# La Divina Commedia di Dante: Purgatorio

## Part 6

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e la parola tua sopra toccata si consonava a nuovi predicanti; ond io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi, che, quando Domizian li perseguette, sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di là per me si stette, io li sovvenni, e i lor dritti costumi fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria chio conducessi i Greci a fiumi di Tebe poetando, ebb io battesmo; ma per paura chiuso cristian fumi,

lungamente mostrando paganesmo; e questa tepidezza il quarto cerchio cerchiar mi fé più che l quarto centesmo.

Tu dunque, che levato hai il coperchio che mascondeva quanto bene io dico, mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov è Terrenzio nostro antico, Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: dimmi se son dannati, e in qual vico».

«Costoro e Persio e io e altri assai», rispuose il duca mio, «siam con quel Greco che le Muse lattar più chaltri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco; spesse fïate ragioniam del monte che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide vè nosco e Antifonte, Simonide, Agatone e altri piùe Greci che già di lauro ornar la fronte.

Quivi si veggion de le genti tue Antigone, Deïfile e Argia, e Ismene sì trista come fue.

Védeisi quella che mostrò Langia; èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, e con le suore sue Deïdamia».

Tacevansi ambedue già li poeti, di novo attenti a riguardar dintorno, liberi da saliri e da pareti;

e già le quattro ancelle eran del giorno rimase a dietro, e la quinta era al temo, drizzando pur in sù lardente corno,

quando il mio duca: «Io credo cha lo stremo le destre spalle volger ne convegna, girando il monte come far solemo».

Così lusanza fu lì nostra insegna, e prendemmo la via con men sospetto per lassentir di quell anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto di retro, e ascoltava i lor sermoni, cha poetar mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni un alber che trovammo in mezza strada, con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada di ramo in ramo, così quello in giuso, cred io, perché persona sù non vada.

Dal lato onde l cammin nostro era chiuso, cadea de lalta roccia un liquor chiaro e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a lalber sappressaro; e una voce per entro le fronde gridò: «Di questo cibo avrete caro».

Poi disse: «Più pensava Maria onde fosser le nozze orrevoli e intere, cha la sua bocca, chor per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere, contente furon dacqua; e Danïello dispregiò cibo e acquistò savere.

Lo secol primo, quant oro fu bello, fé savorose con fame le ghiande, e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande che nodriro il Batista nel diserto; per chelli è glorïoso e tanto grande

quanto per lo Vangelio vè aperto».

Purgatorio  Canto XXIII

Mentre che li occhi per la fronda verde ficcava ïo sì come far suole chi dietro a li uccellin sua vita perde,

lo più che padre mi dicea: «Figliuole, vienne oramai, ché l tempo che nè imposto più utilmente compartir si vuole».

Io volsi l viso, e l passo non men tosto, appresso i savi, che parlavan sìe, che landar mi facean di nullo costo.

Ed ecco piangere e cantar sudìe Labïa mëa, Domine per modo tal, che diletto e doglia parturìe.

«O dolce padre, che è quel chi odo?», comincia io; ed elli: «Ombre che vanno forse di lor dover solvendo il nodo».

Sì come i peregrin pensosi fanno, giugnendo per cammin gente non nota, che si volgono ad essa e non restanno,

così di retro a noi, più tosto mota, venendo e trapassando ci ammirava danime turba tacita e devota.

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, palida ne la faccia, e tanto scema che da lossa la pelle sinformava.

Non credo che così a buccia strema Erisittone fosse fatto secco, per digiunar, quando più nebbe tema.

Io dicea fra me stesso pensando: Ecco la gente che perdé Ierusalemme, quando Maria nel figlio diè di becco!

Parean locchiaie anella sanza gemme: chi nel viso de li uomini legge omo ben avria quivi conosciuta lemme.

Chi crederebbe che lodor dun pomo sì governasse, generando brama, e quel dunacqua, non sappiendo como?

