La donna e i suoi rapporti sociali

Part 7

Chapter 73,685 wordsPublic domain

Eccettuata qualche tribù, in cui i Sakemi (_Sagamos_) aprono i loro consigli alle matrone, l'oppressione della donna è consacrata da vecchi costumi. Presso altre tribù, alla nascita d'un bambino, il marito si corica come colpito da grande sventura. Il neonato e l'intiera casa sono sottomessi ad una gran purificazione. Altrove, ai primi sintomi di fecondità, la donna è condotta con lugubre cerimoniale al mare, e durante il tragitto piovono sopra di lei l'arena ed il fango, immondizie ed imprecazioni. E cotali costumi con poche varianti sono comuni alle due Americhe[11]. La licenza dei costumi, e la libidine di dominio, consacrano e mantengono attraverso ai secoli l'oppressione della donna; ed il nostro secolo istesso è testimonio degli sforzi ripetuti e talora infruttuosi, coi quali la invadente civilizzazione tenta assottigliare quello scettro di cui l'uomo abusò tanto.

E che l'uomo più vicino alla natura sia il più dissoluto ed il più tiranno, e che la schiavitù della donna sia voluta dalle sue brutte passioni, tutta la storia dell'umanità lo prova, dal selvaggio, che insegue la donna fuggitiva nei boschi e poi l'abbandona feconda, fino all'orientale poligamia; dalla giovine donna dei Pampas (alla quale chiedete chi sia il padre del bel bambino al quale dà il materno alimento, e tutta ingenua vi risponde Chi può saperlo?) fino alle migliaia di eunuchi che garantiscono le inserragliate dame d'Oriente alla gelosia del Musulmano.

La Tracia, la Babilonia, la Fenicia, l'Armenia ritennero la donna come cosa fiscale, epperò fu soggetta al servizio della prostituzione pubblica prima d'esser venduta all'incanto ad un padrone che dovea tenerle luogo di marito, a cui competeasi altresì il diritto iniquissimo di rivenderla o di disfarsene colla morte. E questo sprezzo rendea le Babilonesi refrattarie al nodo coniugale, fino a credere insopportabile la fedeltà in amore, ed a dichiararla contraria alle leggi della natura.

Gli Ebrei, quando erano sazii della moglie, le facevano bere l'acqua della gelosia, consistente in una specie di ranno benedetto dal sacerdote, da cui l'infelice rimanea gonfia e morta in un attimo. Era poi per quei mariti motivo a ripudiarla l'aver cotta un po' soverchio la carne. In Lidia, la donna non avea chè pretendere dal genitore, ed era dannata a fornirsi la dote nel postribolo.

Nell'Asia, e specialmente nell'Indous, considerata al disotto d'un mobile dacché nasce, anche oggidì si adusa alle catene, costringendone i teneri piedi in calzari di ferro, onde inabilitarla alla comune assuetudine di fuggir la tirannide maritale.

A tal uopo la notte la tengono incatenata siccome belva feroce presso la casa. Quando invecchiasse durante il matrimonio, il marito la strangola. Quando il marito muore prima di lei, dev'essere immolata sul suo sepolcro, anche dalla mano del proprio genitore, ed in taluni luoghi sepolta viva.

Presso i Parti era diritto dell'uomo vendere o disfarsi con la morte della moglie; e questo diritto, era comune al figlio contro le proprie sorelle.

In Egitto, i maschi non assumevano nessun incarico per l'alimento dei genitori, di cui erano gli eredi, e questo peso dovea gravare le diseredate donne, il cui adempimento avveniva col mercimonio dissolutore del loro infelice personale.

Gli Arabi potevano uccidere le donne soverchie che nascevano in famiglia.

I Germanesi e gli antichi Galli, le dichiaravano schiave dell'uomo; laonde alla morte di lui le uccidevano sul suo sepolcro per andarlo a servire all'altro mondo, come lo aveano servito vivente con improbe fatiche.

Questo è vivo uso degli Arabi i quali, nell'inerzia delle loro tende, confidano tutto il lavoro alla schiena della povera donna. Con cinque colonnati, il padre nel deserto vende la sua figlia a colui che la compera, non per avere uno spirito degno della sua affezione, ma per tenersi una macchina confacente a suoi materiali interessi.

