La donna e i suoi rapporti sociali

Part 6

Chapter 63,671 wordsPublic domain

Due cose meravigliano in questa risposta e ne fanno, secondo noi, uno dei punti più salienti di quella meravigliosa dottrina, per la quale professiamo una sconfinata ammirazione.

Alla specie di sfida che gli getta la donna, attribuendogli come giudeo tutti i pregiudizii della sua nazione, egli non risponde affatto e non se ne chiama offeso, dando in ciò somma prova di tolleranza; abbraccia quindi la forma della questione, e pone in un posto accessorio il grave problema di località sollevato dalla donna come non essendo vero culto, ma pura forma di culto, tutto chè con esterni atti si esprime; formola finalmente, con una frase sublime, il culto vero, dando ad ogni cosa il suo proprio carattere; chiama padre l'oggetto del culto, ch'è quanto dire _Causa_ e _Provvidenza_, e richiama con ciò il sentimento al quale la donna non pensava; chiama adorazione in ispirito e verità quel culto razionale e sentito che dal cuore e dall'intelletto partito non Garizim, o Gerusalemme, ma l'universo considera siccome il tempio di Dio; e dalla sublime vôlta del Cielo fino al brulichìo dell'esile verme, dai fecondi e scienti conati della ragione fino all'umile fiorellino ignaro di sè (inconscio delle meraviglie che in sè raccoglie); ovunque ode cantare le sue lodi, narrare i portenti della sua benefica e paterna munificenza; ed i riti diversi delle genti, e le più o men logiche cerimonie, con che l'uomo esprime il bisogno del culto, considera siccome sfoghi di natura vuoti affatto di senso se difettosi di sentimento, sempre forme e vesti, corpi e sostanza non mai.

E veramente quel giorno preconizzato dal Cristo è giunto, e quelle sue parole, allora incomprese, sono nel nostro secolo un aperto programma.

Lo ridestarsi dei popoli oppressi, la caduta imminente d'ogni tirannide, l'affermazione di tutti i diritti, lo sollevarsi delle caste, la coscienza dei doveri, il progresso dell'umanitarismo, la emancipazione delle intelligenze, l'amplesso fraterno che lega gli uomini d'ogni regione, la nausea del gratuito, il culto profondo del vero, questi dogmi del nostro secolo hanno staccato l'uomo dalle illusorie e speciose dottrine, dal culto della forza e dell'autorità, dai vieti pregiudizii di caste, di nazionalità, di confessioni e lo portano potentemente e fatalmente al vero, all'equo, al morale, alla sintesi del divino concetto creativo, al culto in ispirito e verità.

Ed ecco il programma che deve la donna capire ed abbracciare e a non inceppare il comune lavoro, a non disconoscere il concetto della Provvidenza, a discostare egualmente e l'ipocrisia ed il pregiudizio, che, emanati da diverse fonti, si accordano in questo; nel preferire la forma all'ente, la corteccia al midollo.

«Non è egli il cibo men che la vita, ed il corpo da più che il vestimento?» (S. MATTEO)

Nè chiamando la donna ad associarsi nell'adesione a cotali concetti, intesi chiamarvela per solo entusiasmo dei tempi e perchè a lei si compete eziandio l'assidersi con tutta l'umanità al desco fraterno che la religione del Cristo apparecchiava a dirigere i voti inconsci, e le aspirazioni indefinite e tormentose della umana filosofia. Mai no. Mi rivolsi alla donna perchè, più dell'uomo inchinevole a religione, più data a pietà, recandosi seco pregiudizio di pessima educazione la forzata cecità della mente, fu e sarà sempre lo elemento nel quale l'errore religioso sposato agli interessi di casta troverà il suo naturale veicolo.

