La donna e i suoi rapporti sociali

Part 17

Chapter 173,335 wordsPublic domain

Sono manufatturieri che seducono le loro compagne d'industria, sono proprietarii e direttori di fabbrica che minacciano il rinvio alla giovine che loro non si abbandona e che, atterrita dal lurido spettro del digiuno, cede, ed è poi messa alla porta; sono padroni che scacciano dalle loro case giovinette disonorate, le quali trovano poi chiuse in faccia tutte le porte e tutti i volti atteggiati a dispregio; e l'impossibilità di onesta sussistenza le fa pendere dubbiose e tremanti fra l'infamia ed il suicidio.

Ed invero, privata la donna del diritto industriale, chiusele davanti tutte le professioni, ridotta a vivere di poche industrie di infima retribuzione, ella è completamente alla discrezione di chi possa fornirle un po' di lavoro.

Pensa ella bene a siffatta situazione della donna una certa farisaica virtù che, mentre perdona all'uomo l'uso e l'abuso d'una posizione ch'egli si è fatta col merito del muscolo, e lo sciopero ch'egli fa nel vizio delle sostanze e del patrimonio de' suoi figli, pretende poi, che ogni donna sia una eroina, che si lasci morir di fame anziché cedere alle esigenze del sempre immacolato provocatore?

Dio mio! la società ha dessa un po' di quel viscere che si chiama cuore quando sparge a larghe mani il disprezzo e l'abiezione sulla fanciulla sedotta?

Pensa dessa alle lotte tremende col bisogno dall'infelice combattute, alle vigilie frementi e sconsolate, alle lagrime cocenti che precedettero il fallo e lo seguirono, alla vergogna che le soffuse le guancie al solo ricordarlo, eppoi all'abbandono, al disprezzo prima temuto e poscia subìto, ai lunghi mesi di sofferenza, al frutto dell'errore a tutto suo carico, se pure non le fu indispensabile lo strazio d'allontanarsi il figlio di tanti dolori per abbandonarlo alla carità cittadina?

Pensa dessa a tutto ciò la società quando, indulgente all'autor primo di tanti mali, apre talora a festeggiarlo le sue sale dorate ed i suoi brillanti convegni, e dovunque lo celebra amabile conquistatore?

Ha dessa un cuore la società quando, disconoscendo nella donna il santo diritto di vivere del suo lavoro e non della sua persona, satirizza e chiama il ridicolo sopra uomini generosi che, tutti questi mali vedendo e deplorando, chieggono ad alta voce che si sottragga la metà del genere umano alla tirannia dell'altra; e più non si lasci codardamente la donna inerme bersaglio all'impeto di passioni e d'interessi non suoi, senz'altra difesa che quella d'un eroismo, che l'uomo, sovente schiavo incatenato d'ogni depravato istinto, è ben lungi dall'esser in diritto d'esigere da una creatura di lui già ben assai migliore?

Ha dessa la società un bricciolo di quel sentimento d'equità e di giustizia di cui pur mena tanto scalpore, quando, mentre propugna per l'uomo libertà, e domanda assiduamente attività di commercio, circolazione di danaro, dilatazione del diritto, e freme e scalpita se l'ombra sola d'un dispotismo mostra di volerlo ledere in qualche parte; si fa poi lecito di menar colpi da orbo attraverso alla donna che, dopo avere con ogni sacrificio ed entusiasmo favoreggiato tutte le libertà, cerca ora la sua?

Avendo la donna al par dell'uomo speciali attitudini, ha al par dell'uomo altresì diritto di svilupparle ed applicarle; questo c'insegna il principio del diritto ingenito. Vi ha diritto perchè, avendo diritto al lavoro, in lei sola sta la scelta del suo lavoro: vi ha diritto perchè praticamente e realmente ella lavora e produce; e nella industria e nel commercio, e nelle arti e nello insegnamento ella trovasi già su larga scala, e spiega a quest'ora delle attitudini, che si avrebbe forse avuto, non ha molto tempo, prurito di negarle. Vi ha diritto finalmente, perchè la società alla sua volta ha diritto, che la funzione venga esercitata da chi può meglio; e però, se fra più concorrenti, una donna mostra maggior idoneità, ella fra tutti vi ha diritto.