La Grecia e Roma, trasportando nella famiglia la dissolutezza filosofica, credevano onorar Venere e le altre lascive deità pagane colla prostituzione della donna, la quale, comperata come schiava, dopo aver concepito figliuoli, poteva essere cacciata ed uccisa impunemente.

In Inghilterra la donna, con una corda al collo, poteva dal marito esser condotta al mercato per vendersi.

Presso talune nazioni del Nord, le mogli sono schiave del marito; appena, colà, la donna mette il piè nei 40 anni, cessa di essere la madre di famiglia ed è sostituita da una moglie giovine.

In ogni paese del mondo infine, dominato da qualunque legge, comunque la donna sembri apparentemente rispettata, pure quel rispetto non è che nominale; la ignoranza le fa spesso subire le crudeli pressioni dei deboli e la impotenza al vero bene cui è missionata.

Difatto presso i popoli che si reputano più civili, perchè influenzati dal cristianesimo, benché veggasi appaiata all'uomo e non si torturi colle neronerie antiche, come appo i pagani; pure, se si mira la incapacità legale che si attribuisce alla donna, la nissuna comunione al pensiero civile per cui non ha attinenze coi pubblici affari del proprio paese, la privazione del sapere giudicata necessaria dai preti corrotti per mantenerla cieca in un'ipocrita castità; se si mira l'imperio maritale che, senza porvi nulla, le toglie anche il conforto di perpetuare il proprio nome nei figliuoli, esclusivo frutto delle sue viscere, e le usurpa il privilegio che la donna madre ha sulla propria fattura, conservato anche dai Romani alla femmina delle bestie coll'assioma sopracitato _partus sequitur ventrem_! e con la forza brutale le impedisce la libera esplicazione del pensiero dicendo proverbialmente, che le parole della donna sono il simbolo della innettezza e non meritano ascolto[12]; se si mira dico a questa incapacità fittizia, a queste opinioni vituperevoli, che pesano sulla donna; ai mille riguardi, vuoti di senso, ma pur penosissimi ai quali è sottoposta da costumi ancor semi-barbari; all'arbitrio del marito, dal quale deve sempre pendere, mentre questi non crede dover darsi alcuna briga di modificare sè od i suoi atti per gradirle menomamente; alla reclusione lunga, ed alla perpetua tutela alla quale è soggetta, così nella vita civile come nella famigliare, se si mira, ripeto, a tuttociò, siamo costretti a confessare che pur troppo l'orgoglio virile, e la forza muscolare, sono ancora in onore presso gli uomini, e la sacra dottrina del diritto non è da essi apprezzata se non in quanto favorisce agli esclusivi loro interessi.

Eppure dovrebbe la Società persuadersi che la donna (questa creatura così intelligente, questo essere così sensibile, questo ultimo _fiat_ della potenza creatrice, questa opera divina, che riassumendo in sè stessa inesauribili tesori di sentimento e d'affetto, ci si appalesa nel sacro carattere materno la più vera immagine di Dio) non potrà disvelare all'uomo tutti i reconditi pregi di che provvidenza l'ebbe fornita, fino a che, abbrutita dalla materiale oppressione, scoraggiata dal morale disprezzo, ignota a sè stessa, priva d'ogni autonomia, giacerà siccome prezioso arnese di cui l'inesperto fanciullo ignori l'uso, e si balocchi fra le mani, e pesti, e trascini, e frantumi siccome cencio da strapazzo.

La donna abbandonata per diffetto di estimazione, per assenza completa d'educazione, per incuria di costume ai suoi soli istinti, dà già per vero alla famiglia tutta sè stessa, nulla da lei ricevendo, fuorchè cure, legami ed umiliazioni; ed in questo stato di cose quale spirito equo e generoso oserebbe alzare inumanamente la voce sui difetti inseparabili dalla umana creatura non solo, ma altresì voluti necessariamente dall'assenza di luce educatrice?

