La Divina Commedia di Dante: Purgatorio

Part 4

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«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; domandal tu che più li t’avvicini, e dolcemente, sì che parli, acco’lo».

Così due spirti, l’uno a l’altro chini, ragionavan di me ivi a man dritta; poi fer li visi, per dirmi, supini;

e disse l’uno: «O anima che fitta nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, per carità ne consola e ne ditta

onde vieni e chi se’; ché tu ne fai tanto maravigliar de la tua grazia, quanto vuol cosa che non fu più mai».

E io: «Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia.

Di sovr’ esso rech’ io questa persona: dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, ché ’l nome mio ancor molto non suona».

«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno con lo ’ntelletto», allora mi rispuose quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».

E l’altro disse lui: «Perché nascose questi il vocabol di quella riviera, pur com’ om fa de l’orribili cose?».

E l’ombra che di ciò domandata era, si sdebitò così: «Non so; ma degno ben è che ’l nome di tal valle pèra;

ché dal principio suo, ov’ è sì pregno l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,

infin là ’ve si rende per ristoro di quel che ’l ciel de la marina asciuga, ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,

vertù così per nimica si fuga da tutti come biscia, o per sventura del luogo, o per mal uso che li fruga:

ond’ hanno sì mutata lor natura li abitator de la misera valle, che par che Circe li avesse in pastura.

Tra brutti porci, più degni di galle che d’altro cibo fatto in uman uso, dirizza prima il suo povero calle.

Botoli trova poi, venendo giuso, ringhiosi più che non chiede lor possa, e da lor disdegnosa torce il muso.

Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, tanto più trova di can farsi lupi la maladetta e sventurata fossa.

Discesa poi per più pelaghi cupi, trova le volpi sì piene di froda, che non temono ingegno che le occùpi.

Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta di ciò che vero spirto mi disnoda.

Io veggio tuo nepote che diventa cacciator di quei lupi in su la riva del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

Vende la carne loro essendo viva; poscia li ancide come antica belva; molti di vita e sé di pregio priva.

Sanguinoso esce de la trista selva; lasciala tal, che di qui a mille anni ne lo stato primaio non si rinselva».

Com’ a l’annunzio di dogliosi danni si turba il viso di colui ch’ascolta, da qual che parte il periglio l’assanni,

così vid’ io l’altr’ anima, che volta stava a udir, turbarsi e farsi trista, poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.

Lo dir de l’una e de l’altra la vista mi fer voglioso di saper lor nomi, e dimanda ne fei con prieghi mista;

per che lo spirto che di pria parlòmi ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.

Ma da che Dio in te vuol che traluca tanto sua grazia, non ti sarò scarso; però sappi ch’io fui Guido del Duca.

Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, che se veduto avesse uom farsi lieto, visto m’avresti di livore sparso.

Di mia semente cotal paglia mieto; o gente umana, perché poni ’l core là ’v’ è mestier di consorte divieto?

Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore de la casa da Calboli, ove nullo fatto s’è reda poi del suo valore.

E non pur lo suo sangue è fatto brullo, tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, del ben richesto al vero e al trastullo;

ché dentro a questi termini è ripieno di venenosi sterpi, sì che tardi per coltivare omai verrebber meno.

Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? Pier Traversaro e Guido di Carpigna? Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? quando in Faenza un Bernardin di Fosco, verga gentil di picciola gramigna?

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, quando rimembro, con Guido da Prata, Ugolin d’Azzo che vivette nosco,

Federigo Tignoso e sua brigata, la casa Traversara e li Anastagi (e l’una gente e l’altra è diretata),

le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi che ne ’nvogliava amore e cortesia là dove i cuor son fatti sì malvagi.

O Bretinoro, ché non fuggi via, poi che gita se n’è la tua famiglia e molta gente per non esser ria?

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, che di figliar tai conti più s’impiglia.

Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio lor sen girà; ma non però che puro già mai rimagna d’essi testimonio.

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta chi far lo possa, tralignando, scuro.

Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta troppo di pianger più che di parlare, sì m’ha nostra ragion la mente stretta».

Noi sapavam che quell’ anime care ci sentivano andar; però, tacendo, facëan noi del cammin confidare.

