La donna fiorentina del buon tempo antico

Part 2

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E passati, altresì, quelli ne' quali i matrimonî a matura età conciliava non isforzato l'amore, che durante il decimoterzo secolo addivennero anch'essi arme e instrumento, manco male che di difesa, alle animosità civili. Tarda età da marito diventarono i venti anni od anche i diciotto; «grande etade e fiorita» i quindici; quando si affrettava la collocazione delle figliuole nelle case, o de' consorti per raffermare i vincoli di parte, o degli avversarî per suggello di pace: e talvolta anche il Comune stesso vi cooperava.[28] Si faceva il parentado, essendo tuttora fanciulli gli sposi; e bastava l'età di dodici o tredici anni, perchè la fidanzata fosse poi condotta all'altare e divenisse moglie. Uno degli antichi commentatori di Dante dice: «le maritavano nella culla».[29] Guido Cavalcanti, il gentilissimo de' nostri antichi rimatori, fu ammogliato così; datagli dal padre a otto o nove anni, e datagli perchè Guelfi, la Bice degli Uberti figliuola del magnanimo Farinata, piccola ghibellina di forse cinqu'anni o sei, che sopravvisse poi lungamente co' figliuoli al marito, morto giovine nel 1300.[30] Forse così anche fu conciliato il matrimonio di Beatrice Portinari, giovanissima, con messer Simone de' Bardi.[31] Matrimonî che avevano, nè poteva essere diversamente, i loro drammi. Ma la elegia di coteste giovinezze tiranneggiate è notabile che ci rimanga appunto nell'unico saggio di poesia femminile, offertoci, di molto probabile autenticità, dal secolo XIII, e poesia fiorentina, nei tre sonetti d'una donzella che nasconde il suo nome (la Compiuta Donzella di Firenze, la chiama l'antico Codice Vaticano che ce li ha conservati),[32] la quale, dopo aver salutato col frasario provenzale de' rimatori dugentisti la primavera,

la stagion che 'l mondo foglia e fiora,

soggiunge:

ed ogni damigella in gioi' dimora, e a me n'abbondan smarrimenti e pianti: chè lo mio padre m'à messa in errore, e tenemi sovente in forte doglia; donar mi vuole, a mia forza, signore. Ed io di ciò non ò disio nè voglia, e 'n gran tormento vivo a tutte l'ore: però non mi rallegra fior nè foglia.

Ed ecco poi, nella triste sua realtà, il dramma. Una Buondelmonti, di famiglia guelfa, «molto valente e savia e bella», va il 1239 sposa negli Uberti a un fratello di Farinata: che è quanto dire, parentado fra le due famiglie, capo ciascuna di parte. Alcuni anni dipoi, in un agguato, alcuni degli Uberti sono trucidati dai Buondelmonti: la città è tutta in armi e sossopra. Messer Neri degli Uberti rimanda la donna alla casa paterna, dicendo: «Io non voglio generare figliuoli di genti traditore.» La poveretta, che lo ama, obbedisce e lo lascia. Il matrimonio è annullato: peggio ancora; è dissimulato dal padre di lei, in un altro trattato di nozze che egli conchiude con un conte della maremma senese. Il sacrificio è compiuto: ma la vittima, rimasta sola col nuovo marito, gli dice: «Gentile uomo, io ti priego per cortesia, che tu non mi debbia appressare nè fare villania, sappiendo che tu se' ingannato, ch'io non sono nè posso essere tua moglie, anzi sono moglie del più savio e migliore cavaliere della provincia d'Italia, cioè messer Neri delli Uberti di Firenze». Il conte, gentiluomo davvero, la rispetta, la conforta, la restituisce padrona di sè: e quella nobile creatura ritorna alla sua Firenze, ma per vestirsi monaca in Monticelli, e quivi sparire dal mondo, che oggi ignora perfino il suo nome.[33]

Il monastero riparò molte di queste infelicissime; il monastero, del quale la Compiuta Donzella cantava:

Lasciar vorria lo mondo, e Dio servire, e dipartirmi d'ogni vanitate: ..... marito non vorria nè sire, nè star al mondo per mia volontate. Membrandomi ch'ogni uom di mal s'adorna, di ciaschedun son forte disdegnosa, e verso Dio la mia persona torna. Lo padre mio mi fa stare pensosa, chè di servire a Cristo mi distorna, nè saccìo a cui mi vuol dar per isposa.

