La Divina Commedia di Dante: Purgatorio
Part 4
«Non so chi sia, ma so che non è solo; domandal tu che più li tavvicini, e dolcemente, sì che parli, accolo».
Così due spirti, luno a laltro chini, ragionavan di me ivi a man dritta; poi fer li visi, per dirmi, supini;
e disse luno: «O anima che fitta nel corpo ancora inver lo ciel ten vai, per carità ne consola e ne ditta
onde vieni e chi se; ché tu ne fai tanto maravigliar de la tua grazia, quanto vuol cosa che non fu più mai».
E io: «Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia.
Di sovr esso rech io questa persona: dirvi chi sia, saria parlare indarno, ché l nome mio ancor molto non suona».
«Se ben lo ntendimento tuo accarno con lo ntelletto», allora mi rispuose quei che diceva pria, «tu parli dArno».
E laltro disse lui: «Perché nascose questi il vocabol di quella riviera, pur com om fa de lorribili cose?».
E lombra che di ciò domandata era, si sdebitò così: «Non so; ma degno ben è che l nome di tal valle pèra;
ché dal principio suo, ov è sì pregno lalpestro monte ond è tronco Peloro, che n pochi luoghi passa oltra quel segno,
infin là ve si rende per ristoro di quel che l ciel de la marina asciuga, ond hanno i fiumi ciò che va con loro,
vertù così per nimica si fuga da tutti come biscia, o per sventura del luogo, o per mal uso che li fruga:
ond hanno sì mutata lor natura li abitator de la misera valle, che par che Circe li avesse in pastura.
Tra brutti porci, più degni di galle che daltro cibo fatto in uman uso, dirizza prima il suo povero calle.
Botoli trova poi, venendo giuso, ringhiosi più che non chiede lor possa, e da lor disdegnosa torce il muso.
Vassi caggendo; e quant ella più ngrossa, tanto più trova di can farsi lupi la maladetta e sventurata fossa.
Discesa poi per più pelaghi cupi, trova le volpi sì piene di froda, che non temono ingegno che le occùpi.
Né lascerò di dir perch altri moda; e buon sarà costui, sancor sammenta di ciò che vero spirto mi disnoda.
Io veggio tuo nepote che diventa cacciator di quei lupi in su la riva del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
Vende la carne loro essendo viva; poscia li ancide come antica belva; molti di vita e sé di pregio priva.
Sanguinoso esce de la trista selva; lasciala tal, che di qui a mille anni ne lo stato primaio non si rinselva».
Com a lannunzio di dogliosi danni si turba il viso di colui chascolta, da qual che parte il periglio lassanni,
così vid io laltr anima, che volta stava a udir, turbarsi e farsi trista, poi chebbe la parola a sé raccolta.
Lo dir de luna e de laltra la vista mi fer voglioso di saper lor nomi, e dimanda ne fei con prieghi mista;
per che lo spirto che di pria parlòmi ricominciò: «Tu vuo chio mi deduca nel fare a te ciò che tu far non vuomi.
Ma da che Dio in te vuol che traluca tanto sua grazia, non ti sarò scarso; però sappi chio fui Guido del Duca.
Fu il sangue mio dinvidia sì rïarso, che se veduto avesse uom farsi lieto, visto mavresti di livore sparso.
Di mia semente cotal paglia mieto; o gente umana, perché poni l core là v è mestier di consorte divieto?
Questi è Rinier; questi è l pregio e lonore de la casa da Calboli, ove nullo fatto sè reda poi del suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto brullo, tra l Po e l monte e la marina e l Reno, del ben richesto al vero e al trastullo;
ché dentro a questi termini è ripieno di venenosi sterpi, sì che tardi per coltivare omai verrebber meno.
Ov è l buon Lizio e Arrigo Mainardi? Pier Traversaro e Guido di Carpigna? Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? quando in Faenza un Bernardin di Fosco, verga gentil di picciola gramigna?
