La Divina Commedia di Dante: Purgatorio

Part 7

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«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno col dito», e additò un spirto innanzi, «fu miglior fabbro del parlar materno.

Versi d’amore e prose di romanzi soverchiò tutti; e lascia dir li stolti che quel di Lemosì credon ch’avanzi.

A voce più ch’al ver drizzan li volti, e così ferman sua oppinïone prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

Così fer molti antichi di Guittone, di grido in grido pur lui dando pregio, fin che l’ha vinto il ver con più persone.

Or se tu hai sì ampio privilegio, che licito ti sia l’andare al chiostro nel quale è Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d’un paternostro, quanto bisogna a noi di questo mondo, dove poter peccar non è più nostro».

Poi, forse per dar luogo altrui secondo che presso avea, disparve per lo foco, come per l’acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco, e dissi ch’al suo nome il mio disire apparecchiava grazïoso loco.

El cominciò liberamente a dire: «Tan m’abellis vostre cortes deman, qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; consiros vei la passada folor, e vei jausen lo joi qu’esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor que vos guida al som de l’escalina, sovenha vos a temps de ma dolor!».

Poi s’ascose nel foco che li affina.

Purgatorio • Canto XXVII

Sì come quando i primi raggi vibra là dove il suo fattor lo sangue sparse, cadendo Ibero sotto l’alta Libra,

e l’onde in Gange da nona rïarse, sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, come l’angel di Dio lieto ci apparse.

Fuor de la fiamma stava in su la riva, e cantava ‘Beati mundo corde!’ in voce assai più che la nostra viva.

Poscia «Più non si va, se pria non morde, anime sante, il foco: intrate in esso, e al cantar di là non siate sorde»,

ci disse come noi li fummo presso; per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, qual è colui che ne la fossa è messo.

In su le man commesse mi protesi, guardando il foco e imaginando forte umani corpi già veduti accesi.

Volsersi verso me le buone scorte; e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, qui può esser tormento, ma non morte.

Ricorditi, ricorditi! E se io sovresso Gerïon ti guidai salvo, che farò ora presso più a Dio?

Credi per certo che se dentro a l’alvo di questa fiamma stessi ben mille anni, non ti potrebbe far d’un capel calvo.

E se tu forse credi ch’io t’inganni, fatti ver’ lei, e fatti far credenza con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.

Pon giù omai, pon giù ogne temenza; volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». E io pur fermo e contra coscïenza.

Quando mi vide star pur fermo e duro, turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: tra Bëatrice e te è questo muro».

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio Piramo in su la morte, e riguardolla, allor che ’l gelso diventò vermiglio;

così, la mia durezza fatta solla, mi volsi al savio duca, udendo il nome che ne la mente sempre mi rampolla.

Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! volenci star di qua?»; indi sorrise come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.

Poi dentro al foco innanzi mi si mise, pregando Stazio che venisse retro, che pria per lunga strada ci divise.

Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro gittato mi sarei per rinfrescarmi, tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.

Lo dolce padre mio, per confortarmi, pur di Beatrice ragionando andava, dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».

Guidavaci una voce che cantava di là; e noi, attenti pur a lei, venimmo fuor là ove si montava.

‘Venite, benedicti Patris mei’, sonò dentro a un lume che lì era, tal che mi vinse e guardar nol potei.

«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; non v’arrestate, ma studiate il passo, mentre che l’occidente non si annera».

Dritta salia la via per entro ’l sasso verso tal parte ch’io toglieva i raggi dinanzi a me del sol ch’era già basso.

E di pochi scaglion levammo i saggi, che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, sentimmo dietro e io e li miei saggi.

E pria che ’n tutte le sue parti immense fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, e notte avesse tutte sue dispense,

ciascun di noi d’un grado fece letto; ché la natura del monte ci affranse la possa del salir più e ’l diletto.

Quali si stanno ruminando manse le capre, state rapide e proterve sovra le cime avante che sien pranse,

tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, guardate dal pastor, che ’n su la verga poggiato s’è e lor di posa serve;

e quale il mandrïan che fori alberga, lungo il pecuglio suo queto pernotta, guardando perché fiera non lo sperga;

tali eravamo tutti e tre allotta, io come capra, ed ei come pastori, fasciati quinci e quindi d’alta grotta.

Poco parer potea lì del di fori; ma, per quel poco, vedea io le stelle di lor solere e più chiare e maggiori.

Sì ruminando e sì mirando in quelle, mi prese il sonno; il sonno che sovente, anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.