Mentre la donna ogni studio rivolge a dominare ogni più onesto impulso di natura riguardando le passioni siccome nemici, anziché siccome costituenti la potenza dell'essere morale; mentre s'affanna a comprimere la innata sensibilità per sostituirvi quel glaciale indifferentismo gesuitico che vince in ispudore le ciniche utopie; mentre gl'interessi della patria, i reclami della civiltà, l'amore del consorte, e la tenerezza dei figli pospone con eroica abnegazione che il cuore le insanguina e l'anima le strazia e tutto sacrifica ed immola sull'ara di quella spietata divinità, che s'imbriaca di sangue e delle carni abbrustolite degli uomini fa al sozzo ventre delizioso orrendo pasto; la donna al certo, nella cecità della sua mente, nello entusiasmo della sua fede, crede che Dio esiga da lei tuttociò; pensando forse aver egli tutte cose create e ab eterno assoggettate con leggi fatali ad un ordine prestabilito per poi darsi il crudo e scipito piacere di obbligarle tutte a camminare a ritroso di quello impulso ch'egli stesso loro imprimeva. Ed ecco perciò miserevole e frequente spettacolo vedere la donna vittima di quell'infernale sistema ed insieme suo appoggio ed istrumento, consigliare e procurare nella prole la stessa sua cecità, distogliere il consorte, e il fratello, e l'amante dalla lotta generosa contro un principio, che il solo trasnaturamento della ragione e del sentimento le fanno riguardar siccome santo, e che tanto più deve incitare alla vendetta ogni spirito generoso, in quanto che vile lavora nelle tenebre d'un morale segreto, forte del sonno dello intelletto, che sopraffà, e del morale sentimento che narcotizza, simile a Dalila, che sorrider dovea seco stessa satanicamente ad ogni ciocca di capelli, che le vili forbici sottraevano alla testa di Sansone dormente.

La donna così evirata di mente, dimentica tutta l'umanità per non vedere che sè e Dio; il Dio del dispotismo, il Dio, che canna labile dal capriccio d'ogni zeffiro agitata, appoggiando per sistema e per natura ogni autorità costituita, china il supremo suo scettro a salutare ogni sole che nasce, postergandosi continuamente il dì che tramonta; il Dio che impotente davanti allo avvicendarsi delle sconfitte e dei trionfi dei popoli e dei sistemi, viene ad arcano parlamento con tutte le sovranità che si contrastano il bel paese, oggi Franca, ieri Teutona, ed Ispana domani, e poi successivamente Greca, Turca e Cosacca, e dei suoi lumi divini li irradia, siccome le serve faci sfilano sui profanati lari le vinte popolazioni; il Dio che spolvera i fulmini del Vaticano e controfirma le sentenze di morte ai sovrani per la grazia di Dio; il Dio che scerne i Paria dalle nobili caste; sdegna gli Iloti e predilige i forti e li avventurati; il Dio che dei mali dell'uomo s'allieta, e suprema virtù ne esige di una inerte rassegnazione, nè la lotta generosa gli permette contro un male che può vincersi.

Questi è il Dio formidabile e capriccioso che gli uomini hanno escogitato tutto simile a loro: troppo simile, perchè una ragione vergine da errori preconcetti possa accettarlo seriamente.

Meno l'uomo è civilizzato e più il terrore agisce sulle sue fibre, e più presta egli spontaneo e profondo il suo culto alla forza, si manifesti pur essa colle forme dell'arbitrio, dell'ingiustizia e della crudeltà. Forzato egli dalla ragione ad attribuire a Dio una potenza assoluta, giudicandolo da sè non credette potesse Egli non abusarne, donde filtrò nell'anima sua lo indicibile terrore di trovarsi inerme nelle mani di un Onnipotente, giuoco de' suoi capricci da niuna legge determinati.

Servi d'un Dio crudele e terribile, gli uomini si fanno a loro volta feroci e sanguinarii. A placare la sdegnata deità Omerica, ecco sotto la scure la vergine Polissena; le torve divinità di Cartagine trovano voluttuoso orrendo pasto nelle morbide carni degli arsi bambini; l'ebreo popolo a niuno perdona per onorar Dio, che punisce fin la pietà; il religioso terrorismo dell'Evo Medio accende i roghi in tutta la cristianità, il moderno consacra l'oppressione e vieta agli uomini di togliersi ai mali che li premono.

Questo funesto errore contaminò tutti i popoli e tutte le religioni, talché non puossi meglio questo culto che quello accagionarne; tutti ne furono infetti, perchè nel tristo animo umano si giace ingenito il selvatico istinto della tirannia.