Oh datele dunque la coscienza di sè, si illumini sul principio da cui parte, sul fine a cui cammina si affermi la sua personalità, si sviluppi la sua morale autonomia, le si ridoni la stima a cui Dio adornandola di tanti pregi le diede diritto; ed allora come l'umanità l'avrà valida alleata nella via del progresso, lo individuo la troverà soavissima compagna nella burrascosa mortale peregrinazione; e la vivace e colta fantasia, e lo spirito gentile ed educato, e l'anima ove s'annida innato ogni soave e pietoso affetto, lo faranno lieto di quell'_aiuto convenevole_ che Dio intese dargli quando la plasmava.

Non ha ella già sofferto abbastanza in sessanta secoli d'oppressione questa protomartire dell'umanità? E non è egli tempo che i legislatori si vergognino di avere adunato sulle fronti delle loro madri tanto vitupero, quanto ne agglomerarono colle loro brutali legislazioni? Non è egli tempo che gli uomini ricambiino, con un po' di riverenza e d'affetto, la tenerezza e le cure delle madri loro? La donna, stringendo al petto l'uomo bambino, e nutrendolo dello stillato del suo cervello, dovrà sempre allevarsi con tanto amore un nemico, un tiranno?

L'uomo sarà egli sempre il supremo arbitrato della famiglia, chiudendo così a forza intorno a lui gli affetti della donna che nulla di meglio cercano, che di espandersi a tutto circondarlo della tepida atmosfera della benevolenza, e dello spontaneo e lieto sacrificio?

«V'è un angelo nella famiglia, scrive Giuseppe Mazzini, che rende con una misteriosa influenza di grazie, di dolcezza e d'amore il compimento dei doveri meno amari. Le sole gioie pure e non miste, che sia dato all'uomo di goder sulla terra sono mercè quell'angiolo, le gioie della famiglia. Chi non ha potuto, per fatalità di circostanze, vivere sotto l'ali dell'angiolo la vita serena della famiglia, ha un'ombra di mestizia stesa sull'anima, un vuoto che nulla riempie nel cuore; ed io, che scrivo per voi queste pagine, io lo so. Benedite Iddio, che creava quell'angiolo, o voi, che avete le gioie e le consolazioni della famiglia! Non lo tenete in poco conto perchè vi sembri di poter trovare altrove gioie più fervide, e consolazioni più rapide ai vostri dolori. La famiglia ha in sè un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata. Gli affetti in essa si estendono intorno lenti, innavvertiti, ma tenaci e durevoli siccome l'ellera intorno alla pianta; vi seguono d'ora in ora, si immedesimano taciti colla vostra vita. Voi spesso non li discernete, perchè fanno parte di voi, ma quando li perdete, sentite come un non so che di intimo, di necessario al vivere vi mancasse. Voi errate irrequieti e a disagio: potete ancora procacciarvi brevi gioie e conforti, non il conforto supremo, la calma, la calma dell'onda del lago, la calma del sonno della fiducia, che il bambino dorme sul seno materno.

«L'angiolo della famiglia è la donna madre, sposa, sorella! La donna è la carezza della vita, la soavità dell'affetto diffusa sulle sue fatiche, un riflesso sull'individuo della provvidenza amorevole che veglia sull'umanità. Sono in essa tesori di dolcezza consolatrice, che bastano ad ammorzare qualunque dolore. Ed essa è per ciascun di noi la iniziatrice dell'avvenire».

In questi concetti scaturiti da una gran mente e da un gran cuore, voi leggete che cosa esser debba la donna nella famiglia secondo il divino concetto; ma tale non potrà essere veramente che quando ella sarà estimata e coltivata: se non quando l'educazione e la stima le avranno data la coscienza di ciò che da lei esige la natura, che l'ha con tanto studio elaborata. Ella non sarà l'angelo della famiglia e dell'umanità se non quando e l'umanità e l'individuo la vorranno aver tale, sacrificando all'interesse di tutte le generazioni la vanità del dispotismo brutale, dello antifilosofico esclusivismo.

In quel giorno l'uomo sarà completamente civilizzato in cui, riconoscendo l'autonomia della donna, porrà generoso un volontario confine alle facili esorbitanze della forza; in quel giorno la donna sarà tesoro alla famiglia, quando in soccorso delli istinti pietosi, accorrerà la forza dei principii, scaturiti da una illuminata educazione.

