La donna e i suoi rapporti sociali

Part 4

Chapter 43,494 wordsPublic domain

_L'esempio._ — La manía teologica di Costantino il grande, divenne contagiosa alla corte, da questa si propagò alla nobiltà, dalla nobiltà alla borghesia, dalla borghesia all'esercito, dagli uomini s'appiccò alle donne, ed in men che nol dico, tutto l'impero fu maniaco, delirante, frenetico per la teologia, e dissensioni e controversie, ed immensi volumi, e guerre interminabili, e strazii quotidiani e discordie intestine ne scaturirono, ed empio ed eretico si considerava colui che di sì strano morbo non fosse infetto, e l'opinione esigeva imperativamente che si parteggiasse.[5]

_Le passioni._ — I costumi della Grecia antica, che imponevano alla donna onesta la reclusione del gineceo, diedero ragione alla somma importanza che acquistarono in quel paese le cortigiane, laonde l'arte le immortalò nelle opere sue, la poesia le cantò, i filosofi tennero presso di esse le loro scuole, e la pubblica opinione aveva levato dalle loro fronti il marchio della vergogna.[6]

_La forza._ — Roma imperiale, vedendo il nascente cristianesimo proscritto dagli editti imperatorii, e perseguito con tanta severità in tutte le provincie del vastissimo impero, vedendo i cristiani dati esca al fuoco, pasto alle fiere, bersaglio ai dardi degli arcieri affricani, finì col convincersi esser eglino gente infesta allo Stato ed all'umanità; e divenne universale l'opinione che essi fossero sola cagione delle calamità dello impero; onde fu necessario che la penna eloquente di Tertulliano s'incaricasse di ribadir quelle accuse ed assurde le dimostrasse.

Più tardi i tribunali della sacra inquisizione, che siedenti presso che tutte le città del mondo cristiano, investiti di una potenza esecutiva assoluta, spaventavano le genti col quotidiano spettacolo dei più feroci castighi aggiuntisi al terrore di mali futuri ed eterni, di leggieri persuasero ai popoli cristiani dell'Evo Medio, che anche la più giusta e moderata ed urgente riforma invocata da pii ed onesti personaggi fosse esecranda eresia, onde videsi sovente, deplorevole spettacolo, il popolo stesso imprecare più volte a quelle vittime e recar sollecito l'esca ai loro roghi.

_Gl'interessi._ — Talleyrand, conversando con Napoleone il grande della scienza mesmerica, che allora cominciava a convergere a sè l'attenzione dei dotti e dei curiosi, ed interrogatolo se fosse o meno d'avviso di incoraggiarla, ne ottenne questa risposta: «No, non facciamo del Mesmerismo una scienza legale; a noi giova ch'ella resti dubbia, combattuta, ed anche ridicola. Pensate chè diverrebbe la politica dei gabinetti.»

_L'ignoranza._ — Sono così molteplici, ed incontransi a tante migliaia nella storia, le erronee opinioni accreditate, e tenacemente custodite per fatto d'ignoranza, che sarebbe più presto detto che tutta la storia dell'umana intelligenza è la prova di questo fatto.

Socrate, dannato alla cicuta siccome empio per l'unità divina; Galilei, tradotto davanti al Santo Ufficio per avere sostituito il giro della terra a quello del sole; Sarpi, processato egli pure siccome eretico per la forma speciale delle sue pianelle; Andrea Vesale, condannato siccome negromante per le sue prime sezioni anatomiche; la chimica creduta per lungo tempo arte magica e diabolica; la epilepsia creduta possessione ed invasione demoniaca, la lebbra considerata siccome castigo divino dagli Orientali; i pregiudizii del popolo dei nostri giorni che, associando il sopranaturalismo ai fenomeni i più semplici e naturali, fa perfin talora della morte ch'è pure un fatto cotidiano e costante[7] un castigo di Dio; tutti questi erronei criterii come potrebbero altrimenti chiamarsi se non le naturali espressioni dell'ignoranza?

