La donna fiorentina del buon tempo antico
Part 13
[262] Così scrissi parecchi anni fa (cfr. anche a pag. 75), e così ora conferma _Un nuovo documento concernente Gemma Donati_ (pubblicato da U. DORINI nel _Bullettino della Società dantesca italiana_, N. S., IX, 1902, pag. 181-84), dal quale, nell'assegnarsi certo credito «domine Gemme vidue, uxori olim Dantis Allagherii et filie quondam domini Manetti domini Donati», risulta che la dote maritale, a cui era inerente il detto credito, le era stata costituita il 9 di febbraio (un altro 9 dantesco, ma questo tutt'altro che mistico) del 1277 [1276 s. f.], anno undecimo di Dante, e secondo la consuetudine, massime allora, dei matrimonî, men che undicesimo certamente di lei. S'intende bene che le nozze, in siffatti casi, si protraevano fino alla maturità dei coniugi. Ma ciò non toglie che nei due personaggi del romanzo psicologico di _Vita Nuova_ la realtà storica ci offra, secondo ogni apparenza, in Beatrice una giovine sposa il cui matrimonio ha suggellato interessi guelfi tra Bardi e Portinari; e in Dante un giovine guelfo, al quale sin da' primi anni era destinata sposa, da famiglia di «vicini» guelfi, una di quelle che, sotto tali auspicî di parte, i genitori (cfr. qui a pag. 16) «maritavano nella culla.»
[263] Nei sonetti «Guido, vorrei...» e «Io mi sentii...». Ma ora credo non si possa tener conto che del secondo, se nel primo, invece di «monna Bice» sia da leggere «monna Lagia»: vedi lo scritto di M. BARBI, qui cit. a pag. 95, nota 10.
[264] Tanto che, per esempio, dicevano, come più largamente rilevai nelle note all'edizione Hoepli, «la Bice, poi monna Bice, figliuola di Bindo, fu maritata a Nolfo....»
[265] Vedi qui a pag. 76 e 96.
[266] Vedi, di tutta la _Vita Nuova_, il sommario fattone con diligenza e finezza squisita dal Casini appiè della citata sua edizione.
[267] §§ VIII, VII, IX, XXIII, XXXII, e gli altri che sono qui indicati a pag. 128-129.
[268] §§ I, II, XXVIII, XXII.
[269] J. MICHELET, _La mer_, IV, VII: «Quand la divine Béatrix inspira Dante, son père fonda l'hospice de Santa Maria Nuova».
[270] Una gentile cultrice del bello, la signora Carlotta Ferrari da Lodi, che presedè alle onoranze centenarie a Beatrice (_vedi A Beatrice Portinari il IX giugno MDCCCXC, sesto centenario della sua morte, le donne italiane_; Firenze, Succ. Le Monnier, 1890: e _Commemorazione di B. P., Discorso letto a Firenze in Palazzo Vecchio il 16 giugno 1890_, fasc. 9-12, an. IX, vol. XI, della Rivista _La Cultura_), espose le ragioni del suo dissenso da questa mia opinione in uno scritto _intorno a Dante, Beatrice, Gemma Donati e la donna gentile.... e le cagioni determinatrici dei maritaggi di quel tempo_; Firenze, Rassegna Nazionale, 1897. Serbai copia di ciò che io, ringraziandola, rispondevo: «... Quanto Ella adduce intorno a quella distinzione, così difficile a delinearsi, tra la Beatrice persona e la Beatrice idea, tra l'amore di uomo a donna e quello che io chiamai amore per rima, è pensato con gravità di riflessione e squisitezza di sentimento. Io credo tuttavia che amor di poeta (dissi _per rima_, ripigliando il linguaggio d'allora), anche scevro dalle contingenze della vita reale, potesse, per ascensione da idealità ad idealità, pervenire sino alle altezze della visione, e, quando il poeta era Dante, questa visione essere la Divina Commedia. Ciò che delle contingenze reali mi danno le storie di cotesta età, non so alterarmelo in grazia di nessuna grandezza individuale: perchè gli uomini d'allora vivevano con tale intensità, di amori di emulazioni di odî, la vita l'uno dell'altro, che, in quanto uomini, non avrebbero saputo nè voluto, nè i grandi per conscienza di sè appartarsi, nè i minori per reverenza di loro ritrarsi, dal contrasto quotidiano delle comuni energie. Ora io affermai che anche i matrimonî facevan parte di questo conserto, mi lasci dire, di _cose_, al quale, in altra sfera, sorvolavan le _idee_: nè altramente che così, l'una collocata in quel mondo reale, l'altra sovrastante in quel mondo ideale, mi riesce figurarmi storicamente la Donati e Beatrice, che Ella, signora, atteggia l'una accanto all'altra, e, inevitabilmente, in mezzo ad esse, un po' dell'una e un po' dell'altra, il Poeta: io dico invece, l'uomo dell'una e il poeta dell'altra. È più duro, ma, credo, il solo vero....»