Già era in ammirar che sì li affama, per la cagione ancor non manifesta di lor magrezza e di lor trista squama,

ed ecco del profondo de la testa volse a me li occhi unombra e guardò fiso; poi gridò forte: «Qual grazia mè questa?».

Mai non lavrei riconosciuto al viso; ma ne la voce sua mi fu palese ciò che laspetto in sé avea conquiso.

Questa favilla tutta mi raccese mia conoscenza a la cangiata labbia, e ravvisai la faccia di Forese.

«Deh, non contendere a lasciutta scabbia che mi scolora», pregava, «la pelle, né a difetto di carne chio abbia;

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle due anime che là ti fanno scorta; non rimaner che tu non mi favelle!».

«La faccia tua, chio lagrimai già morta, mi dà di pianger mo non minor doglia», rispuos io lui, «veggendola sì torta.

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; non mi far dir mentr io mi maraviglio, ché mal può dir chi è pien daltra voglia».

Ed elli a me: «De letterno consiglio cade vertù ne lacqua e ne la pianta rimasa dietro ond io sì massottiglio.

Tutta esta gente che piangendo canta per seguitar la gola oltra misura, in fame e n sete qui si rifà santa.

Di bere e di mangiar naccende cura lodor chesce del pomo e de lo sprazzo che si distende su per sua verdura.

E non pur una volta, questo spazzo girando, si rinfresca nostra pena: io dico pena, e dovria dir sollazzo,

ché quella voglia a li alberi ci mena che menò Cristo lieto a dire Elì, quando ne liberò con la sua vena».

E io a lui: «Forese, da quel dì nel qual mutasti mondo a miglior vita, cinqu anni non son vòlti infino a qui.

Se prima fu la possa in te finita di peccar più, che sovvenisse lora del buon dolor cha Dio ne rimarita,

come se tu qua sù venuto ancora? Io ti credea trovar là giù di sotto, dove tempo per tempo si ristora».

Ond elli a me: «Sì tosto mha condotto a ber lo dolce assenzo di martìri la Nella mia con suo pianger dirotto.

Con suoi prieghi devoti e con sospiri tratto mha de la costa ove saspetta, e liberato mha de li altri giri.

Tanto è a Dio più cara e più diletta la vedovella mia, che molto amai, quanto in bene operare è più soletta;

ché la Barbagia di Sardigna assai ne le femmine sue più è pudica che la Barbagia dov io la lasciai.

O dolce frate, che vuo tu chio dica? Tempo futuro mè già nel cospetto, cui non sarà quest ora molto antica,

nel qual sarà in pergamo interdetto a le sfacciate donne fiorentine landar mostrando con le poppe il petto.

Quai barbare fuor mai, quai saracine, cui bisognasse, per farle ir coperte, o spiritali o altre discipline?

Ma se le svergognate fosser certe di quel che l ciel veloce loro ammanna, già per urlare avrian le bocche aperte;

ché, se lantiveder qui non minganna, prima fien triste che le guance impeli colui che mo si consola con nanna.

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! vedi che non pur io, ma questa gente tutta rimira là dove l sol veli».

Per chio a lui: «Se tu riduci a mente qual fosti meco, e qual io teco fui, ancor fia grave il memorar presente.

Di quella vita mi volse costui che mi va innanzi, laltr ier, quando tonda vi si mostrò la suora di colui»,

e l sol mostrai; «costui per la profonda notte menato mha di veri morti con questa vera carne che l seconda.

Indi mhan tratto sù li suoi conforti, salendo e rigirando la montagna che drizza voi che l mondo fece torti.

Tanto dice di farmi sua compagna che io sarò là dove fia Beatrice; quivi convien che sanza lui rimagna.

Virgilio è questi che così mi dice», e additalo; «e quest altro è quell ombra per cuï scosse dianzi ogne pendice

lo vostro regno, che da sé lo sgombra».