Roma chiudeva, (pel supplizio d'una Vestale), tre giorni il foro, il Senato, i pubblici mercati, sospendeva i giuochi, la guerra, tutti i pubblici interessi ed i privati, ed offriva notte e giorno vittime espiatorie, persuasa che la battaglia sarebbe perduta, i giuochi sgraziati, gl'interessi ruinati se prima non avesse placati gli Dei.

Avendo in Roma una donna difesa nel foro la propria causa, il Senato inviò a Delfo a consultare l'Oracolo per sentire quale sventura soprastasse alla città ed alla nazione per siffatta enormità.

Sendosi abolito in Francia, per decreto di Sinodi provinciali, i banchetti nelle chiese che si facevano in dati giorni dell'anno, la cui sconvenienza andava al punto da ingombrare con piatti e bottiglie perfin l'altare sul quale il sacerdote celebrava, mentre e popolo e clero bivaccava, si inebbriava e schiamazzava insieme, il popolo non mancò di gridare all'empietà e s'accorava seriamente che si volesse distruggere la religione[8].

Se all'ignoranza delle verità morali e speculative avvien che s'aggiunga la ignoranza della storia e degli usi e costumi di tutti i popoli (che maggior estensione suol dare alle idee, e maggior quantità di dati presenta all'esattezza del giudizio come per lo più nelle masse), allora l'opinione pubblica diviene non già organo d'intelligenza, ma misura d'ignoranza.

Basta la più leggiera tinta di storia per provarci quanto siano fluttuanti e precarie le opinioni, che non si fondano sui semplici e sovrani emanati della ragione; e siccome di assai poche verità assiomatiche trovasi l'uomo in possesso, così veggiamo lo spirito d'un secolo e d'una generazione differire enormemente dalle antecedenti e dalle susseguenti, addottarsi e ripudiarsi i sistemi, modificarsi assiduamente usi, costumi, ed istituzioni ormeggiando lente, ma indefesse il progressivo sviluppo dei popoli, il quale, attraverso a queste molteplici e svariate gradazioni morali, per legge fatale di natura e di provvidenza, sempre sale verso il meglio.

Da tutto il fin qui detto emerge, che questo formidabile fantasma della opinione vuol essere guardato in faccia senza timore, e ben disquisito vuol essere, ed analizzato prima di accettarlo ed inchinarcegli siccome a supremo arbitrato. Esaminiamo se le forme solenni, che assume, siano per avventura il puntello di interessi parziali, la tonaca lunga ed affibbiata dell'ipocrisia, la legge caduca della forza, od il semplicissimo _così facea mio padre_, tanto potente sulle masse incolte che un bello spirito non chiamava senza ragione animal d'abitudine. Ben sovente ci accadrà di trovarci di fronte ad un colosso dal piè d'argilla; e le mie parole vi si appaleseranno ben vere, se riflettiate un istante ad un fatto gigante, che veggiamo svolgersi sotto late dimensioni nella nostra Italia in un solo quinquennio di libera vita.

Chi non è colpito dalle modificazioni di idee, di opinioni, e perfin di credenze che vanno ogni dì operandosi nelle menti? Chi non meraviglia pensando che la Italiana Unità, che predicata da pochi Apostoli nel 1821, e creduta fino al 1859 una solenne utopia, in quell'anno stesso diveniva il nazionale programma e la coscienza universale?

Io distinguevo testè le opinioni fluttuanti e precarie, che trovano per pochi momenti la loro ragion d'essere negli interessi, nella ignoranza e nelle passioni, dai supremi e semplici emanati della ragione morale, epperò la sana educazione, che ci aggioga agli impermutabili precetti di quella autorità, può e deve farci timidi e riverenti del giudizio e delle opinioni altrui, quando quelle vengano manifestate da individui, la cui nota virtù ed intelligenza possono e debbono, con ogni logica, farceli autorevoli; attesochè alla saviezza dei criterii concorra in essi la calma delle passioni e la lucidezza della mente.

