La donna e i suoi rapporti sociali

Part 9

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In quanto a me, tenera di tutto ciò che tende a spiritualizzare l'umanità, ed a sempre più nobilitare uno stato che dallo apparire amabile, utile e venerando si reca a conseguenza maggior purezza di costume, credo, e fermamente credo, che il connubio debba recarsi a fine morale lo perfezionamento dell'un sesso e dell'altro; ed in vista di ciò ammiro la legge della indissolubilità che sembra emergere da siffatta credenza e proporsi un cotale intendimento.

Ma io tengo per fermo che nè l'uomo nè la donna possono perfezionarsi in una unione qual'è voluta dalle nostre leggi e dai nostri costumi. Ed invero, che volete mai impari l'uomo da una creatura priva di senso morale, educata nè più nè meno che per piacergli, per obbedirgli, per ammirarlo, per adorarlo, per credere nella sua portentosa sapienza, per piegarsi in tutto e sempre alla sua volontà onnipotente, per toglierlo a norma e legge d'ogni suo operare? Se quest'uomo si tiene un po' di ragione e di moral dignità, deve sentirsi a stringere il cuore di vedersi a fianco una creatura così nichilita, o meglio questa larva di essere umano.

Voi mi direte; egli la può educare, e risollevare l'anima sua; vi domando scusa, gli bisogna rifarla. Quando tutta una educazione non ha avuto per iscopo che di cancellare fino all'ultima traccia ogni sintomo di vita morale, in ragion d'ordine col quale si manifestava; quando una educazione non ha avuto per iscopo che di degradare l'essere umano al vile stato di cosa, quasi adirandosi con Dio e colla natura, che abbiano voluto intelligenza e volontà locare là dove l'uomo non crede averne d'uopo, credetemi, è utopia supporre, che possa quell'anima riabilitarsi non meno che risorgere un cadavere fradicio.

E che volete mai, a volta sua, impari la donna, da un uomo beatamente convinto della propria eccellenza; la qual convinzione gli fu in cuore piantata e ribadita dai costumi che creano per lui una morale dagli ampli margini; dalle leggi che lo estimano sempre _capace_ anche quando è ignorante, sempre moderato ed onesto anche quando gli abbandona la donna senza controllarlo, sempre virtuoso anche quando le sostanze sciupa o disperde per conto di vizii e passioni? Credente fermamente nella legittimità della sua potestà, egli sa dare fino all'amore l'impronta ed il suggello del dispotismo, ed è ben lungi dal credere che la sposa sua possa direttamente o indirettamente pretendere a modificarlo.

Nè crediate ch'io v'abbia posto sott'occhio due casi più o meno rari; mai no! Quella donna è la donna che ogni madre, ogni istituto vorrebbe aver educata ed ogni uomo proclama una buona moglie; quest'uomo, è l'uomo dei nostri costumi, è l'allievo dei nostri codici, e troverete a questo tipo generale poche eccezioni fattibili.

Certamente che, se avviene che s'accoppii una di queste eccezioni virili, con una eccezione del sesso femminile, allora sono in grado di presagirvi un felice connubio; e come due belle tinte nel loro accostarsi si danno reciprocamente maggior risalto ed una ammirevole armonia ne risulta, così dall'uomo e dalla donna che reciprocamente si apprezzano e ragionevolmente e santamente si amano, è ben d'uopo n'esca il morale perfezionamento dacché non può l'amore essere eterno se non in quanto lo cementi la virtù.

I successivi delirii del cuore sono domabili quand'egli si rechi in fondo un'immagine venerata, e gli farà costante ribrezzo l'idea di sopra edificarvi l'altare ad una divinità meno nobile, e meno pura.

Come il tempo purifica e legittima l'amore, così l'indissolubilità di quel nodo è l'aureola di cui si cinge un'unione, di cui più santa e feconda non saprebbe escogitarsi.

