La donna e i suoi rapporti sociali
Part 8
Da questi, seguendo l'uso naturale delle cose, si volga agli oggetti tutti che gli vengono di mano in mano a portata coll'ordine stesso della natura senza nulla forzare, nulla violentare. L'uomo è così fatto che fin da quando coi primi vagiti chiede l'alimento del seno, soddisfatto appena questo imperativo bisogno immediatamente si volge a studiare il mondo che lo circonda; e cominciando dallo spiegarsi dinnanzi le sue dita, sorride ai loro movimenti e si addestra a muoverli e ad usarle. Indi si volge agli oggetti che si ha a portata, li palpa, li agita, ma non avendo le sue manine ancora nozioni alcuna delle diverse sensazioni tattili a determinarsi la natura loro, e non avendosi che il palato che pel fatto della nutrizione ha già acquistato nozione della propria funzione, mette ogni cosa a contatto di quello per respingerlo quindi se il palato non lo approva, o tenerselo caro se avvien che lo gusti. La luce è pur essa continua attrattativa al bambino sendo che è fenomeno che colpisce la sua tenera retina tutta nuova a cotal sensazione, talchè veggiamo nei bambini prodursi sovente lo strabismo per la loro insistenza e guardarla in onta alla difficoltà che a ciò fare risentano dalla situazione laterale in cui è posta da madri o nutrici poco accorte.
Famigliarizzato colla vista degli oggetti che lo circondano, il bambino non si chiama soddisfatto; di raro anzi avverrà che si possa due volte cessarlo dal pianto col medesimo oggetto. La sua insaziabile curiosità cerca sempre il nuovo, e co' suoi movimenti, e co' suoi ripetuti sguardi, e colla velleità frequenti del pianto, e colla irrequietezza che lo tormentano, accenna continuamente ad un nuovo pascolo di cui i suoi occhi ed il suo spirito hanno bisogno.
Egli vuol provare una dopo l'altra tutte le sensazioni, e dopo aver esaminato l'oggetto ed accontentata la facoltà visiva, lo batte ripetutamente sul suolo o contro un corpo duro, ed attento gusta del suono e se ne diletta e compiace, indi lo scompiscia fra le mani, lo applica al palato, se lo pone sotto i piedi, e lo studia insomma, lo investiga, lo esperimenta con tutti i mezzi che sono da lui conosciuti, con tutti gli strumenti che nei sensi gli ha natura forniti.
Ed ecco i procedimenti delle natura. Partire dal noto per disquisire l'ignoto, dalla parte per arrivare al tutto, dal visibile per dedurne lo invisibile, dal concreto per derivarne lo astratto, dalla analisi onde fare con perfetta coscienza la sintesi.
Tutte le astrazioni che vediamo al bambino insegnarsi nei nostri imperfettissimi sistemi d'istruzione non sono che un magazzino di vocaboli orbi per lui di relativa idea, che la sua memoria è forzata d'accatastare, e ritenere, e che ad onta d'ogni sforzo s'affretta di sgombrarne, per lasciare il posto di naturale diritto alle idee che vi entrano pel tramite possente delle sensazioni. Le porte dello spirito sono i sensi, tutto ciò che vi entra d'altra parte arrischia forte di non farvi lunga dimora.
Non è egli deplorevole che un fanciullo italiano conosca tutte le diramazioni del Rio della Plata, e tutte le campagne da lui irrigate, ne conosca tutti i tortuosi giri e dove è confluente, e dove mette foce, eppoi ignori, quali acque bagnino la sua città natale?
Non è egli risibile ch'egli discuta le leggi di Licurgo, e le Dodici Tavole, eppoi non sappia da quali istituzioni è più o meno tutelata la sua persona e la sua proprietà? Non è egli fuor di ragione ch'egli vi parli della guerra dei Titani nella greca genesi e conosca i più minuti particolari dell'assedio di Troja, eppo sia completamente straniero ai sanguinosi rivolgimenti che svolsero la libertà italiana, e le generose aspirazioni non rivolga al compimento dei patrii destini, e l'omaggio riconoscente e giusto, non serbi alle migliaia di martiri che sul campo, come dai patiboli, dalle prigioni e dall'esiglio fecondarono i semi della filosofia e prepararono l'attual civiltà?