Ne l’ora, credo, che de l’orïente prima raggiò nel monte Citerea, che di foco d’amor par sempre ardente,

giovane e bella in sogno mi parea donna vedere andar per una landa cogliendo fiori; e cantando dicea:

«Sappia qualunque il mio nome dimanda ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno le belle mani a farmi una ghirlanda.

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; ma mia suora Rachel mai non si smaga dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga com’ io de l’addornarmi con le mani; lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».

E già per li splendori antelucani, che tanto a’ pellegrin surgon più grati, quanto, tornando, albergan men lontani,

le tenebre fuggian da tutti lati, e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, veggendo i gran maestri già levati.

«Quel dolce pome che per tanti rami cercando va la cura de’ mortali, oggi porrà in pace le tue fami».

Virgilio inverso me queste cotali parole usò; e mai non furo strenne che fosser di piacere a queste iguali.

Tanto voler sopra voler mi venne de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi al volo mi sentia crescer le penne.

Come la scala tutta sotto noi fu corsa e fummo in su ’l grado superno, in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

e disse: «Il temporal foco e l’etterno veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte dov’ io per me più oltre non discerno.

Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; lo tuo piacere omai prendi per duce; fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli che qui la terra sol da sé produce.

Mentre che vegnan lieti li occhi belli che, lagrimando, a te venir mi fenno, seder ti puoi e puoi andar tra elli.

Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio».

Purgatorio • Canto XXVIII

Vago già di cercar dentro e dintorno la divina foresta spessa e viva, ch’a li occhi temperava il novo giorno,

sanza più aspettar, lasciai la riva, prendendo la campagna lento lento su per lo suol che d’ogne parte auliva.

Un’aura dolce, sanza mutamento avere in sé, mi feria per la fronte non di più colpo che soave vento;

per cui le fronde, tremolando, pronte tutte quante piegavano a la parte u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;

non però dal loro esser dritto sparte tanto, che li augelletti per le cime lasciasser d’operare ogne lor arte;

ma con piena letizia l’ore prime, cantando, ricevieno intra le foglie, che tenevan bordone a le sue rime,

tal qual di ramo in ramo si raccoglie per la pineta in su ’l lito di Chiassi, quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.

Già m’avean trasportato i lenti passi dentro a la selva antica tanto, ch’io non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;

ed ecco più andar mi tolse un rio, che ’nver’ sinistra con sue picciole onde piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.

Tutte l’acque che son di qua più monde, parrieno avere in sé mistura alcuna verso di quella, che nulla nasconde,

avvegna che si mova bruna bruna sotto l’ombra perpetüa, che mai raggiar non lascia sole ivi né luna.

Coi piè ristetti e con li occhi passai di là dal fiumicello, per mirare la gran varïazion d’i freschi mai;

e là m’apparve, sì com’ elli appare subitamente cosa che disvia per maraviglia tutto altro pensare,

una donna soletta che si gia e cantando e scegliendo fior da fiore ond’ era pinta tutta la sua via.

«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti che soglion esser testimon del core,

vegnati in voglia di trarreti avanti», diss’ io a lei, «verso questa rivera, tanto ch’io possa intender che tu canti.

Tu mi fai rimembrar dove e qual era Proserpina nel tempo che perdette la madre lei, ed ella primavera».

Come si volge, con le piante strette a terra e intra sé, donna che balli, e piede innanzi piede a pena mette,

volsesi in su i vermigli e in su i gialli fioretti verso me, non altrimenti che vergine che li occhi onesti avvalli;

e fece i prieghi miei esser contenti, sì appressando sé, che ’l dolce suono veniva a me co’ suoi intendimenti.

Tosto che fu là dove l’erbe sono bagnate già da l’onde del bel fiume, di levar li occhi suoi mi fece dono.

Non credo che splendesse tanto lume sotto le ciglia a Venere, trafitta dal figlio fuor di tutto suo costume.

Ella ridea da l’altra riva dritta, trattando più color con le sue mani, che l’alta terra sanza seme gitta.

Tre passi ci facea il fiume lontani; ma Elesponto, là ’ve passò Serse, ancora freno a tutti orgogli umani,

più odio da Leandro non sofferse per mareggiare intra Sesto e Abido, che quel da me perch’ allor non s’aperse.

«Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», cominciò ella, «in questo luogo eletto a l’umana natura per suo nido,

maravigliando tienvi alcun sospetto; ma luce rende il salmo Delectasti, che puote disnebbiar vostro intelletto.

