La donna e i suoi rapporti sociali

Part 11

Chapter 113,584 wordsPublic domain

Ben mi par di veder ch'al secol nostro Tanta virtù fra belle donne emerga Che può dar opra a carta e ad inchiostro Perchè ne' futuri anni si disperga.

ARIOSTO, _Canto XX_.

Ridire tutto che fu detto, pensato e giudicato sulla creduta innettitudine dello spirito femminile alle produzioni dell'intelligenza, non è cosa che in due parole possa farsi. L'uomo, per fini che non è difficile troppo immaginare, tentò sempre persuaderselo, e colla forza e coll'autorità, colla potenza d'una opinione ingiusta, che egli diffuse in ogni modo, tentò persuaderlo alla donna altresì, la quale, a sua volta, siccome avviene che allo scoraggio ed al sentimento della propria nichilità tenga dietro una profonda ed assoluta atonia, principiò a persuaderselo ella stessa, e cadde così nella più funesta sventura che incogliere possa essere morale, nella completa incoscienza di sè, delle proprie facoltà, delle proprie forze.

Tutto congiurò ad annichilirla: e la forza brutale, che di null'altro curavasi che di porre a profitto le sue membra a vilissima servitù; e la perpetua soggezione, che la tiene sempre pendente dallo arbitrio altrui, epperò informata la vuole ad estranei interessi; e la incapacità legale, che le è aggiudicata senza restrizione o considerazione d'età o di individuo; e la scienza, che sebbene la vegga starsi coll'uomo in ragione di causa e d'effetto, pure facendo per lei eccezione all'ordine delle cose tutte, pretende che qui soltanto sia la causa d'altra natura dello effetto suo: e la letteratura, che null'altro mai trova di laudabile in donna che l'occhio, le carni, le chiome, il grazioso incesso e le tornite membra; e lo abborrimento che molta parte degli uomini si reca ai gravi studi, onde fastidiosa loro torna ed importuna la donna, il cui spirito serio e colto sentono di non potersi facilmente sedurre colla scarsa scienza di sciorinare scipiti complimenti, nè col natural dono di un prepotente polmone; e lo angusto confine dalle istituzioni d'ogni paese statuito alla femminile coltura; ed il poco caso che sempre se ne fece, sicché dai corpi accademici perfino respinta, quasi gli allori da essi intrecciati non la scienza destinati siano a coronare, ma teste virili puramente e semplicemente.

Da tutta questa congiura contro la femminile intelligenza che ne emerse? Ne emerse, che i progressi dello spirito umano siano più lenti; ne emerse che ogni uomo, aventesi ai fianchi una donna, in luogo d'aversi _lo aiuto a lui convenevole_, s'abbia un ingombro; ne emerse che questa creatura, nella quale si innoculò con tanto studio il sentimento della sua innettezza, perda ogni dignità, e con la dignità ogni morale; ne emerse che lo spirito suo, avendosi pur d'uopo d'alimento, nel lusso lo cerchi e nella sola fama concessale di bellezza, e la bellezza procuri con la vanità, e con la vanità resti ogni amor di famiglia assorbito, e si persuada alfine dover ella unicamente, siccome una odalisca, ornarsi a piacere, d'ogni altra cura immemore e non curante.

Dietro simile educazione io non seppi mai concepire come si osi menar tanto scalpore del mal costume femminile e della poca costanza di sentimenti, e della mobilità dello spirito, e del vacuo cicalìo, e della inutile vita, e dei mille nonnulla di cui assidua la donna si circonda, così significativamente espressi e riepilogati dagli antichi romani con quel felice vocabolo di _mondo muliebre_! Forse che è lecito all'orticultore querelarsi di raccoglier cavoli dove piantò cavoli, e di non mieter che fieno dove non seminò che erba? Bisogna esser giusti! Cento volte lo dissi ed ancora lo ripeto: lo effetto tien natura della sua causa, e la conseguenza scaturisce spontanea dalla premessa.

Oggidì, a vero dire, s'è mitigato non poco il pregiudizio della femminile pochezza d'intelligenza; ma per essere la società nostra meno idrofoba su questo articolo, non è però più larga nell'offrir mezzi di coltura alla donna che, se ella tenta lo innato ingegno volgere ad utili studii, mille materiali e morali imbarazzi le è d'uopo superare e vincere.