[271] Vedila da me illustrata a pag. 435-461 del cit. libro _Dante ne' tempi di Dante_.
[272] _Purg_. XXIII, 115-117.
[273] È il quarto; a pag. 450-451 del cit. mio libro: dove vedi anche a pag. 460-461.
[274] § XXVIII.
[275] § XXXI.
[276] § III.
[277] Cfr. pag. 119-120.
[278] Dalla prima delle Canzoni della _Vita Nuova_ «Donne ch'avete intelletto d'amore». La Pietà e l'Amore personificati agiscono anche nel Sonetto di Cino «Muoviti, Pïetate, e va' incarnata...», e nell'altro «Deh com'sarebbe dolce compagnia...».
[279] _Canzone di messer Cino da Pistoia a Dante per la morte di Beatrice. Riproduzione fototipica in CC esemplari del dono offerto a S. M. la Regina d'Italia dalle gentildonne fiorentine nella primavera del MDCCCXC sesto centenario. Testo riveduto sui manoscritti da_ I. DEL LUNGO. _Illustrazioni e fregi in miniatura di_ N. LEONI. Firenze, fototipia Ciardelli. — Riprodussi, con nuove cure, il testo della Canzone di Cino fra i _Documenti_ all'edizione Hoepli del presente Studio.
[280] PETRARCA, _Rime_, III, IX.
[281] II, VI.
[282] Furono da me, dopo altri, rilevate nella cit. riproduzione della Canzone di Cino.
[283] Canzoni di Cino, _Per la morte di Arrigo imperatore_ e _Per la morte di Dante Alighieri_.
[284] Commento dell'OTTIMO, II, 539-540: al _Purg_. XXX, 121-123.
[285] _Trionfo dell'Amore_; IV, 31.
[286] Sonetto di Cino: «Infra gli altri difetti del libello, Che mostra Dante signor d'ogni rima...».
[287] «Perch'io non spero di tornar giammai, Ballatetta, in Toscana...»
[288] _Parad_. XVII, 55-57.
[289] _Purg_. XXXIII, 115. Come Virgilio «gloria de' Latini»; _Purg_. VII, 16.
LA DONNA ISPIRATRICE
Parole dette nella solenne distribuzione dei premî alle alunne del R. Istituto della SS. Annunziata di Firenze, il 9 settembre 1883.
_Signore e Signorine gentili_,
In quella pagina, che nelle _Confessioni_ d'Aurelio Agostino è una delle più belle, dov'ei fa l'elogio della madre diletta, della madre santa, che gli è morta, si legge com'ella guadagnò il marito a Dio con la eloquenza dei costumi, e ne ottenne riverente amore e ammirazione. Altrove, questa medesima madre ci è ritratta piangente per la partenza del figliuolo, o per gli errori di lui: e dalle materne lacrime riconosce egli stesso in gran parte la propria conversione, e l'avviamento a quella che fu grandezza confermata dai secoli.[290] Il costume e l'affetto: tale è invero la doppia potenza, con che la donna è signora nella famiglia; quella è, nella storia umana, la parte che è sua.
Nè, ciò affermando, si nega già alle facoltà intellettuali della donna di potere non pur cooperare ma competere con le virili, nel dare effetto a quelle opere ond'è attestata la porzione divina di nostra natura. È anzi certo che la stessa delicatezza della fibra, tutt'altro che menomare o svigorire quelle facoltà, le acuisce e quasi le snoda a maggiore agevolezza e penetrazione: il che un antico nostro espresse acconciamente, con dire che le donne «più acuto hanno l'intelletto e più sùbito».[291] E il Parini, nell'Ode per laurea di donna:[292]
E so ben che il tuo sesso, tra gli ufizi a noi cari e l'umil arte, puote inalzarsi, e ne le dotte carte immortalar sè stesso.