Studii adunque la madre l'ordine dalla natura stessa insegnato nel progressivo sviluppo della intelligenza, vigili attenta, sorprenda sollecita, ed assecondi assidua la curiosità del bambino incessantemente provocata dalli esterni oggetti, non si rifiuti giammai di soddisfare alla lunga serie dei _perchè_ così provvidamente abituali nella infanzia, e scaturendo le idee dalle sensazioni le ponga alla portata del tenero intelletto non ancora maturo alle ontologiche astrazioni.
Certo che dovendo la madre continuare il più tardi possibile l'educazione del figlio, deve ella stessa prepararsi al difficile ministero colla coltura dello spirito, la elevazione della mente, e la morale abnegazione che la diverta completamente da ogni frivolezza e tutte rivolga le sue facoltà al serio compito di formare l'uomo. — Egli è perciò che fin dal principio di questo lavoro dicevamo che se il solo istinto materno basta al disimpegno delle materiali cure per quanto assidue e penose, che esige lo allevamento dell'uomo animale, non bastano certo per la educazione dell'uomo morale ed intellettuale. Occorre ed urge, e seriamente urge che la donna si convinca di questa verità onde più non avvenga siccome finora accadde che impegnandosi nel grave assunto della madre di famiglia, non creda puramente e semplicemente di porsi nella naturale condizione di tutti gli esseri che natura indistintamente chiama alla generazione, e di farsi una posizione sociale, ed assumere un nome col quale è presentata al mondo e consegnata ai pubblici registri. No, tutte le generazioni passano per le mani della donna, la quale trovasi con esse tutte in rapporto di causa ed effetto. Dalle fiere donne di Sparta nacquero i più grandi eroi della indipendenza, dalle altiere matrone di Roma nacquero i conquistatori del mondo, dalle mollissime ed abrutite donne d'Oriente nascono gli effemminati e retrivi musulmani, e dovunque e sempre, lo stato morale della donna è il termometro che segna esattamente i gradi della civiltà, della coltura, del carattere morale dei popoli e dei tempi.
Gli è in vista di ciò, e ad arte ch'io ho parlato del materno ministero prima che del matrimonio, fatto che deve pur precedere quelle funzioni; e perchè non ignara, non astratta, non indifferente ella deve incontrare quel nodo che di tanto peso la grava, di sì importante missione, e di sì grave responsabilità.
La scelta d'uno sposo è per la donna question capitale, e resa vieppiù capitale dalle nostre imperfette istituzioni che assoggettando assolutamente in tutto e sempre la sposa al capriccioso arbitrio del marito, il quale assume sopra di lei un autorità senza limiti e senza controllo; ne assorbe affatto l'autonomia, come la copre col suo nome, e la nasconde dietro la sua personalità. In questa condizione di cose, se una illuminata educazione, se la coscienza del giusto e del vero, dei diritti e dei doveri non ha creato nella donna un carattere morale, ella si troverà ben presto ridotta ad essere relativo, che continuamente si modifica, ed elasticamente si piega a tutte le morali situazioni create incessantemente intorno a lei da quell'essere che pensa, parla, ed agisce per lei, che l'assorbe nella sua vita, che ne' suoi rivolgimenti l'alza o l'abbassa, l'arresta o la trascina come il corpo fa dell'ombra sua, che affatto la scancella infine dal numero delle unità.
E tale infallibilmente dev'essere la donna quando non è saldamente informata ai principii, e così vien trattata da qualunque uomo il quale trovi l'innato orgoglio legalizzato ed appoggiato dal valido puntello di istituzioni fatte _da lui_ e _per lui_, e nelle quali egli, ben lungi dal considerare la donna dietro i principii del naturale diritto, non la guardò tutt'al più che come una creatura dalla debole fibra, alla quale concedeva un protettorato, e s'applaudiva altresì di trovarsi cotanto generoso.