Purgatorio  Canto XXIV

Né l dir landar, né landar lui più lento facea, ma ragionando andavam forte, sì come nave pinta da buon vento;

e lombre, che parean cose rimorte, per le fosse de li occhi ammirazione traean di me, di mio vivere accorte.

E io, continüando al mio sermone, dissi: «Ella sen va sù forse più tarda che non farebbe, per altrui cagione.

Ma dimmi, se tu sai, dov è Piccarda; dimmi sio veggio da notar persona tra questa gente che sì mi riguarda».

«La mia sorella, che tra bella e buona non so qual fosse più, trïunfa lieta ne lalto Olimpo già di sua corona».

Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta di nominar ciascun, da chè sì munta nostra sembianza via per la dïeta.

Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, Bonagiunta da Lucca; e quella faccia di là da lui più che laltre trapunta

ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno languille di Bolsena e la vernaccia».

Molti altri mi nomò ad uno ad uno; e del nomar parean tutti contenti, sì chio però non vidi un atto bruno.

Vidi per fame a vòto usar li denti Ubaldin da la Pila e Bonifazio che pasturò col rocco molte genti.

Vidi messer Marchese, chebbe spazio già di bere a Forlì con men secchezza, e sì fu tal, che non si sentì sazio.

Ma come fa chi guarda e poi sapprezza più dun che daltro, fei a quel da Lucca, che più parea di me aver contezza.

El mormorava; e non so che «Gentucca» sentiv io là, ov el sentia la piaga de la giustizia che sì li pilucca.

«O anima», diss io, «che par sì vaga di parlar meco, fa sì chio tintenda, e te e me col tuo parlare appaga».

«Femmina è nata, e non porta ancor benda», cominciò el, «che ti farà piacere la mia città, come chom la riprenda.

Tu te nandrai con questo antivedere: se nel mio mormorar prendesti errore, dichiareranti ancor le cose vere.

Ma dì si veggio qui colui che fore trasse le nove rime, cominciando Donne chavete intelletto damore».

E io a lui: «I mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo che ditta dentro vo significando».

«O frate, issa vegg io», diss elli, «il nodo che l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo chi odo!

Io veggio ben come le vostre penne di retro al dittator sen vanno strette, che de le nostre certo non avvenne;

e qual più a gradire oltre si mette, non vede più da luno a laltro stilo»; e, quasi contentato, si tacette.

Come li augei che vernan lungo l Nilo, alcuna volta in aere fanno schiera, poi volan più a fretta e vanno in filo,

così tutta la gente che lì era, volgendo l viso, raffrettò suo passo, e per magrezza e per voler leggera.

E come luom che di trottare è lasso, lascia andar li compagni, e sì passeggia fin che si sfoghi laffollar del casso,

sì lasciò trapassar la santa greggia Forese, e dietro meco sen veniva, dicendo: «Quando fia chio ti riveggia?».

«Non so», rispuos io lui, «quant io mi viva; ma già non fïa il tornar mio tantosto, chio non sia col voler prima a la riva;

però che l loco u fui a viver posto, di giorno in giorno più di ben si spolpa, e a trista ruina par disposto».

«Or va», diss el; «che quei che più nha colpa, vegg ïo a coda duna bestia tratto inver la valle ove mai non si scolpa.

La bestia ad ogne passo va più ratto, crescendo sempre, fin chella il percuote, e lascia il corpo vilmente disfatto.

Non hanno molto a volger quelle ruote», e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro ciò che l mio dir più dichiarar non puote.

Tu ti rimani omai; ché l tempo è caro in questo regno, sì chio perdo troppo venendo teco sì a paro a paro».

Qual esce alcuna volta di gualoppo lo cavalier di schiera che cavalchi, e va per farsi onor del primo intoppo,

tal si partì da noi con maggior valchi; e io rimasi in via con esso i due che fuor del mondo sì gran marescalchi.

