La donna e i suoi rapporti sociali
Part 13
Ora, siccome il viandante che cammina alla patria, col desiderio a quella rivolto e colla mente di quella solo preoccupato, necessariamente sollecita il passo e dal suo sentiero il piede non ritorce, nè sedotto dalle bellezze incantatrici del paese che percorre, nè allettato dal mormorìo dei ruscelli, nè dall'ombra ospitale delle quercie secolari, ed instancabile batte la sua via, benché grondante sudore e dardeggiato dal sole, ripensando in cuor suo per aggiungersi lena il domestico letto, e il desco famigliare e il casto amplesso della sua donna e la giuliva e trepida corona de' suoi bambini; ogni essere umano così, incontra coraggioso il difficile e penoso dovere, quando a capo di quello veda ampia e proporzionata mercede.
E gridi pure a suo senno la stoica filosofia, che proclama esser la virtù premio e corona alla virtù; che vuole accumuli l'uomo buone azioni a buone azioni, e lotte e sacrificii a sacrificii e lotte instancabilmente aggiunga, senza vuoto lasciarvi mai, e questo chiami felicità suprema e massimo piacer della vita. In quanto a me, ammirando la forza invitta di quei filosofi che lo eroismo si bevvero siccome l'acqua, odo tuttora la voce del moribondo Bruto, che lagnasi dell'error suo. «Infelice virtù, esclama egli, oh quanto mi sono ingannato nel seguirti! Io credea pure che tu fossi un ente reale, ed in questa convinzione mi ero attaccato a te stessa; ma ora m'aveggo, che tu non eri che un nome vano, ed un vano fantasma, misera preda, e schiava tu pure della fortuna!»
E Bruto, così desolandosi, era logico; egli era veramente la vittima di un errore, egli scambiava il mezzo col fine. La virtù importa sforzo e violenza; e se questa violenza può riescire di compiacimento massimo allo intelletto, quando sovratutto ad alti fini s'ispira, esser non può mai gioia e piacere a quella parte dell'uomo che trovasi violentata, epperò è per sè stessa insufficiente a darci felicità.
È duopo dunque, che noi vediamo nella virtù un mezzo che ci guida alla conquista del bene, e non già l'ultimo fine dell'uomo.
Nè crediate già, mie gentili, ch'io così voglia ridur la virtù ad un mercato, strappandole dal capo quell'aureola luminosa di cui seppe lo stoicismo incoronarla per poi presentarla all'umana schiatta, siccome sola divinità alla quale piegare il ginocchio ed ardere incenso, mai no; la virtù deve farsi sublime ed eroica nel vincolo solidale che legar deve gli uomini d'ogni regione; laonde il bene universale cerchi e procuri prima ed a preferenza dello individuale, e reputi degna ed invidiata mercede al proprio lavoro il bene altrui. Questo è la logica della virtù ed il suo eroismo: lo stoicismo è assurdo e follia.
Il gratuito non è degno mai dell'essere razionale, e non mai indicato, nè tollerato mai dalla natura, la cui sete continua è l'ordine e l'equilibrio; epperò l'uomo, che oggi combatte sè stesso senza prefiggersi a ciò fare un utile scopo, cadrà domani irremissibilmente, e la sua caduta sarà tanto più funesta, in quanto che non terrà nessuna ragione di rialzarsi.
Ma lo scopo, al quale camminano l'umanità e l'individuo, è egli fatale? — Certo che sì. E questa fatalità è potentemente espressa dal tormentoso istinto del progredire, che descrive allo spirito umano un cammino eternamente ascendentale.
Ora dov'è un istinto, là v'è una legge; dov'è una legge, là v'è un dovere; dov'è un dovere, là è tracciato un diritto; questo diritto non essendo che la legittima pretesa d'ogni essere al possedimento autonomico, ed al libero esercizio dei proprii mezzi, da natura diretti al compimento del fine. — Ed egli è in base a questo concetto, che la ragione mi presenta, ch'io posso asserire senza tema d'errare, che là dov'è un diritto senza dovere, od un dovere senza diritto, là v'è squilibrio e disordine, donde immoralità, essendo l'uno rispettivamente all'altro nei rapporti di compito e d'arnese.
