La donna fiorentina del buon tempo antico

Part 18

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Nè con l'infoscarsi, sempre più cupo, de' tempi, col sempre più gravemente incombere sulla libertà politica e del pensiero la domestica e la straniera tirannide, manca nei chiostri, alla pietà verso chi rimane nel mondo, il cuor della donna: o l'abbiano esse lasciato, o esso il mondo le abbia allontanate da sè, quelle buone sentono e fanno suoi i dolori della famiglia alla quale appartennero. Sulla collina d'Arcetri si raccoglie a morire, quasi prigioniero, il grande liberatore del pensiero moderno, Galileo: ma presso alla villa del Gioiello, che oggi nel suo nome ci è sacra, vegliano su lui, dal convento di San Matteo, l'affetto e la preghiera d'una santa creatura, che data a lui dall'amore, egli è forse colpevole di avere, sin dalle fasce, destinata all'espiazione; della sua Virginia, che egli ha voluto sia suor Celeste: ed ora ella viene a lui, non potendo di persona, con le _Lettere_ nelle quali quella cara anima è sopravvissuta anche a noi:[403] e si accuora dei suoi dolori, e trepida delle sue malattie; e si prostra reverente al suo divino intelletto che «penetra i cieli»; e in una rosa, che gli manda nel cuor dell'inverno, vuole intravegga, di là dal «breve e oscuro inverno della vita presente, la primavera dell'eternità»; e s'addossa ella le penitenze spirituali impostegli dal Sant'Ufìzio; e al ricevere un suo libro, o al sapere di onoranze resegli, esulta; e vorrebb'essere «in una carcere assai più stretta di quella in che si trova» per far libero lui; nè le duole di esser monaca, se non quando sente ch'egli è malato, per non potere assisterlo; e dovendo come le altre monache scegliere fra i Santi il Santo «suo devoto», non altri sa scegliere, con sublime profanità di figliuola, che il padre suo, il padre che prega Dio le sia conservato, «perchè dopo di lui non mi resta altro bene nel mondo». E quando cotesto martirio di amor filiale incarcerato ha il suo termine, e a trentatrè anni ella muore, il povero glorioso vecchio sentirà spezzato il più caro vincolo che ancora lo congiungesse col mondo; più dura e crudele gli pesa ora la guerra indegna che in lui è fatta ai diritti e all'avvenire dell'umanità: e di lì a breve, cieco, infermo, degnato di concessioni umilianti come a colpevole ravveduto, fattagli elemosina di licenze e di permessi come a tollerato dai potenti della terra, egli che ha rivelato i misteri del cielo, nel presentire la morte, «Mi sento» esclama «mi sento continuamente chiamare dalla mia diletta figliuola!». Nè so se la donna abbia mai scritta nella propria storia una pagina che valga cotesto grido paterno, uscito dal cuore di Galileo.

VII.

Le libertà repubblicane caddero, e successero i tempi infausti della servitù: ma al terzo secolo da quella caduta il sepolcro si è dischiuso, e la libertà d'Italia risuscitò da morte. E la donna italiana, così da Firenze come da ogni altra città e villaggio e borgata della patria che è nostra, ha dato a quel risorgimento i dolori del sacrificio e del martirio, le ansietà delle trepidanti speranze, il pensiero e il lavoro degli uomini ch'ella ha amato e ispirato, la vita propria, il sangue de' suoi figliuoli: da Eleonora Fonseca a Teresa Confalonieri, dalla madre dei Ruffini alla madre dei Cairoli: all'Italia han dato il fior dell'ingegno, la Guacci, la Turrisi Colonna, la Ferrucci, la Brenzoni, la Paladini, la Percoto, la Milli, la Mancini, la Fusinato.[404] O madri toscane, o spose, o sorelle, o figliuole, che da Curtatone e Montanara alla rivendicazione di Roma le sante battaglie della libertà orbarono de' vostri cari; o gentildonne animose, o buone popolane, della nostra Firenze; la tradizione con le forti donne dell'antica nostra istoria è per voi ricongiunta.

