La donna e i suoi rapporti sociali

Part 12

Chapter 123,589 wordsPublic domain

Ma avviso nostro non è soltanto, che educare e coltivar si debba la donna, affinchè miglior utile rechi all'uomo, e più così a lui s'aggiunga di potenza morale chè, quando tutti qui fossero i motivi, che portar debbono la donna alla scienza ed allo sviluppo delle sue morali facoltà, rispondendo lo egoismo femminile degnamente al virile, potrebbe dessa, con qualche ombra di ragione, ricovacciarsi per altri secoli nella sua tranquilla nullità, dicendo: se l'uomo tentò abrutire il mio spirito, perchè mi affannerò io a produrre per lui; raccolga egli ciò che ha seminato, non trovi che nullità ove non piantò che ignoranza, e vizio mieta dove non seminò che pregiudizio. Perchè mi sacrificherei alla famiglia? Perchè ogni dolore incontrerei lieta per una prole che, adulta, imparerà dalle istituzioni del suo paese ad avermi in poco conto; per un consorte, che verso di me modestamente s'intitola padrone unico ed assoluto? Perchè sentirei io pietà del povero, mentre la mia stessa proprietà è soggetta all'arbitrio altrui, ed in faccia allo Stato tutti i danni soffre, e non gode nessun dei vantaggi? Perchè lo egoista istinto materno immolerei alla patria; e l'oro e le gioie e l'opera le consacrerei, se la schiavitù mia sta sotto ogni forma di governo nazionale o straniero, laonde le patrie questioni non sono per me che tesi astratte e di remotissimo interesse? Perchè ogni impulso di natura aggiogherei, tiranneggiando me stessa, per piacere ad un uomo che non si dà per me l'egual pena, creando a sè una morale dagli ampii margini, mentre a me disegna i confini più angusti appena escogitabili dal personale arbitrio?

E la donna così pensando, ed operando in conseguenza, scarsa vendetta farebbe delle patite enormità; e non potrebbe l'uomo troppo lagnarsene: ed ella avrebbe il pien diritto di cavare cotali conclusioni dalla lunga storia de' suoi martirii. Ma oltrecchè la donna, fornita ben più dell'uomo d'animo generoso, di raro i conti suoi fa colli interessi, e sempre col cuore; ella così facendo non farebbe che ribadire le catene della sua schiavitù, ed affermare la nullità della sua intelligenza. Laonde non quei soli indiretti motivi portarla debbono a coltivarsi, ma altresì lo suo stesso interesse e diritto e dovere.

E dicemmo diritto e dovere; e questo diritto e questo dovere stanno, in onta alla secolare oppressione in cui giacque la intelligenza femminile. Ed egli è appunto perchè il sapere è suo diritto e suo dovere, che vani riescirono tutti gli ostacoli, deboli i ceppi, sprezzate le autorità, superate le barriere, vinte le lotte, il sarcasmo domato e spuntati i ridicoli. Gli è appunto perchè il sapere è suo diritto e suo dovere, che l'uomo ragionevole ed equo piega alfine la vinta cervice innanzi allo splendido vero, alla evidente affermazione del fatto. Gli è appunto perchè è suo diritto e suo dovere, ch'ella pronta e spontanea rispose all'appello della civiltà, e di sè ingombra infinite scuole, dove la filosofia parli al popolo un benemerito; ed atto assiduo di presenza fa agli atti del nazional parlamento, rendendo talora più significativo il contrasto fra le affollate tribune e i vuoti stalli. Sì, il diritto ed il dovere sono ovunque dall'ordine delle cose posti in rapporto di causa ed effetto. Le attribuzioni dell'essere o della cosa determinano la sua destinazione, ed ecco il dovere; la potenza di porre quelle attribuzioni in moto a raggiungere quella destinazione, ecco il diritto.