In quel giorno l'uomo sarà completamente civilizzato in cui, sancendo l'ultima libertà della donna, porrà volontario freno alle sue passioni: in quel giorno egli meriterà l'amore della donna quando avrà finito di esigerlo come una gabella; in quel giorno egli coprirà d'infamia la donna infedele quando a sè stesso imporrà, per la stessa colpa, le conseguenze istesse. Fino a quel giorno il marito, la cui moglie é infedele, sarà ridicolo.

Tutto il fin qui detto che potrebbe per avventura sembrare alle mie giovani lettrici una inutile digressione, a me non sembrò tale, volendo io, se mi è possibile, levare dallo spirito vostro il pregiudizio, così facile ad un giovine criterio, che tutte le vigenti istituzioni siano buone; la qual persuasione, meschini noi se tutta l'umanità dividesse, chè la vedressimo in allora arrestare la precipitosa sua corsa in uno dei punti i più intricati del suo morale cammino. Giova non solo, ma è necessario che tutti sappiamo ciò, che si fece, che si fa e che resta a farsi, onde dal passato prender norma nel preparare il futuro, nell'altrui interesse non solo, ma nel vostro altresì.

La donna è, nella società e nella famiglia, tanto più utile quanto più è affermata la sua morale autonomia, quanto più le è concesso d'individualismo, quanto più è colta di spirito: e tanto più inchinevole agli affetti, quanto meno l'atmosfera che respira è agghiacciata dalle fredde esalazioni dei diritti e dei doveri legali.

Ora, in tutta la serie da noi citata dei costumi più o meno selvaggi, certo noi non abbiamo riscontrata la famiglia, co' suoi affetti, co' suoi legami più dal sentimento voluti, che non esatti dalla forza delle leggi. Tutti i costumi da noi fin qui percorsi, non ci parlano che della patria e della marital potestà, d'una monarchia insomma, nella quale i doveri dei sudditi si riducono a sforzarsi di piacere al despota, e i diritti di questo a volgere al miglior utile proprio le persone, che da lui dipendono, e l'opera loro.

Certo i costumi dei popoli d'occidente sono ben lungi da quelle esorbitanze, che troviamo presso le selvagge nazioni ed in tutta l'antichità, ma sono egualmente ben lungi dallo effettuare fra l'uomo e la donna quella eguaglianza di diritti, che sola può dare ai loro rapporti quella soavità di relazione, che stabilisce la mutua confidenza e la reciproca fiducia.

Nè si dica che la perfetta eguaglianza di diritti e di doveri, fra l'uomo e la donna, introdurrebbe il disordine, l'incoerenza e l'anarchia fra le domestiche pareti. Viete scuse son queste che poca riflessione sulla natura delle cose non permette di porre seriamente innanzi. Se al governo della famiglia preponeste due elementi perfettamente simili, la rivalità e la discordia ne sarebbero l'effetto immediato, ma la natura ha già provvisto innanzi che noi la temessimo a cotale sconvenienza.

Non tenuto conto di più o meno numerose eccezioni, le quali in ogni modo si fanno strada, ad onta d'ogni forza compressiva, l'uomo e la donna sono fra loro costantemente dissimili benché attraentisi. Sebbene l'uno e l'altra constino di eguali facoltà e delle stesse passioni, è però un fatto che le diverse proporzioni, colle quali e queste e quelle si trovano nell'uno e nell'altro, costituiscono di ciascun d'essi un tutto complessivo da non poter confondersi o tôrsi in abbaglio.

Abbiano pure le leggi emancipata la donna, la sua voce delicata non sembrerà mai fatta per garrire; le sue lunghe palpebre la difenderanno sempre dallo sguardo procace; lo improvviso rossor della guancia rivelerà sempre la verecondia dell'animo; le sue membra delicate le predicheranno sempre l'odio alla lotta, ed il suo cuore scialaquatore d'affetti, sarà pur sempre quella stoffa, della quale natura ebbe tessuto lo eroismo dell'amore e la tenerezza materna.