E quando innanzi a noi intrato fue, che li occhi miei si fero a lui seguaci, come la mente a le parole sue,

parvermi i rami gravidi e vivaci dun altro pomo, e non molto lontani per esser pur allora vòlto in laci.

Vidi gente sott esso alzar le mani e gridar non so che verso le fronde, quasi bramosi fantolini e vani

che pregano, e l pregato non risponde, ma, per fare esser ben la voglia acuta, tien alto lor disio e nol nasconde.

Poi si partì sì come ricreduta; e noi venimmo al grande arbore adesso, che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

«Trapassate oltre sanza farvi presso: legno è più sù che fu morso da Eva, e questa pianta si levò da esso».

Sì tra le frasche non so chi diceva; per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, oltre andavam dal lato che si leva.

«Ricordivi», dicea, «di maladetti nei nuvoli formati, che, satolli, Tesëo combatter co doppi petti;

e de li Ebrei chal ber si mostrar molli, per che no i volle Gedeon compagni, quando inver Madïan discese i colli».

Sì accostati a lun di due vivagni passammo, udendo colpe de la gola seguite già da miseri guadagni.

Poi, rallargati per la strada sola, ben mille passi e più ci portar oltre, contemplando ciascun sanza parola.

«Che andate pensando sì voi sol tre?». sùbita voce disse; ond io mi scossi come fan bestie spaventate e poltre.

Drizzai la testa per veder chi fossi; e già mai non si videro in fornace vetri o metalli sì lucenti e rossi,

com io vidi un che dicea: «Sa voi piace montare in sù, qui si convien dar volta; quinci si va chi vuole andar per pace».

Laspetto suo mavea la vista tolta; per chio mi volsi dietro a miei dottori, com om che va secondo chelli ascolta.

E quale, annunziatrice de li albori, laura di maggio movesi e olezza, tutta impregnata da lerba e da fiori;

tal mi senti un vento dar per mezza la fronte, e ben senti mover la piuma, che fé sentir dambrosïa lorezza.

E senti dir: «Beati cui alluma tanto di grazia, che lamor del gusto nel petto lor troppo disir non fuma,

esurïendo sempre quanto è giusto!».

Purgatorio  Canto XXV

Ora era onde l salir non volea storpio; ché l sole avëa il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

per che, come fa luom che non saffigge ma vassi a la via sua, che che li appaia, se di bisogno stimolo il trafigge,

così intrammo noi per la callaia, uno innanzi altro prendendo la scala che per artezza i salitor dispaia.

E quale il cicognin che leva lala per voglia di volare, e non sattenta dabbandonar lo nido, e giù la cala;

tal era io con voglia accesa e spenta di dimandar, venendo infino a latto che fa colui cha dicer sargomenta.

Non lasciò, per landar che fosse ratto, lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca larco del dir, che nfino al ferro hai tratto».

Allor sicuramente apri la bocca e cominciai: «Come si può far magro là dove luopo di nodrir non tocca?».

«Se tammentassi come Meleagro si consumò al consumar dun stizzo, non fora», disse, «a te questo sì agro;

e se pensassi come, al vostro guizzo, guizza dentro a lo specchio vostra image, ciò che par duro ti parrebbe vizzo.

Ma perché dentro a tuo voler tadage, ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego che sia or sanator de le tue piage».

«Se la veduta etterna li dislego», rispuose Stazio, «là dove tu sie, discolpi me non potert io far nego».

Poi cominciò: «Se le parole mie, figlio, la mente tua guarda e riceve, lume ti fiero al come che tu die.

Sangue perfetto, che poi non si beve da lassetate vene, e si rimane quasi alimento che di mensa leve,

prende nel core a tutte membra umane virtute informativa, come quello cha farsi quelle per le vene vane.

Ancor digesto, scende ov è più bello tacer che dire; e quindi poscia geme sovr altrui sangue in natural vasello.

Ivi saccoglie luno e laltro insieme, lun disposto a patire, e laltro a fare per lo perfetto loco onde si preme;

e, giunto lui, comincia ad operare coagulando prima, e poi avviva ciò che per sua matera fé constare.