Non ti maravigliar sio piango, Tosco, quando rimembro, con Guido da Prata, Ugolin dAzzo che vivette nosco,
Federigo Tignoso e sua brigata, la casa Traversara e li Anastagi (e luna gente e laltra è diretata),
le donne e cavalier, li affanni e li agi che ne nvogliava amore e cortesia là dove i cuor son fatti sì malvagi.
O Bretinoro, ché non fuggi via, poi che gita se nè la tua famiglia e molta gente per non esser ria?
Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, che di figliar tai conti più simpiglia.
Ben faranno i Pagan, da che l demonio lor sen girà; ma non però che puro già mai rimagna dessi testimonio.
O Ugolin de Fantolin, sicuro è l nome tuo, da che più non saspetta chi far lo possa, tralignando, scuro.
Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta troppo di pianger più che di parlare, sì mha nostra ragion la mente stretta».
Noi sapavam che quell anime care ci sentivano andar; però, tacendo, facëan noi del cammin confidare.
Poi fummo fatti soli procedendo, folgore parve quando laere fende, voce che giunse di contra dicendo:
Anciderammi qualunque mapprende; e fuggì come tuon che si dilegua, se sùbito la nuvola scoscende.
Come da lei ludir nostro ebbe triegua, ed ecco laltra con sì gran fracasso, che somigliò tonar che tosto segua:
«Io sono Aglauro che divenni sasso»; e allor, per ristrignermi al poeta, in destro feci, e non innanzi, il passo.
Già era laura dogne parte queta; ed el mi disse: «Quel fu l duro camo che dovria luom tener dentro a sua meta.
Ma voi prendete lesca, sì che lamo de lantico avversaro a sé vi tira; e però poco val freno o richiamo.
Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira, mostrandovi le sue bellezze etterne, e locchio vostro pur a terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne».
Purgatorio Canto XV
Quanto tra lultimar de lora terza e l principio del dì par de la spera che sempre a guisa di fanciullo scherza,
tanto pareva già inver la sera essere al sol del suo corso rimaso; vespero là, e qui mezza notte era.
E i raggi ne ferien per mezzo l naso, perché per noi girato era sì l monte, che già dritti andavamo inver loccaso,
quand io senti a me gravar la fronte a lo splendore assai più che di prima, e stupor meran le cose non conte;
ond io levai le mani inver la cima de le mie ciglia, e fecimi l solecchio, che del soverchio visibile lima.
Come quando da lacqua o da lo specchio salta lo raggio a lopposita parte, salendo su per lo modo parecchio
a quel che scende, e tanto si diparte dal cader de la pietra in igual tratta, sì come mostra esperïenza e arte;
così mi parve da luce rifratta quivi dinanzi a me esser percosso; per che a fuggir la mia vista fu ratta.
«Che è quel, dolce padre, a che non posso schermar lo viso tanto che mi vaglia», diss io, «e pare inver noi esser mosso?».
«Non ti maravigliar sancor tabbaglia la famiglia del cielo», a me rispuose: «messo è che viene ad invitar chom saglia.
Tosto sarà cha veder queste cose non ti fia grave, ma fieti diletto quanto natura a sentir ti dispuose».
Poi giunti fummo a langel benedetto, con lieta voce disse: «Intrate quinci ad un scaleo vie men che li altri eretto».
Noi montavam, già partiti di linci, e Beati misericordes! fue cantato retro, e Godi tu che vinci!.
Lo mio maestro e io soli amendue suso andavamo; e io pensai, andando, prode acquistar ne le parole sue;
e dirizzami a lui sì dimandando: «Che volse dir lo spirto di Romagna, e divieto e consorte menzionando?».
Per chelli a me: «Di sua maggior magagna conosce il danno; e però non sammiri se ne riprende perché men si piagna.