Eppure alla vista di sì miserrime condizioni serbate alla donna sposa, condizioni che non possono modificarsi che davanti a quella fortissima, gigante divoratrice potenza che è l'amore, la quale ridendosi dell'uomo, de' suoi codici, del suo orgoglio, del suo geloso esclusivismo, lo soggioga, lo vince, lo abbatte, lo fa vittima dei suoi stessi desiderii, e servo della sua medesima forza, epperò schiavo della donna, lo riduce a cercare ogni arte a gradirle, a tentare ogni impresa a piacerle, a smettere ogni atteggiamento da padrone per addottare gli atti ed il linguaggio del supplichevole; davanti a questo fatto, dico, reso ancor più significativo dal contrasto delle nostre istituzioni, il quale ammonisce la donna sulla natura de' suoi veri interessi, e dovrebbe solo determinarla, che cosa fa dessa per lo più, in cose di tanto momento che tutta la riguarda, e sola, e per tutta la vita? Che fa? Mi sia concesso il dirlo usando d'una comunissima frase giornalistica. Ella brilla per la sua assenza. Uditelo voi stesse della mordace, ma pur veridica penna dell'immortale Parini
«_Non di costume somiglianza or guida_ «_Gl'incauti sposi al talamo bramato,_ «_Ma la prudenza coi canuti padri_ «_Siede librando il molt'oro e i divini_ «_Antiquissimi sangui, e allor che l'uno_ «_Bene all'altro risponde, ecco Imeneo_ «_Scoter sua face; e unirsi al_ freddo sposo «Di lui non già _ma delle nozze_ amante «_La freddissima vergine che in core_ «_Già volge i riti del bel mondo, e lieta_ «_L'indifferenza maritale affronta_».
Come se le istituzioni che tanto gravano sulla donna non bastassero, concorrono a ciò fare anche i costumi che non saprei donde trassero l'origine, e con quali dottrine giustifichino le loro modalità, e tutto così cospira a spingere la donna indifferente e sovente lieta a quel legame per lei così penoso che la natura sola colla invincibile prepotenza dell'amore dovrebbe forzarla ad accettare. Infatti non saprei perchè, la femminil gioventù debba essere dannata alla perpetua reclusione del convento o del gineceo; perchè nell'educazione che le si imparte altro non si procuri che la sua morale evirazione; perchè sottomessa ai più minuti capricci dei parenti, come più tardi lo è a quelli del consorte, nulla si trascuri per distruggere e nichilare la sua autonomia, per cancellare in lei ogni personalità. E questa nullità morale perdura al di là del termine della minorità legale, ed innoltra costante fino a che pare e piace allo incontrollabile arbitrio dei parenti.
Ottenuta finalmente, come non è a dubitarsene, questa morale nichilità, allora si persuadono i parenti, averla perfettamente educata, ed assumendo allora la direzione assoluta dei movimenti della natura non consultandola in nulla, ma forzandola sempre, si vuol tuttodì intenta ai lavori d'Aracne quando vorrebbe consegnare alle carte i prodotti dello innato ingegno; la si spinge al misticismo, mentre ebbe da natura sortito lucido intelletto che dal gretto, dallo specioso, dal gratuito rifugge; le si pone fra mani uno spartito musicale quando l'occhio suo delira dietro alla sublime armonia della natura e freme in cuor suo di ricopiarla, oppure si sforza e colorire, al che natura non la sortiva, mentre tutta pende affascinata dalla magica arte dei suoni che le vengono vietati; e così mano mano si prepara a sagrificare gli affetti agli interessi, a impor silenzio alla natura per le convenienze sociali, a farsi insomma pieghevole, elastica, non altri principii avendo che le opinioni di chi le sta sopra con tanta prepotenza, non altra credenza che quella de' suoi parenti, non altra autorità che la loro, non altra coscienza che l'opinione pubblica, non altra legge che il capriccio del forte, non altri principii, che una perpetua condiscendenza alla necessità, non altra personalità che il nome proprio, non altra vita che la vegetativa. — E così si soffocano a migliaia ed a milioni le anime, e così si educano le schiave dell'uomo, all'accettazione completa della loro schiavitù, al profondo sentimento della propria nullità, ed al culto supremo della forza. — E tali sono le madri che si preparano alle generazioni illuminate, ai popoli liberi e civili!
