La donna e i suoi rapporti sociali
Part 3
Ma ecco ai nostri tempi sorgere col programma di tutte le possibili libertà anche alla donna un'êra novella, ed in mezzo ad assennate e serie riforme affacciarsi le umoristiche esorbitanze inseparabili da ogni epoca di transizione; e tornar in campo, sublime per idealismo siccome venerata per vetustà di concetto, la Repubblica platoniana. Ed ecco che, mentre l'orientalismo proclama la donna puro stromento di piacere, il cattolicismo la vuole serva rispettata, la cavalleria scopo delle imprese e premio dei tornei, la teologia, come il vasaio colla sua creta, ne fa vasi d'onore o d'obbrobrio[3], la poesia il bersaglio a tutte le sue esagerazioni, il nostro secolo un'addizione al sesso virile; che fa la donna? La donna, siccome un attore che si orna per la scena, deve chiedersi ogni giorno qual commedia si rappresenti e davanti a qual pubblico, per sapere qual più le s'addica di tutti i costumi di che si vorrebbe coperta. Nessuna lusinga per lei d'uscirne coll'unanime aggradimento. Condannata ad esser relativa ai tempi, ai costumi, ai luoghi, agli individui, curva sotto il ponderoso fardello dei pregiudizii sociali, portando sola, la pena della licenza e degli errori dell'altro sesso, è, e sarà, finché non si desti alla coscienza di sè, il paria fra gli esseri viventi.
Ma ecco il tempo di domandarci la ragione di sì svariati giudizii sulla donna, mentre i rapporti, che la accostano all'uomo, sono semplici, sono costanti. Il senno e la buona fede, che alcuni scrittori usarono scrivendo di lei, pare avrebbero dovuto condurli a conclusioni più assennate e meno ingenerose. Ciò accusa una viziatura di sistema forse più che non passione di dominio o gelosia di proprietà: ed il secolo, che aspira al conquisto d'ogni ragionevole libertà, non troverà esorbitante che la donna cerchi e studii il modo per dove iniziare la propria.
Secondo me, la ragione per cui le condizioni della donna non poterono fin qui migliorare si è perchè ella non fu fin qui considerata dagli uomini, nè si considera ella stessa, se non in base e dal punto di vista di costumi e di istituzioni ben lungi dall'essere logiche e filosofiche, i quali formano poi una viziata opinione, sotto la cui prepotenza la donna, non so se più infelice o demoralizzata, è ben d'uopo curvi la testa. Ogni autore le mena quindi addosso colpi da orbo, niuno toccando la vera piaga, niuno scoprendo l'origine vera del male, e niuno raggiungendo necessariamente di tanti scritti, ai quali fu ed è scopo ed argomento, un concreto miglioramento delle condizioni del suo sesso.
Ai tempi che volgono, parmi debbano alquanto modificarsi le esorbitanti opinioni, che in tutti i secoli e da tutti gli autori portaronsi sulla donna. Finchè questa, dalle masse e dagli individui, e dalle leggi e dalla teologia, era considerata siccome cosa di relativo valore, ed ella, oppressa, epperciò ignorante, accreditava colla passività del suo spirito siffatto giudizio, quelle opinioni, per quanto ingenerose, potevano tollerarsi, siccome un divoto uditorio, costretto al silenzio per riverenza del tempio, sente chiamarsi empio, peccatore e scellerato dal sacro oratore, senza punto protestare o scomporsi a tanta contumelia. Ma, la Dio grazie, ciò che esiste, alla perfine si fa sentire; e l'azione persistente del cristianesimo abborrente da ogni oppressione, e i poderosi conati della filosofia pella diffusione della sapienza, evocando alla coscienza di sè ogni essere intelligente, chiamarono la donna al sentimento dei proprii mezzi e dei proprii diritti; ed il pubblico criterio, compiendo ogni giorno una nuova evoluzione, ammette in oggi ciò che ieri niegava, e troverà domani logico ed equo, ciò che oggi gli apparve esorbitante. Tale è la legge fatale del progresso, legge che non mai tanto apparve come a dì nostri per la portentosa facilità delle comunicazioni, ed il generale sviluppo della vigente generazione sensibile, operosa e concitata.