L'essere umano, dotato d'intelligenza e di volontà, è perciò stesso responsabile, sendogli il bene ed il male di libera scelta. Tale fu egli da Dio creato, nè puossi rapirgli questo primo fra i doni, di cui va altero, senza ledere la legge fondamentale della virtù, senza uccidere l'ente morale. Laonde, se l'affermazione di questa legittima pretesa di ciascun essere al libero esercizio delle funzioni, che gli fanno raggiungere il suo fine, è una necessità pratica, noi troviamo poi la ragione teorica e filosofica del diritto nella facoltà stessa dell'essere, per cui deve a questa ragione unica, a questa base incontrovertibile d'ogni diritto ispirarsi ogni filosofia, che aspiri ad imporsi alle umane generazioni coll'occhio intento al loro meglio.
Certo non è senza ragione e senza verità, che molti filosofi cercarono e viddero in Dio la ragione del diritto, siccome in prima fonte d'ogni giustizia; ma oltreché il giudizio di Dio non ci perviene se non attraverso oracoli umani, questi stessi oracoli, per fralezza di mortale natura, troppo spesso s'ispirarono ad interessi ed a passioni; laonde pur ritenere volendo, che in Dio trovisi ogni diritto siccome necessario autore d'ogni giustizia, qui come dovunque, deve l'uomo travagliarsi colla sua ragione, poiché gli è questa la leva, che Dio gli poneva fra mani a sollevare ogni ingombro dal suo cammino, a diradarsi dagli occhi ogni tenebra, a trovare ogni verità.
Procedendo nell'arduo cômpito potrà egli per avventura trovarsi in faccia colossali edificii, lavoro di cento secoli, e pur tuttavia su mobile arena fondamentati; e sentirà fors'anco cadersi stanche le braccia, e l'anima scoraggiata, di trovarsi così lungi dalla meta, e vedersi ad ogni tratto fra piedi lavoro fatale di demolizione. Ma pure coraggio ed avanti! La leale ricerca della verità, è guida cortese ed amica, che ci ripone spontanea sulla via; e lo schietto amor della giustizia ci porta pei due terzi di cammino.
Il sentimento di giustizia, amo crederlo, trovasi per lo meno latente in ogni cuor d'uomo; ma non potendo l'uomo produrre atto morale senza concorso della volontà, e non potendo questa essere determinata nella sua azione se non in forza delle ragioni che lo intelletto le presenta, così risulta, che l'estrinsecamento del sentimento di giustizia sia sovente imperfetto, anche presso uomini di buona volontà; laonde più non deve meravigliare il vedere affermata talora l'ingiustizia anco là dove gli uomini si furono accinti di proposito a far della giustizia.
E davvero, se egli è difficile trovare la verità allora quando una falsa idea ci ha fuorviati, quando poi trovasi falso od oscuro il punto di partenza, allora è impossibile moralmente il trovarla.
Epperò la giustizia che ripeteva la ragione sua da Dio, subiva i moltiformi concetti che le nazioni si facevano di Dio medesimo; e certo la giustizia scaturita da Giove non poteva essere esattamente quella scaturita da Maometto, nè quella di Brama conciliarsi assai poteva con quella di Cristo; e sempre il maggiore o minore traviamento dello intelletto portò con sè frutto funesto la depravazione del cuore: ed amando anche l'uomo lealmente la giustizia, come l'avrebbe egli trovata cercandola allo infuori del suo solo possibile e vero posto?
La rivelazione di Dio è eterna ed universale avendola egli incarnata nella natura, per lo che, non nelle molteplici modalità religiose deve l'uomo cercare la ragione del suo diritto, ad uniformare i criterii d'ogni nazione, ed a gettare le solide basi di un Diritto mondiale; sibbene nella facoltà insita all'essere umano, che prepotentemente gli indice il fine cui è vocato, e di cui la facoltà stessa è mezzo e ragione; ed allora sì, che le nozioni del diritto e del dovere saranno più lucide e salde, e non più eternamente oscillanti, ed esposte alle eventualità che ad ora ad ora minacciano, spostano e modificano le credenze.
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Ma seguiamo lo svolgimento di queste nozioni nella coscienza umana; e vediamo, come dapprima vaghe e latenti, dovessero poscia avvertirsi e determinarsi.