Ma nel mirabile ordine, con che le cose della natura tendono ai fini disegnati dalla Provvidenza, coteste facoltà, che l'uomo rivolge al conseguimento del vero, o all'utile applicazione dei dedotti principî, o all'imitazione di esso secondo gli eterni ideali, la donna le effonde nel sentimento, che è a lei scienza ed arte inconsapevoli. Così all'uomo si appartiene di provvedere con fatica alle più gravi e sostanziali necessità della vita domestica: alla donna, consolare di amorose cure tale fatica, addolcirla, premiarla. Questo per legge eterna, e contro ogni sorta di antiche o novelle utopie immutabile. Le eccezioni luminose a cosiffatta legge si chiamano nella storia d'Italia, alla quale mi giova restringer gli esempî, Caterina Benincasa, Vittoria Colonna, Selvaggia Borghini, Maria Gaetana Agnesi, Clotilde Tambroni, Maria Giuseppa Guacci, Caterina Franceschi Ferrucci: nelle quali, ben si avverta, quanto maggiore l'altezza dell'ingegno, tanto più strettamente vediamo custodirsi la gentilezza, la modestia, la pietà femminili.
Che l'esercizio di questo suo ufficio nella famiglia e nella civil comunanza, che il possesso di questa sua cara giurisdizione, li abbia alla donna rivendicati e fatti sicuri il Cristianesimo, non fu mai impugnato nemmeno da coloro, i quali rimpiansero, spesso anche con generosi intendimenti, le virtù della società antica, fra le cui rovine si aprì la strada il Vangelo: nè quelli stessi, pe' quali l'idea cristiana segna regresso e servitù, oserebbero disconoscere questa fra le altre sue benemerenze verso la umana libertà. Dove la civiltà cristiana fu contrastata o deviata, ivi la donna è rimasta schiava: ogni volta che nel mondo moderno le arti e le lettere, affascinate dagli splendori immortali della classicità, hanno in una forma o in un'altra paganeggiato, la donna ha disceso un gradino: ai dì nostri medesimi, una certa arte, una certa letteratura, non cristiane, sulla cui bandiera il Poeta d'Evangelina[293] leggerebbe qualche cosa di simile a un _Più basso, Più in giù_, nulla forse hanno di più caratteristico e di più essenziale, che la mancanza di rispetto alla donna.
Pel costume, adunque, e per l'affetto, quali è venuta educandoli quella civiltà che ormai da diciannove secoli governa gli umani destini, pel costume e per l'affetto, la donna ha nel mondo signoria sua propria; superiore di molto a quanta possano, e possono benissimo, conquistargliene l'ingegno, gli studî, la partecipazione alle opere virili. Pel costume e per l'affetto, la bellezza delle forme da fallace prestigio addiviene suggello e specchio della interiore bontà, da pericolosa attrattiva si muta in virtù salutare e benefica. E questa, vi dicevo, com'è la vita vera della donna e di lei degna, così n'è la storia reale e sua propria. Ma chi questa istoria racconta? chi ne raccoglie i documenti? o meglio, i documenti dove si trovano essi?
Imperocchè non sono i fatti esteriori, non sono i nomi, non gesta strepitose, non genealogie coronate, non tragici amori o ambizioni o eroismi o delitti, le testimonianze di questa continua e segreta azione, mediante la quale la donna asserisce efficacemente sè medesima. Nella istoria palese e visibile ha essa pure la parte sua, commisurata alla virile in proporzione delle respettive attitudini e condizioni. Ma di cotesta, della storia che si racconta e si scrive, che negli archivî si seppellisce e ne' libri si ravviva, la donna sarà sempre, in confronto del suo compagno, operatrice più parca. Alla storia delle battaglie e dei congressi, delle successioni e delle alleanze, delle prepotenze e delle frodi, del sospetto e dell'odio, la donna operatrice darà sempre, e mi pare che debba rimanerne contenta, scarso e inadequato contributo. Se però de' fatti umani potesse scriversi con eguale larghezza la storia interiore, se quella delle famiglie connettere con la storia della nazione, se da ciò che la creatura umana ha fatto si potesse sempre con sicurezza indurre ciò che ha pensato e sentito; nel campo di questa istoria, tutta affettiva, tutta morale, primeggerebbero, mie cortesi ascoltatrici, le vostre figure: la figura della donna che ispira.