Le siano dunque aperte le professioni, come già le furono aperte, benché in troppo angusto confine, le industrie; e trovi la donna del popolo, pane, e la donna colta, ma disagiata, onesto e decoroso guadagno.

Fra le professioni, delle quali la donna sente e reclama con maggior calore la facoltà di esercizio, trovasi in primo luogo la medicina.

È tempo veramente, ch'ella respinga assolutamente questa tirannica inquisizione virile sopra il suo corpo, e si pronunci energicamente sopra questo perpetuo oltraggio, che si fa al suo pudore.

La facoltà medica già esercita nell'America del nord dalla donna verso la donna e verso l'infanzia, dà a quest'ora dei risultati, dei quali quelle popolazioni si applaudono; e non v'ha ragione perchè si debba negare in Europa, dove valenti scrittori dell'uno e dell'altro sesso si sono pronunciati sull'equità e sui vantaggi di questo provvedimento.

*

La donna fu ed è sempre considerata come fuor della legge, coll'aiuto della sua debolezza che si ha ogni studio ed ingegno di esagerare fino al ridicolo, e coll'opportuna _messa in iscena_ della sua pretesa incapacità, a smentire la quale sorgono dovunque invano splendidi fatti.

Indarno la prosperità di mille case di commercio, di mille stabilimenti industriali attestano ed affermano i suoi talenti finanziarii ed amministrativi.

Indarno le mille e multiformi produzioni del suo spirito fanno fede della svegliatezza e fecondità del suo ingegno.

Invano regine e principesse, le cui splendide e recenti gesta non sono ad alcuno ignote, con saggio governo e con ogni forma di politico reggimento felicitando i popoli, e prosperando le sorti delle nazioni loro affidate, fecero e fanno fede dei talenti politici della donna.

Indarno si odono tuttodì donne del popolo, coi loro schietti parlari, rivelarsi calde parteggiatrici, e darci della loro politica intelligenza una misura che non ci aspettavamo.

L'opinione, o meglio la _prevenzione_ pubblica, alla quale omai non si può levar taccia di mala fede, si copre gli occhi, si tura le orecchie e ripete imperterrita: _la donna è incapace_.

Ora, se si può vincere il pregiudizio, la mala fede non si vince; ma rimarrà pur sempre vero che, essendo il _diritto_ politico (non mi fermerò a discutere se con torto o con ragione) fondato sulla proprietà, ed essendo riconosciuta, affermata, e sopratutto _aggravata_ la proprietà femminile al par della maschile, la donna è dalla legge una volta ancora lesa e violentata.

Non bisognava imporre alla donna una dote per maritarsi, non bisognava obbligarla al lavoro per mantenersi, non bisognava che ogni Adamo del secolo decimonono scaricasse addosso alla sua rispettiva Eva metà, e talora tutto il peso della sua condanna, ed allora si avrebbe potuto negarle la proprietà, che non può essere che prodotto del lavoro; e con quella e con questo, a monte i diritti civili, a monte i diritti industriali, a monte i diritti politici; e la dinastia virile sarebbe stata felicemente regnante fino alla consumazione dei secoli.

Questa verità viddero i moderni novatori, epperò gli amici della donna le dicono, _lavora_; e gli avversari della sua redenzione si sbracciano a predicarle, ch'ella è di vetro e che arrischia di rompersi, muovendo un dito.

Fortunatamente Proudhon, grande nemico della libertà femminile, arrivò troppo tardi ad avvertire i suoi compagni che il _lavoro è il grande emancipatore_.

Gli uomini spostarono volontariamente il primo bottone, bisogna ora forzatamente spostar tutti gli altri; essi bevvero al calice oppiato dell'indolenza, bisogna subirne le conseguenze, e bere fino alla feccia. Essi hanno abdicato il dovere, epperò rinunciato il diritto.