Queste due nozioni non erano nè necessarie, nè possibili al primo uomo, il quale, solo in mezzo al creato, non sentivasi limitato in nessun modo, per cui non dovettero essere che in progresso vagamente sentite, poi formulate, quindi più o meno imperfettamente applicate. Scaturite dapprima dai bisogni e dai rapporti che il solo spirito umano è in grado di constatare, in un colle leggi che li reggono, il filosofo trovò poscia la loro affermazione meditando sullo scopo della sua creazione e sui proprii destini; e come vide il soddisfacimento di quei bisogni in armonia con quello scopo e con quei destini, vide eziandio necessità di quel soddisfacimento a raggiungere il suo fine; e sorse in lui la coscienza del diritto, cioè, come dicemmo, la legittima pretesa d'ogni essere, allo sviluppo ed allo esercizio delle sue facoltà, epperò a tutti quei mezzi che eccitano, favoriscono e conseguono questo sviluppo e questo esercizio.
Riconosciuta questa legge, prima ed anzi tutto nell'essere umano, era impossibile ad ogni logica, non estenderla a tutta la specie; epperò ogni essere non può, nè deve, riconoscere altra legittima limitazione al proprio diritto, che quella necessariamente stabilita dal diritto altrui, ed ecco la giustizia.
Chi infatti troverebbe a ridire di quell'uomo che, trovandosi solo in vasta regione, se l'appropriasse ed estendesse la proprietà sua illimitatamente, senza scrupolo? Colui non farebbe che usare del diritto di proprietà, che il supremo fattore gli conferiva sulle cose, diritto, d'altronde, ch'egli divide con altri esseri viventi. Ma se costui, estendendo la sua proprietà, trova segnati i confini d'un altra, là egli trova eziandio il confine del suo diritto nel diritto del suo simile, ch'egli deve al par del suo proprio rispettare, siccome basato sulla stessa ragione.
Riconosciuto dall'uomo il fine della sua creazione, e trovata l'aprezziazione dei mezzi da natura consociativi, ecco emergere spontaneo il dovere di applicarli, in proporzione dell'individuale potenza in vista di quello; epperò necessità di una sociale organizzazione che a questo principio si ispiri, ponendo ogni legislazione a propria base, che tutti i diritti legali esistenti, non esistono se non in forza di quel primo fondamentale diritto e per garantirlo, non essendo questo che lo sviluppo e l'applicazione di quello; laonde sarà più o meno filosofico il diritto parziale quanto più vedrassi ispirato, indirizzato e corrispondente allo scopo finale della esistenza umana.
Non altrimenti, tutti i doveri parziali esistenti, debbono rivolgersi a raggiungere attivamente il nostro fine, ed a rispettare e favorire l'altrui attività allo stesso fine diretta.
Vedo che questa dottrina ci conduce ineluttabilmente ad un'acerba censura delle nostre istituzioni e dei nostri costumi, ma ciò non mi riguarda, non essendomi io mai proposta di trovarmi d'accordo nè con pochi nè con molti, ma sentendomi io stessa nel mio pieno diritto, con quella perfetta coscienza che raccomandavo così caldamente alle mie lettrici.
Ma qual è dunque l'umano destino, a raggiungere il quale, di tanti mezzi ha natura l'uomo arricchito, e di cui fin qui non parlavamo che vagamente e per sola incidenza?
Egli ci vien insegnato da questi mezzi istessi. La rivelazione della natura è potente; e non può disobbedirsi nell'ordine fisico che incontrando il dolore e la morte, nell'ordine morale che colla degradazione del contravventore. Analizziamo con due parole questi mezzi, e la loro potente eloquenza.