Nè si dica qui, per avventura, che se la donna avesse veramente prepotenza di genio, ella riuscirebbe a spezzare i vincoli che da tutte parti la annodano, a sollevare la pietra sepolcrale che la segrega della vita morale, a sbarazzarsi di quel sudario ove si tenta travolgere la sua anima incadaverita; e mi sussurrate di Spartaco e Masaniello, di Colombo e di Galilei, e della lunga serie dei martiri d'una idea, che sfidarono soli i numerosi campioni dell'errore e della tirannide da Davide fino a Socrate, dal primo Bruto fino ad Epicaride, fino al Savonarola, fino a Cola da Rienzo, ad Arnaldo da Brescia, agli eroi della greca indipendenza; fino ai fratelli Bandiera, fino al povero Sciesa, ed al piccolo Balilla; e vorreste con ciò dirmi, che la coscienza del diritto, la potenza del genio e l'energia del volere, se non trova preparata una strada la crea, dove trova elevata una barriera la supera, dove un nemico lo vince, dove un ingombro lo schianta, forte di quella leva che indarno cercava Archimede, che terra e cielo scuote e solleva, e che ogni elemento piega, doma e ricurva.
A cotali osservazioni più diffusamente risponderò nei susseguenti capitoli, quando procurerò dare alla donna appunto la coscienza della sua capacità, rivelandole la sua potenza in ogni lavoro dello spirito, e non tanto coi raziocinii dei quali pochi dannosi pena di disquisirne il valore, od apprezzarne l'evidenza; quanto colla logica imperativa dei fatti che scioglie vittoriosamente i nodi intrecciati dalla più sottile dialettica e rovescia d'un tratto il gratuito edificio eretto dagli interessi e fondamentato da leggiere ed erronee premesse.
Per ora mi basti aver constatato il fatto, che l'educazione che si dà alla donna è quella che tende ad allevare una schiava, ad annichilarla, ad insegnarle la tolleranza del dispotismo, a soffocarle in petto ogni sentimento che non entri nella cerchia degli interessi di chi la signoreggia, a distruggere in fine in lei l'opera di Dio che la sortiva intelligente e sensibile, per ridurla alla vita semplicemente vegetativa dello animale, alla inconscia ed automatica esistenza della cosa.
Ed è a voi, mie giovani lettrici, ch'io dico tutto questo, ed è per voi che lo scrivo, esponendomi scientemente al biasimo di molti che, radicati nel pregiudizio, ottimisti sistemati, e convinti anche, dal benessere che circonda il loro individuo, che cordialmente adorano e teneramente accarezzano, simili all'animale che o beatamente pascoli la ghianda, o fugato sia dalla sferza, senza giammai sognare di levare lo sguardo a disquisire donde il pasto gli venga, o donde la botta, fa di ora in ora, di minuto in minuto ciò che può, o ciò che vuole, ammazzando a gran fatica uno dopo l'altra le giornate, tenendosi sempre il sentimento, la ragione, ed ogni moral facoltà allo stato latente.
Nè schiverò meglio gli scandali farisaici di quegli spiriti divoti che non dal sublime spirito del cristianesimo, nè alla libertà del vangelo educati, ma dal trasnaturamento di quelle divine teorie corrotti e traviati, ogni emancipazione della mente battezzano, orgoglio pagano; ogni ribellione contro l'ingiustizia, e l'oppressione, rivolta al divino volere; bestemmiando così la bontà infinita di Dio essere serva, base e puntello del dispotismo, degli interessi, delle passioni o dei pregiudizii degli uomini. S'egli è possibile di più negare il fatto imperativo della indipendenza della ragione, e di maggiormente invilire Iddio ditelo voi?
Ma come io vi esortava a voler trascurare certe opinioni, che generali anche siano, altro pur non segnano che i gradi d'ignoranza e di cecità intellettiva di chi le propugna, così io feci lungo il mio lavoro, e così farò fino alla fine, a compiere le promesse fatte di preparare la donna dell'avvenire, la madre delle future e più illuminate generazioni.