E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta ad ogne tua question tanto che basti».

«L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta impugnan dentro a me novella fede di cosa ch’io udi’ contraria a questa».

Ond’ ella: «Io dicerò come procede per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, e purgherò la nebbia che ti fiede.

Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, fé l’uom buono e a bene, e questo loco diede per arr’ a lui d’etterna pace.

Per sua difalta qui dimorò poco; per sua difalta in pianto e in affanno cambiò onesto riso e dolce gioco.

Perché ’l turbar che sotto da sé fanno l’essalazion de l’acqua e de la terra, che quanto posson dietro al calor vanno,

a l’uomo non facesse alcuna guerra, questo monte salìo verso ’l ciel tanto, e libero n’è d’indi ove si serra.

Or perché in circuito tutto quanto l’aere si volge con la prima volta, se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,

in questa altezza ch’è tutta disciolta ne l’aere vivo, tal moto percuote, e fa sonar la selva perch’ è folta;

e la percossa pianta tanto puote, che de la sua virtute l’aura impregna e quella poi, girando, intorno scuote;

e l’altra terra, secondo ch’è degna per sé e per suo ciel, concepe e figlia di diverse virtù diverse legna.

Non parrebbe di là poi maraviglia, udito questo, quando alcuna pianta sanza seme palese vi s’appiglia.

E saper dei che la campagna santa dove tu se’, d’ogne semenza è piena, e frutto ha in sé che di là non si schianta.

L’acqua che vedi non surge di vena che ristori vapor che gel converta, come fiume ch’acquista e perde lena;

ma esce di fontana salda e certa, che tanto dal voler di Dio riprende, quant’ ella versa da due parti aperta.

Da questa parte con virtù discende che toglie altrui memoria del peccato; da l’altra d’ogne ben fatto la rende.

Quinci Letè; così da l’altro lato Eünoè si chiama, e non adopra se quinci e quindi pria non è gustato:

a tutti altri sapori esto è di sopra. E avvegna ch’assai possa esser sazia la sete tua perch’ io più non ti scuopra,

darotti un corollario ancor per grazia; né credo che ’l mio dir ti sia men caro, se oltre promession teco si spazia.

Quelli ch’anticamente poetaro l’età de l’oro e suo stato felice, forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’umana radice; qui primavera sempre e ogne frutto; nettare è questo di che ciascun dice».

Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto a’ miei poeti, e vidi che con riso udito avëan l’ultimo costrutto;

poi a la bella donna torna’ il viso.

Purgatorio • Canto XXIX

Cantando come donna innamorata, continüò col fin di sue parole: ‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.

E come ninfe che si givan sole per le salvatiche ombre, disïando qual di veder, qual di fuggir lo sole,

allor si mosse contra ’l fiume, andando su per la riva; e io pari di lei, picciol passo con picciol seguitando.

Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, quando le ripe igualmente dier volta, per modo ch’a levante mi rendei.

Né ancor fu così nostra via molta, quando la donna tutta a me si torse, dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».

Ed ecco un lustro sùbito trascorse da tutte parti per la gran foresta, tal che di balenar mi mise in forse.

Ma perché ’l balenar, come vien, resta, e quel, durando, più e più splendeva, nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.

E una melodia dolce correva per l’aere luminoso; onde buon zelo mi fé riprender l’ardimento d’Eva,

che là dove ubidia la terra e ’l cielo, femmina, sola e pur testé formata, non sofferse di star sotto alcun velo;

sotto ’l qual se divota fosse stata, avrei quelle ineffabili delizie sentite prima e più lunga fïata.

Mentr’ io m’andava tra tante primizie de l’etterno piacer tutto sospeso, e disïoso ancora a più letizie,

dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, ci si fé l’aere sotto i verdi rami; e ’l dolce suon per canti era già inteso.

O sacrosante Vergini, se fami, freddi o vigilie mai per voi soffersi, cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.

Or convien che Elicona per me versi, e Uranìe m’aiuti col suo coro forti cose a pensar mettere in versi.

Poco più oltre, sette alberi d’oro falsava nel parere il lungo tratto del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;

ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, che l’obietto comun, che ’l senso inganna, non perdea per distanza alcun suo atto,

la virtù ch’a ragion discorso ammanna, sì com’ elli eran candelabri apprese, e ne le voci del cantare ‘Osanna’.

Di sopra fiammeggiava il bello arnese più chiaro assai che luna per sereno di mezza notte nel suo mezzo mese.