La insaziabile curiosità dello spirito superstite al decadimento della materia lo spinge fatalmente al progresso; essenzialmente socievole, l'uomo è chiamato all'amor de' suoi simili, donde la solidarietà e l'associazione, che sono la moltiplicazione indefinita della sua potenza; dotato di favella, solo, fra tutta la sterminata serie d'esseri viventi, questo dono diviene l'affermazione di quelle vocazioni, per la pronta comunione delle idee che sì potentemente lo sviluppano, ed utile e piacer sommo gli procurano nella conversazione de' suoi simili. Fornito del sentimento di giustizia e di commiserazione, sentendo bisogno supremo e tormentoso d'attività materiale e morale, egli vede nell'applicazione di queste facoltà tracciato lo scopo della sua vita. Egli deve dunque lavorare perchè attivo, con lavoro progressivo perchè istintivamente ansioso di progresso; lavorare di concerto co' suoi simili perchè socievole; farsi virtuoso perchè intimamente giusto; e così sviluppando con assiduo esercizio le sue facoltà, aggiungersi forza e potenza, coll'occhio fisso alla perfettibilità materiale, morale, intellettiva; egli deve in una parola crear l'ordine in sè stesso, nell'umanità, nel globo, armonizzando i rapporti coi bisogni, donde il benessere e la felicità, ultima e necessaria scaturigine della morale e della sapienza.
Ora, la somma di potenza, che ciascun individuo porta a questo collettivo lavoro, è sì svariata ed indipendente da ogni forma esterna, che sfugge alla più minuta, come alla più lata classificazione. D'altronde non ci è possibile classificare logicamente la natura, dacché non ce ne sono note tutte le leggi; sicché facendolo, arrischieressimo forte di porre al posto della natura delle ottiche illusioni, delle erronee prevenzioni, o la deplorevole risultanza di pessimi sistemi.
Dalla manìa delle classificazioni nacquero le più strazianti ingiustizie che hanno desolato l'umana progenie, e gli errori più cubitali della filosofia. Le classificazioni crearono i pregiudizii; i pregiudizii a loro volta generarono i Paria e gli Iloti; consigliarono lo sprezzo dello schiavo; suggerirono false ed inique prevenzioni sulle diverse razze colorate, che sgraziatamente perdurano presso molti che fanno anche professione d'intendersi alla giustizia. Dalle classificazioni donde i pregiudizii, nacquero gli odii profondi, e le lunghe ire internazionali, quasi l'uomo che abita l'altra sponda di un fiume, o l'altro versante di una montagna, essenzialmente differisca dall'uomo che abita la prima sponda ed il primo versante. Ora queste classificazioni vogliono bandirsi, siccome funeste cause d'isolamento fra gli uomini, siccome tendenti a ledere il diritto primitivo di ciascun uomo al giudizio dei proprii mezzi ed alla libera loro applicazione; siccome prepotenza che impone leggi alla natura e la sforza e violenta, con danno dell'individuo e dell'umanità.
Infatti qual classificazione è egli possibile in faccia alla dimostrazione imperativa dei fatti?
V'hanno criteri i quali, fortissimi nella speculazione filosofica, sono affatto inetti in qualsiasi elemento di scienza esatta, e viceversa.
Un artista sublime non saprà fare la più semplice aritmetica operazione; un tale è campione nella fisica e nell'astronomia che è affatto insuscettibile e profano alla filosofia; e sarà quell'altro un Socrate od un Platone, senza che gli sia però possibile confezionare due versi.
Nè è più facile, nè più possibile, classificare nelle loro morali idoneità i due sessi. Si disse l'uomo è forte, la donna è debole, ma vi hanno uomini debolissimi e donne fortissime; più, si educa l'uomo all'attività fisica e morale, e la donna all'inerzia fisica ed alla passività morale.
Si disse, l'uomo soverchia la donna in intelligenza, e la donna supera l'uomo in sentimento. Sonvi però molti uomini che superano molte donne in sentimento, e molte donne che superano molti uomini in intelligenza; più, l'educazione che si sforza di favorire e di sviluppare la intelligenza nell'uomo, fa tutto il suo meglio per isfavorirla ed atrofizzarla nella donna.
Si disse, l'uomo è fatto per l'attività, la donna per la quiete; è una gratuita asserzione, è una prevenzione locale. Parlandosi della donna e della famiglia, dovete aver letto i costumi di pressoché tutte le nazioni barbariche, che gravano la donna di tutte le fatiche, e dove le è imposta la massima attività, mentre gli uomini passano oziando la vita; più, anche fra noi vediamo i due sessi sobbarcarsi ad eguali fatiche nelle classi agricole e manufatturiere. E così via dicendo, quando vogliansi confondere le risultanze dell'applicazione dei nostri sistemi, colle leggi della natura che l'uomo non istudiò mai con ispirito vergine da criterii preconcetti, coll'animo emancipato dalla segreta ispirazione degli interessi; noi troveremo sempre le nostre classificazioni in faccia a sì sterminato numero d'eccezioni, da persuaderci essere quelle troppo poco attendibili.