Ma neanco il monastero fu talvolta asilo sicuro alla loro innocenza, alle loro sventure, alla libertà dell'anima loro. Dio solo, ha detto Dante, conobbe que' misteriosi dolori:

e Dio si sa qual poi mia vita fusi.[34]

Poichè a chi di voi non precorre qui alla mente la celestiale figura di Piccarda, che rimpiange la dolce chiostra dove giovinetta era fuggita dal mondo, e l'ombra delle sacre bende che ella ed altre indarno sperarono conservare sul capo canuto, e si compiace che

non fur dal vel del cuor giammai disciolte?

Gli antichi commentatori raccontano che ella «fue bellissima donna, sorella di messer Corso Donati: stata questa donna nel monistero, occorse a messer Corso di fare un parentado in Fiorenza: non avea nè chi dare nè chi tòrre: sì che fue consigliato di trarre la Piccarda del monistero, e fare tal parentado.... Sforzatamente la trasse del monistero, e maritolla».[35] Con siffatti auspicî entrò Piccarda nei Della Tosa: ai quali, sebbene famiglia guelfa e legatissima con la Chiesa e con l'episcopato fiorentino, sembra fossero familiari, forse perchè più facilmente impunite, siffatte violenze contro i monasteri; poichè nel 1304, quando i Guelfi Bianchi fuorusciti tentarono armata mano il ritorno, uno dei Tosinghi si gettò, narrano i contemporanei,[36] nel monistero di San Domenico, alla preda di due sue ricche nipoti. Le quali cose ricordando di cotesta possente famiglia magnatizia, che l'Alighieri pone fra le ingrassate a spese della Chiesa fiorentina,[37] occorre altresì alla mente un'oscura pagina, o piuttosto un curioso enigma, di storia, che risguarda e loro e la donna fiorentina del secolo XIII: dico una cena che il reverendo capitolo della Basilica di San Lorenzo dava il giorno di calen di maggio, ossia il dì delle feste primaverili, non si sa a quali convitati, ma con abbondante imbandigione, e che si chiamava «la cena delle maladette donne de' Tosinghi».[38] Resta, ripeto, a sapersi il perchè di questa maledizione, e dell'esservi mescolate le donne di quella casa, e dello intitolarsi da una maledizione di donne una cena imbandita per cura e a spese d'un capitolo di canonici. Forse Dante potrebbe dircene qualche cosa per bocca d'una delle donne del suo Poema, monna Cianghella della Tosa; il cui nome egli lancia, con quella potenza di vitupero ch'ei sa, come un ideale femminile.... di tutto quel che non era Cornelia romana:

Saria tenuta allor tal maraviglia una Cianghella............ qual or saria....... Corniglia.[39]

