La Divina Commedia di Dante: Purgatorio

Part 8

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Alto fato di Dio sarebbe rotto, se Letè si passasse e tal vivanda fosse gustata sanza alcuno scotto

di pentimento che lagrime spanda».

Purgatorio • Canto XXXI

«O tu che se’ di là dal fiume sacro», volgendo suo parlare a me per punta, che pur per taglio m’era paruto acro,

ricominciò, seguendo sanza cunta, «dì, dì se questo è vero: a tanta accusa tua confession conviene esser congiunta».

Era la mia virtù tanto confusa, che la voce si mosse, e pria si spense che da li organi suoi fosse dischiusa.

Poco sofferse; poi disse: «Che pense? Rispondi a me; ché le memorie triste in te non sono ancor da l’acqua offense».

Confusione e paura insieme miste mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, al quale intender fuor mestier le viste.

Come balestro frange, quando scocca da troppa tesa, la sua corda e l’arco, e con men foga l’asta il segno tocca,

sì scoppia’ io sottesso grave carco, fuori sgorgando lagrime e sospiri, e la voce allentò per lo suo varco.

Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, che ti menavano ad amar lo bene di là dal qual non è a che s’aspiri,

quai fossi attraversati o quai catene trovasti, per che del passare innanzi dovessiti così spogliar la spene?

E quali agevolezze o quali avanzi ne la fronte de li altri si mostraro, per che dovessi lor passeggiare anzi?».

Dopo la tratta d’un sospiro amaro, a pena ebbi la voce che rispuose, e le labbra a fatica la formaro.

Piangendo dissi: «Le presenti cose col falso lor piacer volser miei passi, tosto che ’l vostro viso si nascose».

Ed ella: «Se tacessi o se negassi ciò che confessi, non fora men nota la colpa tua: da tal giudice sassi!

Ma quando scoppia de la propria gota l’accusa del peccato, in nostra corte rivolge sé contra ’l taglio la rota.

Tuttavia, perché mo vergogna porte del tuo errore, e perché altra volta, udendo le serene, sie più forte,

pon giù il seme del piangere e ascolta: sì udirai come in contraria parte mover dovieti mia carne sepolta.

Mai non t’appresentò natura o arte piacer, quanto le belle membra in ch’io rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;

e se ’l sommo piacer sì ti fallio per la mia morte, qual cosa mortale dovea poi trarre te nel suo disio?

Ben ti dovevi, per lo primo strale de le cose fallaci, levar suso di retro a me che non era più tale.

Non ti dovea gravar le penne in giuso, ad aspettar più colpo, o pargoletta o altra novità con sì breve uso.

Novo augelletto due o tre aspetta; ma dinanzi da li occhi d’i pennuti rete si spiega indarno o si saetta».

Quali fanciulli, vergognando, muti con li occhi a terra stannosi, ascoltando e sé riconoscendo e ripentuti,

tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando per udir se’ dolente, alza la barba, e prenderai più doglia riguardando».

Con men di resistenza si dibarba robusto cerro, o vero al nostral vento o vero a quel de la terra di Iarba,

ch’io non levai al suo comando il mento; e quando per la barba il viso chiese, ben conobbi il velen de l’argomento.

E come la mia faccia si distese, posarsi quelle prime creature da loro aspersïon l’occhio comprese;

e le mie luci, ancor poco sicure, vider Beatrice volta in su la fiera ch’è sola una persona in due nature.

Sotto ’l suo velo e oltre la rivera vincer pariemi più sé stessa antica, vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.

Di penter sì mi punse ivi l’ortica, che di tutte altre cose qual mi torse più nel suo amor, più mi si fé nemica.

Tanta riconoscenza il cor mi morse, ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, salsi colei che la cagion mi porse.

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, la donna ch’io avea trovata sola sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».

Tratto m’avea nel fiume infin la gola, e tirandosi me dietro sen giva sovresso l’acqua lieve come scola.

Quando fui presso a la beata riva, ‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.

La bella donna ne le braccia aprissi; abbracciommi la testa e mi sommerse ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse dentro a la danza de le quattro belle; e ciascuna del braccio mi coperse.

«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; pria che Beatrice discendesse al mondo, fummo ordinate a lei per sue ancelle.

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi le tre di là, che miran più profondo».