Perché sappuntano i vostri disiri dove per compagnia parte si scema, invidia move il mantaco a sospiri.
Ma se lamor de la spera supprema torcesse in suso il disiderio vostro, non vi sarebbe al petto quella tema;
ché, per quanti si dice più lì nostro, tanto possiede più di ben ciascuno, e più di caritate arde in quel chiostro».
«Io son desser contento più digiuno», diss io, «che se mi fosse pria taciuto, e più di dubbio ne la mente aduno.
Com esser puote chun ben, distributo in più posseditor, faccia più ricchi di sé che se da pochi è posseduto?».
Ed elli a me: «Però che tu rificchi la mente pur a le cose terrene, di vera luce tenebre dispicchi.
Quello infinito e ineffabil bene che là sù è, così corre ad amore com a lucido corpo raggio vene.
Tanto si dà quanto trova dardore; sì che, quantunque carità si stende, cresce sovr essa letterno valore.
E quanta gente più là sù sintende, più vè da bene amare, e più vi sama, e come specchio luno a laltro rende.
E se la mia ragion non ti disfama, vedrai Beatrice, ed ella pienamente ti torrà questa e ciascun altra brama.
Procaccia pur che tosto sieno spente, come son già le due, le cinque piaghe, che si richiudon per esser dolente».
Com io voleva dicer Tu mappaghe, vidimi giunto in su laltro girone, sì che tacer mi fer le luci vaghe.
Ivi mi parve in una visïone estatica di sùbito esser tratto, e vedere in un tempio più persone;
e una donna, in su lentrar, con atto dolce di madre dicer: «Figliuol mio, perché hai tu così verso noi fatto?
Ecco, dolenti, lo tuo padre e io ti cercavamo». E come qui si tacque, ciò che pareva prima, dispario.
Indi mapparve unaltra con quell acque giù per le gote che l dolor distilla quando di gran dispetto in altrui nacque,
e dir: «Se tu se sire de la villa del cui nome ne dèi fu tanta lite, e onde ogne scïenza disfavilla,
vendica te di quelle braccia ardite chabbracciar nostra figlia, o Pisistràto». E l segnor mi parea, benigno e mite,
risponder lei con viso temperato: «Che farem noi a chi mal ne disira, se quei che ci ama è per noi condannato?»,
Poi vidi genti accese in foco dira con pietre un giovinetto ancider, forte gridando a sé pur: «Martira, martira!».
E lui vedea chinarsi, per la morte che laggravava già, inver la terra, ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
orando a lalto Sire, in tanta guerra, che perdonasse a suoi persecutori, con quello aspetto che pietà diserra.
Quando lanima mia tornò di fori a le cose che son fuor di lei vere, io riconobbi i miei non falsi errori.
Lo duca mio, che mi potea vedere far sì com om che dal sonno si slega, disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
ma se venuto più che mezza lega velando li occhi e con le gambe avvolte, a guisa di cui vino o sonno piega?».
«O dolce padre mio, se tu mascolte, io ti dirò», diss io, «ciò che mapparve quando le gambe mi furon sì tolte».
Ed ei: «Se tu avessi cento larve sovra la faccia, non mi sarian chiuse le tue cogitazion, quantunque parve.
Ciò che vedesti fu perché non scuse daprir lo core a lacque de la pace che da letterno fonte son diffuse.
Non dimandai Che hai? per quel che face chi guarda pur con locchio che non vede, quando disanimato il corpo giace;
ma dimandai per darti forza al piede: così frugar conviensi i pigri, lenti ad usar lor vigilia quando riede».
Noi andavam per lo vespero, attenti oltre quanto potean li occhi allungarsi contra i raggi serotini e lucenti.
Ed ecco a poco a poco un fummo farsi verso di noi come la notte oscuro; né da quello era loco da cansarsi.
Questo ne tolse li occhi e laere puro.