Angusti e stinchi sono i programmi d'insegnamento che la riguardano. Le si parla di tutto, e quando comincia a comprendere le si chiude il libro dinnanzi e le si dice: _basta_; sicchè, s'ella sortì da natura spirito generoso e nobilmente curioso di sapere, vedesi dannata alla pena di Tantalo, nè v'ha provvedimento alcuno che incoraggi il suo genio, quand'anche prepotente si manifesti in qualsiasi branca dello scibile, mentre centinaia d'uomini, che natura sortiva inetti di spirito ed angusti di mente, insegue inesorabile la sferza del pedagogo, e da lor s'affatica e suda il mal capitato maestro ad estrar lume d'intelligenza, che però mai non giunge.

Nè mi si dica che la baldanza del genio giunger deve a domare le difficoltà, a superare ogni barriera. Ciò è vero per alcuni, ma non lo può esser per molti, chè alla lotta non tutte le nature sortono inchinevoli, anche fra i parecchi che aver possono svegliata intelligenza; che se a cotal legge subordinar volessimo tutto il viril sesso (e lo fosse stato fin qui), l'umanità non avrebbe discorso pur la metà del suo intellettuale cammino, chè mancato avrebbe a tutte le intelligenze, che potentemente l'aiutarono, dottrina ed ispirazione.

Raffaello non raggiunse la perfezione dell'arte se non dopo aver visto le opere immortali del Buonarotti; Cristoforo Colombo immaginò un nuovo mondo, essendo già peritissimo nauta e geografo; Galilei scopriva il moto della terra, sendo profondissimo in fisica; così Newton l'attrazione astrifera, così Volta la pila elettrica, e così in tutto e sempre procede lo spirito umano dal noto all'ignoto, sendo egli debole nell'intuizione e potente nel raziocinio.

Ora, che per aversi comunemente una fiacca opinione della capacità femminile, le si accumulino davanti gli ostacoli, le si tolga ogni mezzo, e le si allunghi il cammino, questo è ciò che non giungo a giustificarmi, chè sarebbe come spargere dei ciottoloni e dei macigni sul suolo dove il bambino muove i primi passi adducendo a ragione ch'egli non sa camminare. Se questo sia logicare ditelo voi?

Ma un cotal trasnaturamento dei semplici dettami della ragione non potè farsi universale coscienza, se non per quel difetto di principii che ci è tante fiate occorso di lamentare nel corso di questo lavoro. Gli uomini abbuiati dallo errore, e sedotti dagli interessi, non risalgono ai principii mai, si fanno sordi al dovere, giungono a scordarlo, quindi ad ignorarlo affatto, e la società scende alla fine a non essere altro che un meccanismo svolgentesi colle mobili e gratuite forme della convenzione.

Si è convenuto adunque che la donna non deve sapere: epperò si dirige in modo la sua intelligenza, o meglio se ne sopprime così lo sviluppo, da condurla alla perfetta evirazione. Che se alcuna giunge, mediante erculei sforzi, a districarsi da quegli impacci, che ingombrano il sereno ed ampio orizzonte della sua mente, eccole addosso l'opinione co' suoi mille proiettili, ecco la critica coi suoi mille strali, la satira coi suoi morsi, la maldicenza coi suoi pungoli, il pregiudizio, lo scandalo e tutta la falange degli inutili e dei nocivi, di cui il mondo ha dovizia, che la lingua tengono nel nobile esercizio di parlare a proposito ed a sproposito di tutto, e di tutti, asserendo, condannando, ed assolvendo senza darsi briga nessuna di essere giusti e ragionevoli! E come lo sarebbero?

Codesta gente (Dio loro perdoni) sono davanti all'umanità, che cammina verso la civiltà e verso il bene, come i ciottoli che si pongono davanti le ruote d'un veicolo; se questo nella sua corsa non riesce a triturarli, soverchiandoli rapidamente senza curarli, esso ne sarà arrestato. E ciò sia detto a voi, giovani mie lettrici, nel cui spirito per avventura allignasse nobile desiderio del sapere, e nel generoso intento veniste scuorate dal più o meno esteso pregiudizio. Coraggio, ed avanti! Il bene, è bene in sè stesso, ed a sè stesso basta, abbia o no l'applauso dei molti; e la coscienza del ben fare è largo compenso all'ignoranza, che non lo sa apprezzare.

