La Divina Commedia di Dante: Purgatorio

Part 5

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«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;

ché, s’amore è di fuori a noi offerto e l’anima non va con altro piede, se dritta o torta va, non è suo merto».

Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta pur a Beatrice, ch’è opra di fede.

Ogne forma sustanzïal, che setta è da matera ed è con lei unita, specifica vertute ha in sé colletta,

la qual sanza operar non è sentita, né si dimostra mai che per effetto, come per verdi fronde in pianta vita.

Però, là onde vegna lo ’ntelletto de le prime notizie, omo non sape, e de’ primi appetibili l’affetto,

che sono in voi sì come studio in ape di far lo mele; e questa prima voglia merto di lode o di biasmo non cape.

Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, innata v’è la virtù che consiglia, e de l’assenso de’ tener la soglia.

Quest’ è ’l principio là onde si piglia ragion di meritare in voi, secondo che buoni e rei amori accoglie e viglia.

Color che ragionando andaro al fondo, s’accorser d’esta innata libertate; però moralità lasciaro al mondo.

Onde, poniam che di necessitate surga ogne amor che dentro a voi s’accende, di ritenerlo è in voi la podestate.

La nobile virtù Beatrice intende per lo libero arbitrio, e però guarda che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».

La luna, quasi a mezza notte tarda, facea le stelle a noi parer più rade, fatta com’ un secchion che tuttor arda;

e correa contro ’l ciel per quelle strade che ’l sole infiamma allor che quel da Roma tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.

E quell’ ombra gentil per cui si noma Pietola più che villa mantoana, del mio carcar diposta avea la soma;

per ch’io, che la ragione aperta e piana sovra le mie quistioni avea ricolta, stava com’ om che sonnolento vana.

Ma questa sonnolenza mi fu tolta subitamente da gente che dopo le nostre spalle a noi era già volta.

E quale Ismeno già vide e Asopo lungo di sè di notte furia e calca, pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

cotal per quel giron suo passo falca, per quel ch’io vidi di color, venendo, cui buon volere e giusto amor cavalca.

Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo si movea tutta quella turba magna; e due dinanzi gridavan piangendo:

«Maria corse con fretta a la montagna; e Cesare, per soggiogare Ilerda, punse Marsilia e poi corse in Ispagna».

«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda per poco amor», gridavan li altri appresso, «che studio di ben far grazia rinverda».

«O gente in cui fervore aguto adesso ricompie forse negligenza e indugio da voi per tepidezza in ben far messo,

questi che vive, e certo i’ non vi bugio, vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; però ne dite ond’ è presso il pertugio».

Parole furon queste del mio duca; e un di quelli spirti disse: «Vieni di retro a noi, e troverai la buca.

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, che restar non potem; però perdona, se villania nostra giustizia tieni.

Io fui abate in San Zeno a Verona sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, di cui dolente ancor Milan ragiona.

E tale ha già l’un piè dentro la fossa, che tosto piangerà quel monastero, e tristo fia d’avere avuta possa;

perché suo figlio, mal del corpo intero, e de la mente peggio, e che mal nacque, ha posto in loco di suo pastor vero».

Io non so se più disse o s’ei si tacque, tant’ era già di là da noi trascorso; ma questo intesi, e ritener mi piacque.

E quei che m’era ad ogne uopo soccorso disse: «Volgiti qua: vedine due venir dando a l’accidïa di morso».

Di retro a tutti dicean: «Prima fue morta la gente a cui il mar s’aperse, che vedesse Iordan le rede sue.

E quella che l’affanno non sofferse fino a la fine col figlio d’Anchise, sé stessa a vita sanza gloria offerse».

Poi quando fuor da noi tanto divise quell’ ombre, che veder più non potiersi, novo pensiero dentro a me si mise,

del qual più altri nacquero e diversi; e tanto d’uno in altro vaneggiai, che li occhi per vaghezza ricopersi,

e ’l pensamento in sogno trasmutai.

