La donna e i suoi rapporti sociali

Part 5

Chapter 53,679 wordsPublic domain

Il Cristo, che primo diede all'umanità l'idea del culto perfetto, stringeva e riassumeva, in una formola, quanto affettiva altrettanto razionale, l'espressione del religioso sentimento. Egli, che aveva l'un dopo l'altro attaccati e combattuti tutti i pregiudizii, si dichiara anche contro questo là dove dice: «Non vogliate essere come i gentili, che impiegano ad onorar Dio molte parole, e credono per la moltitudine di quelle esser meglio esauditi. In quanto a voi, quando volete pregare a Dio, chiudete l'uscio della vostra camera, e nel segreto pregate al padre vostro ch'è ne' Cieli».

V'hanno però di molte le quali tutte assorbite dalli esterni atti del culto, moltiplicandoli ogni giorno senza ragione e senza misura, facenti assidua lettura di libri che insegnano colla Divinità un cotal linguaggio floscio ed affettivo, tutt'affatto profano ed indegno dei rapporti che intende di esprimere, portano l'intelletto nei campi vaporosi d'una dottrina; la quale assorbe le lunghe ore nel render l'anima timorosa di tutto, nel toglierle ogni generoso slancio, nel freddare ogni generosa passione, nell'atrofizzare più che sia possibile il cuore, nel rompere ogni suo più sacro e soave legame, nell'avezzarla ad una tensione morale di tanta forza da non sapersi più scernere fra il bene ed il male assoluto, il bene ed il male relativo e li atti tutti, che orbi sono di morale valore epperò all'uomo di libera scelta. Essi insegnano una dottrina tutta di distacco, d'isolamento, di meditazione e d'espiazione: essi nulla ammettono di spontaneo nello svolgimento della vita morale; tutti i menomi moti del cuore e della mente vengono vigilati, sorpresi, classificati più o men logicamente, e non persi di vista mai, dovendo essi tutti esser fedelmente riportati ad un cotale che l'incarico s'è assunto di avviar quest'anima alla perfezione; e, mediante le cure sue, ed i suoi lucidissimi precetti, si è ridotta a tale d'aversi di lui per ogni cosa stretto bisogno, di nulla veder senza li altrui occhi, di nulla giudicare senza l'altrui cervello, e di non potersi ristare dal mettere altrui in terzo fra sè ed i più intimi, e nè più gelosi segreti,

«_Come se far non possa i fatti sui_ _Se in opera non pon gli organi altrui_».

E questa assoluta insufficienza dell'individuo, questa perpetua minorità, dura fino alla morte; anzi va, questa forza astringente ed assorbente, sempre più incalzando fino a che, di quest'anima, che cammina alla perfezione, più non resta che un cadavere ed un automa che, di vita propria, non si ha che la parte fisica e vegetativa.

Non volendo io per nulla affatto scendere nei penetrali dell'uman cuore per cercarvi le cause di questo ritrovato, che non mancò per avventura di appoggiare numerosi e forti interessi (non essendo nè la satira nè la storia l'assunto mio) io proseguirò nelle ragionate teorie prendendo dovunque il buono, e sceverando il falso ed il gratuito, guidata quale sono dallo schietto amore della verità e della luce.

Accennavo, che quelle dottrine, che si propongono d'avviar l'anima alla perfezione, predicano il distacco, l'isolamento, la meditazione, e l'espiazione; e taluna avrà portato avviso, che troppo leggermente io condannassi teorie, che fini sì altamente spirituali si recano a programma. Spero di giustificare il mio verdetto, rifacendo un po' la storia morale dell'umanità; e come questa svolge la sua progressiva vita in diverse fasi tutte logiche ed inevitabili, così lo individuo, ch'è una frazione di questo gran corpo, deve seguirla e recare l'opera sua al collettivo lavoro; che se non fosse, e non dovesse essere, il progresso delle idee e dei costumi non potrebbe aver luogo; e l'umana storia in luogo di presentare all'occhio del filosofo un complesso armonico, logico, ordinato, ed a gran fine diretto, non mostrerebbe che un agglomeramento, senza forma e senza nome, di forze eterogenee, discordanti, ed elidentisi, un caos insomma senza ragionevole principio, che non altro verosimile fine presenterebbe che un universale sterminio ed esaurimento.