Nè crediate che l'intelligenza e le sue produzioni siano un privilegio dell'altro sesso chè, abbandonandovi al letargo nella creduta impossibilità di molto fare, nulla poi fate, e ad ozio vergognoso passate i giorni, gli anni, e la vita. Se gli uomini tutti avessero la mente di Alighieri, di Vico o di Macchiavello, l'umanità per vero sarebbe a sufficienza servita, ma le sono queste unità colossali che tutti i secoli celebreranno, vedendosene assai di rado riprodotte le copie, mentre a centinaia ed a migliaia veggiamo intelletti ottusi e spiriti angusti, che appena bastano al disimpegno dei famigliari interessi o di materiali gestioni, che non sono che la quotidiana ripetizione dell'egual meccanismo; chè in quanto ai mille altri che pur raggiungono gradi accademici, quando si considerino i lunghissimi anni di pertinace studio, e i mille mezzi d'istruzione aperti alla viril gioventù, la congiura dei parenti e degli insegnanti, delle istituzioni e delle opinioni, dei mezzi e della necessità a spingerveli, sarebbe invero un disgraziato fenomeno se difettasse loro anche quella facoltà che è la memoria, e quel poco di criterio necessario a rendersi conto di ciò ch'ella ritenne.

Che se, dopo pochissima riflessione sul diverso procedere della educazione e dello insegnamento riguardo ai due sessi, veniste a stabilire, che l'uomo ha il privilegio dell'intelligenza; o che non sapremmo cosa pensarci del criterio vostro, o che saremmo indotti nel dubbio che, amando voi sopra ogni utile e nobile cosa la vacuità della vita e la inerzia dello spirito, onde almeno essere a voi conseguenti mostriate portar profonda la credenza della vostra nichilità.

Ma s'egli è questo basso fine che vi muove, l'onta vostra non estendete ad altrui, e non calunniate tutto il sesso vostro, che potentemente e vittoriosamente vi risponde col linguaggio dei fatti.

Sì, la donna, benché da mille materiali impacci circondata, a gran dispetto d'una educazione che altamente le raccomanda di saper meno che le sia possibile, di sotto all'immane pondo d'una opinione orba di senso morale, che le perdona più presto il mal costume che non il sapere[13], ha saputo ben sovente giungere attraverso a mille ostacoli a mordere il pane della sapienza ed a ristorare le assetate labbra nelle onde immortali d'Ippocrene. Nè le scienze esatte, nè le speculative, nè le opere della fantasia, nè quelle del gusto, nè le arti estetiche, nè le strategiche la trovarono insuscettibile, laonde ciò veggendo cantava lo divino Ariosto:

«_Le donne son venute in eccellenza_ «_In ogni arte dove han posto cura_».

E questo vi ripete l'antica Didone, che fondava Cartagine e la sua prosperità.

La temuta Semiramide, che gettò le fondamenta di quello impero babilonico che assorbir dovea l'Asia tutta, ed i popoli civilizzò e le arti incoraggiò e protesse, e saggia legislazione impose, e vasti ebbe i concetti ed il braccio intraprendente.

La fortissima Zenobia, che tenne salde le conquiste del consorte, le estese, e gli eserciti sempre guidò con arte profonda ad infallibile vittoria.

Debora che, giudicando Israele con ogni saviezza durante lo teocratico governo, cantava di sè stessa: «Le villate in Israel erano venute meno, erano venute meno, finch'io Debora sursi, finch'io sursi per esser madre in Israel». Ella reggeva Israele nei difficili tempi, in cui stavasene travagliato dalla invasione di Jabin potente re di Canaan, che aveva sopra quel popolo spedito Sisara, del quale un'altra donna sbarazzava Israele.