Purgatorio Canto XVI
Buio dinferno e di notte privata dogne pianeto, sotto pover cielo, quant esser può di nuvol tenebrata,
non fece al viso mio sì grosso velo come quel fummo chivi ci coperse, né a sentir di così aspro pelo,
che locchio stare aperto non sofferse; onde la scorta mia saputa e fida mi saccostò e lomero mofferse.
Sì come cieco va dietro a sua guida per non smarrirsi e per non dar di cozzo in cosa che l molesti, o forse ancida,
mandava io per laere amaro e sozzo, ascoltando il mio duca che diceva pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
Io sentia voci, e ciascuna pareva pregar per pace e per misericordia lAgnel di Dio che le peccata leva.
Pur Agnus Dei eran le loro essordia; una parola in tutte era e un modo, sì che parea tra esse ogne concordia.
«Quei sono spirti, maestro, chi odo?», diss io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, e diracundia van solvendo il nodo».
«Or tu chi se che l nostro fummo fendi, e di noi parli pur come se tue partissi ancor lo tempo per calendi?».
Così per una voce detto fue; onde l maestro mio disse: «Rispondi, e domanda se quinci si va sùe».
E io: «O creatura che ti mondi per tornar bella a colui che ti fece, maraviglia udirai, se mi secondi».
«Io ti seguiterò quanto mi lece», rispuose; «e se veder fummo non lascia, ludir ci terrà giunti in quella vece».
Allora incominciai: «Con quella fascia che la morte dissolve men vo suso, e venni qui per linfernale ambascia.
E se Dio mha in sua grazia rinchiuso, tanto che vuol chi veggia la sua corte per modo tutto fuor del moderno uso,
non mi celar chi fosti anzi la morte, ma dilmi, e dimmi si vo bene al varco; e tue parole fier le nostre scorte».
«Lombardo fui, e fu chiamato Marco; del mondo seppi, e quel valore amai al quale ha or ciascun disteso larco.
Per montar sù dirittamente vai». Così rispuose, e soggiunse: «I ti prego che per me prieghi quando sù sarai».
E io a lui: «Per fede mi ti lego di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego.
Prima era scempio, e ora è fatto doppio ne la sentenza tua, che mi fa certo qui, e altrove, quello ov io laccoppio.
Lo mondo è ben così tutto diserto dogne virtute, come tu mi sone, e di malizia gravido e coverto;
ma priego che maddite la cagione, sì chi la veggia e chi la mostri altrui; ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
Voi che vivete ogne cagion recate pur suso al cielo, pur come se tutto movesse seco di necessitate.
Se così fosse, in voi fora distrutto libero arbitrio, e non fora giustizia per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia; non dico tutti, ma, posto chi l dica, lume vè dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica ne le prime battaglie col ciel dura, poi vince tutto, se ben si notrica.
A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete; e quella cria la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura.
Però, se l mondo presente disvia, in voi è la cagione, in voi si cheggia; e io te ne sarò or vera spia.
Esce di mano a lui che la vagheggia prima che sia, a guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia,
lanima semplicetta che sa nulla, salvo che, mossa da lieto fattore, volontier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore; quivi singanna, e dietro ad esso corre, se guida o fren non torce suo amore.
Onde convenne legge per fren porre; convenne rege aver, che discernesse de la vera cittade almen la torre.
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Nullo, però che l pastor che procede, rugumar può, ma non ha lunghie fesse;
per che la gente, che sua guida vede pur a quel ben fedire ond ella è ghiotta, di quel si pasce, e più oltre non chiede.
Ben puoi veder che la mala condotta è la cagion che l mondo ha fatto reo, e non natura che n voi sia corrotta.
Soleva Roma, che l buon mondo feo, due soli aver, che luna e laltra strada facean vedere, e del mondo e di Deo.
Lun laltro ha spento; ed è giunta la spada col pasturale, e lun con laltro insieme per viva forza mal convien che vada;
però che, giunti, lun laltro non teme: se non mi credi, pon mente a la spiga, chogn erba si conosce per lo seme.
