La donna fiorentina del buon tempo antico
Part 12
Insomma il matrimonio di Dante, sia che si dovesse o volesse crederlo anteriore al 1290, o, sulla fede del Boccaccio, debba aversi siccome avvenuto poco di poi, nulla ha che lo colleghi con la morte di Beatrice, con quella che Dante già nemmen denomina morte, ma un «essere chiamata a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina benedetta Maria»;[274] nè sa attribuirla a cagione fisica morbosa, «Non la ci tolse qualità di gelo Nè di calor, sì come l'altre face»,[275] precisamente all'opposto del Boccaccio, il quale al racconto di essa morte proemia con una specie di aforismo ippocratico, che «un poco di soperchio di freddo o di caldo che noi abbiamo (lasciando stare gli altri accidenti infiniti e possibili), da essere a non essere senza difficoltà ci conduce», e così pianamente fa morire «nel fine del suo vigesimoquarto anno» anche «la bellissima Beatrice». Seguono nel _Trattatello_,[276] letteralmente interpretati e descritti, i pianti, i sospiri, le disperazioni della _Vita Nuova_, con più quello che la _Vita Nuova_ non ha. Ciò sono, le consolazioni dei parenti, che dopo lungo resistere Dante finalmente ascolta: allora, perchè «non solamente de' dolori il traessino, ma il recassero in allegrezza», succede il loro «ragionare insieme di dargli moglie; acciocchè, come la perduta donna gli era stata di tristizia cagione, così di letizia gli fusse la novamente acquistata. E trovata una giovane, quale alla sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E acciocchè io particolarmente non tocchi ciascuna cosa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento segui l'effetto: e fu sposato». E qui, conchiusione a dir vero che non ci aspetteremmo, una fierissima tirata contro il voler dare moglie agli uomini di studio, i quali quel censore rigidissimo scomunicava (come vedemmo[277]) anche dall'amore; e sul capo della povera madonna Gemma (manco male ch'e' non la nomina), lanciata quella retorica sentenza di moglie, per lo meno, incomoda, che nulla di quel poco, pur troppo, che sappiamo della _Vita di Dante_, concorre a giustificare.
VI.
Di consolazioni a Dante nella morte di Beatrice rimane documento molto invero diverso da quelli che porterebbe il racconto del novellatore biografo. La consolazione è d'un poeta al poeta, di amatore ad amatore; con imagini gentilmente intrecciate a quelle delle rime amorose di Dante; trasportata l'azione dalla terra al cielo; attori, pur da una di quelle rime,[278] due personaggi fantastici, la Pietà e l'Amore. Il consolatore, l'amico, il poeta, è messer Cino da Pistoia. La cui _Canzone a Dante per la morte di Beatrice_, falsamente, e a cagione d'un materiale equivoco, attribuita da alcuni al Guinicelli, tornò a luce in questi giorni, emendata sui manoscritti, ornata di antichi caratteri e di miniature, offerta dalle gentildonne fiorentine alla prima gentildonna d'Italia.[279] Il nome augusto della nostra graziosa Regina fregia degnamente questo documento poetico, nel quale le ragioni della storia e della idealità amicamente si consertano.