La donna, dotata d'intelligenza, ha tracciato il dovere nello sviluppo e nella applicazione di codesta medesima intelligenza, e nessun dovere mai fu sì fecondo in diritti. Lo sviluppo dello spirito e l'applicazione utile ed assidua delle sue facoltà importa l'affermazione del suo intrinseco valore donde l'estimazione, donde la consacrazione della sua autonomia, la abolizione della sua perpetua minorità, la libertà de' suoi atti, un diritto civile, un diritto politico, un più lato programma d'insegnamento, un vasto orizzonte discoperto alla nobile curiosità della mente, un utile e fecondo riempitivo alla sua vita, un rimedio potente e certo contro l'irrefrenabile sbadiglio cui è dannata dalla sua presente nullità.

Oh venga presto quel giorno, che deve certo venire, nel quale la donna, profondamente compresa dalla coscienza de' suoi destini, e della propria virtù, forte del sentimento del proprio diritto, sorga a rifarsi con assiduo e nobile lavoro della nichilità morale di tanti secoli!

Sorga quel giorno, che certamente verrà, nel quale la donna trovi nel tesoro della sua intelligenza la leva potente a sollevarsi dal petto quella pietra sepolcrale che la segrega, siccome cosa spenta, dal consorzio dei viventi alla vita morale!

Oh spunti quel giorno, di cui già si traveggono i felici albori, nel quale la donna ogni ammirazione volgendo al genio ed alla virtù, si sbarazzi all'intorno di quei sdulcinati ed imbelli amatori, che nulla di meglio nè in sè, nè in lei ora trovando, cantano in essa:

«_Stelle gli occhi, arco il ciglio, e cielo il viso,_ «_Tuoni e fulmini i detti, e lampi i guardi,_ «_Bocca mista d'inferno e paradiso;_ «_E che i sospiri son bombe e petardi,_ «_Pioggia d'oro i capei, fucina il petto_ «_Ove il magnano amor tempera i dardi_».

Oh vergogni ogni donna di non ispirar nulla di meglio che di codesta roba! sì, meschina lei, finché null'altro trovasi di laudabile in lei fuorché ciò che non è suo. Non è possibile dirle più civilmente, con la migliore volontà del mondo, non posso farmi più onore di tanto, con sì meschino e sgraziato argomento.

Giovani colte e lettrici mie, a voi tocca, ed a voi sopratutto importa che quel giorno presto si levi sull'orizzonte; e da voi eziandio affatto dipende. Oh spogliatevi delle inutili vanità, sgombrate il cieco pregiudizio, scuotetevi di dosso la indolenza dello spirito, fortificatelo ai gravi studii, volgetelo alle severe discipline, e sorgendo voi a nuova vita, un vivo impulso darete a tutta quanta l'umanità, che il vostro morale intervento aspetta, a completare l'opera sua col concorso di tutti gli elementi che la compongono.

So che pur troppo tutto da voi non dipende: so che un dovere finora trascurato dalla società è la istruzione vostra, la quale non è per ora che un semplice dirozzamento, e quasi non basta neppure a darvi la coscienza del troppo che vi manca.

Urge, per dio! che la coscienza pubblica si pronunci su questo bisogno! La donna è dalla legge punita quando trovasi in contravvenzione, eppure non le si dà nozione alcuna del diritto; la civil società la respinge siccome _incapace_, ma nulla le si insegna di ciò che può farla capace: l'opinion generale diffida della sua intelligenza ad onta dei fatti che l'affermano, ma non le si presenta niun mezzo di sviluppo e d'applicazione.

Dichiarata non responsabile ed incapace in ogni atto che le dà dignità e le suppone intelligenza, responsabilissima reputata in ciò che la infama, e capacissima di ciò che la fa punire o spregiare, ella è veramente in faccia alla umana dignità il Paria e l'Ilota, col quale sì la legge che l'opinione non si danno pena alcuna d'esser logiche, conseguenti ed eque.

L'istruzione ed il lavoro, ecco le sole forze che possono e debbono risollevare la donna ed emanciparla. Finché la società non l'avrà fatto, nessun argine resisterà al torrente della corruzione, niuna diga si opporrà al degradamento morale e materiale della specie.