Purgatorio • Canto XIX

Ne l’ora che non può ’l calor dïurno intepidar più ’l freddo de la luna, vinto da terra, e talor da Saturno

—quando i geomanti lor Maggior Fortuna veggiono in orïente, innanzi a l’alba, surger per via che poco le sta bruna—,

mi venne in sogno una femmina balba, ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, con le man monche, e di colore scialba.

Io la mirava; e come ’l sol conforta le fredde membra che la notte aggrava, così lo sguardo mio le facea scorta

la lingua, e poscia tutta la drizzava in poco d’ora, e lo smarrito volto, com’ amor vuol, così le colorava.

Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, cominciava a cantar sì, che con pena da lei avrei mio intento rivolto.

«Io son», cantava, «io son dolce serena, che ’ marinari in mezzo mar dismago; tanto son di piacere a sentir piena!

Io volsi Ulisse del suo cammin vago al canto mio; e qual meco s’ausa, rado sen parte; sì tutto l’appago!».

Ancor non era sua bocca richiusa, quand’ una donna apparve santa e presta lunghesso me per far colei confusa.

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», fieramente dicea; ed el venìa con li occhi fitti pur in quella onesta.

L’altra prendea, e dinanzi l’apria fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.

Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; troviam l’aperta per la qual tu entre».

Sù mi levai, e tutti eran già pieni de l’alto dì i giron del sacro monte, e andavam col sol novo a le reni.

Seguendo lui, portava la mia fronte come colui che l’ha di pensier carca, che fa di sé un mezzo arco di ponte;

quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» parlare in modo soave e benigno, qual non si sente in questa mortal marca.

Con l’ali aperte, che parean di cigno, volseci in sù colui che sì parlonne tra due pareti del duro macigno.

Mosse le penne poi e ventilonne, ‘Qui lugent’ affermando esser beati, ch’avran di consolar l’anime donne.

«Che hai che pur inver’ la terra guati?», la guida mia incominciò a dirmi, poco amendue da l’angel sormontati.

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi novella visïon ch’a sé mi piega, sì ch’io non posso dal pensar partirmi».

«Vedesti», disse, «quell’antica strega che sola sovr’ a noi omai si piagne; vedesti come l’uom da lei si slega.

Bastiti, e batti a terra le calcagne; li occhi rivolgi al logoro che gira lo rege etterno con le rote magne».

Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, indi si volge al grido e si protende per lo disio del pasto che là il tira,

tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende la roccia per dar via a chi va suso, n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.

Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, vidi gente per esso che piangea, giacendo a terra tutta volta in giuso.

‘Adhaesit pavimento anima mea’ sentia dir lor con sì alti sospiri, che la parola a pena s’intendea.

«O eletti di Dio, li cui soffriri e giustizia e speranza fa men duri, drizzate noi verso li alti saliri».

«Se voi venite dal giacer sicuri, e volete trovar la via più tosto, le vostre destre sien sempre di fori».

Così pregò ’l poeta, e sì risposto poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io nel parlare avvisai l’altro nascosto,

e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: ond’ elli m’assentì con lieto cenno ciò che chiedea la vista del disio.

Poi ch’io potei di me fare a mio senno, trassimi sovra quella creatura le cui parole pria notar mi fenno,

dicendo: «Spirto in cui pianger matura quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, sosta un poco per me tua maggior cura.

Chi fosti e perché vòlti avete i dossi al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri cosa di là ond’ io vivendo mossi».

Ed elli a me: «Perché i nostri diretri rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima scias quod ego fui successor Petri.

Intra Sïestri e Chiaveri s’adima una fiumana bella, e del suo nome lo titol del mio sangue fa sua cima.

Un mese e poco più prova’ io come pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, che piuma sembran tutte l’altre some.

La mia conversïone, omè!, fu tarda; ma, come fatto fui roman pastore, così scopersi la vita bugiarda.

Vidi che lì non s’acquetava il core, né più salir potiesi in quella vita; per che di questa in me s’accese amore.