Gli è perciò che, coll'animo perfettamente sgombro da passioni e da ire contro caste, o sette, o sistemi, ferma sempre ai principii, parlando alla donna d'ogni culto le dico; alza, se ti è possibile, la tua ragione verso Dio, e non voler chinare Iddio fino a te; sforzati di ormeggiare la sua bontà, e non trascinare lui ad appoggiar le tue ire od i tuoi amori; ricordati ch'Egli, padre di tutti i viventi, se può scegliere fra il giusto e lo ingiusto, non ha che una misura ed un peso pel grande e pel piccolo — Tutto quaggiù è mutabile per lo impulso, che Dio stesso imprimeva alla umana ragione. Chiamandola a progredire, egli le comandava il moto e le rivoluzioni; cammini l'uomo al meglio, e non tema; Dio è con lui, e le leggi scritte dal suo dito sono fatali.

Cadono e sorgono popoli ed imperi, fra loro contrastano i principi e le genti, leggi e sistemi veggono la luce a tempo loro, regnano e muoiono; grandi unità, unità colossali attraversano qua e colà l'orizzonte della storia, segnandovi come luminose meteore una striscia di luce, e frattanto Iddio vede dall'alto svolgersi il dramma umano, conta i dolori e le gioie, compatisce agli errori, ed il suo sole sui buoni fa risplendere e sui malvagi, la terra tutta del suo fervido raggio rallegra, e tutti i viventi paternamente riscalda.

Imitiamolo, anziché imporre leggi alla sua giustizia, segnar confini alla sua bontà e farci appo i nostri simili feroci zelatori di interessi che gli supponiamo, od interpreti di passioni che son tutte nostre.

L'amore unisce ed armonizza, il terrore divide ed uccide; la bontà compra, seduce, trascina; lo esclusivismo discosta, irrita, reagisce; la religione può far gli uomini nemici e può farli fratelli; tocca alla nostra ragione ed al nostro cuore giudicare quale Iddio voglia di questi due risultati, e quale dei due l'umanità conduca al benessere ed alla perfettibilità.

LA DONNA E LA FAMIGLIA

Sendo questa mia fatica diretta all'utile insegnamento della femminil gioventù, non sarà affatto inutile, cred'io, uno sguardo retrospettivo onde disquisire, donde ci venga la famiglia, che cosa sia, in qual modo s'è formata, qual parte vi tocchi alla donna di diritti e di doveri, poiché la famiglia, siccome tutte l'altre istituzioni, si modificò, seguendo le fasi descritte dalla civiltà e dall'intelligenza umana. Laonde sarete già convinte, lettrici mie gentili, ch'io non intendo farvi una poetica apologia della famiglia, ma una semplice argomentazione sui rapporti ch'ella crea, seguendo l'ordine naturale delle cose, nel quale il sentimento scaturisce dal vedere e dal comprendere. E un tal sistema sembrami tanto più utile in quanto che tutti coloro, che della donna scrissero, tutti ripeterono in coro e fino alla nausea, che la donna sente più che non pensi, asserzione che, per vero dire, mi è sempre sembrata un terribile assurdo, non potendosi in buona logica nè amare, nè temere, nè riverire, nè odiare cosa, della quale non si apprezzino i pregi, o non si vedano i pericoli, non si riconosca la superiorità, o non si stimino i difetti; per cui il sentire è per lo appunto l'effetto necessario del vedere e del comprendere.

Oltre allo avere influito sulla famiglia il carattere dei tempi e delle nazioni, si occuparono di lei, e ne moderarono lo sorti, le leggi e la teologia, la timidezza ed i pregiudizii nella donna, il troppo facile abuso della forza e l'arbitrio nell'uomo, la barbarie, gl'interessi e le passioni. Grazie alla filosofia, la mente, nella sua piena emancipazione, può oggi collocarsi ad un alto punto di veduta e portar libero ed imparziale giudizio sul lavoro di tanti secoli.