Amalasunta, regina degli Ostrogoti, che saggiamente resse l'Italia nella minorità del figlio Atalarico; e tentò civilizzare i suoi barbari popoli, ed il giovine principe educar fece, in onta ai costumi della sua nazione, nella scienza e nelle arti.

La grande Isabella, che sortito avendo alti spiriti, cuor generoso ed indole intraprendente, sola fra i sovrani tutti d'Europa incoraggiava di protezioni e di mezzi Colombo all'alta scoperta, e finché visse lo coperse dalla vigliacca gelosia del consorte, e dalle basse persecuzioni dei grandi.

Pulcheria, imperatrice d'Oriente, che preceduta e seguìta da una serie di principi inetti e viziosi, diede, nella durata del suo saggio reggimento, un'epoca di tregua e di prosperità al travagliatissimo impero.

Atenaide, quindi Eudossia, che portò sul trono l'amor del sapere, laonde sposa d'un principe inetto, quale si fu Teodosio, giovine e bella nella più svagata e molle e dissoluta corte, qual era quella di Bisanzio, seppe pure la vita nobilitare fra utili e serie occupazioni. Scrisse un poema sulla vittoria delle legioni latine sopra le persiane falangi (l'anno 421). Verseggiò i cinque libri di Mosè e le profezie di Zaccaria e di Daniele. Scrisse un poema in tre volumi intorno a S. Cipriano ed a Santa Giustina, e finalmente pubblicò il Centone di Omero, unica fra le opere di lei che ancor ci rimanga.

Elisabetta di Inghilterra, il cui talento politico potentemente si rivelò nei quarant'anni di prosperità che quel paese godè sotto il suo reggimento.

Bianca di Castiglia, che resse con forte braccio i Francesi tumultuanti ed insofferenti del suo impero, ed abbenchè piissima, pure liberò i contadini dalla ecclesiastica autorità, che degenerata era in barbara tirannia.

Maria Stuard, le cui sventure e la prematura tragedia impedirono solo di sviluppare i germi del raro ingegno. A quattordici anni conoscitrice di diverse lingue, con un'anima profondamente sensibile alle sublimi attrattive della estetica, arringava in purissimo latino la corte francese, che attonita l'udiva, davanti ai capi d'arte.

Catterina I, imperatrice di tutte le Russie, che sorta dal popolo, non mostrossi però spostata sul trono, eseguì, dopo la morte del magno Pietro, la sua politica civilizzatrice, fondando i primi corpi accademici a Petersbourg.

Catterina II, dal signor di Voltaire chiamata la _Semiramide del Nord_, che seppe sì gloriosamente regnare da farsi perdonare il violento colpo di Stato della notte dell'8 al 9 luglio, col quale sbarazzava il trono dell'inetto marito, e sola impugnava le redini dell'impero. Incoraggiò l'agricoltura, creò la marina, promulgò utili leggi per l'amministrazione e per la giustizia. Chiamò a Mosca i deputati di tutte le provincie allo scopo di riformare la legislazione, e presentò all'assemblea le istruzioni scritte di proprio pugno in francese, e che, traslate poi nel moscovita idioma, stanno deposte nella biblioteca dell'Accademia di Petersbourg. Allargò i confini del già vasto impero, legando a' suoi successori l'indomabile orgoglio della conquista.

Cristina di Svezia, che portò sul trono un carattere intraprendente e fermo, e stese i confini del regno di molte provincie, resse con saviezza, amò le arti e le scienze, ed ella stessa lasciò monumenti della sua robusta intelligenza in diverse produzioni.

Maria Teresa, che seppe con fermezza straordinaria, in freschissima età, resistere imperterrita a tutta l'Europa coalizzata, sostenendo, contro tutti, i diritti conferitile dalla Prammatica sanzione; ed all'ardua lotta si accinse col tesoro vuoto e 30 mila uomini male organizzati. Ridonata la pace all'impero, resse con scettro materno le diverse nazioni, e misera l'Italia se i suoi successori ne avessero tutti imitata la bontà e la saviezza: essi ci avrebbero adusi a baciare le straniere catene eternamente. Espulse i gesuiti, iniziando così quella riforma che Giuseppe II suo figlio proseguì con sì filosofico e felice ardimento.

