La donna fiorentina del buon tempo antico

Part 20

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E qui anche ritorna (cfr. nota 38) il nome del leggiadro monaco Firenzuola, coi _Ragionamenti d'amore_ premessi alle _Novelle_, e preceduti dalla _Epistola in lode delle donne_ a messer Claudio Tolomei, sentenziatore che le donne siano «persone, alle quali più si converrebbe cercare quante matasse faccian mestieri a riempire una tela, che entrare per le scuole de' filosofanti». Ma la filosofia del Firenzuola era, invero, troppo più femminile che monastica. E così quando messer Giovanni Boccacci esalta (_Corbaccio_, pag. 57-58) i colloqui spirituali con le Muse, quanto potrem noi credergli ch'ei li preferisse daddovero a quelli con le donne di questo mondo? sebbene e' metta a carico di queste la trivialità de' loro discorsi: «e quanta cenere si voglia a cuocere una matassa d'accia, e se il lino viterbese è più sottile che 'l romagnuolo, e se troppo abbia il forno la fornaia scaldato, e la fante lasciato meno il pane levitare, o che da provveder sia donde vegnano delle granate che la casa si spazzi, o quel ch'abbia fatto la notte passata monna cotale e monna altrettale, e quanti paternostri ell'abbia detti al predicare, e s'egli è il meglio alla cotale roba mutar le gale o lasciarle stare....»: il che tutto, o quasi tutto, non guasta a noi l'«ideale nella realtà» della donna di casa del buon tempo antico e di tutti i tempi.

[364] _Regola del governo di cura familiare, compilata dal beato_ GIOVANNI DOMINICI _fiorentino de' Frati Predicatori_; ediz. Salvi, Firenze 1860.

[365] Affettuoso abitual modo di ricordarle, che già rilevai a pag. 64, nota 96.

[366] Alle già fino dal Settecento date a stampa, di Donato Velluti, di Giovanni Morelli, di Bonaccorso Pitti, altre oggi e _Croniche domestiche_ e _Ricordanze_ si potrebbero aggiungere: incominciando dal ristampare, con migliori cure, quelle tre, e restituendole a quel loro vero titolo, di _Croniche domestiche_, che è quanto dire presentandole per ciò che veramente esse sono.

[367] Vedi qui a pag. 61, nota 95. Anche il Burckhardt (op. cit., II, 167) attribuisce tale significato e valore alla biografia della Bardi scritta da Vespasiano.

[368] Nella cit. ediz., a pagg. 257, 258, 259, 263, 266, 267, 268.

[369] «... la seconda regola» (di due, date da San Paolo) «della quale ell'hanno grandissimo bisogno, è questo, ch'elle imparino, e massime in chiesa, a non parlare. E io vi aggiungo, e in ogni altro luogo; perchè con questo mezzo del parlare favellano molti mali...» _Proemio alla Vita di Alessandra Bardi_, pag. 256.

[370] Nella XXVIª delle già citate _Lettere_, pag. 256.

[371] _Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli esuli_, pubblicate da CESARE GUASTI; Firenze, Sansoni, 1877.

[372] _Istorie fiorentine_; IV, XVI.

[373] Archivio fiorentino di Stato; _Carte Medicee avanti il principato_, XXII, 347. Era la Ginevra moglie, da due anni, di Bernardo Bartolini Salimbeni.

[374] Mi è caro ricordare come una fra le gentili che mi ascoltavano, pubblicasse tre anni dipoi pagine nelle quali Cesare Guasti avrebbe potuto riconoscere non infruttuosa la dedica da lui preposta al suo libro: «Alle donne italiane — le quali prego — leggano questo volume — col cuore». Il libretto di quella gentile s'intitola: GIULIA FRANCESCHINI, _Le Lettere di Alessandra Macinghi Strozzi_; Firenze, Stab. tip. fiorentino, 1895.

[375] Delle _Donne di casa Medici avanti il principato_ (Contessina, Lucrezia, Clarice, Alfonsina, Maria Salviati) ha raccolto le memorie, dall'edito e dall'inedito, una studiosa alunna dell'Istituto Superiore fiorentino di Magistero femminile, signorina Berta Felice; ed io benauguro della non lontana pubblicazione. — La Macinghi Strozzi è rivissuta nel libro del Guasti. — Di Maria Salviati nei Medici, di Maria Soderini nei Medici, di Maria Strozzi nei Ridolfi, vedi qui appresso, note 87, 88. — Nella Isabella Guicciardini effigio io, in questo stesso libro, _Una madrefamiglia del Cinquecento_. — Ne' Rucellai, famiglia di gran valentuomini in quell'età di transito da repubblica a principato, e fra questo e quella ondeggiante, entrò la Nannina Medici sorella del magnifico Lorenzo, moglie di Bernardo uom di stato e umanista; e seguaci fervorose pur vi ebbe il Savonarola (vedi appresso nota 77).