Non s'ispira solamente i poeti: nè gli occhi di Beatrice si volgono solamente per muover Virgilio, nè solamente risplendono per sollevar Dante di sfera in sfera nelle immensità del Paradiso. Tutto quanto è cura affettuosa intorno a noi, ci è ispirazione al bene, conforto all'operare, sprone verso l'alto: e delle cure affettuose siete voi, madri, sorelle, spose, figliuole nostre, che avete il segreto. A quell'aureola che nella poesia del medioevo italiano circonda la donna, non tutti i raggi somministra l'«amor ch'a cor gentil ratto s'apprende» e che «a nullo amato amar perdona»: molta di quella luce è senz'altro dalla idealità femminile, da ciò che un altro grande Poeta ha chiamato l'eterno Femmineo, e di cui gli aspetti sono ben più che uno solo. Disputano oggi della personale realtà di quella nostra gentile che vi ho nominata: dubitandosi, se veramente fu la figliuola del buon Folco Portinari, a cui Dante pensasse narrando i melanconici amori della sua giovinezza, ed effigiandola divina nell'azione del sacro Poema; ovvero se alla Beatrice simbolica, quale nel Poema è di certo, manchi la persona di donna viva e vera, che le porge quel soavissimo fra tutti i libri, la _Vita Nuova_. Ma chi dimandasse piuttosto, se nella loro Beatrice, qualunque ella fosse, giovinetta o donna, vicina o lontana, per amichevole consuetudine di famiglie avvicinata o sospiratone pur il suon della voce, invocata a compagna o in altro stato senza colpevole desiderio ammirata; ma per ciò stesso, viva, innanzi tutto, e reale; non raccogliessero forse que' nostri grandi e buoni maggiori il fiore de' loro affetti verso la donna; degli affetti incerti e vaghi dell'età prima, de' disinganni, delle memorie, de' pentimenti; degli affetti raffermati e sanzionati nella famiglia, e dalle gioie del focolare e della culla e dai lutti della bara consacrati per sempre; chi, pur dubitando, dimandasse di ciò, parrebbe fantastico solamente a coloro, che di quella vita, nella quale la pratica sapeva alla fantasia e al cuore lasciare tanto e sì utile luogo; di quella età, i cui ultimi simboli furono le statue di Michelangiolo pensose; giudicano coi criteri della nostra, che ideale, oggimai non più soltanto della critica, ma anche a un po' per volta dell'arte, andiamo costituendo, in terreno arido e infecondo, il perchè e il percome.
La ispirazione ha segrete le vie, perchè sue sono quelle del cuore. E quando, fanno ora poche settimane, in un giorno, come oggi questo a Voi, di allegrezza ad altro egregio Istituto fiorentino, io sentivo rileggere, con voce tremante d'affetto, ad una cara giovinetta lombarda la ballata ultima di Guido Cavalcanti:
Perch'io non spero di tornar giammai, ballatetta, in Toscana;
quel lamentevole addio alla patria, all'amore, alla vita; e pensavo che moglie di quell'uomo era stata una figliuola di Farinata degli Uberti, il ghibellino salvatore della guelfa Firenze; — sposa datagli (e si chiamava Bice), fanciulli ancora ambedue, in un istante di tregua alle cittadine fazioni, fra altri consimili parentadi sperati pegno di futura concordia; madre poi a lui di figliuoli, fra le cui braccia e della moglie potè, quasi appena tornato nella sua Firenze, morire in pace; — pensando io tutto questo di Guido, mi pareva non indegno, me lo perdonino i critici, che nell'antico amante di monna Vanna, quale fu il nome della sua donna poetica allorchè e' piangeva in quei versi, e li mandava alla «bella sua donna», la vena segreta e vera di tanta tenerezza, di tanto accoramento, di tanta pietà, fosse piuttosto il desiderio affannoso della patria insieme e della vedovata famiglia.