Che s'egli è vero quel popolarissimo assioma: _Nemo dat quod non habet_, non sarà che sviluppando l'intelletto della donna, che avremo l'uomo sapiente; non sarà che coltivando il suo cuore, che si avranno popoli gentili, non sarà che risorgendola alla vita politica, ch'ella potrà elaborare nelle sue viscere i prodi, che il sacro suolo della patria difenderanno contro prepotenti invasioni, e purgheranno da straniere contaminatrici dominazioni; non sarà che elevando la donna all'altezza delle cristiane vedute, che potrà il mondo purgarsi da quelle pseudo-cristiane dottrine, che tante coscienze comprimono, che tanta intelligenze evirano, che tanti esseri, fanno refrattarii alle leggi della natura ed alla vita sociale, che tanta e pertinace guerra hanno impegnata con ogni filosofia, ogni progresso, ogni umana libertà, che rosseggiar fecero di sangue i nostri fiumi ed i nostri mari, e che tuttora tengono tirannamente vincolato il bel paese, come l'avvoltoio figgeva e rifiggeva nelle carni dello avvinto Prometeo l'artiglio spietato.
Ricordatevi che, pel fatto della generazione, la donna fa l'uomo, e che però l'effetto tien natura sua dalla causa, il frutto dall'albero, la conseguenza dalla premessa; e come la forte e generosa lionessa non genera lo stupido e vile montone, nè la tortora selvatica e piagnolosa genera l'aquila sublime, così dalla donna stupida, inerte, passiva, non esce la prole che floscia, impotente ed appena moralmente larvata.
Ciò ben comprendeva Casti quando scriveva:
«_E inver come potrebbe esservi cosa_ «_Dall'origine sua diversa tanto,_ «_Che se l'origine sua fu difettosa_ «_Abbia di integra e di perfetta il vanto?_ «_Come da fonte limaccioso e impuro_ «_Scorrere umor potria limpido e puro?_»
Ricordatevi che, per le supreme leggi della natura, l'umanità bambina è affidata alla donna, che dopo aver creato l'animale, deve formare l'essere morale. Ma se in quel primo processo la natura ha fatto tutto, qui deve tutto farsi, dalla educazione, dalla coltura, dalla forte e longanime potenza del volere, null'altro da natura ricevendo che l'appoggio dell'immenso ed inesauribile devozione materna, che d'ogni abnegazione e martirio si fa gioia e corona. E questi pensieri e queste meditazioni debbono, o giovinette, precedere il nodo coniugale, il quale non è che il mezzo che vi porge la materia del compito vostro.
E nello improvviso nascer gigante dello amore che esplode istantaneo siccome fosforica scintilla; e nella balda e prepotente sua vita che spinge e trascina, maltratta e divora, tiraneggia, ammala ed uccide talora la più vigorosa esistenza; e nello spegnersi di cotanto incendio che non mai più le morte ceneri intepidisce, chiaro questo vero vi si appalesa, che cioè natura ebbe allo amore affidato la sua forza onnipotente e fatale per conservare la specie, il quale scopo conseguito, muore, non avendo più alcuna ragione di esistenza. Laonde voi lasciandovi all'intutto dalla natura insegnare, apprendete anzi tutto la importanza del fine, quindi la logica del mezzo; e, come alla unione sessuale vi date coll'occhio fisso ed intento alle conseguenze che scaturire ne debbono, in questa quindi consultate il voto della natura dalla ragione illuminato.
E tanto più consultatelo in quanto che, la istituzione del conjugio, perpetuando per anni e per la intera vita, una condizione di cose che non furono volute che dalla prepotente forza d'un giorno e d'un momento, impegna la donna in un martirio prolungato, in una lotta incessante colle successive aspirazioni del cuore e la parola giurata, coi fortissimi reclami della natura e la firma da lei apposta al contratto.