Questo fatto luminoso e costante ci dà il diritto di sperare, che la legislazione, che ancora non s'è accordata colla coscienza universale e, rispettivamente alla donna, si risente ancora di quel selvaggio _vae victis_ che insanguinava gli antichi codici, non tarderà a porsi meglio d'accordo collo spirito dei tempi e colle esigenze della giustizia.
Dietro questo fatto gigante ed innegabile, imbevuta dalle idee del mio tempo, io non posso venir d'accordo con madama Neker che, nel suo trattato d'Educazione, vuole la donna assolutamente passiva, e peggio con Gian Giacomo Rousseau, che la vuole affatto relativa; chè e l'uno e l'altro di questi sistemi esprimono implicitamente la formola, che esplicitamente proclamano i codici degli Stati Unionisti, che tuttora conservano la schiavitù, cioè «_la legge si propone l'interesse del padrone, non tenendo conto alcuno del benessere dello schiavo_.» Massima che ogni spirito filosofico ripugna, ogni coscienza rivolta ed a tempi illuminati più non si conviene. Che se egli è vero che «le leggi tolgono spesso la origine, e sempre la modalità e le pavenze dalla pubblica opinione, la quale anzi generalmente le pronostica: e che, per essere buone, debbono corrispondere al grado intellettivo e morale raggiunto da un popolo, e consonare col politico reggimento, ormeggiando il bene ed il male, le virtù ed i vizii, in una parola, i bisogni del popolo»[4] non tarderemo certo a conseguire una sensibilissima riforma e miglioramento nella nostra legislazione per quanto spetta la donna, che, schiava ancora in faccia a quella e colpita di nullità, è nella pubblica coscienza salita a somma importanza; importanza che non le è già dalla cavalleresca cortesia dell'uomo, nè dal suo passeggiero capriccio impartita, come in altri tempi, ma da lei conquistata col suo intellettuale sviluppo, col suo benefico intervento nelle cose sociali, coll'ardente ed attivo interesse alle patrie vicende, e poderosamente reclamata dalla voce della giustizia che va ogni dì sostituendosi su maggior terreno alla bruta forza.
Ora, tenuto calcolo di tutto ciò, l'autrice va seco stessa interrogandosi se in faccia alla maggior importanza della donna, ai nuovi destini che l'attendono, alla più lata istruzione che le si imparte, sia tuttora logica, possibile e conveniente l'educazione che i due sopracitati autori vorrebbero darle (e con essi dal più al meno tutti quelli che di lei scrissero e s'occuparono) educazione che, riassunta in poche parole, tende ad annichilarne la ragione, spogliarla d'ogni forza volitiva, deprimerne le più innocenti passioni, attutirne il sentimento colla sferza di mille doveri, che non son tali per lei che per l'altrui gusto ed interesse, incatenarne la intelligenza, circoscriverne e falsarne il criterio coll'autorità del pregiudizio, ristringerne nel più angusto spazio possibile ogni esterna manifestazione, ridurla in una parola al _sicut cadaver_, famoso trovato del Gesuitismo.
D'altronde l'opera della educazione per sè stessa faticosissima, improba e penosa diviene allo educatore ed allo educato, quand'ella si prefigga di lottare per così dire, corpo a corpo colla natura, combatterla palmo a palmo, volerla attiva là dov'è passiva, volerla ottusa là dov'è aperta, volerle innestare dei sentimenti impossibili sugli innati: tutto ciò, dico, è come volere che il quadrupede divenga volatile, che il rettile si faccia pesce! Quando l'impresa non fosse assurda ed impossibile, noi non ne avremmo che un mondo ibrido e mostruoso.
È cômpito della educazione lo incivilimento della specie e non la sua trasformazione come non è intenzione dell'orticulture metamorfosare, verbigrazia, la fragola nella lampuna, ma sì bene modificando nell'una e nell'altra la nativa asprezza ed angolosità, ingentilirne il sapore, svilupparne le forme, onde al palato ed alla vista più gradito sia il frutto ed ammirevole.