Nè più tardi d'ieri, da una collina le cui vigne e gli uliveti ombreggiavano una tomba recente, è disceso un feretro, che da quella tomba trasferiva, così volendo la nazione, in Santa Croce, e restituiva al sepolcro degli avi suoi, de' Priori e Gonfalonieri della nostra Repubblica, la salma di Ubaldino Peruzzi, nella cui persona, il 27 aprile di trentadue anni fa, Palazzo Vecchio tornò al suo antico signore, il Popolo fiorentino. Pia custode di quella tomba gloriosamente vuota, è rimasta una Donna:[405] che tanto seppe, tanto potè, nei pensieri e negli affetti di lui; che lo animò, lo aiutò alle onorate fatiche, ne' dubbi lo consigliò, gli confortò i patimenti, gli consolò le ingiustizie, gli allietò i trionfi. Storia, che in tutti i paesi civili, in tutte le età, è la storia vostra, o Signore; che compendia i diritti e i doveri vostri verso le due grandi non distruggibili società, delle quali voi siete l'anima immortale: la famiglia e la patria.

NOTE

[300] _Ricordi storici de'_ RINUCCINI; Firenze, 1840; pag. CXXI-XXII. Pei particolari delle feste di San Giovanni al tempo della Repubblica, vedi CESARE GUASTI, _Le feste di San Giovanni Batista in Firenze_; Firenze, Loescher e Bocca, 1884.

[301] Nella VIIª fra le _Elegiae_ del POLIZIANO, a pag. 238-248 delle sue _Poesie latine e greche_ pubblicate per mia cura; Firenze, G. Barbèra, 1867.

[302] Vedi nel cit. volume delle _Poesie latine_ del POLIZIANO, a pag. 145-147.

[303] Di Bartolommeo Scala, l'epitaffio in nome del padre di lei; che riferii, con altra epigrafe, nel cit. volume polizianesco a pag. 145. Di Naldo Naldi, _Eulogium in Albieram Albitiam morientem, ad Sismundum Stupham eius sponsum_, e una sequela di epitaffi. Di Ugolino Verini, _in Albieram_. Di Alessandro Bracci, _Epigrammata in Albieram Masi Albitii filiam, puellam formosissimam, immatura morte peremptam_. E adespoti, più altri epitaffi, epigrammi, ec. E poi in prosa, epistole consolatorie allo sposo, di Marsilio Ficino, di Carlo Marsuppini,.... Da farne, insomma, un volume, se meritasse la pena, compulsando i codici Laurenziani (sulla scorta del _Catalogus_ del Bandini), e un Corsiniano 582, e i _Carmina illustrium poetarum italorum_ (Florentiae, 1719-1726).

Nel Catasto fiorentino del 1470 (_San Giovanni, Chiave_, c. 199) questa è la «portata» di «Maso di Luca di messer Maso, malsano, di anni 42: madonna Caterina sua donna, gravida, d'anni 30; Luca suo figliuolo, d'anni 14; _Albera sua figliuola_; Maria sua figliuola; Danora sua figliuola; Bartolomea sua figliuola; Lisabetta sua figliuola; Giovanna sua figliuola». E nel _Libro dei morti_ dal 1457 al 1501: «L'Albiera di Tommaso di Luca degli Albizi, riposta in San Piero Maggiore, a dì 15 di luglio 1473». (_Archivio fiorentino di Stato_).

[304] Quel giovenile matrimonio è registrato nel Catasto fiorentino del 1469-70 (_Santa Maria Novella, Unicorno_, II, c. 213): «Marco di Piero di Giuliano Vespucci, d'età d'anni XVI. Simonetta di messer Guasparri Catani sua donna, d'anni XVI». Taluno ha dubitato dell'età di questo marito: ma il confronto con altre portate ai Catasti (del 58, dell'80, del 95) comprova che Marco Vespucci era proprio nato nel 1453. Dalla Simonetta non apparisce aver avuto figliuoli; sì dalla seconda moglie, che fu nel 1478 Costanza Capponi.