È passato il tempo nel quale non la ragione, ma un'autorità qualunque diceva all'uomo, maschio o femmina, giovine o vecchio, principe o plebeo, è così perchè te lo dico io; e, dacché io te lo dico, non è, e non può essere altrimenti. La Verità predicata oggidì, sotto forma d'oracolo fa poca breccia; ed anzichè muoverne querela cogli uomini; coi tempi e coi costumi, come avviene a certi spiriti, non puri per avventura da segrete movenze d'interessi (i quali vorrebbero fosse l'umano spirito di più facile accontentatura) parmi meglio d'assai congratularsene coll'umanità negli interessi della Verità, che non mai tanto fulgida emerge quanto dalla libera discussione, non altrimenti che dallo atrito si sviluppa fosforica la scintilla.

Divise sono le opinioni, se la famiglia dalla natura ci venga e sia originaria creazione di Dio, o se siasi svolta dalle umane istituzioni. I primi uomini doveano propagarsi per tutta la faccia della terra, epperò doveano scindersi continuamente le famiglie; laonde non altre donne s'aveano che le prime che incontravano, costume, che oggidì conservasi ancora presso diverse selvaggie tribù; e questo fatto appoggia la seconda di quelle opinioni.

Comunque sia la origine di questo fatto, che ha ora innegabilmente ricevuto la sanzione dei secoli, certo è ch'egli presenta alla filosofia ed alla legislazione un quesito di grave importanza, sendo essa la culla delle umane generazioni, il teatro delle prime impressioni, la scuola ove ogni uomo s'inizia ai misteri della vita. La famiglia è la umana società, ridotta ai minimi termini, è la formola che la rappresenta completamente in tutti i suoi elementi. Non è che sotto questa formola che voi potete definire la famiglia di tutti i luoghi e di tutti i tempi.

La questione più importante, il problema morale e sociale, è che cosa debba essere la famiglia, ed allora scaturiranno, come da ricca sorgente, diritti e doveri, affetti ed aspirazioni, gioie e sacrificii, ed apparirà colla sua serena e simpatica aureola quel quadro, innanzi al quale niun cuore indifferente, niun ciglio imperterrito, niuna mente arida d'idee, niuna memoria orba di soavissime reminiscenze.

Ma sgraziatamente ovunque si porti lo sguardo, o sulla famiglia dei tempi andati o su quella dei presenti, ci è d'uopo confessare, che quelle gioie, quegli affetti non sono che accidentali, e ben sovente la famiglia in luogo d'essere il santuario degli affetti, è una cerchia di ferro nella quale si combatte la lotta dell'oppresso e dell'opressore; ove si svolge il tristissimo dramma della debolezza e dell'arbitrio, dello slancio e della compressione, del sentimento e della indifferenza. Ridotta a tale, la famiglia non è più che un'ironica ipocrisia.

L'umanità non ha per anco generalmente ben compreso l'immenso vantaggio che le deriverebbe dal ricostituire la famiglia, che neppur oggi si può veramente dire tale, non essendo per anco affermate tutte le personalità che la compongono, e non potendo queste svilupparsi colla autonomia che natura loro concedeva, dovendo esse tutte pendere dall'arbitrio di un solo.

Famiglia vera non può essere quella, nella quale havvi servo e padrone, tirannia e schiavitù. Non sono questi i rapporti di famiglia! Essi non sono finora riconosciuti ed applicati in niuna parte del mondo, ed anche nelle più colte e gentili regioni della civilissima Europa, certo non potrà dirsi abbia dessa raggiunto il suo ideale. Fino a quando i diritti ed i doveri saranno dai codici distribuiti con più o meno esorbitanti sproporzioni, fino a quando durerà nella famiglia la forma monarchica, essa altro non sarà che una pura e semplice frazione della società, nella quale il sentimento non è che accidentale, ed assai compromesso da un dispotismo senza controllo, e da una dipendenza scoraggiata dal non sentirsi tutelata.