_Amo laudari a laudato viro._ In questa antica sentenza stanno conchiusi i ragionevoli ed equi confini della opinione autorevole. Autorità è questa dalla quale bene farà la donna di non mai ribellarsi, nè essere di quella stima indifferente, nè quel biasimo mai superare; poichè non libertà di spirito, o solidità di giudizio ciò mostrerebbe ma rivoltante spudore; che se per caso talora conducendosi dietro i pensamenti di persone lodevoli e lodate, od un consiglio loro seguendo errasse, e migliore dappoi avvertisse il proprio consiglio, cotali complici nello errore assai la giustificano e la assolvono.

Ma qui deve arrestarsi la condiscendenza all'opinione altrui; che s'ella si proponga di voler a tutti piacere e di tutti avere la stima e l'aggradimento, immorale affatto diverrà e corrotta senza però lo intento conseguire, sendo i caratteri ed i cervelli umani sì svariati di gusto e di giudizio che, quando cotale illusa vi fosse, ben potrei dirle:

«_Brami invan d'esentarti alle punture_ «_Se fur d'Appelle infin l'opre immortali_ «_D'un ciabattin soggette alla censura_».

Che se a' pii esercizii rivolgerai l'animo a pietà inchinevole, sarai tosto nello spirito del volgo ipocrita o bigotta; se agli studii addestrar vorrai lo innato ingegno sarai pedante; se alla tavoletta intenta le lunghe ore ogni cura adoprerai ad esser bella, sarai tosto leggiera e vanerella; se del moto o del passeggio bisognosa ed amante, di spirito ozioso e svagato avrai la fama; se società raccogli nelle tue interne sale e di frequente sarai nei teatri vista, mille, più o men veri, galanti aneddoti circoleran sul conto tuo; se, della prole amante e del consorte, trarrai oscura e laboriosa vita fra domestici affetti e doveri, non mancherà chi a difetto di spirito e d'attrattive la volontaria solitudine attribuisca. Se, bella essendo e corteggiata, sarai costretta per genio o per dovere a chi il cuore negare, a chi la mano, di superba o di fiera t'acquisterai rinomanza. Se natura avesti matrigna e di bellezza manchi e d'attrattive, per ciò solo d'imperdonabile delitto sei già rea, e la grazia sarà per te affettazione, la dignità pretesa, smodato sfarzo la decenza, ogni virtù ti scemerà di pregio, ed ogni neo salirà fino a deformità mostruosa.

Laonde, a premunire dalla ingiusta e dolorosa pressione di sì sventati e crudeli giudizii, la donna, che per la natìa timidezza dell'animo già li soffre e li teme (e per la sua debolezza è ben già di soverchio esposta agli oltraggi) ben lunge dal curvarle vieppiù la testa sotto il giogo ingeneroso, che il filosofo ginevrino si affatica a premerle sul collo, io le fo coraggio e le ripeto:

«_Anima che per biasmo si dibassa_ «_E per lode s'innalza è debil canna_ «_Cui muove a scherzo il venticel che passa_».

Epperò informata alle imprescrittibili leggi della morale, non d'altri schiava che del principio che a guida togliesti del tuo operare, coll'occhio fiso al nobile fine che programma facesti della tua vita, l'occhio e l'orecchio chiudi alle migliaia che tutti importisi vorrebbero a legislatori e tiranni, e fa

«_Come il Villan che posto in mezzo_ «_Al rumor delle stridule cicale_ «_Senza curare il rauco strido loro_ «_Segue tranquillamente il suo lavoro_».

LA DONNA E LA RELIGIONE

Regi, monarchi, potentati, sacre maestà, vi ho nominate con tutti i vostri nomi? grandi della terra, altissimi, potentissimi e forse ben presto anche Onnipotenti Signori, noi, uomini, abbisogniamo, per le nostre messi, d'un po' di pioggia, di qualche cosa meno anche, d'un po' di rugiada. Fate della rugiada, mandateci sulla terra una goccia d'acqua!

