La Divina Commedia di Dante: Purgatorio
Part 3
Per li tre gradi sù di buona voglia mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi umilemente che l serrame scioglia».
Divoto mi gittai a santi piedi; misericordia chiesi e chel maprisse, ma tre volte nel petto pria mi diedi.
Sette P ne la fronte mi descrisse col punton de la spada, e «Fa che lavi, quando se dentro, queste piaghe» disse.
Cenere, o terra che secca si cavi, dun color fora col suo vestimento; e di sotto da quel trasse due chiavi.
Luna era doro e laltra era dargento; pria con la bianca e poscia con la gialla fece a la porta sì, chi fu contento.
«Quandunque luna deste chiavi falla, che non si volga dritta per la toppa», diss elli a noi, «non sapre questa calla.
Più cara è luna; ma laltra vuol troppa darte e dingegno avanti che diserri, perch ella è quella che l nodo digroppa.
Da Pier le tegno; e dissemi chi erri anzi ad aprir cha tenerla serrata, pur che la gente a piedi mi satterri».
Poi pinse luscio a la porta sacrata, dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti che di fuor torna chi n dietro si guata».
E quando fuor ne cardini distorti li spigoli di quella regge sacra, che di metallo son sonanti e forti,
non rugghiò sì né si mostrò sì acra Tarpëa, come tolto le fu il buono Metello, per che poi rimase macra.
Io mi rivolsi attento al primo tuono, e Te Deum laudamus mi parea udire in voce mista al dolce suono.
Tale imagine a punto mi rendea ciò chio udiva, qual prender si suole quando a cantar con organi si stea;
chor sì or no sintendon le parole.
Purgatorio Canto X
Poi fummo dentro al soglio de la porta che l mal amor de lanime disusa, perché fa parer dritta la via torta,
sonando la senti esser richiusa; e sio avesse li occhi vòlti ad essa, qual fora stata al fallo degna scusa?
Noi salavam per una pietra fessa, che si moveva e duna e daltra parte, sì come londa che fugge e sappressa.
«Qui si conviene usare un poco darte», cominciò l duca mio, «in accostarsi or quinci, or quindi al lato che si parte».
E questo fece i nostri passi scarsi, tanto che pria lo scemo de la luna rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
che noi fossimo fuor di quella cruna; ma quando fummo liberi e aperti sù dove il monte in dietro si rauna,
ïo stancato e amendue incerti di nostra via, restammo in su un piano solingo più che strade per diserti.
Da la sua sponda, ove confina il vano, al piè de lalta ripa che pur sale, misurrebbe in tre volte un corpo umano;
e quanto locchio mio potea trar dale, or dal sinistro e or dal destro fianco, questa cornice mi parea cotale.
Là sù non eran mossi i piè nostri anco, quand io conobbi quella ripa intorno che dritto di salita aveva manco,
esser di marmo candido e addorno dintagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno.
Langel che venne in terra col decreto de la molt anni lagrimata pace, chaperse il ciel del suo lungo divieto,
dinanzi a noi pareva sì verace quivi intagliato in un atto soave, che non sembiava imagine che tace.
Giurato si saria chel dicesse Ave!; perché iv era imaginata quella chad aprir lalto amor volse la chiave;
e avea in atto impressa esta favella Ecce ancilla Deï, propriamente come figura in cera si suggella.
«Non tener pur ad un loco la mente», disse l dolce maestro, che mavea da quella parte onde l cuore ha la gente.
Per chi mi mossi col viso, e vedea di retro da Maria, da quella costa onde mera colui che mi movea,
unaltra storia ne la roccia imposta; per chio varcai Virgilio, e femi presso, acciò che fosse a li occhi miei disposta.
Era intagliato lì nel marmo stesso lo carro e buoi, traendo larca santa, per che si teme officio non commesso.
Dinanzi parea gente; e tutta quanta, partita in sette cori, a due mie sensi faceva dir lun No, laltro Sì, canta.
Similemente al fummo de li ncensi che vera imaginato, li occhi e l naso e al sì e al no discordi fensi.
Lì precedeva al benedetto vaso, trescando alzato, lumile salmista, e più e men che re era in quel caso.