L'«amoroso messer Cino»,[280] il poeta che divise con Guido Cavalcanti e col fratello di Beatrice i più caldi sentimenti d'amicizia nel cuore di Dante, si scusa con lui di non essersi prima d'ora rivolto a quei due benigni iddii, la Pietà e l'Amore, che vengano a confortarlo. Pensa tuttavia che egli è sempre nel lutto del cuore e dell'anima, per l'andata in cielo di quella veramente beata gioia, come il nome stesso diceva. Desidera rivederlo; nè sa quando. Intanto, finchè dura il suo lutto, giungeranno sempre opportuni i conforti. E così, a dettatura d'Amore, — Voi avete torto — lo ammonisce — ad accorarvi che dalla miseria di questa vita Beatrice sia volata alla compiuta gioia del cielo. Voi stesso avevate cantato che un Angelo l'aveva chiesta a Dio, come la sola cosa bella che mancasse al paradiso: ed ora ella è lassù, fra i Santi e le Virtù celesti, dinanzi alla suprema Salute, alla Divinità. L'oggetto dell'amor vostro, quello nel quale la mente e l'intelletto vostro si fissavano, ora lo avete nel regno celeste: e i vostri spiriti affettivi Amore li indirizza lassù. Perchè dunque dolervi? Confortatevi, rallegratevi nel cuore e nell'aspetto; perchè, sebbene collocata da Dio in paradiso, ella è pur sempre con Voi. Ai conforti che Amore vi porge, si aggiungono quelli della Pietà, la quale vi scongiura che cessiate di piangere. Ascoltatela, deponete il vostro lutto; pensate che il dolor disperato priva l'anima della grazia di Dio; e che in tal modo Voi sareste crudele verso l'anima vostra, e verso la speranza che questa ha di rivedere un giorno Beatrice nel paradiso e riposare nelle braccia di lei. Dunque vi piaccia accogliere speranza di conforto. E già fin d'ora Voi potete fissar gli occhi nell'eterna beatitudine, dove dimora la vostra donna che fra i beati è coronata: così la speranza vostra è in paradiso, l'innamoramento vostro è santificato, contemplando l'anima di Beatrice fatta celeste! Or com'è che il cuor vostro non si dà pace, avendo pure in sè medesimo dipinte quelle beate sembianze? Beatrice è colassù la medesima meraviglia che era nel mondo, anzi maggiore, perchè ivi è dalle intelligenze celesti conosciuta compiutamente. E con quanta festa l'abbiano gli angeli ricevuta, Voi medesimo, i cui spiriti fanno spesso quel viaggio, lo avete riferito nelle vostre rime. Essa, parlando di Voi con gli spiriti beati, ricorda le lodi di che l'avete onorata in vita; e prega il Signore, che vi conforti, come ormai Voi stesso dovete desiderare.
Dante non dimenticò la Canzone di messer Cino: e fra le citate dell'amico suo pistoiese nel libro di _Volgare Eloquenza_, è, col primo suo verso, anche questa.[281] Le allusioni che essa sparsamente contiene alle rime dell'Alighieri, possono più specialmente riscontrarsi nella prima, nella seconda e nella ultima fra le Canzoni della _Vita Nuova_.[282] Nè questo confronto può farsi senza pensare altresì, che anche sulla tomba di Dante, e già prima su quella del loro imperatore, dell'«alto Arrigo», la voce del fedele amico e compagno di parte recò il tributo della poesia toscana.[283] Di Arrigo rapito (così egli dolorosamente) «alle speranze degli esuli», cantò che aveva raggiunto nel cielo la virtuosa sua moglie, Margherita di Brabante, morta anch'essa in quella infelice spedizione italica. Per Dante, pregò Dio che «lo ricoverasse nel grembo di Beatrice», e imprecò all'«iniqua setta» che aveva arricchito Ravenna del tesoro che Firenze aveva perduto.
Pochi anni appresso, uno de' primi e più autorevoli a commentare la _Commedia_, l'Ottimo, ricordò la Canzone consolatoria di Cino a Dante insieme con le Rime di questo in onore di Beatrice «in quanto ella fu tra' mortali corporalmente».[284] Più tardi, i nomi dei due poeti e delle loro donne congiungeva, nel gentil vincolo della idealità amorosa, il Poeta dell'amore Francesco Petrarca:[285] «Ecco Dante e Beatrice; ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoia»; appagando, in altro modo, il desiderio, anzi il rammarico, di Cino, il quale avrebbe voluto che nel paradiso dantesco la sua Selvaggia avesse avuto un seggio di gloria accanto a Beatrice.[286]
VII.
Questi di messer Cino, poetici, non i romanzeggiati domesticamente dal Boccaccio, furono i conforti che Dante ricevè per la morte della «donna della sua mente». E se proprio li ricevè in mezzo a quel giovanile traviamento, è da credere che non saranno stati senza efficacia a risvegliare entro lui, nel nome di Beatrice, la coscienza delle nobili e gentili idealità che egli veniva atteggiando a fantasmi dell'«alta visione» d'oltretomba. Ma rispetto alla realtà delle cose, come il poeta amatore di Selvaggia Vergiolesi bene avrebbe potuto mandargli que' versi anche se già marito, anche se padre di alcuno dei figliuoli che a lui dette madonna Margherita degli Ughi, così il poeta amatore di Beatrice Portinari avrebbe potuto riceverli al fianco di madonna Gemma Donati vegghiante a studio della culla, in mezzo a' figliuoli che dovevano un giorno commentare il Poema del padre. Così Guido Cavalcanti, dalle maremme del confino, mandava l'ultima sua ballatetta,[287] «leggera e piana», di nascosto dalle persone grossolane, «dritta alla donna sua», pur sapendo che a casa lo aspettavano la moglie e i figliuoli (una Uberti, figlia di Farinata) e, fra le braccia loro, la morte. E quando anche Dante fu, ma per sempre, travolto nell'esilio, e per «primo strale di questo arco» senti il dolore di «lasciar ogni cosa diletta più caramente»,[288] la moglie rimase fida custode della casa vedovata, mentr'egli conduceva seco fra le dure realtà della vita, le sue idealità affettive e intellettuali, e superbo mistero dell'anima sua, il concetto del Poema divino.