Nè la legislazione potrà dirsi filosofica e razionale finché di tutti i componenti la società umana non avrà tenuto conto, e non tutti avrà veracemente tutelato; nè le istituzioni potranno dirsi libere fino a che un elemento così numeroso qual è il femminile, dovrà tutte subirle, senza contribuire alla formazione loro; nè la civilizzazione potrà dirsi, non che compiuta, neppure iniziata, finché tanto resta nella società, che civile si chiama, d'ignoranza procurata, di forzata servitù e di insultante ostracismo sopra umane creature: nè un secolo potrà dirsi illuminato se non riconosce il diritto dell'intelligenza ovunque si trova.

Istruite la donna! Se la natura non l'ha fatta pel sapere, ella non risponderà all'appello della scienza; ma s'ella vi risponde, allora è nell'ordine di natura e di provvidenza ch'ella concorra al sociale edificio.

Ella ha diritto al più pronto sviluppo delle sue facoltà; vi ha diritto morale e giuridico.

Lo Stato paga delle università per gli uomini, delle scuole politecniche per gli uomini, dei conservatorii d'arti e mestieri per gli uomini, degli istituti d'agricoltura per gli uomini. E per la donna? Potrà egli seriamente dirsi che lo Stato si occupi di lei? Le scuole primarie! Ecco tutto.

Eppure lo Stato le impone delle leggi, la punisce nelle contravvenzioni, ha per lei dei tribunali, delle prigioni, e per la sua proprietà delle imposte. O non si consideri la donna neppur nei doveri, o le si accordino anche i diritti, senza di che lo Stato è colpevole verso di lei di violenza e di furto! E come noi severamente giudichiamo l'antica e barbarica tirannia, i posteri così giudicheranno quella del secolo XIX. Finirò colle parole di Fourier nel suo libro: _Théorie des quatre mouvemens_.

«Che gli antichi filosofi di Grecia e di Roma abbiano sdegnato gl'interessi della donna non ci sorprende, dacchè questi rettori erano tutti partigiani innoltrati della pederastia, ch'essi avean levata in grand'onore nella bella antichità. Essi gettavano il ridicolo sulla frequentazione della donna, ed era questa passione considerata ignominiosa. Costumi siffatti ottenevano l'unanime suffragio dei filosofi che, dal virtuoso Socrate fino al delicato Anacreone, non proclamavano che l'amor sodomita ed il disprezzo della donna; la quale, quindi, relegata ad un secondo piano é rinchiusa siccome in un serraglio, era bandita dalla società, degli uomini».

«Siffatti bizzarri gusti, non essendo in favore presso i moderni, non si può a meno di meravigliare che i nostri filosofi abbiano ereditato l'odio di quegli antichi sapienti per la donna, al proposito di astuzie, alle quali è forzata dall'oppressione che sopra le gravita, e dacchè le si costituisce un delitto d'ogni pensiero o parola conforme al voto della natura.

«Chè di più inconseguente dell'opinione di Diderot, dove pretende che per iscrivere alla donna è d'uopo intinger la penna nell'_Iride_ e spolverare lo scritto col _pulviscolo delle ali della farfalla_?

Le donne possono rispondere ai filosofi: «La vostra civilizzazione ci perseguita dacchè obbediamo alla natura; ci si sforza ad assumere un carattere fittizio, a non ascoltare che impulsi contrarii ai nostri desiderii. Per farci gustare dottrina siffatta è ben d'uopo mettere in giuoco le illusioni ed il menzognero linguaggio, come fate al soldato per illuderlo sulla sua misera condizione. S'egli fosse davvero felice, potrebbe accogliere un linguaggio semplice e vero, che hassi gran cura di non tenergli. Lo stesso è della donna; se libera fosse e felice, ella sarebbe meno avida d'illusioni e di _moine_, e non sarebbe d'uopo, scrivendole, di porre a contributo nè l'iride, nè la farfalla». — Pag. 146 e 147.

«Quando la filosofia satirizza e schernisce i vizii della donna, essa fa la sua stessa critica; è dessa che produce quei vizii per un sistema sociale che, comprimendola fin dall'infanzia e durante tutto il corso della sua vita, l'astringe a ricorrere alla frode per abbandonarsi alla natura.