Allora sarà la famiglia, quando ogni individuo di essa svolgerà nel suo interno, siccome pianta nel proprio clima la propria vita morale, il proprio individualismo trovandosi di fronte a modificarne gli svolgimenti, non il diritto, non l'interesse, non la volontà d'un monarca, ma la ragione sola e l'affetto.

Allora sarà la famiglia, quando l'uomo e la donna amendue forti della coscienza di sè, dei destini dell'umanità e dei doveri dell'individuo, ambi concorreranno colla più lata applicazione delle loro facoltà all'educazione dei loro nati, rispettando in essi la vegnente generazione, ed ogni via procurando ad ottenerne il più pronto morale sviluppo.

Allora sarà la famiglia, quando, sparite dall'un canto le intolleranti insubbordinazioni, dall'altro le sistemate compressioni, non sia il giovine elemento in perpetua lotta col vecchio insofferente di consiglio e di freno, e quello a sua volta tenacemente despota e tiranno, immemore del tempo in cui lo tormentavano la stessa foga e le passioni istesse; talché veggonsi non di rado famiglie, che altro non sono, siccome dicevamo dapprincipio, che semplici frazioni del corpo sociale, presentare nelle loro viscere le crisi che sotto le monarchie presentano le nazioni, che, dopo secoli d'intestino travaglio, si distruggono e si esauriscono finalmente in una funesta anarchia.

Ma dicevamo fin dal principio di questo lavoro, e lo prova tutta la storia, che essendo le leggi le necessarie scaturigini di prepotenti bisogni, e camminando desse sull'orme segnate dallo sviluppo dei popoli, è d'uopo questo si pronunci arditamente ed efficacemente. Ora a voi tocca, giovani lettrici mie, a persuadervi di cotal vostro interesse non solo, ma dovere. Quand'anche voi che mi leggete, per circostanze che non son troppo comuni, vi trovaste avviluppate in un'atmosfera d'affetti e di gioie che la vita vi tesse di rose e di perle; avete pur sempre dei doveri a compiere, dei doveri sociali, dei doveri da cui non può dispensarvi la condizione nella quale vi trovate, qualunque ella sia. Giovani, vi corre dovere di educarvi; spose, dovete amare; madri, vi dovete alla prole; cittadine, vi dovete alla patria; individuo, vi dovete alla società; creature, vi dovete alla religione; intelligenti, vi dovete al sapere; sensibili, vi dovete al bene, sotto qualunque forma vi si presenti. A voi tocca provare che si è in voi ridesta la coscienza del diritto, mostrando la piena coscienza del dovere, e che l'affermazione di quello meritate coll'adempimento di questo.

Ogni bene, giova qui ripeterlo, ogni bene quaggiù dev'essere conquistato. La ricchezza è il prodotto del lavoro, la vittoria è il premio del valore, la virtù scaturisce dallo sforzo, la gloria è la corona del sacrificio, la libertà è figlia del sangue, il sapere è generato dallo studio, ed il diritto si conquista compiendo il dovere. Ora adempite al dovere di sviluppare, educare ed applicare nel più lato campo le vostre facoltà, e voi affermerete in un colla vostra potenza morale il diritto di esercitarla, e l'utile sarà non vostro soltanto, ma di tutta altresì l'umanità, della quale siete importante ed indispensabile elemento.

Mostrandovi la famiglia siccome portato della civiltà, intesi provarvi la necessità ed il dovere che ci incombe di perfezionarla e la potenza che sta in noi di farlo, forti, come siamo, di ragione e di affetto.

Il materno ministero sublimato dal dovere e santificato dall'affetto, è una potenza sul quale la donna fece quasi sempre ben poco assegnamento.

La natura doveva dare al cuor della donna madre questa meravigliosa potenza d'affetto, del quale non riscontrasi nell'ordine di creazione altro esempio, avendo ad essa affidato la conservazione della specie bambina ed avendola incaricata del penoso e lungo ministero dell'allevamento. E veramente il dono della natura corrispose all'uopo. Il cuor della madre è il solo sul quale far si possa in ogni punto della vita, assegnamento. È il solo che più dà, e meno esige; che più è gaudente quanto più si sagrifica; che più ama, quanto più soffre; che non si esaurisce per tempo, che non si raffredda per indifferenza, che non si ributta per ingratitudine. Ogni altro affetto, per quanto puro e sublime, ha un punto interessato ed egoista, il solo amor materno non ha ritorno sopra sè stesso.