Dalla impossibilità di classificare ne emerge l'incompetenza d'un arbitrato qualunque a determinare le funzioni dell'individuo in faccia al lavoro sociale; e da quella incompetenza ne emerge a sua volta il diritto spettante all'individuo solo di determinarsi ad un genere di lavoro, dietro le attitudini ch'egli sente prepotenti in sè stesso, donde la varietà delle vocazioni, e la libertà della scelta dei mezzi ad assecondarle.
Ora, una gran parte delle nullità morali, che ingombrano l'umana società, non possono ad altro accagionarsi che a questo incompetente arbitrato che si esercita dall'un individuo sull'altro, e da tutta la società su tutto un sesso.
Si vollero classificare le morali idoneità dei sessi, e si vollero assegnare a ciascuno d'essi funzioni proprie dietro un tipo ideale escogitato in anticipazione; ma queste diverse attribuzioni parte scaturirono dalla poesia e dalla immaginazione; porzione molta è artificiata dalla forza prepotente dell'educazione, che a tutto riesce sendo l'essere umano eminentemente educabile: pochissime fondamentate dall'osservazione. E tutto questo teorico e gratuito edificio si fece pratico, senza che uomo si curasse di rilevarne le falsità e di deplorarne le conseguenze, mentre nessun filosofo s'attentò mai, ch'io mi sappia, di trovar differenze di carattere e di idoneità fra il maschio e la femmina nelle altre specie d'animali, dal processo della riproduzione all'infuori, nel quale fatto solo formano serie distinta; nè mai alcuno sognò di negare forza alla lionessa, o vietar la preda alla tigre, o di disconoscere nella volpe gli astuti accorgimenti, o di trovar l'aquila meno sublime dell'aquilotto.
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È evidente che l'uomo, ignaro tuttavia di molte leggi naturali, e completamente al buio del concetto sintetico della creazione, non poteva derivare le sue classificazioni che dagli interessi suoi e dalle sue passioni. Egli adunque, con un comodissimo a priori, stabilì sè stesso centro e fine dell'universo, ed a sè convergendo gli esseri tutti e tutte le cose, ne statuì il valore, ne assegnò le funzioni, ne affermò l'importanza in base all'utile od al diletto che queste gli arrecavano.
La donna, che gli è così vicina, e nella quale si giace tanta parte della sua miseria e della sua felicità, dovea necessariamente esser la prima a subire le conseguenze di un così ingenuo egoismo.
Riconoscendo perciò l'uomo i vantaggi dell'iniziativa, volle vedere la donna, passiva più assai che non l'abbia mai fatta la natura. Avido di dominio e di signoria, imaginò di trovare in lei, bella l'umiltà, e perfino la viltà. Avendo scoperta la superiorità che dà la coltura sull'ignoranza, trovò buona cosa serbare a sè il privilegio dell'intelligenza, e vide nell'ignoranza della donna un vezzo ed un'attrattiva. Amante egli dell'impero e del comando, si figurò che per la donna sia gloria l'ubbidire. Cupido di possesso, si aggiudicò la donna siccome proprietà; e si persuase dovere la buona moglie credersi seriamente cosa del marito; e così via di trotto procedendo, egli trovò d'aversi confezionato un tipo femminile di tutta sua convenienza, e su questo tipo elaborò le leggi, i costumi e l'educazione della donna; e questo è tutto il lavoro che la filosofia compì rispettivamente alla donna in sessanta secoli. Nè potrebbe dirsi certamente che noi calunniamo l'uomo!
Chi non ha letto nell'_Ecclesiaste_ il tipo ideale femminile che si era creato il più savio degli uomini?
Chi non ricorda la condotta che S. Paolo comanda di tenere alla donna (vedi cap. II) della prima epistola a Timoteo; e (cap. II) della prima ai Corinti?