Io mi rivolsi d’ammirazion pieno al buon Virgilio, ed esso mi rispuose con vista carca di stupor non meno.

Indi rendei l’aspetto a l’alte cose che si movieno incontr’ a noi sì tardi, che foran vinte da novelle spose.

La donna mi sgridò: «Perché pur ardi sì ne l’affetto de le vive luci, e ciò che vien di retro a lor non guardi?».

Genti vid’ io allor, come a lor duci, venire appresso, vestite di bianco; e tal candor di qua già mai non fuci.

L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, e rendea me la mia sinistra costa, s’io riguardava in lei, come specchio anco.

Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, che solo il fiume mi facea distante, per veder meglio ai passi diedi sosta,

e vidi le fiammelle andar davante, lasciando dietro a sé l’aere dipinto, e di tratti pennelli avean sembiante;

sì che lì sopra rimanea distinto di sette liste, tutte in quei colori onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.

Questi ostendali in dietro eran maggiori che la mia vista; e, quanto a mio avviso, diece passi distavan quei di fori.

Sotto così bel ciel com’ io diviso, ventiquattro seniori, a due a due, coronati venien di fiordaliso.

Tutti cantavan: «Benedicta tue ne le figlie d’Adamo, e benedette sieno in etterno le bellezze tue!».

Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette a rimpetto di me da l’altra sponda libere fuor da quelle genti elette,

sì come luce luce in ciel seconda, vennero appresso lor quattro animali, coronati ciascun di verde fronda.

Ognuno era pennuto di sei ali; le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, se fosser vivi, sarebber cotali.

A descriver lor forme più non spargo rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, tanto ch’a questa non posso esser largo;

ma leggi Ezechïel, che li dipigne come li vide da la fredda parte venir con vento e con nube e con igne;

e quali i troverai ne le sue carte, tali eran quivi, salvo ch’a le penne Giovanni è meco e da lui si diparte.

Lo spazio dentro a lor quattro contenne un carro, in su due rote, trïunfale, ch’al collo d’un grifon tirato venne.

Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale tra la mezzana e le tre e tre liste, sì ch’a nulla, fendendo, facea male.

Tanto salivan che non eran viste; le membra d’oro avea quant’ era uccello, e bianche l’altre, di vermiglio miste.

Non che Roma di carro così bello rallegrasse Affricano, o vero Augusto, ma quel del Sol saria pover con ello;

quel del Sol che, svïando, fu combusto per l’orazion de la Terra devota, quando fu Giove arcanamente giusto.

Tre donne in giro da la destra rota venian danzando; l’una tanto rossa ch’a pena fora dentro al foco nota;

l’altr’ era come se le carni e l’ossa fossero state di smeraldo fatte; la terza parea neve testé mossa;

e or parëan da la bianca tratte, or da la rossa; e dal canto di questa l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.

Da la sinistra quattro facean festa, in porpore vestite, dietro al modo d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.

Appresso tutto il pertrattato nodo vidi due vecchi in abito dispari, ma pari in atto e onesto e sodo.

L’un si mostrava alcun de’ famigliari di quel sommo Ipocràte che natura a li animali fé ch’ell’ ha più cari;

mostrava l’altro la contraria cura con una spada lucida e aguta, tal che di qua dal rio mi fé paura.

Poi vidi quattro in umile paruta; e di retro da tutti un vecchio solo venir, dormendo, con la faccia arguta.

E questi sette col primaio stuolo erano abitüati, ma di gigli dintorno al capo non facëan brolo,

anzi di rose e d’altri fior vermigli; giurato avria poco lontano aspetto che tutti ardesser di sopra da’ cigli.

E quando il carro a me fu a rimpetto, un tuon s’udì, e quelle genti degne parvero aver l’andar più interdetto,

fermandosi ivi con le prime insegne.

Purgatorio • Canto XXX

Quando il settentrïon del primo cielo, che né occaso mai seppe né orto né d’altra nebbia che di colpa velo,

e che faceva lì ciascun accorto di suo dover, come ’l più basso face qual temon gira per venire a porto,

fermo s’affisse: la gente verace, venuta prima tra ’l grifone ed esso, al carro volse sé come a sua pace;

e un di loro, quasi da ciel messo, ‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando gridò tre volte, e tutti li altri appresso.

Quali i beati al novissimo bando surgeran presti ognun di sua caverna, la revestita voce alleluiando,

cotali in su la divina basterna si levar cento, ad vocem tanti senis, ministri e messaggier di vita etterna.

Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, e fior gittando e di sopra e dintorno, ‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.

Io vidi già nel cominciar del giorno la parte orïental tutta rosata, e l’altro ciel di bel sereno addorno;

e la faccia del sol nascere ombrata, sì che per temperanza di vapori l’occhio la sostenea lunga fïata:

così dentro una nuvola di fiori che da le mani angeliche saliva e ricadeva in giù dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d’uliva donna m’apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva.

E lo spirito mio, che già cotanto tempo era stato ch’a la sua presenza non era di stupor, tremando, affranto,

sanza de li occhi aver più conoscenza, per occulta virtù che da lei mosse, d’antico amor sentì la gran potenza.

Tosto che ne la vista mi percosse l’alta virtù che già m’avea trafitto prima ch’io fuor di püerizia fosse,

volsimi a la sinistra col respitto col quale il fantolin corre a la mamma quando ha paura o quando elli è afflitto,

per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma di sangue m’è rimaso che non tremi: conosco i segni de l’antica fiamma’.

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi di sé, Virgilio dolcissimo patre, Virgilio a cui per mia salute die’mi;

né quantunque perdeo l’antica matre, valse a le guance nette di rugiada, che, lagrimando, non tornasser atre.

«Dante, perché Virgilio se ne vada, non pianger anco, non piangere ancora; ché pianger ti conven per altra spada».

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora viene a veder la gente che ministra per li altri legni, e a ben far l’incora;

in su la sponda del carro sinistra, quando mi volsi al suon del nome mio, che di necessità qui si registra,

vidi la donna che pria m’appario velata sotto l’angelica festa, drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

Tutto che ’l vel che le scendea di testa, cerchiato de le fronde di Minerva, non la lasciasse parer manifesta,

regalmente ne l’atto ancor proterva continüò come colui che dice e ’l più caldo parlar dietro reserva:

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. Come degnasti d’accedere al monte? non sapei tu che qui è l’uom felice?».

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, tanta vergogna mi gravò la fronte.

Così la madre al figlio par superba, com’ ella parve a me; perché d’amaro sente il sapor de la pietade acerba.

Ella si tacque; e li angeli cantaro di sùbito ‘In te, Domine, speravi’; ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.

Sì come neve tra le vive travi per lo dosso d’Italia si congela, soffiata e stretta da li venti schiavi,

poi, liquefatta, in sé stessa trapela, pur che la terra che perde ombra spiri, sì che par foco fonder la candela;

così fui sanza lagrime e sospiri anzi ’l cantar di quei che notan sempre dietro a le note de li etterni giri;

ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre lor compatire a me, par che se detto avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,

lo gel che m’era intorno al cor ristretto, spirito e acqua fessi, e con angoscia de la bocca e de li occhi uscì del petto.

Ella, pur ferma in su la detta coscia del carro stando, a le sustanze pie volse le sue parole così poscia:

«Voi vigilate ne l’etterno die, sì che notte né sonno a voi non fura passo che faccia il secol per sue vie;

onde la mia risposta è con più cura che m’intenda colui che di là piagne, perché sia colpa e duol d’una misura.

Non pur per ovra de le rote magne, che drizzan ciascun seme ad alcun fine secondo che le stelle son compagne,

ma per larghezza di grazie divine, che sì alti vapori hanno a lor piova, che nostre viste là non van vicine,

questi fu tal ne la sua vita nova virtüalmente, ch’ogne abito destro fatto averebbe in lui mirabil prova.

Ma tanto più maligno e più silvestro si fa ’l terren col mal seme e non cólto, quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.

Alcun tempo il sostenni col mio volto: mostrando li occhi giovanetti a lui, meco il menava in dritta parte vòlto.

Sì tosto come in su la soglia fui di mia seconda etade e mutai vita, questi si tolse a me, e diessi altrui.

Quando di carne a spirto era salita, e bellezza e virtù cresciuta m’era, fu’ io a lui men cara e men gradita;

e volse i passi suoi per via non vera, imagini di ben seguendo false, che nulla promession rendono intera.

Né l’impetrare ispirazion mi valse, con le quali e in sogno e altrimenti lo rivocai: sì poco a lui ne calse!

Tanto giù cadde, che tutti argomenti a la salute sua eran già corti, fuor che mostrarli le perdute genti.

Per questo visitai l’uscio d’i morti, e a colui che l’ha qua sù condotto, li prieghi miei, piangendo, furon porti.