Ma che sulla donna pesasse duramente la maledizione di quelle discordie, è certo pur troppo. Era già dura servitù la inferiorità civile nella quale era tenuta dalle leggi, con subordinazione non pure della sua personalità giuridica ma sottomissione della sua volontà al mundualdo o procuratore che quelle le assegnavano, e senza la «parola» del quale ella non poteva nè obbligarsi nè sciogliersi, insomma non fare un passo. Ponete caso; anzi sentitene uno da autentico documento per man di notaro:[40] due donne si accapigliano l'una con l'altra, monna Fiore e monna Puccia; si battono di santa ragione; poi fanno la pace: ma per fare la pace, e perchè monna Fiore, la più gagliarda, sia liberata dalla condanna di lire 275 di piccioli inflittale dal Potestà, occorre prima, che un notaio dia loro il mundualdo, il quale poi dinanzi a un altro notaio autorizza e fa valida la loro pacificazione. Tale la condizion giuridica: le civili discordie poi, con gli esilî, con le violenze, con gli odî mortali col vincolare gli affetti, col calcolare a stregua di parte i parentadi, distruggevano alla donna ciò che per essa è tutto, la vita domestica. Si pensa mai, quando si legge di quelle vendette premeditate per dieci, venti, trent'anni, trasmesse in sanguinoso legato da padre a figlio, le quali si sapeva, dall'una parte e dall'altra, pesar com'un debito che era forza non meno agli uni esigere che agli altri pagare, si pensa quante trepidazioni materne e coniugali, di figliuole, di sorelle, di fidanzate, quante lacrime di tenere creature impotenti a rompere que' giuramenti di sangue, quanti sentimenti repressi, quante vite spezzate, coteste atroci storie si trassero seco? Alcune anime sensitive e ferventi, gittate in età ancor quasi di bambine in quel vortice, ne contraevano lo spavento d'ogni cosa del mondo, cominciando, triste a dirsi!, dalla famiglia. La Chiesa, consacrando con la canonizzazione il distacco di tali donne dalla vita esteriore, quali una Cerchi, una Falconieri (anche Piccarda nel Calendario fiorentino, come nel Paradiso dantesco, è, ma col nome di suor Costanza, tra i Beati),[41] può dirsi abbia non solamente coronate virtù miti in età feroce,[42] ma retribuito dolori ineffabili. Umiliana de' Cerchi, sposa e madre a sedici anni, vedova d'un brutal marito a venti, sfiduciata dell'avvenire de' suoi figliuoli in quella società di crudeli, torna alla casa paterna, e conforta la precoce vedovanza con la carità verso i poveri e i reietti: aborrente da nuove nozze che le si minacciano, spogliata con inganno della sua dote, le esce di bocca questo pietoso lamento:[43] «Com'io veggio, non è fede in terra, perocchè il padre inganna e toglie alla figliuola. Abbiami dunque il mio padre quinci innanzi me non per figliuola, ma per fante e serva.» E si rinchiude più in sè, facendo della casa sua monastero; si ritira nella torre del palagio, la quale è a lei oratorio, dice la leggenda, anzi quasi una carcere. L'umano, anche nelle sue più care e sacre attinenze, le si allontana viepiù sempre: «Al tempo dell'orazione, i vostri figliuoli vi sieno lupi, e la camera l'alpe di Montalpruno», dice ella a delle buone madri che si accusano di essere distratte dal pregare «per la occupazione della masserizia e de' figliuoli»; ma essa medesima poi con lacrime chiede a Maria la vita della piccola Regale, sua figlia, un giorno che la poverina, dinanzi alle asprezze di quella penitenza, le cade a' piedi come morta: «Abbi misericordia di me, e rendimi questa mia figliuola». Presto la sua vita si va consumando. Sul capo suo, dalla torre del padre, imperversa la guerra civile; i mangani e i trabocchi grandinano pietre; si appicca il fuoco alle case: per Umiliana tutto questo non è che il trionfo del diavolo, il quale viene a lei dicendo: «Leva su, figliuola, e vedi la città che tutta si consuma ed arde». A ventisett'anni, nel 1246, ella muore. Doveva passare ancor più d'un secolo, perchè Firenze e l'Italia ammirassero in una vergine senese gli affetti umani non spenti ma santificati dal fervor religioso; carità di prossimo, di famiglia, di patria, di Chiesa, avvivarsi come fiaccola alle procelle del mondo; l'amore allearsi allo sdegno in ardimenti virili con femminile modestia; e Caterina rimanere nella memoria degli uomini, ha scritto un suo devoto che propugnò con Daniele Manin la libertà di Venezia, rimanere «donna di consolazione e di lagrime, fanciulla ed eroe, Clorinda ed Erminia dell'eterno poema d'Italia».[44]

IV.