Direste voi che qui non v'abbia che conservazione e propagazione di specie? No. Qui vi ha tutta una scuola di perfezionamento. È l'orgoglio domato alla vista del merito; è la debolezza rinfrancata dalla forza; è la durezza che si ingentilisce; è il sentimento che si sposa alla ragione; è un re che si toglie volontario le insegne usurpate della signoria; è una nazione che lo ricambia colmandolo di gloria e d'onore; è la fermezza che non degenera nell'inflessibilità perchè la pietà e la clemenza le sussurrano istancabili all'orecchio i loro soavi consigli; è la pusillanimità che il cuor si dilata sentendosi vicino la ferma colonna della forza; è lo spirito dettagliato ed analitico disposato allo spirito complesso e sintetico d'onde risulta completa la scienza; è l'amor del concreto che doma gl'indiscreti voli dell'astrazione; è questa che quello spinge e solleva verso la filosofica speculazione donde nasce il vero; è una corrente insomma, luminosa e vitale, che due esseri identifica così da farli ciascuno a sua volta agente e paziente, modificato e modificatore, illuminatore ed illuminato.

Davanti a sì sublime armonia di due esseri umani, è impossibile non riconoscere, che il matrimonio non debba al solo interesse della specie ridursi, ma costituire una società vera nella quale si dà e si riceve, e dove l'utile deve essere proporzionato alla somma del valore impiegatovi.

Fuori di queste proporzioni sta l'ingiustizia, sta l'ineguaglianza, sta lo arbitrio, colle quali cose tutte è incompatibile il morale utile e l'avvanzamento degli associati.

LA DONNA E LA SOCIETÀ

Ovunque pensa, parla e si agita una esistenza, la sua vita importa a necessaria conseguenza un movimento, una modificazione, uno spostamento, per così esprimermi, fra le altre che sono intorno a lei, che cercano stabilire e conservare con essa armonici rapporti.

Così, fin da quando natura ci dà, al dire di madama Sand, alla libera espansione della vita, noi ci vediamo circondati da una piccola società composta da amici e consanguinei, raccolti a festeggiare la nostra entrata nel mondo, a stringere con noi vincoli di benevolenza, alla quale per dovere di esseri sociali dobbiamo rispondere. Ma i diritti ed i doveri datici ed impostici da codesti rapporti sono troppo noti, troppo naturali, troppo costanti perchè occorra arrestarvici. Il naturale buon senso, e gli usi della nostra società rispettano ed amano questi rapporti, che, cresciuti e sviluppatisi con noi, fanno parte delle nostre abitudini, ed estendono per così dire i confini della famiglia.

I rapporti più importanti per noi sono quelli che noi stessi formiamo col nostro carattere speciale, coll'educazione che ci viene impartita, che ci porta verso un dato elemento sociale piuttosto che verso un altro. I doveri scaturiscono e dallo elemento col quale siamo assiduamente a contatto, e dal grado di suscettibilità che con noi rechiamo intellettivo e morale, e dai bisogni dei tempi e dei luoghi. Laonde, sviluppato lo spirito, il cuore educato, più non rimane a farsi da noi che la semplice applicazione delle apprese dottrine.

Farà egli bisogno per esempio di dire ad una creatura, che ha cuore, chè si faccia al letto del malato, o di chè abbisogni il poverello, o che cosa diffetti l'ignorante?

A niuna di voi, gentili signore, che onorate questo mio libro della vostra lettura, a niuna di voi, per fermo, mancò nella colta educazione, che riceveste, nozioni sì elementari di virtù e di morale, e già tutte le praticate. Non foste voi viste pochi anni or sono, durante la guerra dell'indipendenza, tutte quante trasformate in infermiere? Gli annali della beneficenza non si adornano dessi forse dei vostri nomi dalla prima all'ultima pagina? E non forse voi fondaste sotto mille forme e denominazioni scuole, asili, istituti d'educazione pei figli del popolo? Io non posso che altamente lodare queste espressioni moltiplici e proteiformi dell'innata gentilezza e sensibilità che fa l'onore del sesso femminile, e mi rende orgogliosa d'appartenervi; ma se tutto ciò bastava in altri tempi di più scarsa luce intellettuale a far di voi gli angioli della umanità, ciò è troppo poco per oggi in cui la filosofia deve averci meglio illuminate sui veri interessi della umana specie.