Laonde l'educazione, a conseguire il suo scopo, deve conoscere la natura affidatale, investigarne l'intimo valore, il modo d'esistenza e di manifestazione, studiare la natura degli esseri e delle cose che nell'attualità e nel futuro, hanno ed avranno con lei dei rapporti, e questa legge dei rapporti che è la sintesi del viver sociale, vuol'essere non tanto determinata da una serie di atti esterni più o meno convenienti a chi li produce, e gradevoli a chi li vede (il che ridurebbe la educazione a pulire e lisciare la superficie nostra onde non essere ad altrui inamabili, con immane fatica dello spirito che deve alla materia assiduamente imporre atti, dalli interni sensi discordanti, ed a penosa continua menzogna dannarla), ma questa legge, sulla quale s'incardina e s'imperna la scienza della vita, deve lo spirito dello educato informare così, che gli divenga come la pietra del paragone a trovare in ogni più intricato caso il miglior partito, a giudicar sanamente degli uomini e delle cose trovando le convenienze loro, a portare in ogni suo procedimento quella franca ed amabile lealtà che risulta dalla concordia dell'atto e della parola, di questa e di quella colla mente e col cuore.
Ora, se questi principii furono sempre più o meno applicati dall'educazione impartitosi all'uomo, non fu del pari trattata la donna, per la quale ogni rapporto sociale veniva caricato, o moderato, non secondo norma di ragione, ma di pregiudizio e negatole per soprappiù veniva ogni sentimento di sè, siccome relativa affatto ch'ella era ai criterii, ai gusti, alli interessi di chi le stava con qualche diritto d'attorno.
Ma in mezzo al secolo, che si è prefisso a generoso cômpito la caduta d'ogni despotismo e l'associazione di tutte le forze morali, materiali, intellettive alla costruzione del sociale edificio, mi è ben lecito ed anzi doveroso il pensare altrimenti, e l'invocare una seria modificazione di un sistema riconosciuto ingiusto, divenuto impossibile.
Fiduciosa nel sentimento di giustizia sì poderosamente sviluppatosi nel nostro secolo, profondamente credente nei destini dell'umanità, nella saviezza dei legislatori, nel progresso dello spirito umano, che niuna diga od argine riescì ad arrestare nel rapido e fatale suo corso, abbiano essi nome pregiudizio, interessi, od oscurantismo, noi aspettiamo nella perfetta calma della convinzione quell'avvenire, che non è lontano, nel quale le riforme invocate passeranno dallo stato di aspirazione nel dominio dei fatti. Frattanto nostro cômpito per ora si è, cercare per la donna un modo d'educazione che sia in miglior accordo col suo attuale sviluppo, che la ponga all'altezza dei suoi destini e della pubblica stima, che la provveda d'una miglior norma di criterio che quella non sia dell'opinione, che dandole la coscienza di sè e l'appreziazione de' suoi mezzi, la risollevi ai propri occhi e la spinga a cercar oltre le corporali attrattative la fama e la gloria, che ridonandola al sentimento del suo intrinseco valore, non la faccia eccedere nello accarezzare l'altrui gusto a spese della propria dignità e convenienza, che ponendo alla sua portata le arti ed il sapere, la tolga al vergognoso sciupinío che ora fa del suo tempo; che se questo sciopero è conseguente all'attuale sua educazione, come essendo di niun valore il tempo di chi nulla può produrre di serio, non lo sarebbe già quando convinta fosse d'aversi non diritto soltanto, ma eziandio dovere, di sviluppare ed applicare quelle facoltà che natura le impartiva, non a scialo di ricchezza produttiva, ma a fine provvidenziale diretta.
Ed in vero, a chi credesse tuttora, che la donna altro fine all'esistenza sua cercar non debba, oltre quella della femmina, la natura eloquentemente risponde mostrandogli in lei facoltà, che sotto ogni aspetto eccedono gli uffici materni, e che in lei sopravvivono all'età destinata a cotali uffici, e sempre più si dilatano e si fortificano, il che la prova vocata a progredire.