Il matrimonio, chiamato a legalizzare l'opera dell'amore ed a porre le basi della famiglia, dovea proteggere e propugnare gl'interessi dell'umanità bambina contro la mobilità degli affetti, la foga delle passioni, le seduzioni degli interessi; e tale sembra dovesse essere in tutti i tempi. In quella vece, è forza dirlo, non fu questo che uno sforzo di ragione e di civiltà. L'amor paterno non bastò sempre fra gli uomini a garantire neppur l'esistenza ad un neonato.

Romolo dovette con leggi obbligare i Romani ad allevare i figli maschi e le primogenite fra le figlie fino ai tre anni, confidando nello sviluppo dell'affetto paterno, che sorgesse per quell'epoca a tutelare quelle vite innocenti. Questa legge, tuttochè ben poco protettrice, non si estendeva fino ai figli mostruosi e mal conformati, che il padre, preso l'avviso di cinque suoi vicini, poteva sacrificare.

Le leggi Romane permettevano altresì al padre di vendere pubblicamente i figli già adulti, tuttochè quel fiero popolo stimasse la schiavitù peggior della morte.

In Grecia fino ai tempi della massima sua civiltà, il neonato si poneva ai piedi del padre, e se questi noi rialzava o torceva la testa, la debole creatura era condannata a perire.

Le leggi di Licurgo condannavano a morte tutti i neonati deformi.

I Cartaginesi sacrificavano i loro bambini gittandoli in ardenti fornaci agli dei infernali, e riguardavasi questo atto snaturato, siccome atto sommamente pio.

Per giudicare dei costumi ebraici riguardo alla prole, basta il leggere nel libro dei Giudici. In esso troviamo che Jefte, partendo pel campo, offrì in voto a Dio la persona che prima avrebbe incontrato ritornando dalla pugna. La figlia sua, al grido della vittoria d'Israele, uscì incontro al padre per festeggiarlo, Jefte sciolse il voto e la immolò.

Nella China sono i missionarii, e delle donne pietose, che percorrono le campagne e le rive dei fiumi a salvare e raccogliere i bambini, che genitori snaturati abbandonano per sbarazzarsene.

I Musulmani, tutti non avendo che concubine, non generano che servi e come si trattino ognun lo sa. Al giorno d'oggi ancora, presso quasi tutte le nazioni barbare, la vita del neonato non è appoggiata che ai naturali sentimenti, che per lo più mancano affatto.

Negli Stati Unionisti d'America, al sud, mentre la legislazione, che riguarda i bianchi, rivela l'opera di sublimi intelligenze informate ad umanitarie dottrine, e sollecita si mostra di svolgere e maturare i fecondi portati della libertà, quella, che riguarda la razza nera, non riconosce di punto in bianco neppur la famiglia. Fra la lunga serie dei patimenti inflitti, con qual giustizia lo sa Dio, a quella razza, che per la rivoltante oppressione in cui geme è la macchia incancellabile di quegli Stati e di quei legislatori, la quotidiana separazione delle famiglie è certo uno di quelli che più sollevano ogni cuor sensibile, ogni spirito non isprovisto della naturale equità. I figli non appartengono ai genitori oltre l'esclusivo arbitrio del padrone della madre, di cui sono l'assoluta proprietà in forza del noto assioma legale _partus sequitur ventrem_.

Se l'inerme bambino fu così trattato, e lo è tuttavia, nè giungono a fargli schermo le innocenti grazie dell'infanzia, che ammorbidir dovrebbero i petti più feroci; l'enorme abuso della forza non appare meno odioso e rivoltante nel modo con cui si trattò la donna che per la fragilità della sua fibra e la timidezza dell'animo doveva naturalmente esservi esposta. Abbastanza debole per potersi opprimere, abbastanza forte per imporle le più improbe fatiche e la più penosa servitù, vivendo con un essere rotto alle più brutali passioni, quale l'uomo della natura, egli non poteva trovare una creatura più facilmente tiranneggiabile, nè le passioni sue soddisfare se non togliendole ogni autonomia, ogni luce d'intelligenza, ogni nozione del naturale diritto; e sposando alla forza del muscolo l'orgoglio della mente, agglomerò sul capo della sua compagna ogni vitupero, intrecciando sul suo gli allori; caricò sulle spalle della donna la fatica e si tuffò negli ozii, impose a lei tutti i doveri serbando a sè tutti i diritti.