Poi fummo fatti soli procedendo, folgore parve quando l’aere fende, voce che giunse di contra dicendo:

‘Anciderammi qualunque m’apprende’; e fuggì come tuon che si dilegua, se sùbito la nuvola scoscende.

Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, ed ecco l’altra con sì gran fracasso, che somigliò tonar che tosto segua:

«Io sono Aglauro che divenni sasso»; e allor, per ristrignermi al poeta, in destro feci, e non innanzi, il passo.

Già era l’aura d’ogne parte queta; ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo che dovria l’uom tener dentro a sua meta.

Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo de l’antico avversaro a sé vi tira; e però poco val freno o richiamo.

Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, mostrandovi le sue bellezze etterne, e l’occhio vostro pur a terra mira;

onde vi batte chi tutto discerne».

Purgatorio • Canto XV

Quanto tra l’ultimar de l’ora terza e ’l principio del dì par de la spera che sempre a guisa di fanciullo scherza,

tanto pareva già inver’ la sera essere al sol del suo corso rimaso; vespero là, e qui mezza notte era.

E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, perché per noi girato era sì ’l monte, che già dritti andavamo inver’ l’occaso,

quand’ io senti’ a me gravar la fronte a lo splendore assai più che di prima, e stupor m’eran le cose non conte;

ond’ io levai le mani inver’ la cima de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, che del soverchio visibile lima.

Come quando da l’acqua o da lo specchio salta lo raggio a l’opposita parte, salendo su per lo modo parecchio

a quel che scende, e tanto si diparte dal cader de la pietra in igual tratta, sì come mostra esperïenza e arte;

così mi parve da luce rifratta quivi dinanzi a me esser percosso; per che a fuggir la mia vista fu ratta.

«Che è quel, dolce padre, a che non posso schermar lo viso tanto che mi vaglia», diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».

«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia la famiglia del cielo», a me rispuose: «messo è che viene ad invitar ch’om saglia.

Tosto sarà ch’a veder queste cose non ti fia grave, ma fieti diletto quanto natura a sentir ti dispuose».

Poi giunti fummo a l’angel benedetto, con lieta voce disse: «Intrate quinci ad un scaleo vie men che li altri eretto».

Noi montavam, già partiti di linci, e ‘Beati misericordes!’ fue cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.

Lo mio maestro e io soli amendue suso andavamo; e io pensai, andando, prode acquistar ne le parole sue;

e dirizza’mi a lui sì dimandando: «Che volse dir lo spirto di Romagna, e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».

Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna conosce il danno; e però non s’ammiri se ne riprende perché men si piagna.

Perché s’appuntano i vostri disiri dove per compagnia parte si scema, invidia move il mantaco a’ sospiri.

Ma se l’amor de la spera supprema torcesse in suso il disiderio vostro, non vi sarebbe al petto quella tema;

ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, tanto possiede più di ben ciascuno, e più di caritate arde in quel chiostro».

«Io son d’esser contento più digiuno», diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, e più di dubbio ne la mente aduno.

Com’ esser puote ch’un ben, distributo in più posseditor, faccia più ricchi di sé che se da pochi è posseduto?».

Ed elli a me: «Però che tu rificchi la mente pur a le cose terrene, di vera luce tenebre dispicchi.

Quello infinito e ineffabil bene che là sù è, così corre ad amore com’ a lucido corpo raggio vene.

Tanto si dà quanto trova d’ardore; sì che, quantunque carità si stende, cresce sovr’ essa l’etterno valore.

E quanta gente più là sù s’intende, più v’è da bene amare, e più vi s’ama, e come specchio l’uno a l’altro rende.

E se la mia ragion non ti disfama, vedrai Beatrice, ed ella pienamente ti torrà questa e ciascun’ altra brama.

Procaccia pur che tosto sieno spente, come son già le due, le cinque piaghe, che si richiudon per esser dolente».

Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, vidimi giunto in su l’altro girone, sì che tacer mi fer le luci vaghe.