Fare ad altrui del bene non solo è dovere per tutti, è anche per tutti un diritto, ed un diritto che l'anima generosa si divora nell'impotenza di compiere; ed oh quale ingiustizia se al sol denaro fosse possibile questa suprema gioia del cuore! Ma no; a tutti la rese il vangelo possibile rivelando agli uomini l'amore, e facendone loro una soavissima legge all'infuori della quale l'umanità si travaglierà in un affanno perpetuo nella confusione delle idee e dei sistemi.

Sì, la sapienza degli uomini è all'apice. E statisti e filosofi, legislatori, ed economisti portarono alternativamente, esperienze e principii, istituzioni e sistemi, ma nessuno di questi farmachi riescì ancora a guarire l'umana società dall'angoscia intestina. Il quadro dell'umanità ci presenta una lunga scala sulla quale sfilano i dolori e le miserie di tutti i secoli, dalla bestiale antropofagia fino alla servitù dei due terzi della specie, fino ai sistemi applicati del più satanico macchiavellismo.

Nelle vergini foreste del nuovo mondo abbiamo uomini tuttora ai quali non è dato notizia neppur d'umana favella; interi popoli abbiamo viventi di preda come le belve in fertilissime terre; in Africa è l'esportazione dei negri che fende il cuore; nella China è l'infanzia esposta e derelitta; in tutto l'oriente è la servitù della donna, è l'evirazione di tante migliaia, è l'infame abrutimento degli oppressori. In tutto il mondo incivilito è la lotta della oppressione e della tirannide, dei principii e degli interessi, della ragione e della forza, del sentimento e dello egoismo. Oh chi soccorre a tanti mali, chi diraderà sì fitte tenebre d'ignoranza, chi consolerà tante miserie, chi domerà tante passioni, chi imporrà silenzio a sì spudorati interessi, chi curerà questo gran malato che è l'umanità, che indarno sempre esperimentò medici e trattamenti? l'abbandoneremo noi alla sola forza medicatrice che dà natura col suo perpetuo desiderio d'equilibrio e di benessere? Sì, il tempo avvanza e non indarno; ma questo cammino non ci condurrà alla meta che con dei secoli, e frattanto? e frattanto si demoralizza la società, si comprano e si vendono anime umane, si sparge sangue di popolo, si versano lagrime, si combatte, si soffre, si bestemmia e si muore!

Faremo noi coro alla filosofia del _diritto solo_, e facendo alla nostra malata la diagnosi del suo malore le diremo, è l'inerzia che arresta nelle tue vene la potente circolazione, e mentre lascia diacciate ed anemiche le fonti vitali, produce parziali congestioni restando così deviato quell'umor prezioso che deve diffondere vita e calore in tutto il corpo? oppure, è la servitù e la ignoranza che ti travolgono piedi e mani legate nel sudario, e ti lasciano dissanguata in preda a tetanici sussulti? Alzati dunque e cammina, tu hai diritto al moto; respingi da te le bende mortuarie, tu hai diritto al benessere ed alla gioia! Sì è vero, i diritti stanno, ma non è ella una spietata ironia dire alla puppilla inferma, tu hai diritto di vedere! all'ignorante, tu hai diritto di sapere! al zoppo, tu hai diritto di correre?

Oh curiamo prima l'occhio malato, eppoi diciamogli guarda! coltiviamo quel cervello eppoi diciamogli studia! distendiamo quei tendini eppoi diremogli cammina!

L'umanità ha bisogno d'essere amata, sinceramente e vivamente amata, ed amata senza altra passione che del suo bene, senza altro interesse che del suo meglio.

Amare! Ecco il divino concetto, ecco il miglior dei sistemi, la prima delle filosofie, il più efficace dei farmachi, la più sapiente delle legislazioni, il principio e la fine della scienza sociale.

Quel malato migliora, che ha nel suo medico gran fiducia. Quell'esercito marcia infallibilmente alla vittoria, che è condotto da un duce che adora. Niuno dorme sonni più beati del bambino in grembo alla madre.

L'umanità sarà di chi saprà amarla, e di chi saprà provarglielo meglio. Ciò non capirono in nessun tempo i despoti, e non fecero; egli è perciò che sono ora ridotti a tremare, circondati da mille spade; egli è perciò che sentono con ansio spavento i fremiti dei popoli servi, perenne minaccia allo edificio loro, sull'arena fondamentato.