«Voler giudicare la donna sul viziato carattere ch'essa spiega nella civilizzazione, equivarrebbe al voler giudicare la natura virile sul carattere del contadino russo, che non ha idea nessuna di libertà e d'onore, e sarebbe come giudicare il castoro sull'imbecillità che mostra nello stato domestico, mentre che nello stato di libertà e lavoro combinato, esso è il quadrupede più intelligente. Lo stesso contrasto apparirà fra le donne schiave della civiltà e le donne libere dell'ordine combinato[15]».

«Esse sorpasseranno gli uomini in industria, nobiltà e lealtà, ma fuori dello stato libero e combinato, la donna diviene come il castoro famigliare ed il contadino russo, un essere tanto inferiore ai suoi destini ed a' suoi mezzi, che si inchina a spregiarla, quando dalle sole apparenze e superficialmente si giudichi». — Pag. 147.

«Una cosa sorprende ed è, che le donne sonosi ognora mostrate superiori agli uomini, quando poterono sul trono spiegare i loro naturali mezzi, dei quali il diadema garantisce loro il libero uso. Non è egli certo che, sopra otto sovrane libere e senza consorte, sette hanno regnato con gloria, mentre sopra otto re contansi generalmente sette sovrani inetti? Le Elisabette, le Catterine non facevano la guerra, ma sapevano scegliere i loro generali, e basta per averli buoni. In ogni ramo d'amministrazione, le donne non hanno desse ammaestrato gli uomini? Qual principe ha superato in fermezza Maria Teresa, che in mezzo a supremi disastri, davanti alla vacillante fedeltà dei sudditi, in mezzo a ministri, come percossi da stupore, sola intraprende di tutti incuorare? Ella sa intimidire la dieta d'Ungheria, indisposta a suo riguardo, arringa i magnati in lingua latina e conduce i suoi propri nemici fino a giurare sulle loro spade di morire per lei. Ecco un sintomo dei portenti che opererebbe la femminile emulazione in un ordine sociale che lascierebbe un libero sfogo alle sue facoltà». — Pag. 148.

«E tu, sesso oppressore, non sorpasseresti tu i difetti rimproverati alla donna, se una servile educazione ti informasse per crederti, siccome lei, automa fatto per obbedire a tutti i pregiudizii, e per strisciare davanti ad un padrone che lo azzardo ti darebbe? Non si sono esse viste le tue pretese di superiorità confuse da Catterina, che si pose sotto i piedi il sesso virile? Istituendo dei favoriti titolati ella ha trascinato l'uomo nel fango, ed ha provato così, che l'uomo può, nella sua piena libertà, annichilirsi egli stesso al disotto della donna, il cui avvilimento è forzato, e per conseguenza perdonabile».

«Sarebbe d'uopo, per confondere la tirannia degli uomini che esistesse per un secolo un terzo sesso, androgino, e più forte dell'uomo. Questo nuovo sesso proverebbe a colpi di bastone agli uomini, ch'essi son fatti pel piacer suo quanto le donne. Udrebbersi allora gli uomini protestare contro la tirannia del sesso ermafrodita e confessare che la _forza esser non debbe l'unica norma del diritto_. Ora questi privilegi, questa indipendenza, ch'essi reclamerebbero contro il terzo sesso, perchè rifiutano essi d'accordare alla donna?» — Pag. 148.

«Segnalando quelle donne, che seppero prendere un libero slancio, dalla virago, come Maria Teresa, fino alle tinte più dolci, come le Ninon e le Sevigné, sono in diritto di dire, che la donna in istato di libertà sorpasserà l'uomo in tutte le funzioni dello spirito e del corpo che non siano di competenza della forza fisica.

«Già l'uomo sembra presentirlo; e si sdegna e si allarma quando la donna smentisce col fatto il pregiudizio che le accusa d'inferiorità. _La gelosia virile si è sopratutto manifestata contro le autrici: la filosofia le ha espulse dagli onori accademici, e rinviate ignominiosamente al domestico focolare_». — Pag. 148.