Di contra, effigïata ad una vista dun gran palazzo, Micòl ammirava sì come donna dispettosa e trista.
I mossi i piè del loco dov io stava, per avvisar da presso unaltra istoria, che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
Quiv era storïata lalta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
i dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore.
Intorno a lui parea calcato e pieno di cavalieri, e laguglie ne loro sovr essi in vista al vento si movieno.
La miserella intra tutti costoro pareva dir: «Segnor, fammi vendetta di mio figliuol chè morto, ond io maccoro»;
ed elli a lei rispondere: «Or aspetta tanto chi torni»; e quella: «Segnor mio», come persona in cui dolor saffretta,
«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov io, la ti farà»; ed ella: «Laltrui bene a te che fia, se l tuo metti in oblio?»;
ond elli: «Or ti conforta; chei convene chi solva il mio dovere anzi chi mova: giustizia vuole e pietà mi ritene».
Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare, novello a noi perché qui non si trova.
Mentr io mi dilettava di guardare limagini di tante umilitadi, e per lo fabbro loro a veder care,
«Ecco di qua, ma fanno i passi radi», mormorava il poeta, «molte genti: questi ne nvïeranno a li alti gradi».
Li occhi miei, cha mirare eran contenti per veder novitadi ond e son vaghi, volgendosi ver lui non furon lenti.
Non vo però, lettor, che tu ti smaghi di buon proponimento per udire come Dio vuol che l debito si paghi.
Non attender la forma del martìre: pensa la succession; pensa chal peggio oltre la gran sentenza non può ire.
Io cominciai: «Maestro, quel chio veggio muovere a noi, non mi sembian persone, e non so che, sì nel veder vaneggio».
Ed elli a me: «La grave condizione di lor tormento a terra li rannicchia, sì che miei occhi pria nebber tencione.
Ma guarda fiso là, e disviticchia col viso quel che vien sotto a quei sassi: già scorger puoi come ciascun si picchia».
O superbi cristian, miseri lassi, che, de la vista de la mente infermi, fidanza avete ne retrosi passi,
non vaccorgete voi che noi siam vermi nati a formar langelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi?
Di che lanimo vostro in alto galla, poi siete quasi antomata in difetto, sì come vermo in cui formazion falla?
Come per sostentar solaio o tetto, per mensola talvolta una figura si vede giugner le ginocchia al petto,
la qual fa del non ver vera rancura nascere n chi la vede; così fatti vid io color, quando puosi ben cura.
Vero è che più e meno eran contratti secondo chavien più e meno a dosso; e qual più pazïenza avea ne li atti,
piangendo parea dicer: Più non posso.
Purgatorio Canto XI
«O Padre nostro, che ne cieli stai, non circunscritto, ma per più amore chai primi effetti di là sù tu hai,
laudato sia l tuo nome e l tuo valore da ogne creatura, com è degno di render grazie al tuo dolce vapore.
Vegna ver noi la pace del tuo regno, ché noi ad essa non potem da noi, sella non vien, con tutto nostro ingegno.
Come del suo voler li angeli tuoi fan sacrificio a te, cantando osanna, così facciano li uomini de suoi.
Dà oggi a noi la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi più di gir saffanna.
E come noi lo mal chavem sofferto perdoniamo a ciascuno, e tu perdona benigno, e non guardar lo nostro merto.
Nostra virtù che di legger sadona, non spermentar con lantico avversaro, ma libera da lui che sì la sprona.
Quest ultima preghiera, segnor caro, già non si fa per noi, ché non bisogna, ma per color che dietro a noi restaro».
Così a sé e noi buona ramogna quell ombre orando, andavan sotto l pondo, simile a quel che talvolta si sogna,
disparmente angosciate tutte a tondo e lasse su per la prima cornice, purgando la caligine del mondo.
Se di là sempre ben per noi si dice, di qua che dire e far per lor si puote da quei channo al voler buona radice?
Ben si de loro atar lavar le note che portar quinci, sì che, mondi e lievi, possano uscire a le stellate ruote.