In sul paese chAdice e Po riga, solea valore e cortesia trovarsi, prima che Federigo avesse briga;
or può sicuramente indi passarsi per qualunque lasciasse, per vergogna di ragionar coi buoni o dappressarsi.
Ben vèn tre vecchi ancora in cui rampogna lantica età la nova, e par lor tardo che Dio a miglior vita li ripogna:
Currado da Palazzo e l buon Gherardo e Guido da Castel, che mei si noma, francescamente, il semplice Lombardo.
Dì oggimai che la Chiesa di Roma, per confondere in sé due reggimenti, cade nel fango, e sé brutta e la soma».
«O Marco mio», diss io, «bene argomenti; e or discerno perché dal retaggio li figli di Levì furono essenti.
Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio di chè rimaso de la gente spenta, in rimprovèro del secol selvaggio?».
«O tuo parlar minganna, o el mi tenta», rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, par che del buon Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol conosco, sio nol togliessi da sua figlia Gaia. Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
Vedi lalbor che per lo fummo raia già biancheggiare, e me convien partirmi (langelo è ivi) prima chio li paia».
Così tornò, e più non volle udirmi.
Purgatorio Canto XVII
Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe,
come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi;
e fia la tua imagine leggera in giugnere a veder com io rividi lo sole in pria, che già nel corcar era.
Sì, pareggiando i miei co passi fidi del mio maestro, usci fuor di tal nube ai raggi morti già ne bassi lidi.
O imaginativa che ne rube talvolta sì di fuor, chom non saccorge perché dintorno suonin mille tube,
chi move te, se l senso non ti porge? Moveti lume che nel ciel sinforma, per sé o per voler che giù lo scorge.
De lempiezza di lei che mutò forma ne luccel cha cantar più si diletta, ne limagine mia apparve lorma;
e qui fu la mia mente sì ristretta dentro da sé, che di fuor non venìa cosa che fosse allor da lei ricetta.
Poi piovve dentro a lalta fantasia un crucifisso, dispettoso e fero ne la sua vista, e cotal si moria;
intorno ad esso era il grande Assüero, Estèr sua sposa e l giusto Mardoceo, che fu al dire e al far così intero.
E come questa imagine rompeo sé per sé stessa, a guisa duna bulla cui manca lacqua sotto qual si feo,
surse in mia visïone una fanciulla piangendo forte, e dicea: «O regina, perché per ira hai voluto esser nulla?
Ancisa thai per non perder Lavina; or mhai perduta! Io son essa che lutto, madre, a la tua pria cha laltrui ruina».
Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto;
così limaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi percosse, maggior assai che quel chè in nostro uso.
I mi volgea per veder ov io fosse, quando una voce disse «Qui si monta», che da ogne altro intento mi rimosse;
e fece la mia voglia tanto pronta di riguardar chi era che parlava, che mai non posa, se non si raffronta.
Ma come al sol che nostra vista grava e per soverchio sua figura vela, così la mia virtù quivi mancava.
«Questo è divino spirito, che ne la via da ir sù ne drizza sanza prego, e col suo lume sé medesmo cela.
Sì fa con noi, come luom si fa sego; ché quale aspetta prego e luopo vede, malignamente già si mette al nego.
Or accordiamo a tanto invito il piede; procacciam di salir pria che sabbui, ché poi non si poria, se l dì non riede».
Così disse il mio duca, e io con lui volgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto chio al primo grado fui,
sentimi presso quasi un muover dala e ventarmi nel viso e dir: Beati pacifici, che son sanz ira mala!.
Già eran sovra noi tanto levati li ultimi raggi che la notte segue, che le stelle apparivan da più lati.
O virtù mia, perché sì ti dilegue?, fra me stesso dicea, ché mi sentiva la possa de le gambe posta in triegue.