«Qual'è oggi l'esistenza delle donne? Esse non vivono che di privazioni; anche nell'industria l'uomo ha tutto invaso fino alle minute occupazioni dell'ago e della penna, mentre veggonsi donne sobbarcate ai penosi lavori dell'agricoltura. Non è egli scandaloso di vedere atleti di trent'anni aggomitolati davanti ad un banco, o vettureggiando colle braccia vellose una tazza da caffè, come se mancassero donne o fanciulli per le occupazioni del banco o della casa?» — Pag. 159.

«Quali sono dunque i mezzi di sussistenza per la donna priva di mezzi? La conocchia ed i suoi vezzi quando ancora ne ha. Sì, la prostituzione, più o meno velata, ecco l'unica risorsa che la filosofia loro ancora contende; ecco la sorte abietta ove le riduce questa civiltà, questa conjugale schiavitù ch'esse non hanno pure pensato ad attaccare» — Pag. 150.

Fin qui Fourier, ed io, donna, a nome di tutto il mio sesso me gli protesto ben riconoscente, che la penna eloquente abbia impiegata per una causa, che interessar deve ogni spirito equo e generoso.

Se non che, rivolgendomi di bel nuovo alla donna, le ricorderò, che se è dovere dell'uomo l'essere giusto; se sostituire dovunque il diritto alla forza è compito della filosofia; se l'uguagliare tutti gli individui dello Stato davanti alla legge, è opera doverosa della legislazione; è però dovere, diritto, interesse supremo e vitale della donna, che la iniziativa di queste riforme vengano da lei stessa.

La storia ve lo ripete ad ogni pagina, ad ogni riga. I diritti e le libertà ottenute in dono sono illusorie; esse così sciolgono dalla servitù materiale, per travolgere sotto una schiavitù morale colui, che fu abbastanza codardo da non conquistarsela colla propria virtù.

Il dono addormenta la coscienza del dovere e del diritto in luogo di svegliarla; ci adusa a lasciarci tutelare; ci sninnola in grembo ad un illusorio ottimismo, e così, coll'atonia dello spirito, ci riconduce pian piano alle catene.

La donna fece sopra sè stessa, ed a sue spese, questa triste esperienza. Nel Medio Evo le corti d'amore diedero alla donna il nome di regina e di signora, essa fu elevata, fu magnificata, fu idolatrata. Ma quel culto era gratuito, era dono dell'uomo, di quell'essere bizzarro che, mentre allora si faceva trafiggere da mille spade, per meritarsi uno sguardo dalla donna de' suoi pensieri, trova ora esorbitante che ella voglia essergli compagna piuttosto che schiava.

Ora la donna non si curò in allora di affermare la propria individualità; e sebbene delle più e men numerose unità sorgessero qua e là a tener desta e viva nel mondo l'idea della sua potenza intellettiva e morale, la massa femminile, cullata fra le nenie dell'amore, le si affidò all'intutto, e si addormentò di sonno profondo nel grembo di quella deità capricciosa.

Avvenne ciò che avvenir dovea. Ella si destò, ma la sua condizione era affatto cangiata. Amore e Mammona occuparono il suo posto sull'altare venerato, l'uomo fu sacerdote, ed ella l'ostia ch'egli immolò in omaggio a quella copia mostruosa.

Niun diritto, niuna libertà è potentemente affermata se a quella libertà non si accoppia la coscienza, a quel diritto non si aggiunge la potenza e la volontà di esercitarlo. Ora questa potenza, questa volontà, questa coscienza non può essere impartita che con una seria educazione, colla innoculazione della sapienza.

Madri! se punto vi preme che le figlie vostre siano più felici di voi, oh non tardate a procurare alle loro facoltà il più pronto e più lato sviluppo. Sopra di voi, sulla tenerezza vostra, sulla vostra coscienza riposa tutto l'avvenire di una generazione.

Madri! se punto vi preme e v'importa la riverenza dei vostri figli, oh! risollevatevi agli occhi loro colla forza della volontà e colla coltura dello spirito; che se adulti vedere dovranno il vituperio, che aduna sulle vostre fronti una generazione ingenerosa, ne tocchino però essi stessi con mano la flagrante ingiustizia, e si preparino a riscattarne le loro spose, figlie e sorelle.