Se non che agli uomini del secolo XIV erano ormai antiche, e da non poter più rinnovarsi, quelle atroci battaglie che desolavano, da un momento all'altro, l'intera città; quelle proscrizioni che schiantavano dalla cittadinanza la metà dei cittadini; que' ritorni di sbanditi, che alle porte della patria esiliatrice si presentavano col ferro in mano e col fuoco. A esiliare pur troppo si seguitò; la condanna del padre colpì i figliuoli anche nelle culle: ma la donna fu rispettata; potè la donna rimanere nelle case vedovate, e serbarle ai ritorni con dolorosa preghiera, nelle chiese della patria, dinanzi alle madonne di Giotto, invocati. Diamo invece un ultimo sguardo al secolo XIII, a questa forte età che nel grembo travaglioso conteneva pure i germi della civiltà moderna. Ripensiamo la prima cacciata di Guelfi nel 1249, che per estremo atto nella patria, celebrano, tutti armati, le esequie del loro portansegna messer Rustico Marignolli, lo depongono in San Lorenzo, poi essi e le famiglie si partono e si disperdono pel Valdarno: i Ghibellini distruggono le case deserte («maledizione del disfare» che cominciò allora, dice la cronica),[45] e d'una torre, che dal vecchio cimitero intorno a San Giovanni prendeva nome di Guardamorto, vogliono «con maggiore empiezza», parole sempre della cronica, vogliono far rovina addosso alla chiesa e battistero, come guelfa anche lei, perchè ritrovo ab antico, e fonte di vita e riposo in morte, di Guelfi. E nella seconda cacciata, dopo Montaperti, «arriva in Fiorenza», lasciamo ancora parlare la cronica,[46] «la novella della dolorosa isconfitta; e tornando i miseri fuggitivi, si leva il pianto d'uomini e di femmine sì grande, che va sino al cielo; imperciocchè non avea casa niuna in Fiorenza, nè piccola nè grande, che non vi rimanesse uomo morto o preso.... I Guelfi, sanza altro comiato, colle loro famiglie, piagnendo, uscirono di Fiorenza e andaronsene a Lucca....»: fu una città che si riversava in un'altra. I vincitori, con le masnade tedesche, rientrano in patria, e dentro e fuori delle mura la demoliscono mezza. Strappano perfino rabbiosamente dalle chiese le arche sepolcrali e le ossa dei Guelfi: e se oggi un Aldobrandino Ottobuoni, cittadino integerrimo che ai nostri vecchi parve l'imagine del «buono romano Fabrizio», non ha più la sua tomba in quella che allora era Santa Reparata, si deve a quei sacrilegî;[47] a omissione, non a reverenza, si deve, che del portansegna Marignolli sia rimasta in San Lorenzo con le ceneri la pietra del sepolcro domestico.[48] Se Fiorenza non fu «tolta via» tuttaquanta,[49] ognun sa che fu virtù e gloria di un uomo. Ma a quei rifugiati in Lucca, che strazio l'udire, impotenti a ripararvi, la rovina delle loro case, delle loro memorie, dell'avvenire de' loro figliuoli! che furore negli uomini! che lacrime cocenti si saranno serrate nel cuore quelle misere donne![50] Poi, rivolta fortuna, successero le vendette guelfe, meno atroci ma più lente, più intime, più continuate, poichè durarono quanto durò la repubblica, dove il nome ghibellino rimase all'odio comune anche quando più non sussisteva la cosa. Confiscati, distribuiti, dispersi gli averi, i possessi delle famiglie ghibelline, come si distrugge il nido d'una bestia feroce; gli Uberti, votati a esilio perpetuo, e nelle orazioni de' Guelfi supplicato Dio che si degni di sradicarli;[51] i Santi stessi, se del loro sangue, rimossi dall'altare;[52] vietato di contrar matrimonio coi conti Guidi e altrettali signori di contado, e i figliuoli di siffatte unioni sentenziati bastardi:[53] insomma, una scomunica dalla convivenza sociale, che accompagna l'anatema con che la Chiesa li separa dal suo grembo. Sotto questa bufera di persecuzione, i più de' Ghibellini cedevano, e, per ritornare o rimaner cittadini, si facevano Guelfi. Quasi soli i discendenti di Farinata rimasero fedeli alla parte degli avi loro:[54] portarono superbamente per le terre d'Italia la propria condanna e la propria fermezza; pagarono intrepidi, sotto la mannaia guelfa, il debito, com'essi stessi lo chiamarono, lasciato loro da' padri; «non mutarono aspetto, non mosser collo, non piegarono costa», quale Dante, fra le tombe di Dite, avea veduto giganteggiare il loro avo magnanimo, co' suoi eretici ghibellini, col suo imperator Federigo.