[305]

Vivebam, fato sum rapta Albiera; coniux Sismundus vitam reddidit en iterum: Nam faciem et claram caelato marmore formam, Ingenium et mores carmine, restituit.

[306] Sui ritratti della Simonetta, non che sulla interpetrazione della _Primavera_ del Botticelli, vennero riassunte autorevolmente le diverse e disputate opinioni da _I. B. Supino_, _Sandro Botticelli_ (Firenze, Alinari-Seeber, 1900), pag. 31-37, 69-82. Cfr. anche E. MÜNTZ, _Histoire de l'Art pendant la Renaissance_, II (_Italie, L'âge d'or_), pag. 636-38, 641; Paris, 1891.

[307] I soliti epitaffi, come per l'Albiera, ed epigrammi latini: di Piero Dovizi da Bibbiena, di Tommaso Baldinotti pistoiese, di Francesco Borsellini, nel cit. codice Corsiniano. E poi: una _Elegia di Bernardo Pulci fiorentino, della morte della diva Simonetta, a Iuliano de' Medici_; e dello stesso Bernardo un sonetto petrarchevole, _La diva Simonetta a Iulian de' Medici_; e di un veronese Francesco Nursio Timideo, pur terzine elegiache intitolate latinamente _Carmen austerum in funere Symonettae Vespucciae florentinae, ad illustrissimum Alphonsum Calabriae ducem_: da vedere nello scritto di A. NERI, _La Simonetta_, nel _Giornale storico della letteratura italiana_; vol. V, 1885, pag. 131-147, riassunto nell'_Illustrazione Italiana_, n.º 13 del 1886.

[308] Vedi _La Giostra di Giuliano_, nel mio libro _Florentia_ (Firenze, Barbèra, 1897) a pag. 391-393.

[309] «In Simonettam», a pag. 149-150 della cit. mia edizione delle _Poesie latine e greche_. Quello nel quale «Iulii est sententia a me versibus inclusa» dice così:

Aspice ut exiguo capiatur marmore quicquid mortali possit a superis tribui. Hic Simonetta iacet, cuius mortalia cuncta concipere immensum non poterant animum: quam neque mors potuit visa exterrere, Deumque mox petiit cui se nympha dedit moriens.

[310] Vedi _Alcune prose di Lorenzo de' Medici per dichiarazione e storia de' suoi Sonetti e delle Canzoni_, nel volumetto (Firenze, Barbèra, 1859) delle _Poesie_ di L. DE' M. per cura di G. Carducci; a pag. 35 e segg.

[311] _Carte Medicee avanti il principato_ (nell'Archivio fiorentino di Stato), filza XXXIII: lettere da Firenze di Piero Vespucci, suocero della Simonetta, al magnifico Lorenzo a Pisa, che gli aveva mandato il suo proprio medico.

_18 aprile 1476_ — .... La Simonetta si sta quasi nelli medesimi termini che quando Voi partisti, et poco v'è di meglioramento. Attendevisi et per maestro Stefano et per ogni homo cum diligenzia, et così sempre si farà....

_20 aprile._ — .... Pochi dì fa vi scrissi e avvisa'vi del male di Simonetta; el quale, per grazia di Dio, e per virtù di maestro Stefano mediante Voi, è alquanto meglio, chè à meno febre e meno rimessione, ed à meno afanno del petto, mangia meglio e dorme meglio: e per quanto dicano e' medici, el male suo sarà lungo, e pochi rimedi ocorre fare, se none buono governo. E sendo stato cagione di questo bene, tutti noi e sua madre, che è a Piombino, asai vi ringrazia e ubrigati vi siamo della dimostrazione avete fatto di questo suo male; e non volendo peccare nella ingratitudine verso el maestro, di nollo tenere qui quanto potrebe durare el male, e anche nonn è molto neciesario, e anche perchè non potremo sodisfare con pagamento tale obrigo per la imposibilità nostra; e per tanto vi priego mandiate per detto maestro Stefano, e avisate quello se gli à a dare, che venerdì santo venne. E noi senpre siamo presti a fare ogni cosa dove richiede el debito nostro, e masime avendo riguardo a conservare ogni vostro onore, come questo e ogni altro. Aspetterò da voi aviso, e tanto seguiremo....

