tutti vi invecchieranno. E se avete Marco Tullio _de senectute_, leggetelo; chè mi dilettò assai, leggendolo fanciullo, et a voi credo piacerà e diletterà assai, ma ingegnatevi intenderlo bene. Quanto alle cose di villa....» E qui viene alla materia della quale si dilettava tanto madonna Isabella, e poi alle cose pubbliche, intorno alle quali padre e figliuolo hanno un carteggio da dirsi veramente prezioso per la storia di quelli anni. Non però, che prima di finire la lettera (la quale è de' 20 novembre 42 da Firenze), non afferri altre occasioni di sentenziare e citare: «.... chè _nemo dat quod non habet_, e come dice la Canzona di Daniel, _Ogni animal fa simil creatura_....»; la quale ultima sentenza, a chiunque ella appartenga, doveva far paternamente compiacere di sì profusa dottrina il magnifico Commissario.

[449] Vedi a pag. 260.

[450] Cognato dell'Isabella, e quello tra i fratelli Guicciardini, che tutto attendeva alle cure domestiche. Non ebbe moglie. Fra le sue lettere, che molte sono anch'esse villerecce e assai belle [ed io ne ho poi pubblicate col titolo di _Lettere d'un campagnuolo fiorentino_], se ne hanno di que' medesimi giorni da Poppiano, a Luigi e a Niccolò.

[451] «.... e eravamo nel più basso tempo dell'anno» DINO COMPAGNI, II, X. Vedi la lettera precedente, a pag. 261.

[452] Identica locuzione in uno degli antenati dell'Isabella (FRANCO SACCHETTI, nov. CCXIV): «E non si può errare, che l'uomo in questa vita faccia col suo e lasci stare l'altrui». Noi oggi, con simile intendimento, diciamo, _non si sbaglia_; in costrutto con l'infinito, mediante la prep. _a_, come l'Isabella (che ve la sottintende), e altrove (nov. CLXXXVII) lo stesso Franco: «E però non si può mai errare a porsi nel luogo del compagno, e fare la ragion sua come la sua propria; e così facendo, rade volte, vivendo, incontra all'uomo altro che bene».

[453] Sorta di pera autunnale.

[454] l'uffizio e la dimora, in Castrocaro di Romagna dov'era Commissario.

[455] Il torrente, del quale vedi a pag. 260 in nota.

[456] Questo suo male, che in altre lettere chiama «l'accidente grande», o «quel mal grande», e che ogni tanto l'assaliva con maggior violenza che «que' piccoli», le aveva disturbato gli ultimi giorni di villa. Sentiamolo da alcune delle lettere che ne scriveva, fra il 19 e il 25 dicembre, al figliuolo Niccolò in Firenze: «yhs. Carissimo figliuolo, Ieri vi scrissi di mio essere: dipoi mi so' istata all'usato, e istòmi volentieri nel letto calda; se io mi lievo, mi sento le ganbe debole; e' polsi s'alterano, e non potrei istar troppo levata; mangio bene e non dormo male. Da domenica in qua non ho auto accidente d'inportanza, salvo che in questo levarmi; chè se io istessi alla dura, dubito non venissi: e qualche volta mi sento, come altre volte ho fatto, certo freddo nel capo tra l'osso e 'l cervello. Io pensavo esser oggi guarita, e potere fare le mie faccende: e in fatti e' non mi riesce. Non so come farò; non posso indovinare quello s'abbi a essere: o indrieto o inanzi. Ma quando io penso esser ne' 62 anni, mi fa pensare a più cose. Qui è istato oggi un tenpo terribile, e 'l maggior vento mi paia mai averci sentito, e rotti tegoli enbrici e rovinato e iscomesso ciò che in 15 giorni s'era assettato; e bisognerà da capo rifarsi. El fattoiano mi dice che parendovi da dare l'olio per uno ducato, crede arebbe uno che lo torre' tutto; benchè a San Casciano non valse tanto: domani s'intenderà quello che farà. Non dirò altro. A voi mi raccomando, e pregate Idio per me. El Signore sano voi conservi. Addì 22 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano. (_Fuori:_ Egregio dottore messer Niccolò Guicciardini figliuolo carissimo, in Firenze).» E due giorni dipoi: «yhs. Carissimo figliuolo, Ebbi la vostra, e per quella mi dite che bisognando verrete voi, la Caterina, la Simona: e lo credo, e sonne certa, e tutti vi ringrazio, e bisognando vi si farà intendere. Dammi noia alcuna volta questo battito al cuore, e qualche triemito; e se non fussi questo freddo, mi starei alcuna volta levata. Se accadrà cosa che inporti, vi si farà intendere, se non fussi qualche cosa istrana che l'uomo non pensassi; io non so indovinare. Penso, se 'l tenpo mi serve, venirne presto, e farassi un poco di senprice cataletto, chè la lettina non sono usa; e forse potrei migliorare di sorte torrei la mula....» E in poscritta, non dimenticando mai la masserizia: «Voi non avete risposto dello olio.» Se non che la famiglia, inquieta, insisteva perch'ella si rimettesse in città. E la buona massaia, che pure aveva scritto «.... istommi così tristerella, e pensate che del tornare io me ne istruggo, e ch'io vorrei esser costì», a quelle insistenze, mezza scorruccita, replicava: «yhs. Carissimo figliuolo etc. È vero che ieri e oggi mi sono istata comodamente, come vi scrissi, e non bisognava pigliassi briga venire; perchè bisognando che io me ne venissi, ci è Bongianni e Cavalcante che tutto potrebbono ordinare; e benchè voi vegnate domani, mi sarà tranbusto e non piccolo, esser a ordine giovedì. E pensate che questo avere ogni dì a pensare a nuova fantasia e iscrivere, non mi giova niente. Io farò quello potrò, e Idio m'aiuti: di venire o non venire, la rimetto in voi. Sono tenpi freddi, e voi non siate molto gagliardo; non vorrei avessi disagio e malassi: chè infatti inporta più e' casi vostri che el mio. Io non posso sapere se 'l miglioramento s'andrà inanzi o indrieto, perchè di sana vedete come mi fa: e pensate che io arei più caro esser malata costì che qui: ma poi che la mia sorte vuole così, bisogna pigliare que' partiti che altri pensa sieno meglio, sanza tanto tribolarsi. Io non vo' più tanto iscrivere e leggere, e fate di me quel che vi pare; chè un sano, faccendo a questo modo, amalerebbe. Non altro. Cristo vi guardi. Addì 25 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano.» Ma il corruccio della massaia si sente, dalla lettera al marito, aver presto ceduto il luogo all'affetto materno, riconoscente verso le premure e le apprensioni del suo caro Messere e delle giovani spose, che l'avean rivoluta in Firenze.