Fino a quel punto misera e partita da Dio anima fui, del tutto avara; or, come vedi, qui ne son punita.

Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara in purgazion de l’anime converse; e nulla pena il monte ha più amara.

Sì come l’occhio nostro non s’aderse in alto, fisso a le cose terrene, così giustizia qui a terra il merse.

Come avarizia spense a ciascun bene lo nostro amore, onde operar perdési, così giustizia qui stretti ne tene,

ne’ piedi e ne le man legati e presi; e quanto fia piacer del giusto Sire, tanto staremo immobili e distesi».

Io m’era inginocchiato e volea dire; ma com’ io cominciai ed el s’accorse, solo ascoltando, del mio reverire,

«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». E io a lui: «Per vostra dignitate mia coscïenza dritto mi rimorse».

«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», rispuose; «non errar: conservo sono teco e con li altri ad una podestate.

Se mai quel santo evangelico suono che dice ‘Neque nubent’ intendesti, ben puoi veder perch’ io così ragiono.

Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; ché la tua stanza mio pianger disagia, col qual maturo ciò che tu dicesti.

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, buona da sé, pur che la nostra casa non faccia lei per essempro malvagia;

e questa sola di là m’è rimasa».

Purgatorio • Canto XX

Contra miglior voler voler mal pugna; onde contra ’l piacer mio, per piacerli, trassi de l’acqua non sazia la spugna.

Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li luoghi spediti pur lungo la roccia, come si va per muro stretto a’ merli;

ché la gente che fonde a goccia a goccia per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.

Maladetta sie tu, antica lupa, che più che tutte l’altre bestie hai preda per la tua fame sanza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par che si creda le condizion di qua giù trasmutarsi, quando verrà per cui questa disceda?

Noi andavam con passi lenti e scarsi, e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia pietosamente piangere e lagnarsi;

e per ventura udi’ «Dolce Maria!» dinanzi a noi chiamar così nel pianto come fa donna che in parturir sia;

e seguitar: «Povera fosti tanto, quanto veder si può per quello ospizio dove sponesti il tuo portato santo».

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, con povertà volesti anzi virtute che gran ricchezza posseder con vizio».

Queste parole m’eran sì piaciute, ch’io mi trassi oltre per aver contezza di quello spirto onde parean venute.

Esso parlava ancor de la larghezza che fece Niccolò a le pulcelle, per condurre ad onor lor giovinezza.

«O anima che tanto ben favelle, dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola tu queste degne lode rinovelle.

Non fia sanza mercé la tua parola, s’io ritorno a compiér lo cammin corto di quella vita ch’al termine vola».

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto ch’io attenda di là, ma perché tanta grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia, sì che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia potesser, tosto ne saria vendetta; e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; di me son nati i Filippi e i Luigi per cui novellamente è Francia retta.

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: quando li regi antichi venner meno tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,

trova’mi stretto ne le mani il freno del governo del regno, e tanta possa di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,

ch’a la corona vedova promossa la testa di mio figlio fu, dal quale cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale al sangue mio non tolse la vergogna, poco valea, ma pur non facea male.

Lì cominciò con forza e con menzogna la sua rapina; e poscia, per ammenda, Pontì e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima fé di Curradino; e poi ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, che tragge un altro Carlo fuor di Francia, per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.

Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia con la qual giostrò Giuda, e quella ponta sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta guadagnerà, per sé tanto più grave, quanto più lieve simil danno conta.

L’altro, che già uscì preso di nave, veggio vender sua figlia e patteggiarne come fanno i corsar de l’altre schiave.

O avarizia, che puoi tu più farne, poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, che non si cura de la propria carne?

Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso; veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele, che ciò nol sazia, ma sanza decreto portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto a veder la vendetta che, nascosa, fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa de lo Spirito Santo e che ti fece verso me volger per alcuna chiosa,

tanto è risposto a tutte nostre prece quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, contrario suon prendemo in quella vece.