Che se talune educate al culto dell'opinione giusta od erronea ch'ella sia, si ritraggono dalle gravi occupazioni, per tema che le grazie vi facciano naufragio, o perchè tanto scredito si raccolse sulla coltura femminile, o per un falso giudizio invalso sulla pochezza della femminile capacità, ripeterò qui ciò che su tale argomento scrive La Bruyère ne' suoi _Caratteri_ «Pour quoi, dice egli, s'en prendre aux hommes si les femmes ne sont pas savantes? par quelles lois, par quels edits, par quels rescrits leur a-t-on défendu d'ouvrir les yeux et de lire, et de retenir ce qu'elles ont lû et d'en rendre compte dans leurs conversations et dans leurs ouvrages? Ne se sont elles pas au contraire établies dans cet usage de ne rien savoir, ou par la faiblesse de leur compléxion, ou par le soin de leur beauté, ou par une certaine légèreté qui les empêche de suivre une longue étude, ou par les distractions que donnent les details d'un domestique, ou par un éloignement naturel des choses pénibles et sérieuses, ou par une curiosité toute differente de celle qui contente l'esprit, ou par un tout'autre goût que celui d'éxercer leur mémoire? _Mais a quelque cause que les hommes puissent devoir cette ignorance des femmes, ils sont heureux, que les femmes qui les dominent d'ailleurs par tant d'entroits aient sur eux cet avantage de moins._»
Chi non vedesse qui, che tutte le cause alle quali La Bruyère suppone doversi l'ignoranza della donna e la sua frivolezza, a non altro attribuir si debbono che all'educazione che le si dà, ad un falso criterio che le si forma, legga quest'altre che le seguono, nelle quali l'Autore, dopo avere asserito non essere la Donna _saccente_ che un oggetto curioso, ma affatto fuori d'uso, distinguendo dal pedantismo la vera sapienza soggiunge: «Si la science et la sagesse se trouvent unies en un même sujét, je ne m'informe plus du sexe, j'admire: et si vous me dites, qu'une femme sage ne songe guère à devenir savante, ou qu'une femme savante n'est guère sage, vous avez déjà oublié ce qui vous venez de lire, _que les femmes ne sont détournées des sciences que par de certains défauts. Concluez donc vous même, que moins elles auraient de ces défauts, plus elles seraient sages, et qu'ainsi une femme sage n'en serait que plus propre à devenir savante, ou qu'une femme savante, n'étant telle, que parce qu'elle a réussi a vaincre beaucoup de défauts rien est que plus sage_».
Ora, questi concetti nati sotto la penna d'un uomo che, avendo battuto inesorabilmente coll'arma severa ed acre del ridicolo i difetti femminili, non può certo sospettarsi di galanteria, ci dicono che la donna, che in _diversi aspetti supera l'uomo_, gli cede in questo, per mollezza di volontà, che per lo più non sa vincere, per una leggierezza di tendenze, che non sa domare, per una certa atonia dello spirito che la fa schifa d'ogni tensione. Ecco i capi d'accusa che La Bruyère porta contro la natura femminile; ma a torto io credo sulla sua natura, e piuttosto sul sistema d'educazione che le fu sempre applicato, per cui gli uomini che «sont heureux que les femmes qui les dominent par tant d'endroits aient sur eux cet avantage de moins,» cambieranno, lo spero, con rassegnazione, questa felicità, con quella d'aversi nella donna, anche dal lato dello spirito, _un aiuto convenevole_, come si esprime la Genesi, e che possa supplire ed aggiungere alle esterne attrattive colle imperiture doti dell'anima e dell'intelligenza.
E che piuttosto che alla femminile natura, a vizio d'educazione debba attribuirsi la poca tendenza della donna ai gravi studi ed alle utili occupazioni, appare evidente e dal precoce sviluppo delle fanciulle, e dalla vivacità e finezza del loro spirito, e dalla loro pronta percezione, e dalla attenzione che da loro prestasi all'insegnamento. Un fatto costante, generale, da potersi da chiunque constatare come noi ne fummo testimonii in diverse scuole elementari, è la molta maggior capacità che rilevasi nelle fanciulle a preferenza dei ragazzi, e il maggior amore allo studio accoppiato a maggior facilità d'apprendere coll'assoluta parità d'età e risultante sempre in qualunque numerica proporzione, sui fanciulli dell'altro sesso.