[376] Vedi P. VILLARI, _La storia di G. Savonarola_; II, CXCIJ. E ne' _Documenti e Studi intorno a G. Savonarola per cura di_ A. GHERARDI (Firenze, Sansoni, 1887, a pag. 216) si legge che all'invito per la prova del fuoco, a provar vera, contro le scomuniche, la dottrina del Frate, erano «tanti che desiderano entrare in questo fuoco, che è uno stupore, così secolari come religiosi, come femine et giovanetti. In modo, che invitando iermattina in pubblico fra Domenico a questo, si levorono a un tratto molte donne gridando: Io, Io....»

Una di coteste donne è credibile fosse la «diletta in Cristo sorella, ancilla del Nostro Signore», alla quale, senza ne apparisca altramente il nome, fra Domenico Bonvicini, il più animoso dei seguaci del Savonarola e uno de' due suoi compagni di rogo, scriveva:

Sorella mia in Christo domino dulcissima. Le nostre cose sono da Dio: et se Voi starete umile, e non le comunicherete con molti, nè le direte se non forzata o per grande utilità, pregando il Signore che non vi lasci ingannare; se farete, dico, queste tre cose, non vi si mescolerà mai alcuno errore, e cresceranno in magior lume e grazia. Dunque pregate Dio che mi mandi uno demonio come egli ha mandato a Voi; ciò è di quella ragione spirito, della quale ragione avete Voi; perchè io vorrei essere spiritato come siete Voi. De', fate d'essere exaudita. Oh quanta cecità della Chiesa nel tempo presente! poi che e' ministri di quella non sanno discernere tra la luce e le tenebre qual differenza sia, cioè tra 'l pazzo e lo spiritato; e tra lo spiritato di Dio spirito santo, e lo spiritato del demonio spirito maligno. Ma io mi credo che la passione e disordinata affezione, e poca allegrezza del bene e della grazia del fratello, faccia a molti dire quel che per nessuno modo essi non credono. E basti....

GUIDO BIAGI, _Spigolature savonaroliane_ (per nozze Rostagno-Cavazza; Firenze, 1898), a pag. 9-10. È probabile che costei fosse monna Bartolomea Gianfigliazzi; «la quale avea sue divozioni e sua spiriti, secondo diceva»; così il Savonarola nel processo (VILLARI, loc. cit.); «ma» soggiunge «a questa non prestava molta fede, perchè li pareva pazza.»

Le due Rucellai savonaroliane furono una Cammilla, venuta dai Bartolini Davanzi, e una Marietta entrata negli Albizzi (vedi L. PASSERINI, _Genealogia e Storia della famiglia Rucellai_; Firenze, 1861; pagg. 130-131). La Cammilla, scioltasi dalla vita coniugale (prima annuente, poi renuente, il marito), si fece terziaria domenicana col nome di suor Lucia; e nel _Diario sacro_ ec. fiorentino, ch'ebbi occasione di citare a pag. 59, è sotto il 28 ottobre: «Beata Lucia Bartolini Rucellai domenicana». Se di tempra _giacobina_ fosse costei, lo mostra una pagina del Processo savonaroliano (VILLARI, II, CLXJV, CCXXVIJ), che si riferisce al truce episodio (vedi sopra, nota 18) della condanna e decapitazione dei cinque Medicei nel 97: «Filippo Arrigucci, che allora era de' Signori, voleva gittare dalle finestre del Palazzo Bernardo del Nero, che era allora Gonfalonieri di Iustizia: e in quel tempo il ditto Filippo mandò a dimandare madonna Camilla de' Rucellai quello si aveva a fare allora; e lei gli mandò a rispondere che lei aveva avuto in revelazione, che gittassero dalle finestre Bernardo del Nero....».