Noi repetiam Pigmalïon allotta, cui traditore e ladro e paricida fece la voglia sua de l’oro ghiotta;

e la miseria de l’avaro Mida, che seguì a la sua dimanda gorda, per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, come furò le spoglie, sì che l’ira di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Saffira; lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; e in infamia tutto ’l monte gira

Polinestòr ch’ancise Polidoro; ultimamente ci si grida: “Crasso, dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.

Talor parla l’uno alto e l’altro basso, secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona ora a maggiore e ora a minor passo:

però al ben che ’l dì ci si ragiona, dianzi non era io sol; ma qui da presso non alzava la voce altra persona».

Noi eravam partiti già da esso, e brigavam di soverchiar la strada tanto quanto al poder n’era permesso,

quand’ io senti’, come cosa che cada, tremar lo monte; onde mi prese un gelo qual prender suol colui ch’a morte vada.

Certo non si scoteo sì forte Delo, pria che Latona in lei facesse ’l nido a parturir li due occhi del cielo.

Poi cominciò da tutte parti un grido tal, che ’l maestro inverso me si feo, dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».

‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, onde intender lo grido si poteo.

No’ istavamo immobili e sospesi come i pastor che prima udir quel canto, fin che ’l tremar cessò ed el compiési.

Poi ripigliammo nostro cammin santo, guardando l’ombre che giacean per terra, tornate già in su l’usato pianto.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra mi fé desideroso di sapere, se la memoria mia in ciò non erra,

quanta pareami allor, pensando, avere; né per la fretta dimandare er’ oso, né per me lì potea cosa vedere:

così m’andava timido e pensoso.

Purgatorio • Canto XXI

La sete natural che mai non sazia se non con l’acqua onde la femminetta samaritana domandò la grazia,

mi travagliava, e pungeami la fretta per la ’mpacciata via dietro al mio duca, e condoleami a la giusta vendetta.

Ed ecco, sì come ne scrive Luca che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, già surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, dal piè guardando la turba che giace; né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.

Poi cominciò: «Nel beato concilio ti ponga in pace la verace corte che me rilega ne l’etterno essilio».

«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: «se voi siete ombre che Dio sù non degni, chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».

E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni che questi porta e che l’angel profila, ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

Ma perché lei che dì e notte fila non li avea tratta ancora la conocchia che Cloto impone a ciascuno e compila,

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, venendo sù, non potea venir sola, però ch’al nostro modo non adocchia.

Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola d’inferno per mostrarli, e mosterrolli oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una parve gridare infino a’ suoi piè molli».

Sì mi diè, dimandando, per la cruna del mio disio, che pur con la speranza si fece la mia sete men digiuna.

Quei cominciò: «Cosa non è che sanza ordine senta la religïone de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

Libero è qui da ogne alterazione: di quel che ’l ciel da sé in sé riceve esser ci puote, e non d’altro, cagione.

Per che non pioggia, non grando, non neve, non rugiada, non brina più sù cade che la scaletta di tre gradi breve;

nuvole spesse non paion né rade, né coruscar, né figlia di Taumante, che di là cangia sovente contrade;

secco vapor non surge più avante ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.

Trema forse più giù poco o assai; ma per vento che ’n terra si nasconda, non so come, qua sù non tremò mai.

Tremaci quando alcuna anima monda sentesi, sì che surga o che si mova per salir sù; e tal grido seconda.

De la mondizia sol voler fa prova, che, tutto libero a mutar convento, l’alma sorprende, e di voler le giova.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento che divina giustizia, contra voglia, come fu al peccar, pone al tormento.

E io, che son giaciuto a questa doglia cinquecent’ anni e più, pur mo sentii libera volontà di miglior soglia:

però sentisti il tremoto e li pii spiriti per lo monte render lode a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».

Così ne disse; e però ch’el si gode tanto del ber quant’ è grande la sete, non saprei dir quant’ el mi fece prode.