In quel concetto regnava Beatrice. Vi regnava con altre ideali, ma ad un tempo reali, imagini di donna: Rachele e Lia, Lucia, Nostra Donna, imagini sante; imagini umane, Matelda e Beatrice. L'azione del Poema dantesco incomincia dal compianto di quella Donna gentile e divina e dalla pietà di Lucia, verso l'uomo perduto fra i triboli della vita reale; e nel trionfo di Maria, e nella preghiera degli uomini a Lei, per la bocca dei Santi, si conchiude. Nel mezzo di quest'azione stanno le altre due figure Matelda e Beatrice; sovrana, Beatrice: ambedue, ministre della grazia di Dio nella conversione di Dante, cioè dell'uomo, dalle miserie dai mancamenti dalle colpe dalle fallacie della vita attiva, alle sublimi e consolatrici verità dello spirito. Dinanzi a Beatrice, trascorsi dieci anni dal 1290 luttuoso, e dopo ch'ella è fatta celeste simbolo della maggiore altezza a cui possa ascendere l'umano mediante la contemplazione del divino; dinanzi a Beatrice, «gloria della gente umana»;[289] Dante si accusa con lacrime delle sue infedeltà. Infedeltà alla donna poetica, anche alla donna forse; infedeltà al simbolo: l'uno e l'altra in Beatrice inseparabili. Ma quella donna ha un nome: e il nome di Beatrice Portinari non si cancella ormai più nè dalla storia del suo secolo nè dalla poesia perenne dell'umanità.
_Firenze, nel giugno del 1890._
NOTE
[190] _Parad._ XVI, 121.
[191] Vedi _Il R. Arcispedale di S. Maria Nuova. I suoi benefattori. Sue antiche memorie. XXIII giugno MDCCCLXXXVIII secentesimo anniversario della fondazione_. Firenze, 1888, pag. 7-8.
[192] MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, _Istoria fiorentina_; III, CLVIII.
[193] Vedi nel mio Commento alla _Cronica_ di DINO; I, XX, 14.
[194] Da me integralmente pubblicata fra i Documenti all'_Esilio di Dante_; Firenze, Succ. Le Monnier, 1881. Vedi a pag. 138, «de domo de Portinariis», e poco appresso «Dante Alleghierii», fra i proscritti «de Sextu Porte Sancti Petri.»
[195] Vedi il cap. V del mio libro _Da Bonifazio VIII ad Arrigo VII. Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante_. Milano, Hoepli, 1899.
[196] _Parad._ XVI, 94-99.
[197] Questi e altri personaggi di quelli anni, puoi vedere ritratti, come ho saputo meglio, in più d'una delle citate _Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante_.
[198] Dell'antico linguaggio nuziale fiorentino, vedi illustrazione d'alquanti esempî in alcune pagine (I, 1103-1107) dell'altro mio libro _Dino Compagni e la sua Cronica_.
[199] § XXV, secondo la comune divisione primamente introdotta da A. TORRI. Le edizioni del WITTE (1876) e del CASINI (1885, 1891) l'hanno in alcune parti modificata.
[200] § cit.
[201] Vedasi _Vita Nuova_ § V, e l'illustrazione di A. D'ANCONA (edizione pisana del 1884) a quel §. Vedi anche M. SCHERILLO, _Alcune fonti provenzali della_ Vita Nuova _di Dante_; Napoli, 1889: e l'VIII e il X de' suoi _Capitoli della biografia di Dante_; Torino, Loescher, 1896.
[202] _Vita Nuova_, § IV.
[203] Vedi le illustrazioni del D'ANCONA al § VI della _Vita Nuova_.
[204] Per questa frase del tempo, vedi il cit. mio libro su _Dino Compagni_, I, 420 e 337.
[205] _Purg_. xxx.