Ivi mi parve in una visïone estatica di sùbito esser tratto, e vedere in un tempio più persone;

e una donna, in su l’entrar, con atto dolce di madre dicer: «Figliuol mio, perché hai tu così verso noi fatto?

Ecco, dolenti, lo tuo padre e io ti cercavamo». E come qui si tacque, ciò che pareva prima, dispario.

Indi m’apparve un’altra con quell’ acque giù per le gote che ’l dolor distilla quando di gran dispetto in altrui nacque,

e dir: «Se tu se’ sire de la villa del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, e onde ogne scïenza disfavilla,

vendica te di quelle braccia ardite ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». E ’l segnor mi parea, benigno e mite,

risponder lei con viso temperato: «Che farem noi a chi mal ne disira, se quei che ci ama è per noi condannato?»,

Poi vidi genti accese in foco d’ira con pietre un giovinetto ancider, forte gridando a sé pur: «Martira, martira!».

E lui vedea chinarsi, per la morte che l’aggravava già, inver’ la terra, ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

orando a l’alto Sire, in tanta guerra, che perdonasse a’ suoi persecutori, con quello aspetto che pietà diserra.

Quando l’anima mia tornò di fori a le cose che son fuor di lei vere, io riconobbi i miei non falsi errori.

Lo duca mio, che mi potea vedere far sì com’ om che dal sonno si slega, disse: «Che hai che non ti puoi tenere,

ma se’ venuto più che mezza lega velando li occhi e con le gambe avvolte, a guisa di cui vino o sonno piega?».

«O dolce padre mio, se tu m’ascolte, io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve quando le gambe mi furon sì tolte».

Ed ei: «Se tu avessi cento larve sovra la faccia, non mi sarian chiuse le tue cogitazion, quantunque parve.

Ciò che vedesti fu perché non scuse d’aprir lo core a l’acque de la pace che da l’etterno fonte son diffuse.

Non dimandai “Che hai?” per quel che face chi guarda pur con l’occhio che non vede, quando disanimato il corpo giace;

ma dimandai per darti forza al piede: così frugar conviensi i pigri, lenti ad usar lor vigilia quando riede».

Noi andavam per lo vespero, attenti oltre quanto potean li occhi allungarsi contra i raggi serotini e lucenti.

Ed ecco a poco a poco un fummo farsi verso di noi come la notte oscuro; né da quello era loco da cansarsi.

Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

Purgatorio • Canto XVI

Buio d’inferno e di notte privata d’ogne pianeto, sotto pover cielo, quant’ esser può di nuvol tenebrata,

non fece al viso mio sì grosso velo come quel fummo ch’ivi ci coperse, né a sentir di così aspro pelo,

che l’occhio stare aperto non sofferse; onde la scorta mia saputa e fida mi s’accostò e l’omero m’offerse.

Sì come cieco va dietro a sua guida per non smarrirsi e per non dar di cozzo in cosa che ’l molesti, o forse ancida,

m’andava io per l’aere amaro e sozzo, ascoltando il mio duca che diceva pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».

Io sentia voci, e ciascuna pareva pregar per pace e per misericordia l’Agnel di Dio che le peccata leva.

Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; una parola in tutte era e un modo, sì che parea tra esse ogne concordia.

«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, e d’iracundia van solvendo il nodo».

«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, e di noi parli pur come se tue partissi ancor lo tempo per calendi?».

Così per una voce detto fue; onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, e domanda se quinci si va sùe».

E io: «O creatura che ti mondi per tornar bella a colui che ti fece, maraviglia udirai, se mi secondi».

«Io ti seguiterò quanto mi lece», rispuose; «e se veder fummo non lascia, l’udir ci terrà giunti in quella vece».

Allora incominciai: «Con quella fascia che la morte dissolve men vo suso, e venni qui per l’infernale ambascia.

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte per modo tutto fuor del moderno uso,

non mi celar chi fosti anzi la morte, ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; e tue parole fier le nostre scorte».

«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; del mondo seppi, e quel valore amai al quale ha or ciascun disteso l’arco.

Per montar sù dirittamente vai». Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego che per me prieghi quando sù sarai».

E io a lui: «Per fede mi ti lego di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

Prima era scempio, e ora è fatto doppio ne la sentenza tua, che mi fa certo qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.