[377] Vedi fra i citati _Documenti e studi_ del Gherardi, come scriva, il 25 maggio 1495, una Guglielmina della Stufa al marito Luigi Commissario per la Repubblica in Arezzo: «Fra Girolamo, stamani, ci à rafermo el bene che noi avemo avere che non mancherà per nulla, ma che prima abbiamo avere del male; e perchè el male sia meno, ci ha detto faciamo quaresima da qui a lo Spirito Santo, e stiamo in orazione; e che non dubita che messer Domenedio è piatoso, che ci alegerirà le nostre fatiche che avemo avere. Sì che qua ognuno stimo la farà. El simile devereste far Voi, a ciò che Dio ci liberasse da tanti affanni e tribulazione che si trova questa città e, per dire meglio, tuto el mondo».

Ma singolare documento savonaroliano e femminile è la _Lettera di una Monaca a fra Jeronimo Savonarola_, pubblicata (per nozze Carnesecchi-Bini; Firenze, 1898) da Guido Biagi; dove è sollecitata «la riforma delle donne» quasi con senso di gelosia, che il riformatore si occupi meno di loro, che «degli uomini e de' fanciulli».

✠ yhs.

_Debitores sumus non carni, ut secundum carnem vivamus. Si enim secundum carnem vixeritis, moriemini: si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis_. Ad Romanos, 8 cº.

Essendo noi, reverendissimo in Christo Yhesu padre diletto, debitori non alla carne, ma per mortificare le opere della carne collo spirito e vivere; e questo desiderando moltissime persone, e maxime le fanciulle, le quali zelanti e fervide che l'onore di Dio in loro sia magnificato, avuto più volte da Voi predicando consiglio e documenti si debbino reformare ad uno onesto e semplice vivere, e con ardente caritate e mirabile fervore eccitate a fare la reforma; pare a loro che, poi eccitasti et a reformare cominciasti li uomini et i fanciulli, delle donne non vi curiate. E benchè siàno manco degne, non è però che da Dio non siàno molto amate, poi che di donna volse nascere, e la Chiesa dice: _Intercede pro devoto femineo sexu_. Le quali vorrebbono, per zelo di iustizia, fussi pregato notificare e pubblicare questa reforma, acciò possino el desiderio nel quale si ritruovono perficere. E sapete non essere manco virtute il conservare lo acquistato, che il congregare: _immo_, più; come dice Jovanni Cassiano nelle sue Collazioni. Et avendo voi assai tempo laborato e ben seminato, è necessario provedere non venisse lo inimico omo per seminare la zinzania; e maxime che viene il tempo della state, e le fanciulle di nuovo si rivestono: vorrebon sapere che foggia e forma abbino a fare. Sapete che 'l senso tira: se non provedete con questa reforma, transcorreranno in troppa dilazione. Sì che, per caritate, siate contento più presto potete manifestarla. Non altro. Christo Yhesu sempre sia in vostra guardia. La nostra sorella et io, vostre sempre spiritual figliuole, vi preghiamo nelle vostre orazione di noi facciate memoria; e così tutta la casa nostra è al vostro comando. Addì 2 di maggio, l'anno di salute MCCCCLXXXXVI.

Per la Vostra in Christo spiritual figliuola Margarita di Martino.

[378] _Predica_ dei 15 maggio 1496; a c. 42-43 dell'edizione di Venezia, 1540.

[379] Vedi VILLARI, op. cit., I, 505-511; II, 95. In una _Canzona_ (da me ripubblicata; Firenze, 1864) _d'un Piagnone pel Bruciamento delle vanità nel carnevale del 1498_, la quale al Tommaseo (_Dizionario estetico_, pag. 910) parve palinodia insieme e parodia dei canti carnascialeschi Medicei, fra le cose che il fiorentino piagnone dice a Carnevale, mentre questi si accinge a tramutarsi da Firenze, convertita cristiana, a Roma curiale e pagana, è anche:

Le tue donne vane e stolte sonsi mai contra te volte, che l'avevi fatte erede?

E Carnasciale risponde:

Ciascun m'ha per derelitto; fin le donne m'hanno afflitto, rinegando la mia fede.

[380] Vedi in iscorcio quelle e altre figure in _Mecenate e Cliente medicei_, a pag. 206 segg. del cit. mio libro _Florentia_.

[381] P. VILLARI, _Niccolò Machiavelli e i suoi tempi_; III, 44 segg., 77, 136 segg.

[382] Vedi _Carnasciale postumo_, a pag. 412-421 del mio cit. _Florentia_; e _Repubblica medicea_, a pag. 143-149 delle mie _Conferenze fiorentine_ (Milano, Cogliati, 1901).

[383] A pag. 68-69 del cit. Studio di G. LEVANTINI-PIERONI su Lucrezia Tornabuoni.