Anima fatta la virtute attiva qual duna pianta, in tanto differente, che questa è in via e quella è già a riva,

tanto ovra poi, che già si move e sente, come spungo marino; e indi imprende ad organar le posse ond è semente.

Or si spiega, figliuolo, or si distende la virtù chè dal cor del generante, dove natura a tutte membra intende.

Ma come danimal divegna fante, non vedi tu ancor: quest è tal punto, che più savio di te fé già errante,

sì che per sua dottrina fé disgiunto da lanima il possibile intelletto, perché da lui non vide organo assunto.

Apri a la verità che viene il petto; e sappi che, sì tosto come al feto larticular del cerebro è perfetto,

lo motor primo a lui si volge lieto sovra tant arte di natura, e spira spirito novo, di vertù repleto,

che ciò che trova attivo quivi, tira in sua sustanzia, e fassi unalma sola, che vive e sente e sé in sé rigira.

E perché meno ammiri la parola, guarda il calor del sole che si fa vino, giunto a lomor che de la vite cola.

Quando Làchesis non ha più del lino, solvesi da la carne, e in virtute ne porta seco e lumano e l divino:

laltre potenze tutte quante mute; memoria, intelligenza e volontade in atto molto più che prima agute.

Sanza restarsi, per sé stessa cade mirabilmente a luna de le rive; quivi conosce prima le sue strade.

Tosto che loco lì la circunscrive, la virtù formativa raggia intorno così e quanto ne le membra vive.

E come laere, quand è ben pïorno, per laltrui raggio che n sé si reflette, di diversi color diventa addorno;

così laere vicin quivi si mette e in quella forma chè in lui suggella virtüalmente lalma che ristette;

e simigliante poi a la fiammella che segue il foco là vunque si muta, segue lo spirto sua forma novella.

Però che quindi ha poscia sua paruta, è chiamata ombra; e quindi organa poi ciascun sentire infino a la veduta.

Quindi parliamo e quindi ridiam noi; quindi facciam le lagrime e  sospiri che per lo monte aver sentiti puoi.

Secondo che ci affliggono i disiri e li altri affetti, lombra si figura; e quest è la cagion di che tu miri».

E già venuto a lultima tortura sera per noi, e vòlto a la man destra, ed eravamo attenti ad altra cura.

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, e la cornice spira fiato in suso che la reflette e via da lei sequestra;

ond ir ne convenia dal lato schiuso ad uno ad uno; e io temëa l foco quinci, e quindi temeva cader giuso.

Lo duca mio dicea: «Per questo loco si vuol tenere a li occhi stretto il freno, però cherrar potrebbesi per poco».

Summae Deus clementïae nel seno al grande ardore allora udi cantando, che di volger mi fé caler non meno;

e vidi spirti per la fiamma andando; per chio guardava a loro e a miei passi compartendo la vista a quando a quando.

Appresso il fine cha quell inno fassi, gridavano alto: Virum non cognosco; indi ricominciavan linno bassi.

Finitolo, anco gridavano: «Al bosco si tenne Diana, ed Elice caccionne che di Venere avea sentito il tòsco».

Indi al cantar tornavano; indi donne gridavano e mariti che fuor casti come virtute e matrimonio imponne.

E questo modo credo che lor basti per tutto il tempo che l foco li abbruscia: con tal cura conviene e con tai pasti

che la piaga da sezzo si ricuscia.

Purgatorio  Canto XXVI

Mentre che sì per lorlo, uno innanzi altro, ce nandavamo, e spesso il buon maestro diceami: «Guarda: giovi chio ti scaltro»;

feriami il sole in su lomero destro, che già, raggiando, tutto loccidente mutava in bianco aspetto di cilestro;

e io facea con lombra più rovente parer la fiamma; e pur a tanto indizio vidi molt ombre, andando, poner mente.