Ma come in quel canto sublime, allato a cotesta figura di bronzo, vediamo «in ginocchion levata» l'ombra affettuosa e piangente d'un padre che cerca il figliuolo; così alle persone di quei profughi, che pure erano figliuoli e padri e sposi e fratelli, noi congiungiamo l'imagine delle povere, deboli creature, che dietro a loro trascinavano il tormentoso desiderio della patria e della casa perdute. E quando leggiamo[55] che in una di quelle illusorie pacificazioni, tornati per pochi giorni in Firenze anche gli Uberti, fra la gente che venne loro incontro, furono viste donne, i cui vecchi erano stati ghibellini, baciar l'arme degli Uberti sui palvesi di quei proscritti; noi sentiamo, a distanza di secoli, quel memore bacio, e l'alito che ne spira di affetti consacrati dal pianto e dal sangue.

Appartengono a quelli anni del trionfo e della concordia dei Guelfi, le feste del Calendimaggio che i cronisti e il Boccaccio[56] descrivono; le corti bandite, con apparati allegorici d'amore;[57] la poesia toscana che, rotto il circolo siculo provenzalesco, prende nome dal «dolce stil novo»,[58] della quale può esser gentile imagine quel vascelletto incantato, nel quale l'uno de' due maggiori rimatori di cotesta scuola, Dante, affigura sè e Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, insieme con le loro donne, mollemente cullati dall'onde del mare tranquillo.[59]

Ma presto si scatenò la bufera. Siccome il flagello di quelle discordie si rivolgeva contro coloro stessi che lo impugnavano, i vincitori Guelfi, presto gli uni con gli altri guerreggianti, fecero della città conquistatasi e delle case loro lo scellerato teatro di altri disordini. Si cominciò col non credere più oltre sicuro il trionfo del popolo guelfo artigiano, senza la oppressione, anzi l'annientamento dei Grandi: e i terribili Ordinamenti della Giustizia rinnovarono, per le vie di Firenze guelfa, il triste spettacolo dei disfacimenti ghibellini. Or pensate voi che possa essere stata disfatta pur una di quelle case, senza che le donne di essa sentissero a uno a uno nel cuore i colpi di quelle demolizioni? Pochi anni dipoi, Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, papa Bonifazio VIII e Carlo di Valois, si aggruppano personaggi sinistri d'una tragedia mossa dalle Erinni familiari, la quale ebbe fin d'allora storico e poeta degni in Dino e in Dante. Raccogliamo brevemente, al proposito nostro, da quelle linee sparse, la imagine della città caduta nel novembre del 1301 in mano del paciaro francese, che al disprezzo dell'Alighieri non parve meritare nemmeno il rinfaccio d'aver lacerato con la spada il seno di Firenze; egli, disse il Poeta, «le aveva, pontando la lancia di Giuda, fatto scoppiare la pancia».[60] Furono sei giorni di saccheggio e di desolazione:[61] ogni uomo fece male a chi volle, a amico e a nemico: da tutte le parti era un nascondersi, un trafugar roba, un fuggire: qua e colà, ogni tanto, un palagio che bruciava: ruberie di botteghe e di case, uomini posti alla corda, ferimenti, omicidî: in contado andar le gualdane, rubando, ardendo, ammazzando. Non rispettato l'onor delle donne: i meno tristi imporre ad esse e alle famiglie forzati matrimonî; fuggiti gli uomini, rimanere donne e fanciulli alla discrezione de' nemici; sentite come! e cuori di donna misurino il dolore di quelle poverette, a vedere così iniquamente violato il santuario domestico: «Vennero in casa nostra in Mercato Vecchio, di notte; rubaron quello che vi trovarono: ben l'avevamo la sera passata sgomberata delle più care cose. Noi uomini non v'eravamo, ch'eravamo cessati la sera dinanzi. In quella medesima notte, ci venne in casa un'altra masnada, e rubarono di quello che v'era rimaso. E dopo rubato, i Tosinghi e i Medici si mandavano profferendo alle nostre donne. E non voglio che rimanga nella penna, che quella notte furono lasciati ignudi i fanciulli, maschi e femmine, in sul saccone, e portaron via la roba e' panni loro; che non fu fatto in Acri per li Saracini così fatte opere e pessime».[62]