Noi eravam dove più non saliva la scala sù, ed eravamo affissi, pur come nave cha la piaggia arriva.
E io attesi un poco, sio udissi alcuna cosa nel novo girone; poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
«Dolce mio padre, dì, quale offensione si purga qui nel giro dove semo? Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
Ed elli a me: «Lamor del bene, scemo del suo dover, quiritta si ristora; qui si ribatte il mal tardato remo.
Ma perché più aperto intendi ancora, volgi la mente a me, e prenderai alcun buon frutto di nostra dimora».
«Né creator né creatura mai», cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, o naturale o danimo; e tu l sai.
Lo naturale è sempre sanza errore, ma laltro puote errar per malo obietto o per troppo o per poco di vigore.
Mentre chelli è nel primo ben diretto, e ne secondi sé stesso misura, esser non può cagion di mal diletto;
ma quando al mal si torce, o con più cura o con men che non dee corre nel bene, contra l fattore adovra sua fattura.
Quinci comprender puoi chesser convene amor sementa in voi dogne virtute e dogne operazion che merta pene.
Or, perché mai non può da la salute amor del suo subietto volger viso, da lodio proprio son le cose tute;
e perché intender non si può diviso, e per sé stante, alcuno esser dal primo, da quello odiare ogne effetto è deciso.
Resta, se dividendo bene stimo, che l mal che sama è del prossimo; ed esso amor nasce in tre modi in vostro limo.
È chi, per esser suo vicin soppresso, spera eccellenza, e sol per questo brama chel sia di sua grandezza in basso messo;
è chi podere, grazia, onore e fama teme di perder perch altri sormonti, onde sattrista sì che l contrario ama;
ed è chi per ingiuria par chaonti, sì che si fa de la vendetta ghiotto, e tal convien che l male altrui impronti.
Questo triforme amor qua giù di sotto si piange: or vo che tu de laltro intende, che corre al ben con ordine corrotto.
Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti lanimo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende.
Se lento amore a lui veder vi tira o a lui acquistar, questa cornice, dopo giusto penter, ve ne martira.
Altro ben è che non fa luom felice; non è felicità, non è la buona essenza, dogne ben frutto e radice.
Lamor chad esso troppo sabbandona, di sovr a noi si piange per tre cerchi; ma come tripartito si ragiona,
tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
Purgatorio Canto XVIII
Posto avea fine al suo ragionamento lalto dottore, e attento guardava ne la mia vista sio parea contento;
e io, cui nova sete ancor frugava, di fuor tacea, e dentro dicea: Forse lo troppo dimandar chio fo li grava.
Ma quel padre verace, che saccorse del timido voler che non sapriva, parlando, di parlare ardir mi porse.
Ond io: «Maestro, il mio veder savviva sì nel tuo lume, chio discerno chiaro quanto la tua ragion parta o descriva.
Però ti prego, dolce padre caro, che mi dimostri amore, a cui reduci ogne buono operare e l suo contraro».
«Drizza», disse, «ver me lagute luci de lo ntelletto, e fieti manifesto lerror de ciechi che si fanno duci.
Lanimo, chè creato ad amar presto, ad ogne cosa è mobile che piace, tosto che dal piacere in atto è desto.
Vostra apprensiva da esser verace tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, sì che lanimo ad essa volger face;
e se, rivolto, inver di lei si piega, quel piegare è amor, quell è natura che per piacer di novo in voi si lega.
Poi, come l foco movesi in altura per la sua forma chè nata a salire là dove più in sua matera dura,
così lanimo preso entra in disire, chè moto spiritale, e mai non posa fin che la cosa amata il fa gioire.
Or ti puote apparer quant è nascosa la veritate a la gente chavvera ciascun amore in sé laudabil cosa;
però che forse appar la sua matera sempre esser buona, ma non ciascun segno è buono, ancor che buona sia la cera».