Così cantando cominciaro; e poi al petto del grifon seco menarmi, ove Beatrice stava volta a noi.

Disser: «Fa che le viste non risparmi; posto t’avem dinanzi a li smeraldi ond’ Amor già ti trasse le sue armi».

Mille disiri più che fiamma caldi strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, che pur sopra ’l grifone stavan saldi.

Come in lo specchio il sol, non altrimenti la doppia fiera dentro vi raggiava, or con altri, or con altri reggimenti.

Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, quando vedea la cosa in sé star queta, e ne l’idolo suo si trasmutava.

Mentre che piena di stupore e lieta l’anima mia gustava di quel cibo che, saziando di sé, di sé asseta,

sé dimostrando di più alto tribo ne li atti, l’altre tre si fero avanti, danzando al loro angelico caribo.

«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», era la sua canzone, «al tuo fedele che, per vederti, ha mossi passi tanti!

Per grazia fa noi grazia che disvele a lui la bocca tua, sì che discerna la seconda bellezza che tu cele».

O isplendor di viva luce etterna, chi palido si fece sotto l’ombra sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,

che non paresse aver la mente ingombra, tentando a render te qual tu paresti là dove armonizzando il ciel t’adombra,

quando ne l’aere aperto ti solvesti?

Purgatorio • Canto XXXII

Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti a disbramarsi la decenne sete, che li altri sensi m’eran tutti spenti.

Ed essi quinci e quindi avien parete di non caler—così lo santo riso a sé traéli con l’antica rete!—;

quando per forza mi fu vòlto il viso ver’ la sinistra mia da quelle dee, perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;

e la disposizion ch’a veder èe ne li occhi pur testé dal sol percossi, sanza la vista alquanto esser mi fée.

Ma poi ch’al poco il viso riformossi (e dico ‘al poco’ per rispetto al molto sensibile onde a forza mi rimossi),

vidi ’n sul braccio destro esser rivolto lo glorïoso essercito, e tornarsi col sole e con le sette fiamme al volto.

Come sotto li scudi per salvarsi volgesi schiera, e sé gira col segno, prima che possa tutta in sé mutarsi;

quella milizia del celeste regno che procedeva, tutta trapassonne pria che piegasse il carro il primo legno.

Indi a le rote si tornar le donne, e ’l grifon mosse il benedetto carco sì, che però nulla penna crollonne.

La bella donna che mi trasse al varco e Stazio e io seguitavam la rota che fé l’orbita sua con minore arco.

Sì passeggiando l’alta selva vòta, colpa di quella ch’al serpente crese, temprava i passi un’angelica nota.

Forse in tre voli tanto spazio prese disfrenata saetta, quanto eramo rimossi, quando Bëatrice scese.

Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; poi cerchiaro una pianta dispogliata di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.

La coma sua, che tanto si dilata più quanto più è sù, fora da l’Indi ne’ boschi lor per altezza ammirata.

«Beato se’, grifon, che non discindi col becco d’esto legno dolce al gusto, poscia che mal si torce il ventre quindi».

Così dintorno a l’albero robusto gridaron li altri; e l’animal binato: «Sì si conserva il seme d’ogne giusto».

E vòlto al temo ch’elli avea tirato, trasselo al piè de la vedova frasca, e quel di lei a lei lasciò legato.

Come le nostre piante, quando casca giù la gran luce mischiata con quella che raggia dietro a la celeste lasca,

turgide fansi, e poi si rinovella di suo color ciascuna, pria che ’l sole giunga li suoi corsier sotto altra stella;

men che di rose e più che di vïole colore aprendo, s’innovò la pianta, che prima avea le ramora sì sole.

Io non lo ’ntesi, né qui non si canta l’inno che quella gente allor cantaro, né la nota soffersi tutta quanta.

S’io potessi ritrar come assonnaro li occhi spietati udendo di Siringa, li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;

come pintor che con essempro pinga, disegnerei com’ io m’addormentai; ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.

Però trascorro a quando mi svegliai, e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».

Quali a veder de’ fioretti del melo che del suo pome li angeli fa ghiotti e perpetüe nozze fa nel cielo,

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti e vinti, ritornaro a la parola da la qual furon maggior sonni rotti,

e videro scemata loro scuola così di Moïsè come d’Elia, e al maestro suo cangiata stola;

tal torna’ io, e vidi quella pia sovra me starsi che conducitrice fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.