Ora puossi egli ammettere, dietro l'ordine che vediamo nella creazione tutta, che tale esser possa il morale concetto di Provvidenza? Certo che no. Laonde camminando, noi individui, siccome le generazioni, in una via di progressivo sviluppo, c'incombe di studiare il tempo e la fase ch'esse percorrono a non inceppare ed anzi assecondare il comune lavoro.

L'umanità bambina che, simile all'uomo di poco tempo, era incapace d'un lavoro affatto speculativo, ma trovavasi tuttavia sotto il dominio delle sensazioni, avendo col senso morale l'idea della virtù, ammirava però maggiormente quelle doti di natura e di fortuna, per le quali un uomo sugli altri aquista materiale e sensibile superiorità. Laonde meglio che la mitezza era stimato il corraggio, meglio che il generoso perdono la valorosa vendetta, più che la sublime lealtà dell'anima, l'astuzia feconda di mezzi e ricca di successi, più che riverenza dei diritti, il feroce sterminio e la prepotente conquista; più che la castigata verecondia, la dissoluta e facile bellezza. Di tal maniera di giudizio dell'antica umanità hassi pena più presto a sceverarne le troppe prove che ad adunarle. Tutto ce lo insegna, dall'_Iliade_ d'Omero fino ai sontuosi monumenti alle ceneri di Pitionice, fino agli incensi bruciati ad Alessandro, fino al divinizzamento dei Cesari.

Queste dottrine vellicanti le passioni, e così ben maritate agli interessi, non potevano che condurre di ragione il mondo ad una general corruzione di cuore e depravazione di mente, di cui la storia non ci ripete il racconto dalla caduta della Romana Repubblica in poi.

Era ben logico e voluto dalla natura delle cose che là come dovunque, il riparo ormeggiasse dappresso il male; e sorsero in allora le dottrine a cui accennavamo; dottrine che lottavano colle passioni corpo a corpo, e disputavano palmo a palmo il terreno agli interessi, isolando l'uomo dal contagioso contatto dei suoi simili, livellando le caste, staccando dalle perniciose ricchezze mezzi di feroce dispotismo, e sforzandosi di spiritualizzare l'uomo degradato per corruzione fino ai bruti tutta la sua vita concentrando nell'espiazione di un male divenuto ormai sì radicale ed universo, che impotente affatto era contro di lui l'opera dello individuo. Nulla di meglio infatti resta a farsi al sano, frammezzo alli appestati, che trarsi in disparte fin quando la scienza non ha ancor provvisto ai malati.

Quelle dottrine ci vennero dall'Oriente e più precisamente dalle Indie, e dal loro istitutore si chiamarono Buddismo.

Nell'epoca in cui le leggi e le istituzioni dei bramini erano in maggior forza, e s'erano diffuse in tutto il paese senza eccezione, sorse dalla casta dei guerrieri, e dalla famiglia dei Sackija, Gautarna, detto poi Budda, (lo suscitato) figlio di Re. Nacque egli nel 628 avanti Cristo. Si unì, secondo il costume del paese, a tre mogli; ma a 29 anni abbandonò padre, mogli ed un figlio, non che ogni diritto di successione al trono, e si ritirò nel deserto per darsi tutto a penitenza alla guisa dei Bramini. Rimase colà 6 anni e superò nella rigidezza della vita tutti coloro. A 36 anni sorse a predicare, e scorse fino agli 85 tutta l'India.

Educato nella solitudine dei deserti, alla meditazione ed alla penitenza, dotato di sommi talenti, concepì l'ardito pensiero che il Braminismo, d'assurdi ripieno, se forse bastava fino allora all'India, non certo al resto del mondo. Primo nell'antichità superò i pregiudizi della nazionalità, e concepì l'idea dell'universale rigenerazione del mondo corrotto, e parlò di partecipare altrui il proprio bene.

Il Buddismo sorse circa nel tempo in cui la Giudea diveniva provincia romana e con essa si eclissava la Mosaica religione.

«In quel tempo (dice Costantino Hofler nella _Storia universale_), si nota nell'Oriente un sentimento di dolore e direi quasi di disperazione come se la sua vita fosse finita».