[384] Lettera LIXª, de' 15 novembre 1465, a pag. 517: «.... l'angiolo Raffaello,.... come guardò Tubbiuzzo da pericoli e da inganni, e poi lo rimenò al padre e alla madre,.... così rimeni voi a vostra madre, che con tanto disiderio v'aspetta».

[385] Vedi sopra, a pag. 236-37, nota 348.

[386] Anche questa madre fiorentina ci fu rivelata da Cesare Guasti, quando illustrò coi documenti _Alcuni fatti della prima giovinezza di Cosimo I de' Medici_ (ora negli _Scritti storici_, vol. I delle _Opere_, a pagg. 91 segg.). Vedi poi L. A. FERRAI, _Cosimo de' Medici duca di Firenze_; Bologna, Zanichelli, 1882: PIERRE GAUTHIEZ, _Jean des Bandes Noires_; Paris, 1901.

[387] Anche in quel dramma finale della libertà fiorentina, la parte che, madre e sorella, figliuola e nuora, ha la donna, accennata già pur negli storici contemporanei, emerge oggi e rileva dalle belle monografie di L. A. FERRAI, _Lorenzino de' Medici e la società cortigiana del Cinquecento_, Milano, Hoepli, 1891; e di PIERRE GAUTHIEZ, _Lorenzaccio_, Paris, 1904.

[388] Questo _Aneddoto della corte d'Urbino_ fu, con parole degne e della donna e della patria, tratto fuori dagli _Opuscoli_ di SCIPIONE AMMIRATO, e ravvivato, da PIETRO GIORDANI; _Opere_, ed. Gussalli, VIII, 136-37.

[389] Le due tragedie strozziane sono state modernamente riprodotte, in un dramma, il _Filippo Strozzi_ del Niccolini, e in un romanzo (qual ei si sia) di Giovanni Rosini, la _Luisa Strozzi_. Su «la fine della Luisa Strozzi, involta ancor oggi in profondo mistero, senza speranza di squarciare il fitto velo che la ricopre», vedi L. A. FERRAI, op. cit. pag. 146-49.

[390] Clarice, figliuola di Piero del magnifico Lorenzo de' Medici e dell'Alfonsina Orsini, rinnovava il nome della nonna. «Altiera e animosa donna» la ritrae il Varchi (_Stor. fior._ III, V), che alla vigilia della cacciata Medicea del 1527, va in lettiga, «come cagionevole» ch'ella era (e morì l'anno dopo) al palagio dei Medici; e rinfaccia ai due giovinastri, Ippolito e Alessandro, che ivi rappresentano indegnamente quel gran nome, come e quanto «i modi che essi hanno tenuti e tengono siano dissimili a quelli che hanno tenuti i loro maggiori»; e che «i suoi antenati avevano tanto potuto in Firenze, quanto aveva conceduto il popolo; e alla volontà di quello avevano ceduto, andandosene; e essendo richiamati dalla volontà di quello, erano altre volte ritornati: e così giudicava che fusse da fare al presente».

Col nome di Clarice Medici Strozzi è fra le _Rime diverse di alcune nobilissime donne, raccolte da_ L. DOMENICHI (Lucca, 1559), questo madrigale patriottico a Firenze:

Flora, ninfa superba, che di Dïana sprezzi l'arco le reti le fontane e l'erba, non viver tanto in vezzi; chè, a te stessa increscendo, cangi la propria forma in strani lezj. Già, se il vero io comprendo, poco stimi i pastor che t'ebber cara, poco la libertà c'ognuno apprezza: tal che, la tua bellezza pigliando nova forma, or non più rara sarai, nè altrui sì cara. Di ciò mi doglio, e il mio dolor sia vano, che l'amaro tuo fin non è lontano.

Madrigale che ne ricorda un altro, nel quale pur sotto imagine di donna amorosa, ma con ben altro vigor di linee e profondità di sentimento, Michelangiolo Buonarroti raffigura, com'è il titolo appostogli dal Guasti editore delle sue _Rime_ (Firenze, F. Le Monnier, 1863), «Fiorenza e gli esuli fiorentini». Versi che in sè hanno alcun che di sacro mistero, da ricordare, dell'immortale artefice, le Laurenziane figurazioni dell'agonia della patria.

(_Gli esuli fiorentini alla Patria_)

Per molti, donna, anzi per mille amanti creata fusti, e d'angelica forma. Or par che 'n ciel si dorma, s'un sol s'apropia quel ch'è dato a tanti. Ritorna a' nostri pianti il sol degli occhi tuoi, che par che schivi chi del suo dono in tal miseria è nato.