In queste ispirazioni il poeta sparisce, e rimane l'uomo; e all'uomo, non al poeta, si rivolge la donna; ed ogni donna gentile è, e sola la donna può essere, ispiratrice. Quando il Buonarroti, mortagli Vittoria Colonna, scrive quelle parole che, così semplici, uscite da tale anima, sono sublimi, «Mi voleva grandissimo bene, e io non meno a lei: Morte mi tolse uno grande amico»,[294] il divino artista e la gentildonna e poetessa, cantata unica dall'Ariosto,[295] ci paiono discendere dalle loro altezze, e farsi eguali ai tanti altri che nel mondo amano e soffrono, operano e muoiono. Ma per quelle parole, quanti versi amorosi, massime di quel secolo, si potrebbero lietamente gittare! saggio questi, più o men pregevole o curioso, d'arte, o troppo spesso d'artifizio; documento umano quelle, a cui la qualità delle persone accresce, ma non dà essa, il valore: nè tutte le figure retoriche di que' petrarchisti valgono quell'una grammaticale di Michelangiolo, «uno grande amico»; nè l'ardimento severo di questa figura saprebbero mai intendere gl'insidiosi pedanti che vanno oggi teorizzando su ciò ch'e' chiamano l'emancipazione della donna. Così le convulsioncelle de' cosiddetti moderni bozzetti, e i fremiti e i sussulti e le arroganti trivialità di certa che vorrebb' essere poesia d'amore, non una sola valgono di quelle pagine di prosa toscana, dove l'altro grande scultore, sulla cui tomba recente piange l'Italia, narra una di quelle istorie non destinate agli annali del mondo, nelle quali umile protagonista signoreggia la donna. La donna ispiratrice di Giovanni Duprè[296] fu una povera popolana del nostro San Piero, propriamente dell'antico sestiere dove aveano le case i Portinari, gli Alighieri, i Donati.
Di tale opera della donna nella vita intima delle famiglie, delle cittadinanze e delle nazioni; opera segreta, continua, universale, e a cui questi stessi caratteri tolgono ch'ella abbia altra istoria fuor della memore riconoscenza de' cuori bennati; conserva Firenze nostra testimonianze in un libro e fors'anche in un palagio de' suoi più belli e famosi. In fronte a quel libro, ben a ragione il valentuomo che lo compose, rivendicando agli archivî l'ufficio di servire alla storia anche del costume e dell'affetto, scrisse: «Alle donne italiane. Le quali prego leggano questo volume col cuore». Ma nella più nobil parte di quel palagio ben si addirebbe un ricordo di questa donna, che nel cuore de' figliuoli esuli, e distratti dai venturosi commerci in città e paesi diversi, tenne vivo con le sue lettere il desiderio della città nativa; con fanciulle fiorentine procurò il loro accasamento; con diligenza di padre, rimasta vedova ancor giovanissima, con senno virile, ne curò gl'interessi, e le piccole e travagliate sostanze custodì ad essere principio e base d'immensa fortuna; ne sollecitò coi voti e con le pratiche la revocazione dall'esilio, la quale ella chiedeva a Dio pel supremo conforto della sua vita; e ottenutala, morì madre consolata, suocera e nonna felice. Diciotto anni appresso, nel 1489, il maggiore de' figliuoli, divenuto oramai uno de' più grandi mercatanti di quel tempo, e cittadino in patria dei primi, gettava le fondamenta del palagio che vi ho detto. Chi sa forse se ciò sarebbe stato, senza quella buona pia vecchia che dormiva e dorme in pace sotto le volte di Santa Maria Novella! Libro prezioso coteste sue Lettere a' figliuoli,[297] scritte nella bella lingua che dal Trecento i quattrocentisti non letterati seppero raccogliere tuttavia pura e potente; prezioso per la sua schiettezza e originalità. Perchè, se del Giornale di una madre, scritto proprio giorno per giorno da una madre vera sui piccoli avvenimenti del suo figliolino, si rallegrava il Tommaseo[298] come di cosa opportunissima alle sue fine osservazioni di psicologia pedagogica, quanto più l'onorando uomo si compiacerebbe, per altri rispetti, di questa raccolta, unica che si conosca, di vere lettere materne! egli che fra i suoi ispiratori, accanto a Dante e a Virgilio, poneva la madre![299] Lettere materne: e non di una madre dotta o saccente, od anche soltanto osservatrice, ma di una buona mamma, d'una brava massaia, e null'altro; non solamente non scritte per essere pubblicate, ma da non poterlo nè essa nè i vissuti con essa, in pieno secolo decimoquinto, creder possibile mai; non documento di stile, ma di pensieri e di sentimenti, nudi d'ogni ancorachè tenue involucro letterario, anzi abbelliti (che nessun letterato ci senta!) da sgrammaticature efficaci; non componimento epistolare, ma puramente e semplicemente lettere: nelle quali, per bocca della gentildonna di Firenze ancora repubblicana, parla, come se noi proprio lo udissimo sulle piazze e per le vie d'oggi, il popolo fiorentino di quattrocent'anni fa. O giovinette, quelle tra Voi che rimarranno in Firenze, quando passano dinanzi a quel maestoso palagio, non ammirino solamente il Superbo cornicione, il cortile elegantissimo, architettati dal Cronaca, non sole le semplici e grandiose linee disegnate dal Maianese, e agli angoli le lumiere dell'ingegnoso Caparra; ma sia bello a Voi, giovinette, pronunziare in quell'ammirazione il nome di una madre, il nome di Alessandra Strozzi. E Voi che in altre regioni d'Italia nostra diletta custodirete entro il pietoso e gentile animo le ricordanze di questa, quando fra gli altri splendori della città di Dante, vi risovvenga di quel monumento, anche Voi benedite a quel nome; altere di esser donne, poichè alla donna Dio concesse di poter tanto, se vuole.