Nell'India la predicazione di Budda addita al mondo la cagione di tal disperazione nella nullità delle cose, e riduce lo scopo della vita alla _distruzione di noi stessi_. — (A chè altro si riduce l'ascetica cattolica dei nostri giorni?)

In massima le sue dottrine non differivano punto da quelle dei Bramini; ma differivano in questo, doversi da tutti, senza distinzione, raggiungere lo scopo della vita, come avendo egli pel primo superato i pregiudizi di caste e di nazionalità.

Non occorrevano per Budda le divisioni di quelle (prima politica braminiana), nè le opprimenti leggi ch'erano di quella politica i naturali corollarii; tutti, senza eccezione, erano chiamati alla cognizione della verità, a tutti libero quindi di togliersi al giogo bramitico.

Egli poi, Budda, era stato dal Cielo mandato a segnarne la via.

«La vita è un sogno, dicea Budda. Quanto più l'uomo lavora colla propria distruzione alla propria santificazione, e tanto più scioglie il legame che tiene avvinto il mondo alla colpa.» — Notisi il desolante ed antifilosofico concetto che il mondo sia fatalmente portato alla colpa, quasi l'umano arbitrio, donde l'umana responsabilità, non esistesse. — Senza questo concetto dominante sarebbe stato impossibile chiamare l'uomo all'isolamento ed alla propria distruzione. Solo l'universale corruzione dei tempi, la ferocia dei costumi, il degradamento cui era scesa l'umana progenie, poteva ispirare una simile filosofia. «Il matrimonio, dicea Budda, si tollera come un male ch'è forza permettere; ma non dovrebbero esservi carnali relazioni, dovendo il mondo al più presto finire. Tutto è inganno quaggiù; e se pur qualche cosa v'ha che non sia mendace, quest'è ciò appunto di ritenere tutto inganno, di liberarsi e staccarsi da tutto».

Budda si volse anzi tutto a quella parte del popolo indiano, che la legislazione Bramitica lasciata aveva in completa miseria, persuadendola a disertare la dottrina ed i costumi di quella per abbracciare la sua, in cui solo era la via di salute. La condizione di quel popolo era sì misera sotto i Bramini, che una dottrina sì sconfortante fu riguardata siccome dottrina di libertà. I seguaci di Budda non temevano la morte, da loro risguardata siccome liberatrice dei mali. Esso li educava alla pazienza, alla mitezza, all'assoluta abnegazione, a riguardar siccome ingiusta ogni distinzione sociale, ad invitare tutti, senza eccezione di persona, alla redenzione per opera di lui, ossia allo scioglimento finale della materia primitiva nel nulla.

Le sue dottrine produssero gran sensazione in Oriente, e furono nell'India argomento di gravi dissensioni; e malgrado le persecuzioni, alle quali furono bersaglio allorché i Greci vi penetrarono col Magno Alessandro, vi si tenevano salde, specialmente nel nord-ovest del paese.

Certo le dottrine Buddistiche erano un gran passo in quei tempi oltre misura materializzati e corrotti, ed ebbero appunto in quelle condizioni la loro ragion d'essere; ma venne il Cristo ad aprire all'umanità una nuova fase, ed allora principiarono ad essere spostate e retrive.

Chiamati gli uomini ad amarsi ed a soccorrersi, iniziata la dottrina della giustizia e del perdono, costituita l'umanità in una repubblica di fratelli che altro _dottore_, altro _maestro_, altro _signore_ non riconosce che la verità predicata dal Cristo colla luce della ragione, colla mite ma vittoriosa forza della persuasione; eguagliati i doveri ed i diritti, chiamati tutti al lavoro ed alla cooperazione al comun bene, proclamato ogni uomo al suo simile solidale col precetto dell'amore e della diffusione; chiamato l'amico a dar per l'amico la vita, ed a beneficare al nemico; udita, ammirata ed accolta questa dottrina dal mondo, tenuta salda contro le lotte, uscita vittoriosa da secolari battaglie, la vecchia dottrina dell'isolamento, e della distruzione dell'uomo, non aveva più ragion d'essere ed era condannata a perire. Dopo aver demolito era ben d'uopo riedificare.