(_La Patria agli esuli_).

Deh! non turbate i vostri desir santi: chè chi di me par che vi spogli e privi, col gran timor non gode il gran peccato. Chè degli amanti è men felice stato quello, ove 'l gran desir gran copia affrena, ch'una miseria di speranza piena.

[391] _Di villa, Lettere di Isabella Guicciardini al marito Luigi negli anni 1535 e 1542_. Per nozze Guicciardini-Martelli. Firenze, Succ. Le Monnier, 1883. Vedi in questo volume qui appresso.

[392] VASARI, _Vite_, XI, 268.

[393] Ripeto, dopo alquanti anni, queste parole, con la speranza altresì che il Governo, ammaestrato da dolorose esperienze, cooperi efficacemente, mediante provvedimenti degni dell'onor nazionale, alla buona volontà e al sentimento gentilizio delle nostre antiche famiglie.

[394] _Lorenzo il Magnifico, Conferenza d'_ERNESTO MASI; fra quelle su _La vita italiana nel Rinascimento_; Milano, Treves, 1893.

[395] VARCHI, _Stor. fior._, X, XXVII. All'Incisa di Valdarno, un marmo ricorda: _1529, Lucrezia de' Mazzanti | donna d'alto cuore | plebea | dagli amplessi aborrendo | di soldato alla patria nemico | inviolata | qui nell'Arno | annegossi nè a lei | maggiore dell'altra Lucrezia | i tempi consentirono un Bruto | e la Repubblica fiorentina | periva. || Questa memoria | dopo 309 anni | Antonio Brucalassi | poneva_. Egisto Sarri, pittore del cui nome Figline si onora, raffigurava, con fedeltà storica, nelle belle matronali forme di popolana nobilissima quel femminile eroismo, in un quadro che si conserva presso il cav. Giovanni Magherini Graziani. Il capitolo VI dell'_Assedio di Firenze_ del Guerrazzi è intitolato «Lucrezia Mazzanti».

[396] VARCHI, _Stor. fior._, XV, XXIII. Della iscrizione latina di esso Varchi per la «Lucrezia etrusca,» vedi nell'_Assedio_ del Guerrazzi la Nota al cit. cap. VI.

[397] Nel cap. VII dell'_Assedio_, immaginando e colorendo di suo sopr'un accenno di IACOPO NARDI, _Istorie di Firenze_, VIII, LV.

[398] _Promessi sposi_, cap. VIII.

[399] _Isabella Orsini duchessa di Bracciano, Racconto di_ F. D. GUERRAZZI.

[400] Nei capitoli IX e X dei _Promessi Sposi_.

[401] NARDI, _Istorie di Firenze_; IX, I.

[402] Le _Lettere spirituali e familiari di_ S. CATERINA DE' RICCI per cura di C. Guasti (Prato, 1861), e quelle _alla Famiglia_ per cura di A. Gherardi (Firenze, 1890), hanno avvivato i lineamenti umani di questa donna fiorentina del buon tempo antico, inalzata agli onori della santità. Delle altre, ben diverse, due Ricci fa cenno il Guasti a pag. VI del Proemio al suo libro. E da _Marietta de' Ricci, ovvero Firenze al tempo dell'Assedio_, s'intitola un coacervato di romanzesco e di erudizione, di A. ADEMOLLO e L. PASSERINI; Firenze, 1811 e 1845.

[403] Vedi il bel libro di ANTONIO FAVARO, _Galileo Galilei e Suor Maria Celeste_; Firenze, Barbèra, 1891.

[404] Sulla tomba di Maria Alinda Brunamonti Bonacci, è oggi pio doveroso ufficio aggiungere anche il suo nome.

[405] Emilia Peruzzi nata Toscanelli: anche lei passata! Vedi E. DE AMICIS, _Un salotto fiorentino del secolo scorso_; Firenze, G. Barbèra, 1902 Nella cappella domestica della Torre all'Antella essa fece scrivere: _Dal 9 Settembre 1891, | XLIº anniversario delle nostre nozze felici, | al 27 aprile 1892, | che Firenze memore ti richiese nella sua Santa Croce, | posasti qui presso la madre | alla pia ombra del sacrario domestico, | o mio Ubaldino. || Ma se disgiunte nell'estrema quiete le ossa, | la concorde anima d'Emilia tua | tornerà a te in quell'angelico tempio | che solo amore e luce ha per confine._ Ma anche la lapide, che ora in quella cappella cuopre le ossa di Lei, aspetta d'essere sollevata; e il sepolcro gentilizio di Santa Croce l'attende.