_26 aprile._ — Magnifice ac praestantissime vir, compater honorandissime ec. Scripsivi nelli giorni passati del melioramento della Simonetta, el quale invero non ha perseverato come io credetti et come saria stato nostro desiderio. Questa notte sono stati alla disputa maestro Stephano et maestro Moyse, di darle una medicina; la quale concluseno doverseli dare, et così le hanno data. Non si pò ancora comprendere che fructo farà: Dio voglia che facci quanto desideriamo! Et perchè altra volta io vi scripsi della incomodità mia circa alla mercè et salario di maestro Stefano, et da voi non ho risposta alcuna, non m'è parso pigliare partito alcuno; et ancora per otto giorni lo stare suo mi piace, chè pure in questo termine si doverà vedere quello debba sequire: benchè non limito detto termine, se non cum conditione che la intenzione vostra sia così; di che mi sarà caro due versi di risposta di vostro parere. Questi medici sono del male suo discordi: maestro Stephano dice, epsa non essere nè etica nè tisica, et maestro Moyse tiene el contrario: non so chi meglio sene vede. Raccomandomi alla M. V. Florentiae, xxij aprelis MCCCCLXXVI. M.tie V. quicquid est Petrus Vespuccius eques.

[312] Sforza Bettini; Firenze, 27 aprile 1476 (_Carte medicee av. il princ._, cit. filza XXXIII).

[313] _Stanze per la Giostra_; II, 33.

[314] Cfr. nota 10.

[315]

Dum pulchra effertur nigro Simonetta pheretro, blandus et exanimi spirat in ore lepos, nactus Amor tempus quo non sibi turba caveret, iecit ab occlusis mille faces oculis. Mille animos cepit....

[316]

Stirpe fui, forma, natoque, opibusque, viroque felix, ingenio, moribus atque animo. Sed cum alter partus iam nuptae ageretur et annus, heu! nondum nata cum sobole interii. Tristius ut caderem, tantum mihi Parca bonorum ostendit potius perfida quam tribuit. Ioannae Albitiae uxori incomparabili Laurentius Tornabonus Pos. B. M.

_Poesie lat. gr._ cit. pag. 154-155.

[317] Quanta pietà, su que' cinque decapitati ma in particolare sul giovine Lorenzo, in questa linea di diario contemporaneo!: «.... de' quali ne 'ncrebbe a tutto el popolo.... E féciogli morire la notte medesima, che non fu senza lacrime di me, quando vidi passare a' Tornaquinci, in una bara, quel giovanetto Lorenzo, inanzi dì poco». _Diario fiorentino_ di LUCA LANDUCCI, ed. Del Badia; Firenze, Sansoni, 1883; pag. 156-57.

[318] Due sono le medaglie in onore di Giovanna. Identico in ambedue il ritratto, scrittovi in giro, «Ioanna Albiza uxor Laurentii de Tornabonis»: e alla figurazione dell'un rovescio, «Castitas. Pulchritudo. Amor»; dell'altro, «Virginis os habitumque gerens et virginis arma». Vedi a pag. 442-43 dello scritto di E. RIDOLFI, cit. nella seguente nota.

[319] Non Ginevra Benci, ma Giovanna Tornabuoni. Vedi ENRICO RIDOLFI, _Giovanna Tornabuoni e Ginevra de' Benci nel coro di S. Maria Novella in Firenze_; nell'_Archivio Storico Italiano_ Ser. V, to. VI, an. 1890; pag. 448 segg.