Questa fu la cagion che diede inizio loro a parlar di me; e cominciarsi a dir: «Colui non par corpo fittizio»;

poi verso me, quanto potëan farsi, certi si fero, sempre con riguardo di non uscir dove non fosser arsi.

«O tu che vai, non per esser più tardo, ma forse reverente, a li altri dopo, rispondi a me che n sete e n foco ardo.

Né solo a me la tua risposta è uopo; ché tutti questi nhanno maggior sete che dacqua fredda Indo o Etïopo.

Dinne com è che fai di te parete al sol, pur come tu non fossi ancora di morte intrato dentro da la rete».

Sì mi parlava un dessi; e io mi fora già manifesto, sio non fossi atteso ad altra novità chapparve allora;

ché per lo mezzo del cammino acceso venne gente col viso incontro a questa, la qual mi fece a rimirar sospeso.

Lì veggio dogne parte farsi presta ciascun ombra e basciarsi una con una sanza restar, contente a brieve festa;

così per entro loro schiera bruna sammusa luna con laltra formica, forse a spïar lor via e lor fortuna.

Tosto che parton laccoglienza amica, prima che l primo passo lì trascorra, sopragridar ciascuna saffatica:

la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; e laltra: «Ne la vacca entra Pasife, perché l torello a sua lussuria corra».

Poi, come grue cha le montagne Rife volasser parte, e parte inver larene, queste del gel, quelle del sole schife,

luna gente sen va, laltra sen vene; e tornan, lagrimando, a primi canti e al gridar che più lor si convene;

e raccostansi a me, come davanti, essi medesmi che mavean pregato, attenti ad ascoltar ne lor sembianti.

Io, che due volte avea visto lor grato, incominciai: «O anime sicure daver, quando che sia, di pace stato,

non son rimase acerbe né mature le membra mie di là, ma son qui meco col sangue suo e con le sue giunture.

Quinci sù vo per non esser più cieco; donna è di sopra che macquista grazia, per che l mortal per vostro mondo reco.

Ma se la vostra maggior voglia sazia tosto divegna, sì che l ciel valberghi chè pien damore e più ampio si spazia,

ditemi, acciò chancor carte ne verghi, chi siete voi, e chi è quella turba che se ne va di retro a vostri terghi».

Non altrimenti stupido si turba lo montanaro, e rimirando ammuta, quando rozzo e salvatico sinurba,

che ciascun ombra fece in sua paruta; ma poi che furon di stupore scarche, lo qual ne li alti cuor tosto sattuta,

«Beato te, che de le nostre marche», ricominciò colei che pria minchiese, «per morir meglio, esperïenza imbarche!

La gente che non vien con noi, offese di ciò per che già Cesar, trïunfando, Regina contra sé chiamar sintese:

però si parton Soddoma gridando, rimproverando a sé com hai udito, e aiutan larsura vergognando.

Nostro peccato fu ermafrodito; ma perché non servammo umana legge, seguendo come bestie lappetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge, quando partinci, il nome di colei che simbestiò ne le mbestiate schegge.

Or sai nostri atti e di che fummo rei: se forse a nome vuo saper chi semo, tempo non è di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo: son Guido Guinizzelli, e già mi purgo per ben dolermi prima cha lo stremo».

Quali ne la tristizia di Ligurgo si fer due figli a riveder la madre, tal mi fec io, ma non a tanto insurgo,

quand io odo nomar sé stesso il padre mio e de li altri miei miglior che mai rime damore usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai lunga fïata rimirando lui, né, per lo foco, in là più mappressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui, tutto moffersi pronto al suo servigio con laffermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, per quel chi odo, in me, e tanto chiaro, che Letè nol può tòrre né far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro, dimmi che è cagion per che dimostri nel dire e nel guardar davermi caro».

E io a lui: «Li dolci detti vostri, che, quanto durerà luso moderno, faranno cari ancora i loro incostri».