L'uomo, dal più grande al più piccolo, dal più dovizioso al più mendico, dal più sapiente al più ignorante, e selvaggio e civile, ha bisogno d'affetto, e dall'affetto solo si lascia vincere e domare, per l'affetto è qualche cosa, egli ne ha fame e sete, è la sua vita e la sua forza, senza di questo egli si isola; poi si deprava, quindi odia mortalmente tutta l'umanità.

L'intelletto è orgoglioso, ed osa nella sua alterigia sfidar la ragione, e per non curvarsi al suo supremo arbitrato trova il cavillo e chiama il sofisma, e la civilizzante filosofia trovasi in faccia alla insuperabile barriera d'una volontaria ignoranza. La materia è sostanza bruta, i suoi desiderii hanno angusti i confini. «Il molto studio è fatica alla carne» disse Salomone; e la filosofia trovasi in faccia alla resistenza della massa inerte e massiccia. Il cuore solo è il lato debole dell'uomo, ed è questo che dovete cinger d'assedio e prender d'assalto; preso e domato, il resto non chiederà bentosto che di capitolare.

Cristo insegnò una dottrina e ci diede un esempio; e l'una e l'altro importano a seguirsi sforzo e violenza, abnegazione e sagrificio; e queste cose cotanto difficoltose alla umana natura veniva egli a chiederle nel secolo il più depravato e corrotto di cui le storie ci parlino. Ma questa dottrina era la teoria dell'amore, quell'esempio era la pratica dell'amore e gli uomini amarono il Cristo e la sua legge; a migliaia ed a milioni si coscrissero nella sua chiesa; per lui spregiarono la vita e versarono il sangue; per lui si scoronarono i principi, e nello intendimento di onorarlo e di piacergli, ozii e libertà, gioie e mollezze lasciarono a mille e a mille per le perpetue reclusioni e le aridi solitudini dei deserti.

L'umanità da educare ed incivilire, da illuminare e soccorrere, ecco il lavoro che incombe a tutti coloro che avendo una educazione avuta e dei lumi, trovansi in grado di dare ad altrui ciò ch'essi stesso han ricevuto.

Mi chiedete voi del mezzo a ciò fare? Io rispondo, coll'amore; A qual fine? Affinchè gli uomini si amino. Con qual ricompensa? Gli uomini si ameranno. Ed io concepirei ben sinistra opinione di quella che queste pagine leggendo, trovasse quel fine e quella mercede insufficienti a quel mezzo ed a quella fatica.

Ora chi mai convinto, che colla potenza dell'amore soltanto si potrà consolare, soccorrere, civilizzare questa povera umanità; chi dico, non si volgerebbe tosto alla donna? Non è ella quella creatura, sublime scialaquatrice d'affetti nella quale ogni pietà è innata, e tutta di sensibilità è plasmata? L'uomo non è giovine, che una volta sola in sua vita; ma la donna non reca ella in sè stessa i facili entusiasmi, l'indomabile speranza, la generosa ammirazione del grande, l'amore del sacrificio, che serbano intatta ai tardi anni la balda gioventù dell'anima? Non è dessa quella creatura nella quale così difficilmente s'insinuano i freddi consigli d'una egoista prudenza che medita per secoli, discute con dei volumi, e non trova un dito mai per operare? Non è alla donna il cui cuore è il serbatoio del sacro fuoco dell'amore, al quale Iddio affidava tutte le generazioni, a fecondare in esse i germi degli affetti, che fanno cogli entusiasmi giovanili le fronde ed i fiori, e i frutti recano nella matura età di sociale benessere? Non è egli alla sua voce insinuante che natura sposava la persuasiva? Non è egli davanti al suo dolce sorriso, ed al suo sguardo innocente che il figlio del popolo può deporre i secolari rancori contro le caste che sì a lungo l'oppressero?