Del resto, in quella divisione di parte Guelfa tra Bianchi e Neri, anche le donne si erano più forse che in alcun altra simile occasione, mescolate. Nè è da maravigliarne: perocchè questa volta la discordia si cacciava tra famiglie congiuntissime per vincoli di parte, di consorteria, di vicinanza; e perciò turbava relazioni anche più intime, che non da Guelfi a Ghibellini: nè a tale turbamento poteva rimanere estranea la donna. Dice un cronista,[63] con parole nella loro semplicità pittoresche: «Si divise la città di Firenze, e fecero di loro due parti per modo, che non fu nè maschio nè femmina, nè grande nè piccolo,» (intendasi di condizione) «nè frate nè prete, che diviso non fosse». E un novelliere,[64] toccando specialmente di questo parteggiar delle donne, e lodando a paragone la bontà di altri tempi: «Ora che diremo dello ingegno della malizia femminina? Più acuto hanno l'intelletto e più subito; e a fare e a dire il male assai più che gli uomini, sono fatte parziali: chè a buon tempo elle averebbono ripresi i mariti loro, oggi li confortano a combattere per parte. E per questo da loro è disceso assai male nel mondo....».

Noi possiamo assistere a qualche singolare episodio di cosiffatte guerricciuole a porte chiuse. Siamo in casa (l'ho raccontato altra volta)[65] di messer Vieri de' Cerchi la mattina de' 23 aprile del 1300, pochi giorni avanti che la discordia guelfa prorompa in sanguinose violenze. È imbandita la mensa per un suntuoso convito: e madonna Caterina, una Bardi moglie di messer Vieri, dispone a' lor posti i convitati. Una Donati è da lei messa accanto a una gentildonna pistoiese de' Cancellieri; e il marito, con poco prudente zelo, l'ammonisce: «Non far così, chè non sono d'uno animo: tramezza chi che sia». «Messere,» gli dice la Donati, che ha sentito, «voi fate una gran villania, a far me e i miei di parte o nimici di persona: ed ho voglia andarne di fuori». La Cerchi irritata risponde lei: «E tu te ne va'». Il marito, dolente dello scandalo, fa le sue scuse e trattiene la gentildonna con garbata violenza; ma il rimedio è peggior del male, ch'ella lo rimprovera, come di scortesia, di questo porle addosso le mani. Allora egli impazientito, «contuttochè fosse savio cavaliere», esclama (chiedo scusa per messer Vieri al mio gentile uditorio): «Bene sono il diavolo le femmine!» E lascia, non si sa se andare o stare, la furiosa Donati: ma il diverbio seguitò fra gli uomini; e poche ore dopo co' ferri alle mani: «perocchè erano sì vicini, che l'uno sempre era a casa l'altro».