Oh almeno giovani lettrici mie, nei primi tempi del vostro connubbio, nel quale i più tremendi sacrificii si richieggono da voi, accorra almeno la natura con quel fitto velo, che sono i delirii dell'amore, ad attutire le angoscie supreme dell'oltraggiato pudore, ad abbruciare la stilla della offesa verecondia che sorge spontanea sulla ardente pupilla, a velare, colla mutua e libera espansione degli affetti e la divina armonia dei cuori, quelli umilianti rapporti di diritto e di dovere che il contratto sanciva, in onta alla natura, che le due parti accosta colla potenza sola dell'amore in ciascuna delle parti autonomicamente risiedente.
Sarà sempre anche troppo presto che convertito ed assorbito il cuor vostro dalla materna tenerezza, e quello del consorte raffreddato dal pieno soddisfamento delle esigenze sue, e portata incessantemente al di fuori dagli affari e dalli interessi, sole rimarrete in faccia al fine, del quale non era l'accopiamento che mezzo, alla meta della quale il connubio non è che sentiero. Ed allora ambo rinsennati dai fatali ma precarii delirii della passione incendiaria; distrutta quella naturale armonia che senza sforzo faceva i voleri concordi e simultanei i desiderii; ecco la donna, la cui educazione fu passiva e nulla, dividere sè stessa fra il marito ed i figli, serva dall'un canto della forza, dall'altro dello istinto, non riuscendo nè a farsi amare dal marito, nè a farsi rispettare dai figli, nè ad educar questi, nè a smover quello, nè a domare in questi le passioni nascenti, nè a scemare in quello l'orgoglio gigante, risultando ed a quelli ed a questo troppo evidente la sua inferiorità di spirito, l'ignoranza della sua mente, la completa assenza di carattere morale.
Non così quando, spenta la verde stagione dell'amore, che per sè stesso poco esigente, non tenta pur sempre giustificarsi nelle peregrine doti dell'oggetto, ma di sè solo pago e tutta seco recando la materia infiammabile, ama per esaurire la esuberante potenza che lo porta fatalmente ad amare, non così, dico, avviene alla donna la quale, al gratuito dono della natura accoppia o sostituisce le doti imperiture dello spirito e del sentimento.
È pur qui il luogo di ripetere quell'adagio «a cattive leggi uomini migliori» chè sebbene quelle nello affermare la fittizia incapacità della donna non si diedero nessuna pena di fare restrizioni, pure il natural sentimento d'equità dal quale non può difendersi che l'uomo depravato, la forza del giusto e del buono, la maestà della virtù e del sapere che costringe ad inchinarsi la cervice la più orgogliosamente satanica, il culto sciente o spontaneo che molti uomini, la Dio grazie, porgono al vero merito, tutto, dico, come rende la donna gloriosamente atta al fine cui è missionata, la circonda eziandio d'un aureola luminosa che la difende dalla viril prepotenza, che intimida l'uomo, che attutisce nel suo braccio la petulanza ingenerata dalla forza del muscolo e sostituisce in lui a quella ignobile sensazione, che gliela faceva contemplare siccome semplice oggetto e spettacolo di voluttà (che è la suprema delle umiliazioni alla donna dagli istinti generosi) quella deferenza, quell'attaccamento e quella riverenza, che l'armonico e sublime accordo del bello e del grande, della virtù e del sapere, della nobile verecondia e della generosa abnegazione, debbono ingenerare in ogni essere morale.
Dal fin qui detto potrebbe per avventura qualche mia lettrice ricavare, ch'io creda avere il matrimonio per solo scopo la propagazione e la conservazione della specie, nè potersi egli in mia mente disposare eziandio a più nobile fine.
Diversi fra i moderni scrittori hanno considerato l'uomo e la donna non già come unità, ma quali esseri che aspettano dall'unione loro il complemento della loro personalità. Se in faccia agli interessi della specie ciò è assolutamente vero, non lo posso egualmente ammettere nel campo morale, vedendo ognun dei due autonomicamente, nel pieno possesso delle facoltà dello spirito, attivo e produttore.
Mentre invece nel matrimonio per fatto delle istituzioni nostre la donna, abbandonata affatto all'arbitrio del consorte, ben lungi dal completarsi, si evira, ben lungi dall'acquistare, perde, se pure per lo suo meglio eleggerà di sagrificar sè stessa alla pace.