Il risorgimento, la vita, la libertà, lo sviluppo di tutte le forze morali, i collettivi conati delle masse verso il bene comune, ecco il programma del Cristo, ed ecco la fase che ora percorre l'umanità.

L'amore universale, precetto _unico_ e _nuovo_, nel quale quella dottrina si compendia, importa a natural conseguenza il compatimento, la tolleranza, la vicendevole riverenza, e pone al bando dell'umanità ogni dispotismo di fatto e di sistema, ogni autorità che si erge al dissopra della forza delle cose, dell'unanime consenso, del generale interesse.

Ora la cattolica ascetica, che tante forze isola e paralizza, che tante intelligenze riduce a schiavitù, che tanti fervori raffredda, che tanti nobili slanci raffrena, che tanti generosi entusiasmi riveste delle grette forme del partito, che tante esistenze si tiene eternamente oscillanti e dubitative sul grave problema d'un moto primo, d'un estemporaneo escogitato, orbo di conseguenza perchè intimo, di un motto oziosamente ed innavvertemente sfuggito, d'uno svagamento intempestivo anche, ma tutto proprio della mobilità dell'organo pensante, tutto questo sistema non vi par egli, ditelo voi, roba da bambini e compassionevole miseria?

L'analisi sistemata è studio pericoloso se da grandi e leali intelligenze non venga esercitato. La massa delle mediocrità, impotente già per sè stessa ad accogliere in uno sguardo tutti i lati d'un concetto, se per sovrappiù venga sistematicamente applicata ad un dettaglio, non ne diverrà che sempre più gretta e microscopica. Gl'interessi poi studiano il sofisma, le passioni cercano il cavillo, il dispotismo s'allieta dello scisma, e lo spirito debole, tratto in tortuoso e smarrito sentiero, sente più che mai il bisogno d'una guida, alla quale è costretto affidarsi ad occhi bendati, sia che al bene lo conduca ed al meglio, o sia che al peggio lo trascini, e nel suo proprio male lo immerga.

Noi perciò vorressimo che la donna specialmente, che tanto è a religione inchinevole, e che al sentimento di essa sinceramente e sublimemente sposata può tanto bene produrre, la mente informata ai lucidi precetti di quella, meno gretta ed analitica fosse nella manifestazione di quel sentimento, meno oscillante, meno dubitativa nel giudizio del bene e del male, del convenevole e dello sconvenevole; vorremmo che dai chiari precetti della verità derivasse dei criterii sicuri a giudicare più sanamente di sè, d'altrui e delle cose tutte; vorremmo abborrisse da certi facili scandali, figli d'ignoranza e di pregiudizio, da certe intolleranze che, violenti e feroci, vertono sopra opinioni e riti, dottrine e cerimonie che finalmente non sono che svariati modi di esprimere un unico ed universal sentimento.

Deplorevole cosa egli è questa, che cioè l'intolleranza più feroce, più esclusiva si mostri presso chi di molta pietà fa special professione; e non s'avveggono, codesti, che per essa più danneggiano la causa che intendono servire. E ben se lo sapeva il Cristo quando, reduci i suoi discepoli da Samaria e pregandolo dessi che implorasse fuoco dal cielo su quelle genti, che la predicazione loro aveano spregiato, rispose loro: _davvero; io non so da quale spirito siate condotti_.

Le religiose intolleranze in ogni tempo, in ogni popolo generarono i danni più atroci, le guerre più sterminatrici, le passioni più violenti che abbiano mai inferocito l'anima umana. Testimonii le babiloniche barbarie contro gli Ebrei, gli sterminii di questi sopra i vicini popoli incirconcisi, le secolari persecuzioni del gentilesimo sul cristianesimo nell'Europa e nell'Asia, i sanguinosi scismi d'Oriente, la cattolica inquisizione dell'Evo Medio, le guerre di Maometto, le lotte dei Mori e della Spagna, le crudeltà che accompagnarono e compirono lo scisma Anglicano, le stragi degli Ugonotti e di Zuinglio, l'ostracismo dalla civil società degli Ebrei tuttora vigente in molti Stati della civilissima Europa.