Lo mondo è ben così tutto diserto d’ogne virtute, come tu mi sone, e di malizia gravido e coverto;

ma priego che m’addite la cagione, sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

Voi che vivete ogne cagion recate pur suso al cielo, pur come se tutto movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto libero arbitrio, e non fora giustizia per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo cielo i vostri movimenti inizia; non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, lume v’è dato a bene e a malizia,

e libero voler; che, se fatica ne le prime battaglie col ciel dura, poi vince tutto, se ben si notrica.

A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete; e quella cria la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.

Però, se ’l mondo presente disvia, in voi è la cagione, in voi si cheggia; e io te ne sarò or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia prima che sia, a guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla, salvo che, mossa da lieto fattore, volontier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore; quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, se guida o fren non torce suo amore.

Onde convenne legge per fren porre; convenne rege aver, che discernesse de la vera cittade almen la torre.

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Nullo, però che ’l pastor che procede, rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;

per che la gente, che sua guida vede pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, di quel si pasce, e più oltre non chiede.

Ben puoi veder che la mala condotta è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, e non natura che ’n voi sia corrotta.

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, due soli aver, che l’una e l’altra strada facean vedere, e del mondo e di Deo.

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada col pasturale, e l’un con l’altro insieme per viva forza mal convien che vada;

però che, giunti, l’un l’altro non teme: se non mi credi, pon mente a la spiga, ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.

In sul paese ch’Adice e Po riga, solea valore e cortesia trovarsi, prima che Federigo avesse briga;

or può sicuramente indi passarsi per qualunque lasciasse, per vergogna di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna l’antica età la nova, e par lor tardo che Dio a miglior vita li ripogna:

Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo e Guido da Castel, che mei si noma, francescamente, il semplice Lombardo.

Dì oggimai che la Chiesa di Roma, per confondere in sé due reggimenti, cade nel fango, e sé brutta e la soma».

«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; e or discerno perché dal retaggio li figli di Levì furono essenti.

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio di’ ch’è rimaso de la gente spenta, in rimprovèro del secol selvaggio?».

«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, par che del buon Gherardo nulla senta.

Per altro sopranome io nol conosco, s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

Vedi l’albor che per lo fummo raia già biancheggiare, e me convien partirmi (l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».

Così tornò, e più non volle udirmi.

Purgatorio • Canto XVII

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe,

come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi;

e fia la tua imagine leggera in giugnere a veder com’ io rividi lo sole in pria, che già nel corcar era.

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi del mio maestro, usci’ fuor di tal nube ai raggi morti già ne’ bassi lidi.

O imaginativa che ne rube talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge perché dintorno suonin mille tube,

chi move te, se ’l senso non ti porge? Moveti lume che nel ciel s’informa, per sé o per voler che giù lo scorge.

De l’empiezza di lei che mutò forma ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, ne l’imagine mia apparve l’orma;

e qui fu la mia mente sì ristretta dentro da sé, che di fuor non venìa cosa che fosse allor da lei ricetta.

Poi piovve dentro a l’alta fantasia un crucifisso, dispettoso e fero ne la sua vista, e cotal si moria;

intorno ad esso era il grande Assüero, Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, che fu al dire e al far così intero.

E come questa imagine rompeo sé per sé stessa, a guisa d’una bulla cui manca l’acqua sotto qual si feo,

surse in mia visïone una fanciulla piangendo forte, e dicea: «O regina, perché per ira hai voluto esser nulla?

Ancisa t’hai per non perder Lavina; or m’hai perduta! Io son essa che lutto, madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».

Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto;

così l’imaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi percosse, maggior assai che quel ch’è in nostro uso.

I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, quando una voce disse «Qui si monta», che da ogne altro intento mi rimosse;

e fece la mia voglia tanto pronta di riguardar chi era che parlava, che mai non posa, se non si raffronta.

Ma come al sol che nostra vista grava e per soverchio sua figura vela, così la mia virtù quivi mancava.

«Questo è divino spirito, che ne la via da ir sù ne drizza sanza prego, e col suo lume sé medesmo cela.