Rimanga pur sola ed abbandonata la madre; ella segue il suo nato con l'occhio intento e l'ansio affetto nei vortici turbinosi dell'esistenza, pronta ad accorrere in suo soccorso, a dirigerlo col consiglio, a consolarlo nelle delusioni, e ravvivarlo nelle speranze, a vegliarlo sofferente, a medicarlo malato, ad incuorarlo nelle difficili prove della vita; come testè avviava i suoi primi passi, gl'insegnava ad articolare le prime voci, calmava i suoi primi vagiti, asciugava le sue prime lagrime.

Questa durata della materna tenerezza ci prova, che il ministero suo non è compito collo sviluppo fisico dell'uomo, ma non fa che passare dalle prime materiali cure, alle morali e più serie sollecitudini volute dall'età più adulta. Son ben poche, la Dio mercè, le madri che vengono meno ai primi ufficii che richieggonsi dalla prole bambina la maggior parte trascendono anzi nel tormentarsi enormemente d'ogni maluccio la incoglie esagerandosene sotto ogni aspetto la gravità e le conseguenze. Per tutto il mondo non vorrebbero vedere i loro bambini buttare una lagrima, e ad ogni pena ed incomodo si sottopongono anzichè contrariarli in checchessia. Cieche affatto davanti ai sintomi forieri di nascenti passioni propendono cordialmente nel battezzare col nome di sensibilità, di spirito, di fermezza, d'ingegno, l'impeto, il capriccio, la cocciutaggine, l'impertinenza.

Ma se queste viziature della tenerezza materna sono per avventura scusabili nella tenerissima età della prole, nella quale l'affetto che le si porta conserva un talchè di così vivace e quasi direi sensuale, e la piccolezza e la delicatezza del bambino ci ammorbidisce il cuore così da renderci penosissimo il difendercene; non è egualmente perdonabile che duri, quando uscito dalla puerizia l'uomo si avvia alla vita morale, per la quale può rendersi funesto nello ingigantire, il menomo diffetto.

Perlochè di mano in mano che la prole va uscendo dall'infanzia il cieco e sensuale istinto materno deve dar luogo ad un intenso morale sentimento, e dappoichè il suo corpo è rinfrancato e la esistenza sua garantita dal vigor delle membra, deve volgersi ad informarne la mente ed il cuore con ogni sua potenza, e sollecitamente. Sì, la madre dell'uomo deve far molto di più di ciò che fanno le madri nelle altre specie animali onde soddisfare alla missione impostale. Dotata di intelligenza vivace e di squisito sentire, fornita di un prontissimo intuito ad afferrare i rapporti delle cose; conoscendo sola il tronco linguaggio dell'infanzia e potendo sola farsene comprendere, in forza di una misteriosa corrente vitale che continuamente circola fra lei ed il frutto delle sue viscere; che tanto tempo vive della sua vita, s'apprende de' suoi timori, delle sue gioie esulta, e succhia dal suo stillato il modificato della sua vita; conoscendo sola le mille circostanze che possono avere in lui determinato un dato temperamento donde date tendenze; avendo essa più ch'altri mai vivissimo interesse che la fattura sua volga al bene ed al meglio; avendo ella prima ch'ogni altro diritto d'innorgoglire de' suoi successi e di desolarsi d'ogni suo errore, come mai potrebbe dessa e da chi, farsi con frutto surrogare?

Laonde importa ch'ella vigili attentamente i forieri sintomi delle passioni onde volgerle al bene, siccome i primi bagliori dell'intelligenza ad avviarlo ai primi criterii.

Le membra del bambino, le diverse parti del suo corpo, oggetti ch'egli pei primi avverte e dei quali si occupa sendogli i più vicini, siano le prime nozioni che dalla madre riceva, coi vocaboli che li determinano, e le rispettive loro funzioni.