[320] Lo ebbero i Pandolfini, per eredità dai Tornabuoni, nel loro palazzo di Via San Gallo, sino a quasi un cent'anni fa; ora è in Inghilterra: vedi a pag. 444-49 del cit. scritto di E. Ridolfi. Il quale alla descrizione della tavola del Ghirlandaio soggiunge: «Dietro la persona vedevasi appeso alla parete un filo di coralli ad uso di collana, sotto il quale in una cartelletta il seguente distico, che per la grazia sua potrebbe ben essere dettato dal Poliziano.... _Ars utinam mores animumque effingere posset! Pulchrior in terris nulla tabella foret. 1488._»

[321] Affreschi della villa Lemmi, scoperti nel 1882. Vedi il cit. scritto di E. RIDOLFI, pag. 439-42; e I. B. SUPINO, _Sandro Botticelli_, pag. 92-96; e CAVALCASELLE E CROWE, _Storia della pittura in Italia_ (Firenze, Succ. Le Monnier), VI, 1894, pag. 258-262.

[322] «An. MCCCCLXXXX, quo pulcherrima civitas, opibus victoriis artibus aedificiisque nobilis, copia salubritate pace perfruebatur.» Vedi a pag. 169 delle cit. _Poesie lat. gr._

[323] I particolari della descrizione che segue sono forniti dall'Ammirato, riferito nel cit. scritto di E. RIDOLFI, pag. 438-39.

[324] Vedi, nel mio cit. volume delle _Poesie latine e greche_ la dedicatoria della IIIª fra le _Sylvae: Ambra, in poetae Homeri enarratione pronuntiata_; MCCCCLXXXV: pag. 333-335: ed ivi, dalle _Epistolae_ pur del Poliziano, riferito ciò che risguarda Lorenzo Tornabuoni.

[325] Antonia di Francesco Giannotti fu moglie a Bernardo Pulci, fratello di Luca e di Luigi. Scrisse le _Rappresentazioni sacre di Santa Guglielma, Santa Domitilla, il Figliuol prodigo, San Francesco_. Vedi A. D'ANCONA, _Origini del teatro italiano_; Torino, Loescher, 1891; I, 268-69: e F. FLAMINI, _La vita e le liriche di Bernardo Pulci_ nel periodico _Il Propugnatore_, Nuova serie, vol. I (1888), pag. 224-25.

[326] Su madonna Lucrezia vedi _Lucrezia Tornabuoni donna di Piero di Cosimo de' Medici, Studio_ di G. LEVANTINI-PIERONI: Firenze, Successori Le Monnier, 1888: e _Le Laudi di Lucrezia de' Medici per cura di_ GUGLIELMO VOLPI; Pistoia, 1900. A lei a Careggi scriveva da Fiesole, nell'estate del 79, il Poliziano (a pag. 72 del cit. mio volume di _Prose volgari e Poesie latine_ ecc.): «Madonna Lucrezia, o vero Lucrezia,» cioè la nipotina «aveva apparato a mente tutta la Lucrezia» cioè «laude e sonetti e ternarii» della nonna. In alcun altro di que' documenti della vita domestica medicea, è nominata fanciullescamente «Lucezia» quella che al Varchi (_Stor. fior._, VI, XXXIX) doveva parere «la più degna e la più venerabile matrona, che forse giammai per nessun tempo in alcuna città si trovasse». Ed enumera poi tutte le sue attinenze di sangue e di parentela; il che mostra com'e' sentissero la parte pur della donna nella storia civile: «figliuola di Lorenzo de' Medici, sorella carnale di papa Leone, cugina di Clemente, zia d'Ippolito cardinale de' Medici e di Lorenzo duca d'Urbino, moglie di Iacopo e madre di Giovanni Salviati cardinale, suocera del signor Giovanni [delle Bande Nere], avola materna del duca Cosimo».