Oggi la donna è produttrice, proprietaria e contribuente; laonde al legislatore, che voglia salvar capra e cavoli, e non concedere alla donna il diritto elettorale, nè l'istruzione, non resta per isdebitarsi in faccia alla giustizia, che un solo ripiego, levare le contribuzioni alla proprietà femminile.

Certi spiriti piccoli, ed incapaci di elevarsi fino agli incontrastabili principii della giustizia, sorridono di stupida sorpresa ad ogni idea, che loro giunga d'oltre la angusta cerchia abituale delle loro menti; ma siccome non è d'obbligo, la Dio grazie, nè la loro licenza, e tanto meno il loro intervento per rivoluzionare così nell'ordine delle idee, come in quello dei fatti; così, con loro buona pace, il movimento emancipatore della donna, che ebbe ad iniziatori altissime individualità dell'uno e dell'altro sesso, non potrà assopirsi e neppure arrestarsi, meglio di quel che si possa por argine al torrente precipitoso ed irrompente del principio delle nazionalità.

È il logico corollario delle nuove idee, che si son poste in circolazione negli umani cervelli; bisogna subirlo.

D'altronde, l'uomo e la donna non furono mai così perfettamente d'accordo come oggidì. Nè l'uno nè l'altra credono più a nessun diritto divino, nè a nessun monarchismo che non sia voluto dal libero suffragio dei governati.

IL DA FARSI

Poich'ebbi addimostrato che dal dovere nasce il diritto, non essendo questo che mezzo al compimento di quello, mi correva obbligo di parlarvi del diritto; epperò vi mostravo di volo le condizioni della donna in faccia alle istituzioni; e come queste sue condizioni siano tali da renderla affatto impotente al compimento di quel dovere cui è missionata; avvegnachè io vi mostrassi la donna non solamente ne' suoi rapporti cogli individui, ma eziandio coll'umanità; poichè, se da un lato le incombe gravissimo cômpito, come sposa e come madre, non meno grave ed indeclinabile, siccome ingenito e ad ogni altro anteriore, le impone un lavoro la qualità di membro sociale.

Epperò questo lavoro io vi mostravo, non manipolato da laterali interessi, non imposto da questa o da quella volontà, non esatto da una forza qualunque soggiogabile, non manufatto da umane organizzazioni che si arrogano diritto di distribuire funzioni, come se quello prima avessero di distribuire attitudini; ma cômpito e dovere che nasce con voi, con voi cresce e si sviluppa, che prepotentemente vi s'impone nell'imponente e fatale linguaggio delle vostre facoltà che, assecondate, vi conducono a benessere ed a perfettibilità; compresse, vi fanno infelici o demoralizzate.

Io vi mostravo che la negazione del dovere è la negazione del diritto, epperò vi eccitavo a riconoscervi quello, per poi chiedere l'affermazione di questo.

Io non dubito punto che voi tutte, che mi leggete, abbiate ben compreso questa verità, che è la molla e la sintesi del meccanismo sociale; epperò vedo che mi chiedete, ch'io stringa in due parole tutto il da farsi, onde ottenere i mezzi d'azione, dappoichè vi riconoscete il dovere di azione, spogliandovi di quella misera impronta di servilismo e di pusillanimità, che ora deturpa il carattere femminile, scaturita per lo appunto dalla lunga oppressione subìta, e dalla incoscienza delle legittime pretese, che ogni essere può, e deve recare innanzi alla società, e determinandovi energicamente all'esercizio della vostra attività; laonde mi riassumo.

Lo Stato nega alla donna l'istruzione, mentre la fa contribuente.

Il codice le nega la capacità in faccia al diritto, mentre ne afferma la responsabilità in faccia alla contravvenzione ed alla pena.

Lo Stato respinge la donna dalla vita politica, mentre ve la fa concorrere coi sacrificii.

La legge subalternizza la donna nel matrimonio e le nega la maternità legittima, mentre la chiama a parte dei pesi domestici e le abbandona tutte le conseguenze della maternità illegale.

Più, chiude ogni via alla sua intelligenza e le sbarra la strada ad ogni professione, disconoscendo così in lei il diritto di lavoro e d'attività.