Una sola cosa, Lucillo, mi fa pena. Questi grandi corpi sono così costanti ed esatti nel loro cammino e nei loro rapporti, compiono con ordine così invariabile le loro evoluzioni, che un piccolo animale, rilegato in un angolo di questo immenso spazio che si chiama mondo, avendoli osservati, s'è fatto un sistema infallibile di predire a qual punto del loro corso tutti questi astri si troveranno da oggi a due a quattro a ventimila anni. Ecco il mio scrupolo, Lucillo; s'egli è per caso, ch'essi osservano leggi così invariabili, che cos'è l'ordine, che cos'è la regola?

LA BRUYÈRE.

Dilicatissimo e difficoltoso argomento è questo che imprendo a trattare, e tanto più oggidì in cui, questioni vitali si agitano nel paese in cui io scrivo, questioni di vita e di morte per tutta una casta, che il proprio parziale carattere ne ritrae, questione interessantissima ad ogni regione del globo, ad ogni popolo, ad ogni intelletto che si travagli nelle filosofiche disquisizioni, ad ogni cuore che palpiti nella incertezza degli umani destini oltre la tomba.

Come procedere senza sollevare obiezioni, senza sconcertare credenze, senza urtare suscettibilità, senza sconcertare interessi? Come non cozzare qui colla sistematica negazione, là colla gratuita asserzione, a diritta colle astrazioni di Fourier, di Leroux, a manca con De l'Orgue e De Maître, davanti con Reynaud, dietro con tutta la miriade degli ascetici? E davvero assai peritosa e timida stommi del come mi condurrò, del punto da cui partirò nel vastissimo terreno che mi si apre a discorrere, della scelta che far convienmi fra le idee che copiose invadono la mente, dell'arte con cui eviterò l'urto dei triboli e la puntura delle spine in una strada che, tutta l'umanità percorre, eppure, più fu battuta, e meno si fa praticabile a chi non voglia sollevarsi di fronte una guerra di scandali e di pregiudizi che più lacera il cuore, che non guerra di spade.

Pure già lo dissi nelle prime pagine, e giovami qui ripeterlo. Io preparo la donna dell'avvenire, di quell'avvenire che ogni intelletto, sazio di gratuito, ogni spirito esasperato dalla lotta che, dalle cieche passioni e dagli inverecondi interessi è combattuta alla verità ed alla morale, deve necessariamente affrettare coll'opera e col desiderio.

E ferma in questo proposito, smessa ogni peritanza, m'innoltro alla libera sposizione delle idee.

È assai possibile che il debole intelletto non abbia saputo, neppur dallo assiduo e pertinace studio di grandi autori, estrarre il vero, ed è ancor più possibile che la insufficienza della dialettica, e la poca facondia del dire, mi facciano irremissibilmente impotente a persuadere; ma mi resterà pur sempre chiaro e confortante testimonio la coscienza di avere, con ogni calma dello spirito e lealtà d'intelletto cercato il vero, e la mia fatica rivolta a presentarlo altrui, senza spirito di fazione, senza sistema preconcetto, senza fine secondo. E la donna, alla quale io parlo, accolga i miei sforzi con quella benevolenza che, se poco è meritata dallo intrinseco della mia fatica, non sarà certo sciupata invano dal buon volere, che mi ho, di porgere al mio sesso la sempre utile comunione delle idee.

Essendo più pratico che teorico lo assunto mio, ed essendo io in ben altra situazione che quella d'un sacro oratore, il quale, od in un tempio di cattolici parli, o sermoneggi in una adunanza di _fratelli_, od il Corano commenti in una Moschea, sempre sa di parlare a chi come lui crede e sente, ed è già con esso lui d'accordo prima che parli, non mi è permesso saltare a piè pari nell'argomento, ma dobbiamo prima fondare di comune accordo le premesse.

Non si tratta per me di persuadere ad altrui le convinzioni mie: non intendendo fare nè polemiche nè controversie. Io parlo alla donna d'ogni paese, ma specialmente italiana, e parlo alla sua indipendente ragione, al suo libero intelletto, per cui, a partire da basi concordi ed a meglio comprenderci, dal fatto partiremo e dallo assioma.