[206] Di questa sovrapposizione dell'ideale al reale, nella poesia amorosa de' nostri antichi, è cenno — cenno, com'egli suole, di largo gesto comprensivo — in una bella pagina di GINO CAPPONI (_Scritti editi ed inediti_; Firenze, Barbèra, 1877; I, 141-142); e l'addurla qui, non dissonante da' concetti miei, mi è sommamente caro e prezioso: «.... la Giovanna di Guido Cavalcanti, o la Beatrice di Dante, o la Selvaggia di Cino, o la Laura del Petrarca. Intorno ad esse noi disputiamo lite impossibile a risolvere, fatti incapaci come noi siamo a insieme congiungere e comprendere in un pensiero solo la forma terrena e una ideale bellezza, e ad innalzare l'affetto senza attenuarlo, svanito fuori d'ogni realtà, sì ch'esso divenga concetto sterile della mente. Collocò Dante la Beatrice sua ne' più alti seggi del Paradiso, accanto alle donne che sono a noi più venerande; dunque era donna la sua Beatrice: ma ell'era insieme viva immagine di quell'idea per cui la vista dell'alta bellezza diviene affetto pei sommi veri, idea che non ha quaggiù riflesso di sè più degno che in un bel volto a cui s'affacci una pura anima di fanciulla. Nel sommo cerchio del Paradiso un seggio vuoto era per Arrigo, perchè dall'uomo in cui sperava, Dante saliva a quell'idea che nell'ordine politico era la cima de' suoi concetti. Questo continuo trapassare che facean gli animi più elevati dalle sensibili alle astratte e di qui alle divine cose, fu la poesia di quell'età».
[207] § II.
[208] _Vita di Dante_, § III.
[209] § II.
[210] § III.
[211] _Vita di Dante_, § III.
[212] _Comento sopra la Commedia_, lez. I.
[213] §§ II, III.
[214] §§ II, V, VII, XIV, XXII.
[215] Questo pensiero di IACOPO BURCKARDT fu svolto da RODOLFO RENIER nel suo Studio critico, _La Vita Nuova e la Fiammetta_; Torino, Loescher, 1879.
[216] Vedi a pag. 161-162 del mio libro _Dante ne' tempi di Dante_; Bologna, Zanichelli, 1888.
[217] § IX.
[218] Vedi, nella edizione Hoepli di questo Studio, alcuni dei molti esempî che ne offrono gli Atti consiliari fiorentini di quelli ultimi anni del secolo XIII.
[219] § VII.
[220] § X.
[221] Vedine pure gli esempî nella cit. edizione Hoepli di questo Studio
[222] _Parad_. XV, 118-120.
[223] Vedi nel mio Comento alla _Cronica_ di DINO; I, XVI, 19.
[224] Vedine esempî nella cit. edizione Hoepli di questo Studio.
[225] § XIX.
[226] La interpetrazione, diciam così, militare di quel § IX della _Vita Nuova_ fu proposta e tenuta dal Todeschini, dal Witte, dal d'Ancona; ed io la rafforzai e determinai, anche contro le obiezioni di altro autorevole dantista Tommaso Casini, nella edizione Hoepli di questo Studio.
[227] Vedi a pag. 172 e 164 del libro poc'anzi citato, _Dante ne' tempi di Dante_.
[228] F. T. PERRENS, _Histoire de Florence_; Paris, Hachette; II (1871), 281 e segg.
[229] Dopo il 1288, e quasi d'anno in anno fino alla pace del 1293. Vedi _Una famiglia di Guelfi pisani_ ec. nel cit. libro _Dante ne' tempi di Dante_, pag. 273-286.
[230] Riferito da CICERONE nel _De officiis_ (III, I) e nel _De re publica_ (I, XVII).
[231] _Parad_. XVI, 151-154, 110-111; _Inf_. XXXII.
[232] «... disparve questa mia imaginazione subitamente, per la grandissima parte che mi parve che Amore mi desse di sè».
[233] §§ V, IX, X, XII.
[234] §§ VIII, XXII.
[235] § XXXII.
[236] §§ III, XXIV, XXV, XXX, XXXII.
[237] § VI.
[238] § XXXV.
[239] § XL.
[240] § XLII.
[241] Vedi il cap. VI della _Introduzione_ di FRANCESCO MACRÌ-LEONE alla sua edizione della _Vita di Dante_ scritta da G. BOCCACCIO; Firenze, Sansoni, 1888.
[242] Lezione VIII.