La donna deve dunque protestare contro la sua attuale condizione, invocare una riforma, e chiedere:

I. Che le sia impartita un'istruzione nazionale con larghi programmi.

II. Che sia parificata agli altri cittadini nella maggiorità.

III. Che le sia concesso il diritto elettorale, e sia almeno elettore, se non eleggibile.

IV. Che l'equilibrio sia ristabilito fra i coniugi.

V. Che la separazione dei beni nel matrimonio sia diritto comune.

VI. Che l'adulterio ed il concubinato soggiacciano alle stesse prove legali ed alle stesse conseguenze.

VII. Che il marito non possa rappresentare la moglie in nessun atto legale, senza suo esplicito mandato.

VIII. Che siano soppressi i rapporti d'obbedienza e di protezione, siccome ingiusta l'una, illusoria l'altra.

IX. Che nel caso che la moglie non voglia seguire il marito, ella possa sottoporre le sue ragioni ad un consiglio di famiglia composto d'ambo i sessi.

X. Che il marito non possa alienare le proprie sostanze sia a titolo oneroso, sia gratuito, nè obbligarle in nessun modo, senza consenso della moglie, e reciprocamente. — Dacchè il coniuge sciupatore dev'essere mantenuto dall'altro, è ben giusto che la controlleria sia reciproca.

XI. Che la madre sia contutrice, secondo lo vuole diritto naturale.

XII. Che il padre morendo elegga egli stesso un contutore, e la madre a sua volta elegga una contutrice ai suoi figli.

XIII. Che sia ammessa la ricerca della paternità, e soggiaccia alle prove legali, alle quali soggiace l'adulterio.

XIV. Che si faccia più severa la legge sulla seduzione, e protegga la donna fino ai venticinque anni.

XV. Che sia la donna ammessa alla tutela ed al consiglio di famiglia.

XVI. Che abbia la tutrice gli stessi diritti del tutore; e, dove v'abbia discordia, giudichi in prima istanza il consiglio di famiglia, quindi il tribunale pupillare.

XVII. Che siano aperte alla donna le professioni e gl'impieghi.

XVIII. Che possa la donna acquistare diritti di cittadinanza altrimenti che col matrimonio.

*

Se ho ammesse qua e colà delle limitazioni ai diritti competenti ad ogni cittadino, dichiaro esplicitamente, che non è già perchè io li sconfessi, rispettivamente alla donna.

Ho già detto, ch'io credo dovere la donna apporre il suggello del suo genio sopra tutte le umane istituzioni, che fin qui non si possono che abusivamente chiamar tali, opera quali sono di una casta appartenente alla metà dell'uman genere; e non potrassi mai pensare altrimenti, finchè la specie nostra, come tutte le altre, sarà composta di due termini.

Se m'arresto a questo punto, e mi rassegno a queste limitazioni, gli è perchè, sono queste le riforme, che credo possibili e mature. Cosichè, pronta a rivendicare domani ogni altro diritto quando vedessi opportuno di farlo, m'arresto in oggi dove vedo nei pregiudizii generali, e nello spirito dei tempi ancora bambini all'attuazione delle dottrine del diritto, segnati i confini della possibile redenzione femminile.

Ma questo pochissimo è necessario ed urgente.

Se le nazioni vogliono camminare alla libertà, è duopo, che non si trattengano in seno terribile ingombro e potente avversario, un elemento impersuaso e malcontento così numeroso, qual'è il femminile.

Veda la donna associarsi la sua libertà a tutte l'altre, ed allora ella profonderà tesori di devozione e d'entusiasmo per la causa generale; ed è nella speranza e nel desiderio vivissimo, che questa verità sia compresa dai governanti, ch'io m'accomiato da voi, mie giovani sorelle.

Giovine io pure, sto spiando con ansio interesse l'apparizione d'ogni idea, che favoreggi in qualche senso la santa causa della libertà; e spero di tornarvi a stringer la mano, per congratularci mutuamente del progresso, che la dottrina del diritto avrà fatto fra gli uomini, ed anzitutto del bene, che voi avrete fatto all'umanità a giusto compenso dell'averla dessa in voi riconosciuta ed onorata.