Delle letterine scritte dai bambini di casa Medici, e delle materne della Clarice moglie di Lorenzo, con altri documenti domestici, si potrebbe fare un bel mazzolino, chi lo legasse poi con garbo. Io raccolsi (per nozze Bemporad-Vita; Firenze, 1887) le _Letterine d'un bambino alunno di messer Angelo Ambrogini Poliziano_, cioè Piero de' Medici. Aggiungi: _Nonna, Mamma e Nipotina. Lettere femminili di casa Medici_ (1477-1479); Firenze, Civelli, 1892. E _Affetti di famiglia nel Quattrocento, Spigolature di_ GUGLIELMO VOLPI; Firenze, 1891, estr. da _Vita Nuova_, II, 50.

[327] Vedi I. BURCKHARDT, _La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia_, trad, da D. Valbusa; Firenze, Sansoni, 1876; II, 166-69: e G. VOIGT, _Il Risorgimento dell'antichità classica_, trad, da D. Valbusa; Firenze, Sansoni, 1888-97; I, 439-40, 589: e VITTORIO ROSSI, _Il Quattrocento_; Milano, Vallardi; pag. 41-42. E a pag. 291 del mio libro _Florentia_; Firenze, Barbèra, 1897.

[328] Così ne scriveva al magnifico Lorenzo, da Venezia il 20 giugno 1491: «_Item_, visitai iersera quella Cassandra Fedele litterata, e salutai ec. per vostra parte. È cosa, Lorenzo, mirabile, nè meno in vulgare che in latino: discretissima, _et meis oculis etiam_ bella. Partì' mi stupito.... Verrà un dì in ogni modo a Firenze a vedervi; sicchè apparecchiatevi a farli onore.» A pag. 81-82 delle _Prose volgari_ ec. da me pubblicate.

[329] Vedi nel mio cit. volume polizianesco di _Poesie lat. e gr._, a pag. 199-204, 214, 215; e V. ROSSI, _Il Quattrocento_; Milano, Vallardi; pag. 275.

[330] Vedi nel cit. volume gli epigrammi _In Mabilium_ (contro il Marullo), pag. 131-140: e a pag. 273-74 l'ode in _Bartholomaeum Scalam_.

[331] La prima delle tre, Eleonora Nencini. Le altre due: Maddalena Marliani Bignami di Milano, e Cornelia Rossi Martinetti di Bologna. Nell'Inno secondo dei Frammenti del Carme _Le Grazie_.

[332] Per l'Ambra, vedi nel cit. volume la IIIª delle _Sylvae_, intitolata _Ambra_, con allusione alla villa medicea del Poggio a Caiano; e fra i poemetti di Lorenzo (ed. Carducci, pag. 261-277) quello pure intitolato _Ambra_. Del Boccaccio poi vedi il _Ninfale fiesolano_, i cui protagonisti, Affrico e Mensola, finiscono tragicamente ne' due ruscelli così anc'oggi chiamati.

[333] La pietosa storia di questa sposa giovinetta (_puella_; nel senso generico di donna giovine: come anche _fanciulla_, vedi il quinto Vocabolario della Crusca), di nome «Alba» o «Albiera», ma non sappiamo di chi figliuola nè a chi moglie, morta appena a vent'anni, è diluita negli slombati distici dei due umanisti fiorentini e medicei, Naldo Naldi e Ugolino Verini.

Canta il Verino (Cod. Laurent. XXXIX, XLII, c. 27-28):

_De Albera puella quae sub porticu attrita est._ Tam dira heu miseris fati mortalibus instat sors? heu quam magnum porticus ausa nefas! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Porticus annoso ligno subfulta vigebat, quod carie attrivit longa senecta malo. Rusticus hic imbrem atque aestus vitare solebat nam _tusca hanc quartus signat ab urbe lapis_. Venerat huc multis comitata Albera puellis, infoelixque illic dum manet illa perit.