[243] «... ad legendum librum qui vulgariter appellatur _el Dante_, in civitate Florentiae, omnibus audire volentibus.» Così nella petizione e provvisione del 1373 per la lettura pubblica della _Divina Commedia_: fra i _Documenti_ (pag. 163-169) al cit. Discorso _Dell'esilio di Dante_.
[244] Indicherò, poco appresso (cfr. pag. 134), la fonte, cortesemente dischiusami, di queste notizie attinenti ai Bardi. — Ciò che i biografi del Boccaccio già sapevano da documenti, era che il padre di lui, Boccaccio di Chellino, stava pei Bardi a Parigi nel 1332. Vedi V. CRESCINI, _Contributo agli studi sul Boccaccio_; Torino, Loescher, 1887; pag. 10.
[245] _Parad_. VII, 14. E «monna Vanna e monna Bice» in due luoghi (uno ora dubbio: vedi a pag. 95 di questo volume, nota 10) del _Canzoniere_ dantesco: Sonetti, «Io mi sentii...» e «Guido, vorrei...» Alla contrazione di «Beatrice» in «Bice» dovette pur conferire, che la forma del nome intero, come attestano instrumenti notarili, era anche «Biatrice» e «Bietrice».
[246] LUIGI ROCCA, _Del Commento di Pietro di Dante alla D. C. contenuto nel codice Ashburnham 841_: nel _Giornale storico della letteratura italiana_; vol. VII, an. IV (1886), pag. 366-385. Vedi poi quanto sul Commento di Pietro lo stesso prof. Rocca ha scritto nel suo libro (pag. 343 e segg.), _Di alcuni Commenti della D. C. composti nei primi vent'anni dopo la morte di Dante_; Firenze, Sansoni, 1891.
[247] _Notizie istoriche delle Chiese fiorentine_; VIII, 229-233.
[248] § XXIX.
[249] Vedi uno _Studio_ di FERDINANDO GABOTTO: _Il marito di Beatrice_; Bra, 1890.
[250] Nel _Dino Compagni_, dove pure detti le altre notizie intorno a messer Simone: I, 68, 194; II, 114.
[251]
Denuda, o vereconda, il casto petto; dischiudi, o bella, il tuo più santo riso: il pargoletto, affiso ne la tua vista, i novi affetti impari.
O de le semplicette alme sovrana gentile, o pia de' cuori informatrice, la steril Beatrice ceda a te, fior d'ogni terrena cosa. Talamo e cuna è l'ara tua.....
_Poesie di_ GIOSUÈ CARDUCCI; Bologna, 1902; a pag. 305-306, _Le nozze_. — Gentili versi, che in una delle scaramucce polemiche sul centenario di Beatrice corsero su pe' giornali, insieme con alcune parole del Poeta (vedile ora a pag. 402 del volume XII delle _Opere_, sotto il titolo _Beata Beatrice_), fastidito che si volesse la Beatrice simbolica «ridurla o tornarla alle proporzioncelle d'una sposina di secent'anni fa», a rischio di «peccare contro Dante, contro il medio evo, contro l'austerità toscana». E questo è sentimento di verità storica. E verità morale e d'arte è, che «i grandi poeti s'ispirano all'anima loro, alla patria, a Dio»; ed altresí, se vogliamo, che «non che le Beatrici facciano loro, son loro che fanno le Beatrici». Ma a tutto questo non ripugna, nè storicamehte nè idealmente, che si ammetta un primo affisarsi di Dante in una donna gentile, nella Beatrice, la quale egli idealizza e simbolizza a sè stesso, ma che non per questo cessa di essere donna viva e reale:
costei, cui donna il vulgo e Beatrice chiama il poeta.....
e che è la «dolce beatrice del mio pensiero» a Francesco Petrarca; la «vera beatrice», la «mia beatrice», di poeti minori (vedi la voce «beatrice» nella V.ª edizione del _Vocabolario degli Accademici della Crusca_). Trovo poi un cinquecentista (MATTIO FRANZESI, in _Rime burlesche_, II, 127) scongiurare il Molza «per le Beatrici»: e quel plurale favorirebbe la impersonalità della ispirazione femminile poetica: ma chi sa che sorta di beatrici, quei verseggiatori di curia romana!
[252] Vedili, con la ricordanza di madonna Nente, nell'edizione Hoepli di questo Studio.
[253] Vedi le cit. mie _Pagine di storia fiorentina per la vita di Dante_, pag. 136, 148, 154.
[254] Vedi nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio.
[255] Vedi nelle cit. Note alla cit. edizione.