E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda nova sedere in su la sua radice.

Vedi la compagnia che la circonda: li altri dopo ’l grifon sen vanno suso con più dolce canzone e più profonda».

E se più fu lo suo parlar diffuso, non so, però che già ne li occhi m’era quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.

Sola sedeasi in su la terra vera, come guardia lasciata lì del plaustro che legar vidi a la biforme fera.

In cerchio le facevan di sé claustro le sette ninfe, con quei lumi in mano che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.

«Qui sarai tu poco tempo silvano; e sarai meco sanza fine cive di quella Roma onde Cristo è romano.

Però, in pro del mondo che mal vive, al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, ritornato di là, fa che tu scrive».

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi d’i suoi comandamenti era divoto, la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.

Non scese mai con sì veloce moto foco di spessa nube, quando piove da quel confine che più va remoto,

com’ io vidi calar l’uccel di Giove per l’alber giù, rompendo de la scorza, non che d’i fiori e de le foglie nove;

e ferì ’l carro di tutta sua forza; ond’ el piegò come nave in fortuna, vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.

Poscia vidi avventarsi ne la cuna del trïunfal veiculo una volpe che d’ogne pasto buon parea digiuna;

ma, riprendendo lei di laide colpe, la donna mia la volse in tanta futa quanto sofferser l’ossa sanza polpe.

Poscia per indi ond’ era pria venuta, l’aguglia vidi scender giù ne l’arca del carro e lasciar lei di sé pennuta;

e qual esce di cuor che si rammarca, tal voce uscì del cielo e cotal disse: «O navicella mia, com’ mal se’ carca!».

Poi parve a me che la terra s’aprisse tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago che per lo carro sù la coda fisse;

e come vespa che ritragge l’ago, a sé traendo la coda maligna, trasse del fondo, e gissen vago vago.

Quel che rimase, come da gramigna vivace terra, da la piuma, offerta forse con intenzion sana e benigna,

si ricoperse, e funne ricoperta e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto che più tiene un sospir la bocca aperta.

Trasformato così ’l dificio santo mise fuor teste per le parti sue, tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.

Le prime eran cornute come bue, ma le quattro un sol corno avean per fronte: simile mostro visto ancor non fue.

Sicura, quasi rocca in alto monte, seder sovresso una puttana sciolta m’apparve con le ciglia intorno pronte;

e come perché non li fosse tolta, vidi di costa a lei dritto un gigante; e basciavansi insieme alcuna volta.

Ma perché l’occhio cupido e vagante a me rivolse, quel feroce drudo la flagellò dal capo infin le piante;

poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, disciolse il mostro, e trassel per la selva, tanto che sol di lei mi fece scudo

a la puttana e a la nova belva.

Purgatorio • Canto XXXIII

‘Deus, venerunt gentes’, alternando or tre or quattro dolce salmodia, le donne incominciaro, e lagrimando;

e Bëatrice, sospirosa e pia, quelle ascoltava sì fatta, che poco più a la croce si cambiò Maria.

Ma poi che l’altre vergini dier loco a lei di dir, levata dritta in pè, rispuose, colorata come foco:

‘Modicum, et non videbitis me; et iterum, sorelle mie dilette, modicum, et vos videbitis me’.

Poi le si mise innanzi tutte e sette, e dopo sé, solo accennando, mosse me e la donna e ’l savio che ristette.

Così sen giva; e non credo che fosse lo decimo suo passo in terra posto, quando con li occhi li occhi mi percosse;

e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, ad ascoltarmi tu sie ben disposto».

Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, dissemi: «Frate, perché non t’attenti a domandarmi omai venendo meco?».

Come a color che troppo reverenti dinanzi a suo maggior parlando sono, che non traggon la voce viva ai denti,

avvenne a me, che sanza intero suono incominciai: «Madonna, mia bisogna voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».

Ed ella a me: «Da tema e da vergogna voglio che tu omai ti disviluppe, sì che non parli più com’ om che sogna.

Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda che vendetta di Dio non teme suppe.

Non sarà tutto tempo sanza reda l’aguglia che lasciò le penne al carro, per che divenne mostro e poscia preda;

ch’io veggio certamente, e però il narro, a darne tempo già stelle propinque, secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,

nel quale un cinquecento diece e cinque, messo di Dio, anciderà la fuia con quel gigante che con lei delinque.