Porticus ingentem traxit collapsa ruinam: pignora dum protegit, concidit ipsa parens; occidit, et caro vitam servavit alumno, carior et nati quam sua vita fuit. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Quid lachrymae, quid vota, pii valuere mariti? quid quod eras Scalae vatis amica tui?

E poi:

_Epitaphium Alberae puellae_

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Vix me bisdenos numerantem, porticus, annos, dum ruit, elysias compulit ire domos. Alberae fuerat nomen mihi, lector amice: ne pigeat tumulo collachrymare meo.

E Naldo Naidi (Cod. Laurent. XXXV, XXXIV), che viva l'afiligge con ismaniosi elegiaci (c. 4-6, 7-9, 11, 18-20), nè può saperla andata in campagna a bagnarsi senza restarne in timore, che, mentre le faranno corteggio le ninfe aquatiche, non le abbiano a dar noia quelli sguaiati de' Satiri silvestri, canta egli pure l'

_Eulogium in Albam morientem_

Vos igitur mortis causas praebetis acerbae; estis et exitio, rura, molesta gravi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Nam dum rura colit, prima est abrepta iuventa, dum ruit in tenerum trabs inimica caput. Quid labor heu fuerat, fugeret dum cara puella, labentem murum substinuisse Lares? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Nam dum forte cupis nimia pietate puellum pellere ab extremis, Alba benigna, malis, occidis infelix, fato moritura severo, dum cadit in tenerum dira ruina caput. Heu quis tunc matri, cernenti talia, sensus, qualis in exangui corpore vita fuit, candida cum natae morientia viderat ora, ferre nec extremo tempore posset opem? Et nisi quod subito stupuit devicta dolore, in medio linquens languida membra solo, non potuit tanto cernens superesse dolori, sed fuit in natae morte casura, parens. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Nona dies aderat, crudeli funere rapta cum iacuit gelido cara puella thoro, cum venit absentis miseras ad coniugis aures, uxorem fato succubuisse gravi. Ut rediit tandem, rumore accitus amaro, sensit et in tristi condita busta solo, arserat impatiens uxoris membra pudicae visendi subito, qualiacunque forent. Instabant cuncti graviter ne vellet amici flaccida iam longa membra videre mora: attamen e nigro promatur ut illa sepulchro, vicerunt miseri vota dolenda viri. Ergo ubi dimotus, qui cygnea colla tegebat, atque palam, gelidus, fecerat illa lapis, qualia viventis patuerunt ora puellae, candida nec turpi commaculata situ. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . An quoque te livor carpit, Venus aurea, divam, et premit invidia pectora sancta gravi? Sic est: heu carae nocuit pia forma puellae, invidia superas nec caruisse deas.

[334] _Decameron_, Introduzione.

[335] Non disdico quanto scrissi. È bensì vero, che nel medioevo, e suoi strascichi, la carità pubblica parve quasi respingere da sè la pietà femminile, relegata, spesso crudelmente, nei chiostri. Nella peste del 1630 e 33 in Firenze, l'uso che gli Ufficiali della Sanità facevano delle donne era di «rinchiuderle», cioè vietar loro d'uscire di casa, salvo che potessero andare in carrozza loro propria. E una di esse, che anche era una brava donna, se ne sfogava nientemeno che con Galileo: «Qua si fa la quarantena per noi altre povere donne, per la quale sono passati già venti giorni: e questa mattina è andato il terzo bando per altri dieci giorni, con speranza che S. Giovanni ci scarceri e dia libertà; ma purchè giovi: e sia fatta la volontà del Signore». Lettera de' 14 maggio 1633; la 2507 nel _Carteggio_ galileiano (Edizione nazionale, to. XV, 1904, pag. 122): cfr. i n. 2477, 2479, 2503, 2511, 2534.

[336] Nel _Saggio di Rime di buoni autori_ ec.; Firenze, 1825.