La religione, metafisicamente considerata, è il _sentimento innato della divinità_. Essa fu siccome tale sentita da tutti i popoli e da tutti i tempi; e che ciò sia stato, lo provano gli innumerevoli monumenti e le tradizioni che la primigenia umanità legava alle posteriori generazioni; le quali poi a loro volta, anzichè sperdere quelle tradizioni e quei monumenti della fede dei padri loro, come fatto avrebbero quando non ne avessero ampiamente accolto il legato, altri ne aggiunsero, ed ogni generazione accrebbe così alle vegnenti il patrimonio delle credenze.

Questo fatto che, siccome basato sulla semplice autorità, poco proverebbe se chiamato fosse a stabilire la verità d'una scientifica sposizione, od a convalidare la solidità d'un raziocinio che a sè stesso non basti (avvegnachè e storia e filosofia cospirino a non ammettere l'umanità degradata sibbene primitivamente ignorante) questo fatto, dico, diviene categorico e perentorio quando a provare la generalità e costanza di tal sentimento lo indiriziamo.

Ora, siccome è vero che, l'effetto non nasce che dalla causa, la conseguenza tradisce la premessa, lo edificio rivela l'architetto, così l'universo predica una ragion prima. Il caso, che l'ateo volle a ragione di questo fatto, se è per lui ragione sufficiente, per lui _il caso è Dio_, e non v'è fra lui e il general sentimento che una questione di vocaboli; ma s'egli la considera siccome ragione accidentale egli da sè bene inesperto si proclama, avvegnacchè, sopra qualunque cosa egli esperimenti le combinazioni del caso, sempre le avrà avvertite, vaghe, disordinate e sopratutto incostanti; cosicchè il comun senso definisce col vocabolo _caso_ ogni combinazione, che manca affatto d'ordine, di durata e di leggi; il chè senza impugnare il testimonio della scienza (che va ogni dì scoprendo la ragion delle forze nel meccanismo universo, e potentemente le applica) senza rifiutare in ogni filosofia il supremo emanato della ragione fatto eminentemente ordinato, senza accagionare di allucinazione i nostri sensi tuttodì colpiti dall'armonia inalterabile della natura, sarebbe deplorabile follia diniegare.

Meno evidente è all'intelletto l'immortalità e la vita futura, sebbene anch'essa non vada sprovvista di possenti ragioni, e ricca e forte della coscienza dei popoli.

Come l'artefice elaborando l'arnese considera l'uso a cui lo destina, e le parti ne informa, e le forze e le misure ne proporziona, in vista di quello; altrettanto veggiamo aver natura praticato in tutte le sue produzioni, e questa saggia economia dell'universo è dalla scienza, ognor progressiva, ogni dì constatata su più late dimensioni; non altrimenti, tutte le facoltà ed attribuzioni dell'anima, siccome le parti tutte e tendenze del corpo, debbono necessariamente rispondere ad una data destinazione. Ora le facoltà dell'anima nostra eccedono sotto ogni aspetto la destinazione qualunque che aver potressimo circoscritta alla presente vita. Eccede l'insaziabile curiosità di tutto investigare, il tempo, i mezzi, le forze che all'investigazione abbisognano. Il senso morale, che l'uomo spinse fino agli estremi dello scrupolo delicato, non sarebbe che un'ironia in faccia ai pochi giorni di gioia e di vita che ci sono accordati. Nè si dica, che questo senso non sarebbe che una provvidenza di natura posta a tutela dei reciproci interessi; questo confine sarebbe d'assai soverchiato da un senso morale che limita gli atti anche intimi, anche indipendenti della vita umana. Il vivo desiderio dell'infinito, il cui soddisfacimento constatiamo impossibile nella esistenza che conosciamo, l'orrore del nulla così profondo, così sentito che non può esser domato dal terror dell'ignoto; tutti problemi sono questi, ai quali non è possibile che una soluzione, l'immortalità.