Questo fatto che ci viene ogni giorno confermato dalle testimonianze di diversi educatori, ci veniva eziandio constatato con qualche meraviglia da due ispettori generali degli studi dietro ispezione nei convitti degli adulti d'ambo i sessi. A chè dunque dovrebbe attribuirsi e che altro accagionare della atrofia di quelle felici facoltà dello spirito femminile, di quella improvisa paralisi della sua intelligenza, di quei puerili e frivoli gusti che lo guadagnano in quell'età appunto in cui dovrebbe spogliarli avendoli avuti, e come mai i piaceri dell'intelligenza gli divengono indifferenti allora appunto che il suo completo sviluppo, la maturità del criterio, la maggior estensione delle cognizioni, dovrebbero rendervelo più che mai suscettibile e desideroso? Chè altro, dico, dovrassi accagionarne se non è un viziato sistema di educazione, il quale, anzi che trar partito della fecondità del terreno, si affatica a soffocarvi in germi i semi, s'ammazza ad atrofizzarvi i naturali frutti per sopra innestarvi delle artificiali escrescenze?
Infatti, dopo avere eccitata la fanciulla allo studio ed incoraggiatevela con ogni fatta d'argomenti, dopo averle dimostrato l'utile sommo, la suprema necessità del sapere, dopo averle parlato di morale e di principii, nell'età in cui l'acerbità del criterio non è per anco in grado di tutto apprezzare il valore di cotali predicati, allorché poi i misteri della vita cominciano ad apparirle men tenebrosi, quando l'adulto senno si fa capace della logica di quelle dottrine, quando i sintomi forieri dello svegliarsi delle passioni vengono a darle la chiave di quegli arcani parlari ed ella ne intravvede l'applicazione, ecco cambiarlesi dinnanzi la scena. La sapienza, sente dirlesi, non è per la donna; oltreché le è perfettamente superflua, la rende inamabile, e la spoglia della semplicità che è il supremo de' suoi pregi; la morale, le si predica, certo è buona cosa, anzi necessaria, ma la donna ha la norma della sua morale nella pubblica opinione. I criterii assoluti non sono pel suo cervello, è troppo debole per affidarglisi, e dietro il giudizio altrui ella deve solo condursi; per cui eccone le conseguenze. Per la donna brillante la morale diventa la moda, per la divota il giudizio del confessore e d'ogni uomo che porti tonaca, per la buona moglie ogni fantasia del marito, per la fanciulla gli usi locali; e così facendo la donna, non fa che la logica applicazione delle apprese dottrine.
Non vi stupisca più il vederla sì spesso errare ne' suoi giudizii, non vi meravigli l'indefessa assiduità colla quale attende ai gravi studii della _toilette_, non vi sorprenda l'eccessiva sua tendenza
«_D'investigar di ciaschedun le oscure_ _Galanti storiette e le avventure_».
Il desiderio di sapere, la necessità di trovare ai suoi parlari un argomento, le ha fatto far questa cattiva scelta; non dite più che lo spirito femminile diffetta di solidità ed è insufficiente a massiccio ed esatto raziocinio. — La donna, così essendo, è perfettamente logica; e se alcunché mi meraviglia è ch'ella non sia assai peggiore, vedendola assai generalmente conservare, in mezzo a tanta viziatura di principii, l'intima bontà del cuore.
Forse da taluno si dirà, che l'opinione non deve assolutamente superarsi; chè indizio di sommo orgoglio o di perduta verecondia è lo anteporre il giudizio nostro individuale al collettivo criterio delle masse, e lo affrontar saldi ed imperterriti il biasimo di tutti; e fortificati dalla venerata autorità del filosofo ginevrino mi direte, che, vivendo sempre per la sociale organizzazione dipendente da altrui, ed essendo la riputazione il supremo bene della donna, e dipendendo questa sovente, più che dalla realtà delle cose, dalle apparenze loro, ne consegue che dessa, più che tutt'altri, debba dell'opinione esser timida e serva, ed essere, non già speciosamente, ma rigorosamente vero che, per la donna, felicità, importanza e valore dalla stima, che altrui ne fa, tutta dipende. — Grave è l'obbiezione, ma mi lusingo poter, così in base al fatto che al raziocinio, farvi equivalente risposta.