Gli è in questa ferma fede che depongo la penna inviando, a nome di tutto il mio sesso, un saluto di simpatia ed un pubblico tributo di riconoscenza a tutti gl'ingegni dell'uno e dell'altro sesso, che propugnarono la causa della redenzione femminile colla parola e col fatto.

Onore e lode pertanto a voi, Giuseppe Mazzini, Salvatore Morelli, Ausonio Franchi! Grazie a voi tutti, scrittori della _Ragione_ e della _Révue Philosophique_! Grazie a voi, Bazard, Enfantin, Léroux, Fourier, Légouvé, St. Simon, e Fauvety!

Grazie a voi tutti uomini generosi, che propugnate tutte le libertà e tutte le redenzioni, elevandovi sopra le meschine ispirazioni degli interessi; e che colla parola, colla penna o coll'opera, affermate i diritti della donna! Essa farà tesoro dei vostri nomi, e li tramanderà ai suoi figli e nepoti circondati di gloria e d'onore!

Grazie e grazie vivissime a Madama Sand, a Madama d'Hericourt, a Madama Deroin! Onore alle ceneri di madama Roland!

Onore a voi tutte, donne del progresso; che, trattando con gloria le arti e la penna, affermate col fatto l'attitudine e la capacità femminile!

Possa il vostro nobile esempio scuotere dall'inerzia la massa neghittosa, e chiamarle sul volto il rossore dell'aver tollerato in silenzio una sì lunga servitù.

FINE.

INDICE

A MIA MADRE pag. III ALLE GIOVANI DONNE » V _La donna e l'opinione_ » 27 _La donna e la religione_ » 55 _La donna e la famiglia_ » 83 _La donna e la società_ » 121 _La donna e la scienza_ » 145 _La donna in faccia al diritto_ » 173 _La donna nell'esclusione del diritto_ » 219 _Il da farsi_ » 237

ERRATA-CORRIGE

Pag. 4 lin. 7 dal cuor _del cuor_ » — » 8 dalla divina _della divina_ » 6 » 4 dalla nazione _della nazione_ » 12 » 8 d'una donna _una donna_ » 14 » 24 inumerosi _i numerosi_ » — » 26 farà sosta _sarà sorta_ » 18 » 5 applicaziane _applicazione_ » 24 » 7 precipusamente _precipuamente_ » — » 16 condueono _conducono_ » 25 » 34 ed ogni _ad ogni_ » 32 » 32 _Dulpamenta_ Pulpamenta » 34 » 24 Gia Giacomo _Gian Giacomo_ » 39 » 5 _leus_ Leurs » — » 13 sérieues _sérieuses_ » 56 » 13 Fouriere _Fourier_ » 64 » 13 aggloramento _agglomeramento_ » 84 » 30 originazia _originaria_ » 88 » 12 _sequiture ventrm_ sequitur ventrem » 89 » 8 Canciti _Camiti_ » — » 14 Nonkahiva _Noukahiva_ » — » 20 Coango _Loango_ » 90 » 9 comprono _comprano_ » 91 » 6 Sechems _Sakemi_ (_Sagamos_) » — » 22 civilizione _civilizzazione_ » — » 31 cucinaria _culinaria_ » — » 34 recatagli _della noia recatagli_ » 106 » 26 eppo _eppoi_ » 107 » 19 seriamenta _seriamente_ » 109 » 2 serbata _serbate_ » 124 » 7 dracciate _diacciate_ » 127 » 15 sventuro _sventure_ » 177 » 18 unità _verità_ » 185 » 29 donna _donna?_ » — » 31 Corinti? _Corinti._ » 188 » 37 fama _forma_ » 197 » 22 padrigno _patrigno_ » 210 » 34 dacché dà _dacchè le dà_

NOTE:

[1] _Ognun sa che Carlo V. non sapeva scrivere neppure il proprio nome, talché servivasi per firmare d'un sigillo, nel quale l'orefice, _sotto la direzione d'un ecclesiastico_, avevalo compilato e quindi inciso._

[2] Parecchi moderni scrittori, propugnatori della redenzione della donna, studiarono anche l'influenza delle istituzioni sul suo carattere, ma le loro idee non sono per anco volgarizzate.