Nè così presto la finirei, se tutte nominar dovessi le donne che felicemente ressero popoli e nazioni[14], e che nei politici accorgimenti si segnalarono, anche non essendo alla testa degli Stati; riportandomene sopratutto a quella Francia che con una inqualificabile inconseguenza, mentre nega a testa di donna la corona, ed a destra femminile lo scettro, decreta però a quella le cure della reggenza, ed in mano le pone le redini del governo, rendendo così giustizia alla sua capacità nel mentre la insulta coll'esclusione nominale, quasicchè, di fatto, alla suprema reggente d'uno Stato la cuffia differisca dalla corona.

Nè meno si segnalò la donna nelle scienze e nelle arti, alle quali ha pur chiuso affatto ogni cammino, e nelle quali non giunge a segnalarsi se non a patto di combattere da sola tutti gli ostacoli frapponentisi, di sollevarsi colla sola potenza del suo genio e della sua volontà, di sempre procedere nell'arduo sentiero senza maestro e senza guida.

Saffo di Mitilene, per la classica bellezza dei suoi versi, fu sopranominata la decima Musa.

La greca Aspasia salì in gran fama pel suo pubblico insegnamento di filosofia.

La celebre Isotta, signora di Rimini, in acerbissima età trattava familiarmente le lingue morte, e versatissima fu in molte scienze e specialmente nella filosofia morale, nella fisica e nella poesia.

Maria Cönnitz, versata nella scienza delle sfere, pubblicava, nel 1650, le sue riputate tavole astronomiche sotto il titolo di _Urania propitia_.

Maria Angela Ardinghelli, napoletana, fu celebre nelle scienze fisiche e nell'algebra.

La nobile Maria Gaetana Agnesi di Milano, fiorita nel principio dello scorso secolo, pubblicava, nell'età di 9 anni (!) una orazione latina in difesa della donna. Negli 11 anni conosceva il greco, tanto da gustarne gli autori e parlarlo speditamente (le lingue morte sono pure i due martirii della studiosa gioventù!) e conobbe il francese, lo spagnuolo, l'ebraico ed il tedesco, quindi l'animo volse a severe discipline. In età di 16 anni traslatò i supplementi del Freinsemio al Q. Curzio in quelle quattro lingue. Nel 1748 pubblicava il suo testo delle Istituzioni Analitiche, tanto di poi riputato, per cui Benedetto XIV la chiamava a coprire la cattedra onoraria d'analisi nell'università di Bologna. Non vuolsi ommettere, che questa rara donna accoppiò allo splendore dell'intelligenza la più profonda modestia, e la più integra virtù ad una peregrina bellezza, cose tutte che, per esperienza della pochezza della umana natura, sembrano, se non elidersi, certo almeno ben difficilmente accoppiarsi.

Giuseppina Renier, della famiglia dei dogi Renier, donna di finissimo spirito, del quale fanno chiarissimo testimonio le opere da lei lasciateci e specialmente la sua accreditatissima storia: _Delle origini delle feste Veneziane_.

Tullia d'Aragona, autrice del poema epico il _Meschino_, e chiara in ogni poesia.

Teresa Bandettini, poetessa estemporanea. Tradusse i Paralipomeni e pubblicò il poemetto l'_Adone_ del Teseide, del Montramito e del Viareggio. Fu eccellente nella lirica e nelle cantate, nelle odi e in ogni forma poetica.

Properzia dei Rossi, fu, nel secolo XV. pittrice e scultrice di molta fama.

Rosalba Carriero, giunse a grande fama d'artista nella miniatura e nel pastello.

Anna Monticelli, napoletana, fu chiara nel diritto.

Pellegrina Amoretti, fu laureata in legge nell'università di Pavia, ed a profitto dei poveri sempre volse la rara eloquenza.

Suor Maria Dominici, Ginnasi Catterina, Angela Cantalli Cevazza, Camilla Lauteri, Elisabetta Lazzarini, Isabella Pozzo, Lucia Scalini, Lucrezia Quistelli, Annida di Massimo, Arianna Maria Galli, Luigia Capomazza, Ginevra Gentosoli, Francesca Fantoni, Barbara Longhi, Veronica Fontana, Teresa Muratori, Teresa dal Po, Maria Robusta Tintoretta, Elena Recca, Lucrezia Scanfaglia, Flaminia Reggio e le tre sorelle Siriani, tutte, coltivarono con fortuna la pittura e tutte nel secolo XVI, secolo che altre assai ne conta, ma troppo lungo sarebbe lo annoverare.