Chi non sorride vedendo Rousseau sollecitarsi che le qualità, i vezzi, e fino le debolezze di Sofia calzino a cappello coi gusti e la natura d'Emilio?
E perfino fra i moderni filosofi, che pretendono alla fama di novatori; non vediamo noi lo spirito medesimo? Leggo in Auguste Comte che, il _comando degrada radicalmente la donna_; che una savia apprezziazione dell'ordine universale farà comprendere al sesso affettivo, quanto _la sommissione importi alla dignità_.... Che il sacerdozio (dell'avvenire) farà sentire alla donna _il merito della sommissione_, sviluppando quest'_ammirabile_ massima d'Aristotile «la forza primaria della donna consiste nel superare la difficoltà dell'obbedire» e l'educazione l'avrà preparata a comprendere, _che ogni dominio_, lungi dallo elevarla realmente, _la degrada necessariamente_.
Leggo Proudhon, ed a traverso i suoi mille paradossi, ed alla sua non interrotta serie di contraddizioni, veggo affacciarsi tratto tratto questi concetti: Affinchè il tipo femminile conservi le sue grazie ed i suoi vezzi, deve la donna accettare la potestà maritale (_sic!_). L'eguaglianza di diritti la farebbe odiosa, e trascinerebbe con sè delle deplorevolissime conseguenze, e, fra le molte a mo' d'esempio, la piccola bagatella della _perdita del genere umano!!!_ (Lettrici mie, non ve ne impressionate di troppo!)
Leggo Michelet ed a traverso torrenti di poesia e di sentimento, in un impeto d'amore per la donna egli, la vede fatta _dall'uomo e per l'uomo_. Dolente di vederla sofferente e malata (la donna di Michelet è sempre malata) egli vede la necessità d'isolarla, di custodirla, di medicarla. Bambina non conoscerà che le sue poppattole; maritata, non vedrà che il marito ed i figli; vedova, gl'infermi e gli orfanelli. E di coltura? Non se ne parla. Il sapere la invecchia. E di lavoro? Nessuno. Si romperebbe tutta. D'altronde la manutenzione della cosa, tocca al proprietario della cosa. E di funzioni? Non ne è questione. La donna di Michelet, è una donna che adora suo marito, che è fatta da lui, che vive per lui, per lui solo, e che finisce poi probabilmente per morire di congestione al cuore in seguito ad una serie di emozioni tenere troppo frequenti.
Bisogna confessare che, se l'uomo è egoista, lo è poi anche senza nessuna velleità, e di tutto cuore! Non v'è altro commento possibile a siffatte teorie.
Ora, sia che si neghi alla donna ogni funzione, sia che le si assegni un lavoro, ella fu sempre fin qui in balìa dei capricci d'ogni filosofo, il quale le dà, o le toglie, la eleva, o la abassa, la invita o lo respinge in base al tipo ideale che ciascun di loro se ne forma. Ma al dì che corre deve la filosofia aver capito, che la soluzione di un problema sociale non può esser nella testa d'un uomo, ma se ne sta latente nella natura, la quale non potrà mai rivelarsi fino a che sarà interrogata coll'animo preoccupato da pregiudizii o da interessi veri o supposti.
E dico veri o supposti, perchè tutto ciò che è fuori dell'ordine e del giusto, se può per avventura favorire un piccolo e precario interesse, deve però alfine chiarirsi ineluttabilmente incompatibile ed ostile ai grandi e duraturi interessi dell'individuo e dell'umanità; per cui, se a mo' d'esempio oggi trovava assai acconcio il forte il diritto di conquista, trovandosi domani in faccia un più poderoso avversario, era pur costretto a confessare essere ingiusto e precario il diritto della forza.
Ma questi riflessi sendo stati fatti dall'uomo un po' tardi, anzi da pochi uomini fatti anco al dì che corre, ne avvenne che le istituzioni di tutti i tempi si risentirono di quelle prevenzioni e pregiudizii a cui accennavamo; ed al tempo in cui viviamo è pur doloroso dovere confessare che ancora la forza è in onore, che diritti e doveri sono più che parzialmente distribuiti, e che con una logica degna degl'interessi, più assai che della ragione, si aggiunge debolezza al debole gravandolo di doveri, si aggiunge forza al forte circondandolo di diritti.