[3] Mentre la donna riscuote nella cattolica canonizzazione l'onor degli altari, e nella persona della Vergine Maria è divinizzata (_Deipara_). St. Pier Damiani scrive esser le donne «Pulpamenta diaboli, virus mentium, aconita bibentium, gineceæ hostis antiqui, upupæ, ululæ, sanguisugæ, scorta, prostibula, volutabra porcorum pinguium, cubilia spirituum immundorum, nymphæ, sirenæ, lamiæ, dianæ, ecc., ecc.».

Altri Padri e Dottori, le cui dottrine sono accreditatissime nella Chiesa, non sono per la donna nè meno idrofobi, nè più galanti.

[4] Discorso pronunciato dal cav. Luigi Montagnini in occasione dell'apertura della corte di Cassazione, l'anno 1863.

[5] Niuno ignora le furiose fazioni che divisero la chiesa in quei secoli che numerosissime dapprima, si fusero poscia in due denominate _bleu_ e _verde_. A questo proposito dice De Potter, nella sua _Istoire du Christianisme et des Eglises Chretiénnes_: «Il fut longtemps difficile de n'ètre ni néstorien ni eutechien.» Secondo questo scrittore le fazioni teologiche e le invasioni barbariche furono i solventi dell'impero Romano.

[6] Aspasia, Laide, Frine, Glicera sono nomi celebri negli annali della Grecia, e videro prostrati ai loro piedi i Pericli, i Temistocli, gli Alessandri e perfino il severo Socrate ed il cinico Diogene. Le cortigiane erano sacre a Venere e participavano della riverenza e del culto prestato a quella divinità, e si credeva che le loro preci fossero presso di lei efficaci. Le cortigiane erano encomiate dagli scrittori in Atene. Aspasia era l'arbitra della pace e della guerra; e la statua di Frine si ergeva fra l'effigie di due re. Si innalzavano loro magnifiche tombe. Celebri sono i due monumenti che Arpalo fece alzare a Pitionice, sua cortigiana, l'uno in Babilonia e l'altro nell'Attica; onde così scrive Dicearco: «Chi va in Atene per la strada d'Eleusi, quando è presso la città tanto da poterne vedere i templi, trova sulla via un monumento di cui più bello non può vedersi, nè più grande, nè più magnifico. Egli crederà tosto esser questo il monumento di Milziade, di Pericle o di Cimone, eretto a spese pubbliche dalla città. Ma come sappia esser questo consacrato alla cortigiana Pitionice, qual opinione avrà egli degli Ateniesi?» (AMBROGIO LEVATI. _Donne Ill._)

[7] La storia contemporanea ce ne ripete gli esempi. _La Civiltà Cattolica_ chiamava castigo di Dio la morte di Monsignor Bignami; era la voce degli interessi; ma quando taluni del popolo lo ripeterono, allora era la voce della ignoranza.

[8] Nel XV secolo troviamo stabilite anche in Inghilterra le così dette _Messe ghiottone_, per cui la voracità e l'ubbriachezza si associarono alle cerimonie religiose. Queste messe venivano celebrate in onore della Vergine nel modo seguente: «All'alba del giorno, si univano nella chiesa gli abitanti della parrocchia, carichi di cibi e bevande d'ogni specie; finita appena la messa, cominciava il banchetto; il clero ed i laici vi si abbandonavano con pari ardore; la chiesa si trasformava in una taverna e diveniva teatro di contese, d'intemperanze e di ferite. Gli ecclesiastici e gli abitanti delle diverse parrocchie si disputavano il vanto a chi avrebbe le più splendide _messe ghiottone_, o a chi consumerebbe maggior copia di cibi e liquori in onor della Vergine. Allorché i Sinodi Provinciali proscrissero questi scandali vergognosi, ebbero il dispiacere di sentirsi tacciare di _voler distruggere la religione_». (MELCHIORRE GIOIA. _Galat._)