Il matrimonio, anche ridotto ad istituzione religiosa, consacrò nelle sue formole la violenza e lo invilimento della donna.

Quando la sposa non era rapita a forza come una preda od un bottino, il cui legittimo possesso non era più contestabile, era mercanteggiata e pagata come un oggetto qualunque. L'ultima cerimonia componente il complicato rito nuziale presso i Romani era una finta violenza; presso i Camiti (nell'Africa) il rapimento convenuto, ed il pagamento stipulato, è una formola sacramentale. La formola del rapimento trovasi anche presso gli Americani. Nell'Araucania il padre, che ha accordata sua figlia in isposa, la spedisce con un incarico qualunque, indicandole un cammino. Il marito, posto in agguato co' suoi amici, la rapisce e la porta nella sua capanna.

Nelle vecchie Indie la donna non mangia mai col marito. Nella giovine Oceania, a Noukahiva, alle Isole Washingthon, ecc, non solo non mangiano le spose mai coi mariti, ma sono loro vietate per sovrappiù molte vivande all'uomo solo permesse. Nella Nubia è crudelmente punita se osa toccare la tazza o la pipa del marito. In tutto il regno di Loango, durante il pranzo del marito, la donna si tiene in piedi in disparte e non gli dirige la parola che genuflessa. In tutta la Nigrizia le cure dell'allattamento, l'apparecchio degli alimenti e dei liquori, le cure del focolare, la conservazione delle vesti, non sono tenuti per nulla. Ella deve ancora coltivare il tabacco, estrarre l'olio dalle palme, macinare il miglio, fornir la casa d'acqua e di legna, eppoi, come null'altro avesse a fare, mentre il marito dorme deve guardarlo dalle mosche. Durante le lunghe marcie, ogni peso, ogni imbarazzo le tocca di pien diritto. I Gallas lasciano le loro donne fendere penosamente la terra, lavorare, seminare, mietere, battere e raccogliere il grano.

Lo stesso lavoro è rigorosamente imposto alla donna nel Congo, nella Guinea, nella Senegambia, nel Benin, nel Bournou, nel Mataman, nella Caffreria. Quel motto, _Ce n'est rien — c'est une femme qui se noie_, è praticato dagli indiani con una bonomia men fina, ma più vera di quella di Giovanni Lafontaine. Nelle improvvise innondazioni del Nilo, essi si occupano dapprima dei loro armenti, poi dei bambini, quindi dei vecchi, e finalmente, e dopo tutto, si ricordano delle donne.

Agli Stati Uniti, all'epoca in cui gli inviati dei popoli che comprano ogni anno coi presenti la lor libertà, fanno ritorno ai nomadi penati, una folla di piroscafi risalgono il fiume maestoso. Gli uomini fumano pacificamente nel fondo delli schifi la loro pipa, e le donne, oppresse dalla fatica, tirano le barche colle corde; e nelle ore di sosta, stendono le reti e gli altri utensili da pesca, tagliano legna, prendono cura dei bambini, e preparono il pranzo agli oziosi mariti e li servono in tutto[9].

Attraverso le vergini foreste gemono dolori secolari. I dolori della donna vi si moltiplicano più che le sue gravidanze, più che i peli delle sue palpebre sì sovente bagnati di lagrime. — Presso i Mohawkse, e generalmente nelle tribù dei cacciatori, la donna deve cercare e portare come un cane la caccia fatta dal marito, che crederebbe offendere la sua dignità caricandola sulle proprie spalle. Sia questa un capriolo, un orso, un cinghiale, la donna, coll'aiuto delle sue vicine soccombenti sotto il peso, lo trascina dalla foresta alla casa, dove riposa pacifico il padrone. Il disprezzo per la donna è tale che l'atto di emancipazione del figlio si constata sul volto o sul dorso della madre. Il giorno in cui conta il suo quindicesimo anno, deve insultarla e batterla. Presso altre nazioni la donna può essere cambiata, venduta, permutata a piacere del marito, anche uccisa e mangiata s'egli crede farne un buon piatto[10].