Di ricordanze s'intesse, ogni giorno che passa, l'umana vita: le quali v'ha chi le getta dietro le spalle, e campa alla giornata; ma i migliori gelosamente le raccolgono, e ne fanno cibo all'anima che anch'essa vuole il suo pane, e pel più eletto tesoro le trasmettono a chi vien dopo. Risalire per le ricordanze ne' tempi che furono, e con le anella de' fatti rannodare le tradizioni, è della storia il più bello e più morale attributo, e il più educativo. Ed io, ritraendo a Voi, giovinette, in questo luogo d'educazione, cose nostre antiche, tra le quali la ragione de' miei studî più caramente mi trattiene; e dalla storia domestica desumendo colori al concetto naturale delineatovi della donna; ho creduto corrispondere nel modo che migliore potessi al cortese ed onorevole invito di essere oggi il vostro oratore. Questo è a voi giorno di grande allegrezza; perchè da un lieto presente vi affacciate ad un avvenire, che pe' verginali animi vostri ha l'attrattiva dell'ignoto. Nella mia parola suona, co' suoi memori echi, il passato. O giovinette, avvezzatevi sin d'ora a ripensare, a ricordare! I misteri, dei quali è pieno l'avvenire, si schiudono meno improvvisi, men paurosi, a chi più avvisatamente li affronta: l'ora, il momento, che ci sfuggono nell'atto che li viviamo, fanno sentir meno rapida la loro fuga a chi non tutto in quelli si adagia. La meditazione del passato ci frutta esperienza, c'infonde forza e rassegnazione, ci fa giudici meno agli altri severi che a noi medesimi, ci raccomanda la carità, c'insegna la gratitudine.
E della gratitudine, che vi farà memorabile questa casa stata per sì dolci anni la vostra; dove Voi avete portato dal seno della famiglia caste aspirazioni a verità, bontà, bellezza, e ne ritornate, speranza e orgoglio dei vostri, adorne di utili cognizioni, di gentili discipline, di virtuosi propositi; della riconoscenza, che oggi più che mai sentite obbligarvi ai valorosi insegnanti, alle savie ed amorevoli educatrici, ai gentiluomini egregi che il Governo del Re deputò alla direzione di questo celebre Istituto; una parte, ahimè, di cotesta gratitudine è dovuta oggi a una tomba!
Un posto nella odierna solennità rimane qui vuoto: ed è quello che per ventun anno ha tenuto onoratamente, come tanti altri ufficî in servigio e decoro del suo paese, il commendatore Giuseppe Pelli Fabbroni. Uomo di quella generazione che accolse ed alimentò le speranze del nostro risorgimento, combattè per esso a Curtatone (balzano i cuori a questo ricordo di gloria italiana) e vi fu gravemente ferito. Alla operosità, al fervore pel pubblico bene, non conobbe confini; e parve moltiplicarsi, per sopperire agl'incarichi che la pubblica fiducia non si stancò di commettergli. Fra i più cari ebbe questo: e al miglioramento delle norme e degli ordini onde gli studî e l'educazione vostra sono regolati, attese indefesso: nè solamente con lo zelo ch'e' poneva in tutte le cose di dovere, ma con l'affetto scrupoloso d'un ottimo padre di famiglia.