E ’l savio duca: «Omai veggio la rete che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, perché ci trema e di che congaudete.

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, e perché tanti secoli giaciuto qui se’, ne le parole tue mi cappia».

«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto del sommo rege, vendicò le fóra ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,

col nome che più dura e più onora era io di là», rispuose quello spirto, «famoso assai, ma non con fede ancora.

Tanto fu dolce mio vocale spirto, che, tolosano, a sé mi trasse Roma, dove mertai le tempie ornar di mirto.

Stazio la gente ancor di là mi noma: cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville, che mi scaldar, de la divina fiamma onde sono allumati più di mille;

de l’Eneïda dico, la qual mamma fummi, e fummi nutrice, poetando: sanz’ essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando visse Virgilio, assentirei un sole più che non deggio al mio uscir di bando».

Volser Virgilio a me queste parole con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; ma non può tutto la virtù che vuole;

ché riso e pianto son tanto seguaci a la passion di che ciascun si spicca, che men seguon voler ne’ più veraci.

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; per che l’ombra si tacque, e riguardommi ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;

e «Se tanto labore in bene assommi», disse, «perché la tua faccia testeso un lampeggiar di riso dimostrommi?».

Or son io d’una parte e d’altra preso: l’una mi fa tacer, l’altra scongiura ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso

dal mio maestro, e «Non aver paura», mi dice, «di parlar; ma parla e digli quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».

Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, antico spirto, del rider ch’io fei; ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei, è quel Virgilio dal qual tu togliesti forte a cantar de li uomini e d’i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti, lasciala per non vera, ed esser credi quelle parole che di lui dicesti».

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi al mio dottor, ma el li disse: «Frate, non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».

Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate comprender de l’amor ch’a te mi scalda, quand’ io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda».

Purgatorio • Canto XXII

Già era l’angel dietro a noi rimaso, l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c’hanno a giustizia lor disiro detto n’avea beati, e le sue voci con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.

E io più lieve che per l’altre foci m’andava, sì che sanz’ alcun labore seguiva in sù li spiriti veloci;

quando Virgilio incominciò: «Amore, acceso di virtù, sempre altro accese, pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l’ora che tra noi discese nel limbo de lo ’nferno Giovenale, che la tua affezion mi fé palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale più strinse mai di non vista persona, sì ch’or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona se troppa sicurtà m’allarga il freno, e come amico omai meco ragiona:

come poté trovar dentro al tuo seno loco avarizia, tra cotanto senno di quanto per tua cura fosti pieno?».

Queste parole Stazio mover fenno un poco a riso pria; poscia rispuose: «Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.

Veramente più volte appaion cose che danno a dubitar falsa matera per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m’avvera esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, forse per quella cerchia dov’ io era.

Or sappi ch’avarizia fu partita troppo da me, e questa dismisura migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch’io drizzai mia cura, quand’ io intesi là dove tu chiame, crucciato quasi a l’umana natura:

‘Per che non reggi tu, o sacra fame de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, voltando sentirei le giostre grame.

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali potean le mani a spendere, e pente’mi così di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi per ignoranza, che di questa pecca toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca per dritta opposizione alcun peccato, con esso insieme qui suo verde secca;

però, s’io son tra quella gente stato che piange l’avarizia, per purgarmi, per lo contrario suo m’è incontrato».

«Or quando tu cantasti le crude armi de la doppia trestizia di Giocasta», disse ’l cantor de’ buccolici carmi,

«per quello che Clïò teco lì tasta, non par che ti facesse ancor fedele la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele ti stenebraron sì, che tu drizzasti poscia di retro al pescator le vele?».

Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti verso Parnaso a ber ne le sue grotte, e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: ‘Secol si rinova; torna giustizia e primo tempo umano, e progenïe scende da ciel nova’.

Per te poeta fui, per te cristiano: ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, a colorare stenderò la mano.

Già era ’l mondo tutto quanto pregno de la vera credenza, seminata per li messaggi de l’etterno regno;