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; ché quale aspetta prego e l’uopo vede, malignamente già si mette al nego.

Or accordiamo a tanto invito il piede; procacciam di salir pria che s’abbui, ché poi non si poria, se ’l dì non riede».

Così disse il mio duca, e io con lui volgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto ch’io al primo grado fui,

senti’mi presso quasi un muover d’ala e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati pacifici, che son sanz’ ira mala!’.

Già eran sovra noi tanto levati li ultimi raggi che la notte segue, che le stelle apparivan da più lati.

‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, fra me stesso dicea, ché mi sentiva la possa de le gambe posta in triegue.

Noi eravam dove più non saliva la scala sù, ed eravamo affissi, pur come nave ch’a la piaggia arriva.

E io attesi un poco, s’io udissi alcuna cosa nel novo girone; poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

«Dolce mio padre, dì, quale offensione si purga qui nel giro dove semo? Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».

Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo del suo dover, quiritta si ristora; qui si ribatte il mal tardato remo.

Ma perché più aperto intendi ancora, volgi la mente a me, e prenderai alcun buon frutto di nostra dimora».

«Né creator né creatura mai», cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, o naturale o d’animo; e tu ’l sai.

Lo naturale è sempre sanza errore, ma l’altro puote errar per malo obietto o per troppo o per poco di vigore.

Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, e ne’ secondi sé stesso misura, esser non può cagion di mal diletto;

ma quando al mal si torce, o con più cura o con men che non dee corre nel bene, contra ’l fattore adovra sua fattura.

Quinci comprender puoi ch’esser convene amor sementa in voi d’ogne virtute e d’ogne operazion che merta pene.

Or, perché mai non può da la salute amor del suo subietto volger viso, da l’odio proprio son le cose tute;

e perché intender non si può diviso, e per sé stante, alcuno esser dal primo, da quello odiare ogne effetto è deciso.

Resta, se dividendo bene stimo, che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso amor nasce in tre modi in vostro limo.

È chi, per esser suo vicin soppresso, spera eccellenza, e sol per questo brama ch’el sia di sua grandezza in basso messo;

è chi podere, grazia, onore e fama teme di perder perch’ altri sormonti, onde s’attrista sì che ’l contrario ama;

ed è chi per ingiuria par ch’aonti, sì che si fa de la vendetta ghiotto, e tal convien che ’l male altrui impronti.

Questo triforme amor qua giù di sotto si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, che corre al ben con ordine corrotto.

Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti l’animo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende.

Se lento amore a lui veder vi tira o a lui acquistar, questa cornice, dopo giusto penter, ve ne martira.

Altro ben è che non fa l’uom felice; non è felicità, non è la buona essenza, d’ogne ben frutto e radice.

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».

Purgatorio • Canto XVIII

Posto avea fine al suo ragionamento l’alto dottore, e attento guardava ne la mia vista s’io parea contento;

e io, cui nova sete ancor frugava, di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.

Ma quel padre verace, che s’accorse del timido voler che non s’apriva, parlando, di parlare ardir mi porse.

Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro quanto la tua ragion parta o descriva.

Però ti prego, dolce padre caro, che mi dimostri amore, a cui reduci ogne buono operare e ’l suo contraro».

«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci de lo ’ntelletto, e fieti manifesto l’error de’ ciechi che si fanno duci.

L’animo, ch’è creato ad amar presto, ad ogne cosa è mobile che piace, tosto che dal piacere in atto è desto.

Vostra apprensiva da esser verace tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, sì che l’animo ad essa volger face;

e se, rivolto, inver’ di lei si piega, quel piegare è amor, quell’ è natura che per piacer di novo in voi si lega.

Poi, come ’l foco movesi in altura per la sua forma ch’è nata a salire là dove più in sua matera dura,

così l’animo preso entra in disire, ch’è moto spiritale, e mai non posa fin che la cosa amata il fa gioire.

Or ti puote apparer quant’ è nascosa la veritate a la gente ch’avvera ciascun amore in sé laudabil cosa;

però che forse appar la sua matera sempre esser buona, ma non ciascun segno è buono, ancor che buona sia la cera».