Che se l'intolleranza e l'esclusivismo, in sè stessi viziosi e maligni, fanno deplorevole mostra di sè in uno Stato, in una casta, nel viril sesso, come sendo la negazione d'ogni ragione, d'ogni filosofia, d'ogni umanità; nella donna poi, per natura mite, misericordiosa e diffusiva, son più che altrove mai spostati ed inopportuni. Tanto più se trattasi di religiose credenze, le quali naturalmente suppongonsi norma di costumi; come dovendo l'uomo per natura e per ragione essere conseguente. Laonde se voi l'altrui religiosa convinzione spregiate, voi stupirete altresì che gente di altra credenza, che non la vostra, possa essere onesta e rispettabile; e questo giudizio è puerile, è ingiusto, è falso, è superbo.

Lo esclusivismo di tre cagioni è lo effetto; o di suprema ignoranza, o di massimo orgoglio, o d'interessi personali o di casta. La prima ragione vi farebbe torto, le altre vi farebbero immorali; nell'un caso e nell'altro il sentimento religioso sarebbe erroneo ed ippocrita, sendo non già l'Ente Supremo l'oggetto del vostro culto, ma il pregiudizio; non già la Divinità oggetto di vostra fede, ma pretesto di passioni, strumento d'interessi.

Laonde, tutto il fin qui detto in poche parole riassumendo; il culto che alla Divinità si debbe, vuol essere razionale, come sendo il rapporto d'un ente ragionevole colla ragion suprema di tutto: dignitoso, come lo esige riverenza dell'essere infinitamente superiore; intimo, siccome trovando nello spirito la sua ragione, nel cuore l'innato suo sentimento.

Sendo la religiosa credenza norma di costume, non può questa condurci che alla carità dei nostri simili, che figli tutti d'un medesimo padre, effetti d'una stessa causa, camminando tutti ad un unico fine, d'un solo lavoro tutti incaricati, ad una stessa perfezione tutti vocati, nell'onorar Dio tutti concordi, non havvi differenza fra noi che d'espressione, come v'ha moltiplicità di linguaggi, varietà di costumi, individualismo di caratteri, diversi gradi d'intelligenza, molte fasi di civiltà, mille e mille combinazioni di luogo, di tempo, di persona, di circostanze, che mutano, alterano, modificano o determinano in mille sensi diversi, l'espressione di quest'unico, universale, innato sentimento dell'umana natura.

Ma io vi parlava fin ora siccome a gente profondamente e sentitamente religiosa, nulla supposizione fin qui facendo che taluna possa non esserlo; e certo, troppo porto alta opinione dell'intelligenza vostra, e della gentil conformazione del cuore, che in seno vi batte, per supporre altrimenti. Ma in forza di quelle combinazioni, alle quali accennavamo poco dianzi, non sarebbe impossibile che taluna fra voi atea si credesse. E dicevo credesse, perchè fuori del natural corso delle cose ella sarebbe, se lo fosse sostanzialmente. E come supremo degli oltraggi si è il negare a taluno alcuno degli istinti o delle potenze che il corpo umano esige ad esser perfetto e ben organizzato nell'interne e nell'esterne sue parti, ed a tutte esercitare le sue naturali funzioni; altrettanto e non minore insulto sarebbe il supporre che a taluna di voi difetti questo nobilissimo fra i sentimenti; tanto più che nella femminile natura ogni sentimento siede come in suo trono, sendo la donna, in ogni fasi della sua vita, accompagnata, guidata, sostenuta da quelli, per quelli capace d'ogni sacrificio, forte per quelli nelle abnegazioni, vittoriosa nelle lotte, indomita nelle difficoltà, d'ogni ardua impresa capace, perseverante nell'azione, tanto che, ciò considerando, un filosofo ebbe a dirsi, che la donna pensa, ragiona e decide col cuore, sentenza che, se per avventura un cotal poco speciosa e non certo matematicamente esatta, non arriva certo ad offenderci, per quanto poco caso sembra farsi della nostra potenza intellettiva.

Ma posta per un istante questa ipotesi, che vi fosse un'atea fra voi che mi leggete, io non farò che riportarvi ai semplici ed elementari raziocinii che vi facevo negli esordii di questo capitolo, sendo la verità religiosa di tal natura a non esigere lunghe disquisizioni, nè raffinate teorie.