Ricordatevi che l'ignoranza, e la servitù della donna suonano ineluttabilmente, per lei, avvilimento, miseria, prostituzione; per l'uomo, corruzione, abrutimento; per la specie, degeneramento; per la filosofia un problema vitale insoluto; per la civiltà, una impossibilità di avvanzamento; per tutta l'umanità, un immenso ritardo nel suo cammino.

Finirò col rivolgere a tutte le donne che trattano la penna, quelle severe parole di Fourier, amico generoso del sesso femminile, e verso il quale ogni donna, che ha un cuore, tiene un debito di gratitudine. Rimproverando egli loro con amarezza, di occuparsi così poco dei loro stessi interessi, egli scrive:

«La loro indolenza in questo argomento è una delle cause, che hanno aumentato il dispregio dell'uomo. Lo schiavo non è mai più spregevole che quando, colla cieca e muta sommissione, persuade l'oppressore che la sua vittima è nata per la schiavitù». — Pag. 150.

Infatti che fa la penna in mano alla donna, se non serve per la sua causa come per quella di tutti gli oppressi?

Non basta che la donna, colle molteplici produzioni della sua mente, porti ogni giorno davanti alla società una nuova affermazione della sua intelligenza. Ciò sarebbe come pretendere che un popolo si sbarazzi da uno straniero dominio a furia di legali dimostrazioni. Lotta, lotta aperta vuol essere contro l'ingiustizia e la prepotenza. Non vedete che ogni dispotismo non allarga d'un anello le catene della sua vittima che quando sente stringersi al collo il nodo scorsoio?

Temete forse l'opinione, il sarcasmo, il ridicolo che l'uomo tenta gettare a piene mani sulle aspirazioni della donna onde scoraggiarla dal generoso assunto? Tenetevelo per fermo, egli avrà ben più voglia e diritto di sorridere se non lo fate. Il vantaggio sarà tutto suo.

LA DONNA IN FACCIA AL DIRITTO

Tutti gli uomini hanno diritto di concorrere a quei beni che sono atti a conservare ed a _perfezionare_ il proprio individuo.

Il diritto più eccellente dell'uomo è la libertà e l'indipendenza. Questa libertà comune, è una conseguenza della natura dell'uomo.

.... giunto all'età della ragione, diviene egli solo giudice dei suoi mezzi e padron di disporne.

Non può l'uomo cessar d'essere uomo, per divenire una cosa.

Un particolare che aliena la sua libertà è folle; e la follia non può dare un diritto. Un tal atto è illegittimo e nullo.

Tutti gli uomini sono uomini; che vuol dire; tutti hanno la stessa natura e gli stessi attributi essenziali; onde nasce per tutti l'identità dello stesso fine e degli stessi doveri.

L'eguaglianza degli uomini in natura è la sorgente della benevolenza e dell'amore. L'uomo si porta ad amar sè stesso nei suoi simili.

Se tutti gli uomini sono naturalmente eguali, niuno può nascere con un diritto di comandare ad un altro.

TAMBURINI, _Corso di Filosofia Morale_.

Se il dovere che ci sforza all'abnegazione ed al sacrificio, che ci grava di peso e di responsabilità, che c'impone talora di camminare a ritroso delle nostre tendenze ed aspirazioni rimorchiando fin la natura; se il dovere, dico, non facesse capo al diritto, egli non sarebbe che un sentiero senza meta, un indirizzo senza scopo, un tiranno che del tiranneggiare si fa gioia e sollazzo, godendosi di curvare l'umana fronte sotto un giogo ingeneroso, che tutte le nobili facoltà ne sfiacca e consuma in una tremenda quanto inutile lotta.

Ma no; il dovere che la legge suprema della morale (che è in altri termini la legge dell'ordine) ci indica siccome necessità, non è che mezzo a raggiungere l'ordine, l'armonia, lo equilibrio sociale, donde il benessere e la perfettibilità universale, altissima meta che provvidenza ebbe additata ad ogni ragionevole esistenza.