[256] _Cronica di messer_ DONATO VELLUTI; pag. 44-45 dell'ediz. Manni.
[257] Vedi nelle cit. Note.
[258] Così scrivevo nel 90. Ma un terzo _messer_ Simone, cugino del messer Simone di Geri di Ricco, venne a farsi conoscere da ulteriori ricerche sui Libri mercantili dei Bardi, per opera di D. LUIGI RANDI (_Il marito e i figliuoli di Beatrice Portinari, Lettera al prof. Isidoro Del Lungo_; nella _Rivista delle Biblioteche_, an. IV, 1892, num. 37-38): un _messer_ Simone di Giuliano di Ricco, che il Randi trova marito e padre, e lo vuole marito della Portinari. Dopo l'accertamento di quest'altro _messere_, la mia ragionevole esclusione del Simone _non messere_ non era più sufficiente a far marito della Bice Portinari _messer_ Simone di Geri; bensì rimaneva sempre, a mio avviso, che il «messer Simone di Geri» era, fra il Due e il Trecento, quello a cui, chi dicesse allora «messer Simone de' Bardi», doveva pensare: e di ciò si veda, nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio, pag. 97-99. Se non che e all'egregio Randi e a me (ristampando nel 91 dall'Hoepli ciò che avevo dato alla _Nuova Antologia_ nell'anno centenario 1890) sfuggì una preziosa testimonianza sul marito di Beatrice, che e il Bandi ed io potevamo aver raccolta a pag. 57 del libro da LUIGI ROCCA pubblicato (cfr. qui nota 57) nel 1891 sugli Antichi Commenti al Poema; in uno dei quali si legge: «mona Biatrice figliuola che fu [di Folco] de' Portinari di Firenze, e moglie che fue di [messere Simone] di Geri de' Bardi di Firenze». E questa è testimonianza positiva, la quale come rende superflue le mie argomentazioni, così invalida quelle del mio cortese contradittore. Il Rocca stesso ha richiamato l'attenzione degli studiosi su quella testimonianza, in una sua lettera a me (_Beatrice Portinari nei Bardi_), pubblicata nel _Giornale dantesco_, fasc. di luglio-ottobre 1903. Al Randi mi professo poi grato per qualche rettificazione, della quale non ho mancato di avvantaggiare la presente ristampa.
[259] § XXIX: «Io dico che, secondo l'usanza d'Arabia, l'anima sua nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno del mese: e secondo l'usanza di Siria, ella si partì nel nono mese dell'anno perchè il primo mese è ivi Tisrin, il quale è a noi ottobre: e secondo l'usanza nostra, ella si partì in quello anno della nostra indizione, cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero nove volte era compiuto in quel centinaio nel quale in questo mondo ella fu posta; ed ella fu dei cristiani del terzodecimo centinaio.» Sull'autentica lezione «Arabia», non «Italia», di quel passo, e sulla interpetrazione (aiutatami dal collega Fausto Lasinio) della dicitura concernente il giorno del mese secondo il calendario arabico, vedi nelle Note all'edizione Hoepli di questo Studio.
[260] Di questa elaborata interpetrazione del passo dantesco mi fece dubitare il ch. dott. E. Moore (_Bullettino della Società dantesca italiana_, Nuova Serie, Vol. II, 1895, pag. 57-58): cioè, se dal computo arabico intendesse Dante prendere addirittura il giorno nove di quel loro mese, com'io ho affermato; o semplicemente (come il Moore crede, confrontando il testo dantesco a un capitolo dell'_Astronomia_ d'Alfragano) che Beatrice, morta la sera dell'8 giugno nostro a un'ora di notte dovesse, secondo quel computo, considerarsi come morta il 9, perchè gli Arabi incominciano il loro giorno dal tramonto del nostro precedente. Vedi anche PAGET TOYNBEE, _Ricerche e Note dantesche_; Bologna, Zanichelli, 1899: pag. 54-57. Nella interpetrazione integrale del giorno e mese consentiva meco il Casini in ambedue le pregiate sue edizioni (Sansoni, 1885 e 1891) della _Vita Nuova_.
[261] Vedi sopra, a pag. 112; e più addietro, a pag. 16: e una pagina (1105) del mio libro _Dino Compagni_ ec.: e nelle note all'edizione Hoepli (pag. 101) di questo Studio, lo stanziamento di lire duemila, fatto dal Comune per procurare matrimonî di pubblico interesse fra Tosinghi e Lamberti.