Aprite gli occhi e vedete succedersi da tanti secoli il giorno e la notte, alternarsi con ordine eterno le stagioni, ripetersi senza fine dalla stessa causa gli effetti stessi; studiate i diversi climi co' loro diversi generi di vegetazione, colle diverse specie d'animali, investigatene l'ordine e le ragioni; studiate le scienze esatte coi loro infallibili assiomi: misurate nelle scienze speculative la potenza d'astrazione dell'umana intelligenza procedente con ordine invariabile di premessa in conseguenza e giunta con assiduo lavoro all'attual civiltà; vedete nella storia la logica dei fatti, sempre generati ed a lor volta generatori con ordine sì indeclinabile da non essere impossibile la profezia; nelle arti estetiche cercate le ragioni del bello, che tanto ci affascina lo spirito ed i sensi vellica sì piacevolmente, e voi le troverete e le riprodurrete subordinando l'azione vostra a regole ed a linee.

Se quest'opera permanente, logica, ordinata, ch'è la creazione colle sue forze agenti sotto leggi invariabili, vi sembra lealmente l'opera delle combinazioni, allora vi chiederò con La Bruyère che cos'è l'ordine? che cos'è la regola? Qualunque ipotesi si faccia l'uomo per giungere a spiegarsi questo fatto che è l'universo, tutte sono mille volte più difficili a concepirsi dallo spirito, che quella assai più semplice dell'esistenza d'una causa prima, intelligente e volente.

Egli è perciò che i progressi della ragione e delle scienze naturali hanno screditato la scuola _atea_ e sulle rovine di quella nacque la _razionalista_, la quale giunge per diversa via ad un egual meta. Quella negava ridendo, e negava per sistema e per progetto; ed a quella scuola viziosa per la sua maniera, immorale pel suo sistema preconcetto, il mondo deve però la demolizione del Medio Evo. Ma quell'abile demolitrice non valeva a nulla edificare, ed ella lasciava l'umana ragione come una carta sulla quale nulla v'era di scritto; ella dunque dovea finir di regnare, e moriva, lasciando a succeditrice nell'opera della emancipazione della intelligenza umana, la scuola razionalista, la quale cangiò il _Caso_ in Etere Cosmico, nella necessità di dare alla vita universale una ragione sufficiente. Ma essa pure ci conduce davanti a quel dilemma che ne accusa la debolezza. L'Etere Cosmico, il fluido vitale dell'universo è desso intelligente e volitivo? in questo caso siamo ancora una volta d'accordo; ma se non lo è, e non lo può essere, allora questo fatto dell'intelligenza e della volontà resta un'altra volta effetto senza causa, e la ragione si trova in bocca un osso più duro da rosicchiare che non l'esistenza divina.

La scienza di tutti i tempi ha ammesso le ipotesi, e di quelle si serve con una frequenza ed una fiducia ch'è talora eccessiva. In questo problema solo, ch'è pure fra tutti vitale ed importantissimo, non sarà lecito e logico fra le molte ipotesi delle diverse scuole quella accettare, e ritenere, che soddisfa maggiormente alle esigenze della ragione?

Conservando però profonda riconoscenza per tutti i sistemi che per iscopo finale delle loro fatiche si proposero la libertà della mente, noi propugniamo il principio religioso risultante dall'universale coscienza, voluto dalla ragione, aiuto poderoso alla sociale moralizzazione, donde il benessere universale.

È duopo dunque questo scopo si raggiunga, epperò, ciò che maggiormente importa, ch'è di massima gravità e di vitale interesse, si è, che il sentimento religioso si manifesti in voi in maniera che non degeneri a vestir le forme dello spirito debole, della ragione inferma, dell'esclusivismo orgoglioso, dell'inumana intolleranza.

Parlando Cristo colla donna di Samaria, questa gli diceva: «Tu sei giudeo e come tale crederai che Dio debba adorarsi in Gerusalemme, e non su quel monte ove l'adorarono i padri nostri» — (Notate che l'intolleranza ed il pregiudizio erano tali, ch'ella non sapeva figurarsi che un giudeo potesse transigere dall'esclusivo orgoglio del tempio di Gerusalemme) — Ed egli rispose: «In verità ti dico, che verrà un giorno che nè in Gerusalemme, nè in Garizim si adorerà Iddio, ma il Padre avrà adoratori in ispirito e verità».