Altro senso innato nell'uomo e profondamente sentito è il senso d'equità e di giustizia. Ora non potendo egli appagarlo, avversato qual'è dall'ignoranza, vinto dalle passioni, soggiogato dalla forza, immolato agli interessi, e sentendone tuttavia la somma ragione, trovò il dogma del premio e della pena, o meglio, lo sentì, ed in questo fondò la ragione della virtù e l'odio del vizio. Laonde l'esistenza della divinità creatrice, ordinatrice e provvidenziale, l'immortalità, il premio del bene e la punizione del male; ecco i tre dogmi che furono base alle teogonie tutte, e che ogni ragionevole intelletto può e deve ammettere.

Ammessa l'esistenza della divinità, l'uomo le deve omaggio e riconoscenza, ed ecco sorgere la religione donde i culti ed i riti; ammessa l'immortalità ecco sorgere con essa l'infinito, e l'aspirazione all'infinito, donde l'indefinito progresso; ammesso il premio e la pena, ecco sorgere la ragione della morale, donde la sociale felicità.

Premesse queste poche parole a prevenire le nostre lettrici del punto da cui partiamo, nè potendo noi più inoltrarci nelle religiose teorie senza specializzare, epperò renderci a molte impossibile (e non trovando pur necessario il farlo dacchè abbiam già trovato la ragione religiosa), passiamo a disquisirne i caratteri, segnalarne le viziose applicazioni e le vere.

Essenzial carattere dell'ossequio, che l'uomo prestar deve alla divinità, è l'essere questo ragionevole, essendo ragionevole chi lo presta, e verità assoluta, e ragion d'ogni cosa, l'essere supremo a cui è rivolto; perciò l'assurdo è insulto a Dio, nè può essere scusato che dall'invincibile ignoranza. Assurdo perciò non potea ch'essere, a mo' d'esempio, il sacrificio, il quale intendeva onorar Dio col distruggere la sua fattura: ciò non potea scusarsi che dall'ignoranza, ma il Sacerdote il quale godeva le parti comestibili delle vittime sacrificate, epperò eccitava continuamente i popoli ai sacrificii, non era più ignorante, era furbo; e l'iterato fumo de' suoi incensi non era che un insulto a Dio, ch'egli faceva servire a suoi interessi.

Più d'una vedrà forse altra cosa, che l'infanzia dello spirito umano, in questi riti dell'umanità primitiva, ma noi risponderemo con una sola osservazione. I sacrificii cruenti, criminosi, se di vittime umane, assurdi se di ostie brutali, cessarono sotto l'impero di due autorità. La prima fu il Vangelo, che promulgò la più razionale delle religioni; la seconda fu il progresso della civilizzazione, che chiarì allo spirito umano la vanità di cotali ossequi e la loro assurdità. Ora se i progressi della ragione resero incompatibile il sacrificio, ciò basta per dare il nome alla cosa.

Dovendo l'umano ossequio alla Divinità essere razionale, ne emerge di natural conseguenza, che non debbano le esterne sue manifestazioni superchiare agli occhi nostri in importanza l'intimo sentimento che li produce. Che se al riconoscente affetto, che verso Dio ci porta e delle leggi imperscrittibili della morale ci fa teneri osservatori, come sendo dallo stesso suo dito scritte ne' cuori nostri, anteponiamo gli atti esterni e convenzionali del culto che, orbi per sè stessi d'ogni morale valore, altro non sono che l'espressione di quello, noi adopreressimo come chi il vetro anteponesse al diamante, il bacio all'affetto.

Eppure, se poniamo a disamina lo zelo, con cui tutti gli ascetici scrittori moltiplicarono in ogni confessione, e classificarono in infinite categorie mille pie pratiche, e di quale importanza vollero circondarle e con quale entusiastico fervore le vollero raccomandate e praticate; davvero, non intendo calunniare le intenzioni loro, ma credo altro non s'avessero in vista che di soffocare il religioso sentimento ed imporgli silenzio onde lasciar luogo alla moltitudine delle parole, non dissimili dai sacerdoti di Baal (de' quali tanto si rideva il profeta Elia) che gridando con quanta forza era possibile ai loro polmoni, e continuando in tal baccano tutto l'intero giorno, se ne tornavano convinti che la loro sonnacchiosa Divinità li avesse alla perfine intesi e compresi.