Importa assai notomizzare alquanto questa pubblica opinione, che s'impone con tanta forza, che non da altri che dal suo beneplacito cava la ragione dell'autorità sua; analizzare la natura di questo supremo arbitrato, che tanto gravita sugli atti umani, e per la donna poi è ragione di nullità e di sventure.
V'hanno opinioni generali a tutta l'umanità che tolgono l'origine, e la parvenza, dai bisogni, dalle tendenze, dai sentimenti innati all'umana natura; appartengono a questa categoria, a mo' d'esempio, tutte le religiose credenze scaturite dal sentimento della divinità, comune a tutti i popoli, a tutte le razze.
V'hanno opinioni speciali determinate da un dato concorso di circostanze, in un dato tempo, in una data località; e sotto queste opinioni fluttuanti, per così dire, e precarie soggiacquero delle nozioni scientifiche e filosofiche, che sono per noi e pel nostro tempo fuor d'ogni discusso. — Così la virtù ed il vizio, la pietà e la ferocia, la verità e lo errore si diedero lo scambio nelle opinioni degli uomini siffattamente, da stimarsi sommamente pii i sacrifici d'umane vittime, sommamente logici ed equi la servitù ed il dispotismo, virtuoso lo sterminio, vile il perdono, codarda la misericordia, nobile e gentil costume l'ozio e l'ignoranza, negromanzia e diabolico mistero la scienza, ignobile l'industria, il lavoro plebeo; e via scendendo fino a dì nostri, non è raro vedere nell'opinione dei più, darsi lo scambio l'ignoranza e l'ingenuità, lo spirito di rivolta colla giusta opposizione, la pusillanimità colla moderazione, il cicalío coll'eloquenza, gli esterni atti del culto colla pietà, la ostinazione colla fermezza, l'ingenita selvatichezza colla verecondia, la brutalità col valore, la depravazione dello spirito coll'emancipazione della mente, la corruzione dei costumi colla giovanil leggerezza, col rispetto l'adulazione, colla condiscendenza la servilità, il pregiudizio colla verità.
E questa erroneità di giudizii è un fatto così generale e costante, che non sarebbe soverchio il dire, che questa massa fluttante e discorde degli umani cervelli, in una cosa soltanto s'uniforma ed armonizza, nel colpire cioè assai di rado il vero aspetto e l'intimo valor d'una cosa. — E non è che dopo qualche secolo, dopo i combattuti conati di sublimi intelligenze, dopo sopite le lunghe e furiose fazioni che scindono l'umana società a proposito d'ogni discusso che riesce una verità a divenir testo all'opinione dei più, ad uniformare i giudizii delle masse.
A questi anarchici procedimenti del pensiero, che sono ineluttabili, primo perchè l'umana intelligenza percorrendo un cammino ascendentale deve necessariamente essere imperfetta e pregiudicata finché giunta non sia ad afferrare l'ultima parola di ciascun problema: secondo pel fatto dell'individualismo per cui v'ha chi precorre di molto tempo le masse, e chi con loro cammina e chi dopo tutti giunge a lento passo, come trascinato da forza maggiore e non però persuaso. — In seno poi a tutte le umane società, per quanto nei primordii fondamentali sopra un assoluto piede d'uguaglianza, riposa in germi qualche elemento, che ben presto emerge, si isola, si eleva e poi signoreggia con forze morali o materiali, ed impone e modifica i procedimenti dell'opinione. Ma chiarifichiamoci con dei fatti.
_L'astuzia._ — I Bramini, nell'India, col loro severo aspetto ed il mistero venerando di cui seppero circondarsi, riescirono a far occupare il secondo posto alla tribù dei guerrieri, alla cui testa era il Re.
Nel discorso di Cristo sul monte, in San Matteo, leggiamo la lunga serie d'ipocrisie, coll'aiuto delle quali i Farisei della Mosaica Sinagoga avevano riescito ad ottenere sul popolo un supremo arbitrato in ogni cosa, ed a farlo agire, pensare e giudicare dietro gli interessi loro.