Gli uomini hanno fra loro vecchie ruggini; essi lottarono e colla forza brutale e colla astuzia ridotta a sistema, laonde si guardano tra loro torvi talora e diffidenti: ma la donna vittima sempre fra i grandi e fra i piccoli, nell'antichità e nell'attualità, la donna porta le mani pure di sangue non suo, e la mente vergine di errori volontarii. La sua puppilla ebbe lagrime per tutti i dolori; la sua borsa si aprì a tutte le miserie; le sue simpatie si pronunciarono per tutte le sventure, e non indarno mai le fu additato un bene che da lei dipendesse.

Faccia pur Cicerone ad Augusto una lunga orazione con tutte le risorse dell'eloquenza per indurlo al perdono; lusinghi la sua vanità, si raccomandi allo splendor del suo nome, ed ottenga così dalle titillate passioni, ciò che non otterrebbe dal duro cuore. Vincenzo de' Paoli invece, dirà ad Anna d'Austria «Madama il vostro popolo ha fame». Ho dato tutto, ella risponde. Anche le vostre gioie? insiste egli; ed ella non ripeterà verbo, e correrà al suo scrigno, e glielo consegnerà quale si trova.

Non è duopo di lunghe orazioni a muovere il cuore della donna; veda ella il bisogno e lo comprenda, e basta. Il suo cuore istesso serve d'oratore e d'argomento, di peroratore e di convinzione. Sia dessa o no, frivola e leggiera, non monta. Il suo volubile spirito si arresta, medita, si solleva, un angoscia lo preme; l'immagine di quella sventura la perseguita come l'ombra il corpo e la tormenta; ella non resiste più, si sente infelice, ha bisogno di togliersi quella mestizia; ed ecco che astraendo un momento da ciò che il mondo chiama la sua vita brillante, dimentica l'umido e le infreddature, gl'incomodi e le molteplici esigenze della vanità; supera il fango e la polvere, il sole e la neve, e va instancabile, viene e ritorna, ascende la scala del povero, infrange la consegna del ricco, e tanto fa e si adopera col cuore, colla parola e colla mano che ha raggiunto alfine lo scopo, e lieta ritorna e fiera del suo trionfo più assai che della ammirazione e dei plausi che tante volte raccolsero nei brillanti convegni del mondo gaudente.

Non crediate però, lettrici mie, ch'io non vi parli, che dello sterile soccorso, che voi deponete nella mano che si stende verso di voi supplichevole. Fra tutti i modi di soccorrere ai materiali bisogni è questa la più imperfetta, e lasciatemi dirlo, la meno morale, e non può essere giustificata che dell'urgenza del bisogno, ma è quella pure che ridotta a sistema ed organizzata su larga scala, perpetua la mendicità, ed abrutisce lo spirito. Come può mai un essere dalla mente civilizzata vedersi davanti supplichevole e seminuda una creatura qual'è l'uomo ricco d'intelligenza, forte di braccio, non ad altro occupando la inerte sua vita, che nel distendere servilmente al suo simile la mano colla voce piagnolosa ed il languido sguardo? E qual diritto ha egli mai un uomo d'imporre al suo simile una tanta degradazione? Qual diritto ha egli di subordinare al suo arbitrio e capriccio l'esistenza d'un suo fratello? Questo sconcio che è l'accatonaggio va scemando più sempre coi progressi della industria che distribuisce più universalmente la ricchezza, laonde le mie parole non andando a colpire un fatto che vi si presenti su grandi proporzioni vi parranno per avventura troppo severe.

Certo i nostri tempi differiscono assai dagli scorsi secoli nei quali ogni convento (e ve n'erano ad ogni svolto di via) vedeva ogni mattina raccôrsi sotto gli esterni portici una sterminata quantità di mendici d'ambo i sessi, e di tutte le età, che spettavano la quotidiana limosina. Che ne derivava da ciò? Ne derivava, che la maggior parte della umanità nelle nostre contrade vivesse pendente dallo arbitrio dei meno; ne derivava, che tutte quelle misere genti fossero serve consacrate di quei signori; ne derivava, che intere popolazioni non per altro vivessero che per istendere umile e timida la mano alla scodella limosinata, curvarsi fino a terra all'aspetto di un frate, baciar servilmente il lembo della sua tonaca e la corda della sua cintura. Ne derivava, ch'elleno si educassero al sentimento demoralizzatore della propria nullità, alla tolleranza della più provocante tirannide, all'ozio eterno donde la miseria perpetua.