E forse che la mia narrazion buia, qual Temi e Sfinge, men ti persuade, perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;

ma tosto fier li fatti le Naiade, che solveranno questo enigma forte sanza danno di pecore o di biade.

Tu nota; e sì come da me son porte, così queste parole segna a’ vivi del viver ch’è un correre a la morte.

E aggi a mente, quando tu le scrivi, di non celar qual hai vista la pianta ch’è or due volte dirubata quivi.

Qualunque ruba quella o quella schianta, con bestemmia di fatto offende a Dio, che solo a l’uso suo la creò santa.

Per morder quella, in pena e in disio cinquemilia anni e più l’anima prima bramò colui che ’l morso in sé punio.

Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima per singular cagione esser eccelsa lei tanto e sì travolta ne la cima.

E se stati non fossero acqua d’Elsa li pensier vani intorno a la tua mente, e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,

per tante circostanze solamente la giustizia di Dio, ne l’interdetto, conosceresti a l’arbor moralmente.

Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto fatto di pietra e, impetrato, tinto, sì che t’abbaglia il lume del mio detto,

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, che ’l te ne porti dentro a te per quello che si reca il bordon di palma cinto».

E io: «Sì come cera da suggello, che la figura impressa non trasmuta, segnato è or da voi lo mio cervello.

Ma perché tanto sovra mia veduta vostra parola disïata vola, che più la perde quanto più s’aiuta?».

«Perché conoschi», disse, «quella scuola c’hai seguitata, e veggi sua dottrina come può seguitar la mia parola;

e veggi vostra via da la divina distar cotanto, quanto si discorda da terra il ciel che più alto festina».

Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda ch’i’ stranïasse me già mai da voi, né honne coscïenza che rimorda».

«E se tu ricordar non te ne puoi», sorridendo rispuose, «or ti rammenta come bevesti di Letè ancoi;

e se dal fummo foco s’argomenta, cotesta oblivïon chiaro conchiude colpa ne la tua voglia altrove attenta.

Veramente oramai saranno nude le mie parole, quanto converrassi quelle scovrire a la tua vista rude».

E più corusco e con più lenti passi teneva il sole il cerchio di merigge, che qua e là, come li aspetti, fassi,

quando s’affisser, sì come s’affigge chi va dinanzi a gente per iscorta se trova novitate o sue vestigge,

le sette donne al fin d’un’ombra smorta, qual sotto foglie verdi e rami nigri sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.

Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri veder mi parve uscir d’una fontana, e, quasi amici, dipartirsi pigri.

«O luce, o gloria de la gente umana, che acqua è questa che qui si dispiega da un principio e sé da sé lontana?».

Per cotal priego detto mi fu: «Priega Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, come fa chi da colpa si dislega,

la bella donna: «Questo e altre cose dette li son per me; e son sicura che l’acqua di Letè non gliel nascose».

E Bëatrice: «Forse maggior cura, che spesse volte la memoria priva, fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.

Ma vedi Eünoè che là diriva: menalo ad esso, e come tu se’ usa, la tramortita sua virtù ravviva».

Come anima gentil, che non fa scusa, ma fa sua voglia de la voglia altrui tosto che è per segno fuor dischiusa;

così, poi che da essa preso fui, la bella donna mossesi, e a Stazio donnescamente disse: «Vien con lui».

S’io avessi, lettor, più lungo spazio da scrivere, i’ pur cantere’ in parte lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

ma perché piene son tutte le carte ordite a questa cantica seconda, non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda rifatto sì come piante novelle rinovellate di novella fronda,

puro e disposto a salire a le stelle.

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TAVOLA DEI CARATTERI SPECIALI TABLE OF SPECIAL CHARACTERS

à = a grave è = e grave ì = i grave ò = o grave ù = u grave

é = e acute ó = o acute

ä = a uml ë = e uml ï = i uml ö = o uml ü = u uml

È = E grave Ë = E uml Ï = I uml

« = left angle quotation mark » = right angle quotation mark

“ = left double quotation mark ” = right double quotation mark

‘ = left single quotation mark ’ = right single quotation mark

— = em dash

• = middot

. . . = ellipsis