[457] Di stile fiorentino.

[458] Ciò che segue è in foglio a parte o, come dicevano, polizzino.

[459] costipazione, infreddatura, reuma: e dicevano _scesa_, perchè si credeva che il catarro scendesse dal capo nelle altre membra.

[460] La figliuola e la nuora.

[461] Nelle _Carte Strozziane_ del R. Archivio di Stato in Firenze. Vedine l'_Inventario_, pubblicato per cura della R. Soprintendenza degli Archivi Toscani.

[462] Vedi nella seguente pagina l'Alberetto, che non sarà inopportuno alla migliore intelligenza delle Lettere di madonna Isabella.

UN'ALTRA LETTERA

DELLA ALESSANDRA MACINGHI STROZZI

Questa lettera (dall'originale autografo, nell'Archivio fiorentino di Stato, Carte Strozzi Uguccioni, filza 249) fu pubblicata per mia cura in Nozze Strozzi-Corsini (14 aprile 1890: edizione di CCC esemplari, col facsimile della lettera; Firenze, tip. Carnesecchi), e ripubblicata in Nozze Guasti-Boccardi (25 aprile 1892: edizione di C esemplari; Firenze, tip. Carnesecchi). All'edizione del 1890 premessi il cenno che qui riproduco:

«Cesare Guasti trascrisse, sfuggitagli, e noi sulla sua trascrizione confrontata all'originale esempliamo, questa Lettera da soggiungersi alla seconda fra le settantadue che della Alessandra Macinghi negli Strozzi egli pubblicò nel 1877; libro ormai noto e caro agli studiosi e ad ogni anima gentile.[463] E che sia questa una delle più belle, basti ch'ella è una delle più materne; e perciò di ottimo auspicio la sua pubblicazione nelle nozze di discendenti da quello che il Guasti chiamava «il più storico ramo degli Strozzi»,[464] e dava giusto merito alla veneranda gentildonna di averlo ella conservato a Firenze, opponendo contro le partigiane proscrizioni la costanza paziente di madre, e quella virtù soave a un tempo e gagliarda, per la quale, a' giorni tristi, più tenace nell'animo femminile è, come la fede nel meglio, così la speranza.

Di tali sentimenti e virtù anche questa lettera è documento nobilissimo: i personaggi della quale, Filippo, a cui è diretta, e Lorenzo primo e secondo geniti della valente vedova, e Matteo garzoncello che presto, poveretta!, doveva morirle, e Niccolò Strozzi cugino del padre loro e che di padre adempiva le parti, e Iacopo fratello di Niccolò, e la Caterina maritata a Marco Parenti, e la Alessandra che fu poi a Giovanni Bonsi, chi voglia conoscerli anzi come vive persone conversarli, cerchi il libro al quale ci pare aver qui dato breve, ma assai accettevole, appendice.