Lo stesso avveniva intorno ai forti castelli dei signori, dove una pietosa faceva distribuire costanti e quotidiani soccorsi. Quei costumi erano fatti per perpetuare il dispotismo feudale e la schiavitù personale. Come avrebbe mai potuto quella plebe emanciparsi dalla sistemata concussione de' suoi signori, senza cominciare dal rifiutare il loro pane, e dal vivere senza la loro sprezzante limosina? Ed ecco ciò che si fece, ed oggi quei terreni, che allora erano incolti, sono ricchi ed ubertosi, e l'agricoltore mangia il pane sudato all'ombra degli alberi da lui piantati, ed accosta il ricco colla fronte alta dell'uomo che nulla cerca, fuorché il credito suo.

Ora, diminuite le proporzioni e l'accatonaggio, in faccia ai principii dell'umana libertà e dignità, presenta tuttavia la sconvenienza medesima. Soccorriamo al corpo provvedendo il lavoro, suppliamo alla debole potenza dell'operaio largheggiando nella mercede: ma non dimentichiamo mai la sua dignità d'uomo, il suo sacro diritto di vivere indipendente dal capriccio nostro; nè vogliamo colla impertinente elemosina buttargli in viso quell'insolente concetto che la limosina esprime e che val quanto dire: _vivi anche oggi, te lo concedo_.

So pur troppo, che taluni fra gl'indigenti privi affatto di luce morale (e come l'avrebbero?) e vieppiù demoralizzati da una falsa beneficenza, che apre la borsa e la porge senza abbadare alla mano che vi si immerge, non sentono la umana dignità, e volontieri fanno inchini e genuflessioni, ed a tutto si abbasserebbero purché oziosa trar possano e vagabonda la vita. Lo spettacolo di questi uomini doppiamente infelici, perchè spinti dalla stessa beneficenza nello stato selvaggio, ed accoppianti la miseria dello spirito ai cenci del corpo, anzichè scoraggiare la buona volontà, deve vieppiù eccitarla.

Pur troppo ben poco può farsi sulla generazione già adulta, incallita nell'ozio e nel vizio, ma tutto può farsi e con esito certo sulla nascente. Oh si dilati l'istruzione; si dia al figlio del popolo la coscienza di sè e della umana dignità, si incoraggi colla stima che mostriamo portargli, non dimentichiamo che egli è il più importante dei sociali elementi. È il popolo che costituisce gli eserciti; è il popolo che innonda le nostre città; è il popolo che provvede a tutti i nostri agi e bisogni; è il popolo che coltiva le nostre terre; il popolo farà senza di noi, ma noi meschini senza di lui. Donde emerse lo spregio della plebe adunque se non dal guardare leggermente ogni cosa? Il popolo è tale una potenza che perfino il dispotismo più sfrenato sente bisogno d'aversi la sua sanzione o di fingersi averla. Ogni setta, ogni partito vuol averlo amico, perchè cessa col popolo d'essere partito e setta, e diviene coscienza universale. Ma mentre ognuno, per poco rifletta, è forzato d'ammettere la vera sovranità del popolo, pure, illusi dalle apparenze, sedotti noi dalla lunga abitudine di guardarlo dall'alto, ed egli stesso avvilito della sua povertà, abrutito dalla lunga servitù e dallo spregio, perde ogni senso di dignità e tenta stordire i bisogni, ed attutire i dolori, abbandonandosi inerte alla miseria, affogando nelle orgie la troppo scarsa mercede d'improbe fatiche, donde poi sempre più misero n'esce ed abrutito.

Eppure questo colosso, i cui fermenti fanno talora impallidire i tiranni, e che, spinto al colmo d'ogni sua pazienza, si erge gigante, recide teste coronate, intere caste travolge nei flutti dell'ira tremenda, e di tutta una regione non lascia che un oceano di sangue, nel quale si affoga la tirannide di tanti secoli (e così bene, che niuno sforzo di potere o di casta saprà tutta risorgerla) questo terribile elemento non si cura, non si educa, non si tenta dargli alcun principio, non si rispetta, e non si smettono sul conto suo pregiudizii ch'egli così ben vendicò sui padri nostri.