Maria Teresa Agnesi coltivò la musica, e delle sue composizioni ancor ci rimane la _Sofonisba_. La francese letteratura illustrarono la Scudery, la Fayette, Ninon, madama di Sevigné (le cui lettere sono tuttavia testo di stile epistolare), madama di Montespan, madama Maintenon, madamigella Lolotte.

Nella filosofia morale si distinsero madama Neker, che nel suo trattato d'educazione rivaleggiò il famoso Emile di Rousseau; la marchesa di Sablé, madama Genlis.

Nella filosofia sociale: madama Staël, e quel sommo intelletto che oggidì illustra la Francia sotto il pseudonimo di Giorgio Sand, Anna Dupin, baronessa Du Devaent, che tanta luce profonde sulla filosofia razionale, nei suoi numerosissimi lavori.

In Italia coltivarono filosofia: Vittoria Colonna, la Stampa, la Gambaro, ed oggidì trattano morale filosofia la Guidi, la Ferrucci, la Torsellini, ed altre assai che la vita consacrano allo insegnamento della femminil gioventù.

L'Irlanda vanta: in Maria Edgewort, l'inventrice del romanzo storico ed il fecondo ingegno che una miriade nel popolo ne diffuse a piacevolmente istruirlo.

L'Inghilterra, le cui donne sono colte, ci mostra con orgoglio miss Witt Mario, vasto e profondo intelletto che dalla cattedra di New-York dettava all'accorsa gioventù i dettami del viver civile: e l'America del Sud, nel giorno in cui si leverà, colla schiavitù dei negri, la macchia che la deturpa, ergerà un monumento a miss Beecker Stow che le fa, col potente e benefico ingegno, da sentinella avanzata della civiltà.

E dopo tutto il fin qui esposto ed il molto più ancora taciuto, che però le mie colte lettrici non ignorano, sulla potenza del femminile ingegno, non ci sembrerà certo adulazione ciò che Ariosto scrisse, ma essere pura e semplice verità.

«_Le donne son venute in eccellenza_ «_In ogni arte dove han posto cura_».

Perchè, mai adunque non porrebbero desse cura a coltivare in sè stesse, dalla età tenera, questi preziosi doni di cielo? Non sapete voi che l'umanità si travaglia per penuria d'intelligenza, e che la civiltà non potrà mai rapidamente universalizzarsi finchè non si generalizzi nella donna l'amor del sapere? Che non mai tanto l'uomo sarà punto a generosa emulazione, come quando temerà di vedersi per ogni dove dalla donna superchiato? Che non mai sarà la umana società tanto felice come quando l'uomo volgerà le sue mire conquistatrici al nobile primato dell'intelligenza, più non curando il primato del muscolo? Nè mi fate le timidi obiezioni dell'opinione, della critica, del biasimo. Per dio! siamo abbastanza numerose da formar noi pure un'opinione, un criterio, una coscienza; siamo una massa abbastanza compatta e potente da combattere con vantaggio e con successo contro la guerra di polmoni, che ci può muovere la opinione, che in molta parte da noi stesse è formata.

«_Non distrugge città guerra di lingue_»

come non consuma i libri la critica più spietata, come il sole non perde pur uno de' suoi raggi per agglomerarsi di basse nubi.

È d'uopo che la donna alfin si sollevi al sentimento del suo intrinseco valore, e sè stessa estimi per quel che vale, e non dall'altrui giudizio sempre servilmente aspetti ed apprenda la cifra del suo valore.

Si parlò da molti, e noi stessi parlammo, della influenza della donna nella famiglia e nella società, influenza che ogni esistenza esercita sulle vicine direttamente od indirettamente pel natural ordine delle cose, e nel caso nostro anche infinitamente più sentita, sendo i rapporti della donna coll'uomo tutti affettivi, epperò questo ascendente suo potente e diretto.