UNA MADREFAMIGLIA DEL CINQUECENTO

(ISABELLA SACCHETTI GUICCIARDINI)

I.

Firenze, 5 luglio 1535.

Carissimo Luigi, Ho aute dua vostre: alle quali risponderò brevissimo, perchè sono occupata, chè domattina, a Dio piaccendo, andiamo a buona ora in villa: e sono soprastata per conto della Simona[406]... E così andréno a Popiano[407] col nome di Dio, che gli piaccia darci grazia vi stiàno sani. E di là come potrò vi scriverrò; e come arò ordinato le cose più necessarie, vi manderò el garzone colle cose chiedete: e bisognerà rimandarlo presto, per attendere alle faccende. E se manderete un altro buono asino, condurò biada in Firenze e delle altre cose, el più si potrà, pel verno.

Non altro. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì 5 di luglio 1535.

Isabella in Firenze.

La brigata di Messere[408] dice vuole venga sabato a otto.

(Fuori) _Al magnifico signore_ _Comessario d'Arezo_ _Luigi Guicciardini consorte onorando_ _in Arezo._

II.

Poppiano, 6 agosto 1535. yhs

Carissimo Luigi, Ho auta con piacere la vostra de' 29 del passato, che troppo mi pareva essere istata sanza vostre lettere. La stanza[409] qui è bella e piaceci; ma ci sono caldi grandissimi, e col sole non si può uscire di casa e poca via andare, che non si sudi forte.

El grano è inbucato la maggior parte, chè cominciava a riscaldare. Del venderlo, se n'è mandato el saggio a Firenze, e farassi quanto iscrivete: a Dio piaccia se ne pigli el migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza. Degli asini, userò colle parole diligenzia sieno ben governi, e con più destreza potrò m'ingegnerò che loro e 'l garzone perdino poco tempo, e con some che si mantenghino.[410] Le stoviglie di legno saranno utile, se ne provederete qualcuna, per le volte[411] di qui e di Firenze: arche,[412] per ora ci è abastanza.

Parmi discorriate bene di pensare prima alla Simona che a nessuna dell'altre faccende: e pensate che io non ho altro desiderio che vederla, a' dì vostri e mia, assettata dove ella ha a stare, e a Dio piaccia aiutarcela porre in luogo ne siamo consolati.[413] Se dopo questa faccenda ci avanzerà tenpo e denari, non ci mancherà che farne.[414]

Pensate che delle cose che io conoscerò che sieno utile, che io le ricorderò a' lavoratori; ma posso poco andare veggendo, rispetto a' caldi: e pensate che la vecchiaia fa el debito suo. Di questa settimana che viene, vedrò se io potrò avere uno, e comincerò a fare rassettare qualcuna di queste cosette de' viottoli e 'l vivaio.

La Simona dice vi scriverrà. Gli occhi sua non sono ben guariti: la mattina sono rossi e grossi più che l'ordinario negli orli loro; e tutto istimo venga da superfruità e superchio di sangue mal purgato.

De' pesci non si è presi co' ritrosi,[415] perchè mi paiono questi lavoratori tanto infaccendati da sera e mattina, che io non ho volsuto affaticargli. Come aranno finito rassettare queste aie, facciàno pensiero votare el lavatoio e farlo rimondare, e pigliare e' pesci più grossi, e rimetterenvi e' piccini, perchè infatti, come dite voi, portono pericolo.[416] E venerdì mattina passato mi parve avessino una mala burasca, e non ho potuto sapere da quello si venga. La mattina a buona ora v'andò una delle nostre serve, e trovòne fuori della fonte, e assai alle prode che si lasciavono pigliare e andavano boccheggiando per la acqua. Anda'vi io a vedergli, e parvemi vi fussi di be' pesci: pigliàmone circa a dua libbre, che furono buoni. Feci molto rimore, e dimandai e' lavoratori, e pareva che tutti si maravigliassino; e dicevono che pel caldo fanno alcuna volta così, per esser assai materia al tondo del lavatoio, e nel lavarvi temono: che forse potrebbe essere; e se ogni volta vi si lavassi avenissi così, lo crederrei; ma non hanno più fatto così, nè prima nè poi.

Piero dice che de' pistacchi se n'appiccò uno: de' pini n'andò uno in su, e poi fu roso da un baco: e' fighi e' peschi dice istanno bene.