«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi tosto, sì che possiate muover lala, che secondo il disio vostro vi lievi,
mostrate da qual mano inver la scala si va più corto; e se cè più dun varco, quel ne nsegnate che men erto cala;
ché questi che vien meco, per lo ncarco de la carne dAdamo onde si veste, al montar sù, contra sua voglia, è parco».
Le lor parole, che rendero a queste che dette avea colui cu io seguiva, non fur da cui venisser manifeste;
ma fu detto: «A man destra per la riva con noi venite, e troverete il passo possibile a salir persona viva.
E sio non fossi impedito dal sasso che la cervice mia superba doma, onde portar convienmi il viso basso,
cotesti, chancor vive e non si noma, guardere io, per veder si l conosco, e per farlo pietoso a questa soma.
Io fui latino e nato dun gran Tosco: Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se l nome suo già mai fu vosco.
Lantico sangue e lopere leggiadre di miei maggior mi fer sì arrogante, che, non pensando a la comune madre,
ogn uomo ebbi in despetto tanto avante, chio ne mori, come i Sanesi sanno, e sallo in Campagnatico ogne fante.
Io sono Omberto; e non pur a me danno superbia fa, ché tutti miei consorti ha ella tratti seco nel malanno.
E qui convien chio questo peso porti per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti».
Ascoltando chinai in giù la faccia; e un di lor, non questi che parlava, si torse sotto il peso che li mpaccia,
e videmi e conobbemi e chiamava, tenendo li occhi con fatica fisi a me che tutto chin con loro andava.
«Oh!», diss io lui, «non se tu Oderisi, lonor dAgobbio e lonor di quell arte challuminar chiamata è in Parisi?».
«Frate», diss elli, «più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese; lonore è tutto or suo, e mio in parte.
Ben non sare io stato sì cortese mentre chio vissi, per lo gran disio de leccellenza ove mio core intese.
Di tal superbia qui si paga il fio; e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
Oh vana gloria de lumane posse! com poco verde in su la cima dura, se non è giunta da letati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura.
Così ha tolto luno a laltro Guido la gloria de la lingua; e forse è nato chi luno e laltro caccerà del nido.
Non è il mondan romore altro chun fiato di vento, chor vien quinci e or vien quindi, e muta nome perché muta lato.
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi da te la carne, che se fossi morto anzi che tu lasciassi il pappo e l dindi,
pria che passin mill anni? chè più corto spazio a letterno, chun muover di ciglia al cerchio che più tardi in cielo è torto.
Colui che del cammin sì poco piglia dinanzi a me, Toscana sonò tutta; e ora a pena in Siena sen pispiglia,
ond era sire quando fu distrutta la rabbia fiorentina, che superba fu a quel tempo sì com ora è putta.
La vostra nominanza è color derba, che viene e va, e quei la discolora per cui ella esce de la terra acerba».
E io a lui: «Tuo vero dir mincora bona umiltà, e gran tumor mappiani; ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; ed è qui perché fu presuntüoso a recar Siena tutta a le sue mani.
Ito è così e va, sanza riposo, poi che morì; cotal moneta rende a sodisfar chi è di là troppo oso».
E io: «Se quello spirito chattende, pria che si penta, lorlo de la vita, qua giù dimora e qua sù non ascende,
se buona orazïon lui non aita, prima che passi tempo quanto visse, come fu la venuta lui largita?».
«Quando vivea più glorïoso», disse, «liberamente nel Campo di Siena, ogne vergogna diposta, saffisse;
e lì, per trar lamico suo di pena, che sostenea ne la prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogne vena.
Più non dirò, e scuro so che parlo; ma poco tempo andrà, che tuoi vicini faranno sì che tu potrai chiosarlo.
Quest opera li tolse quei confini».
Purgatorio Canto XII
Di pari, come buoi che vanno a giogo, mandava io con quell anima carca, fin che l sofferse il dolce pedagogo.
Ma quando disse: «Lascia lui e varca; ché qui è buono con lali e coi remi, quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
dritto sì come andar vuolsi rifemi con la persona, avvegna che i pensieri mi rimanessero e chinati e scemi.
Io mera mosso, e seguia volontieri del mio maestro i passi, e amendue già mostravam com eravam leggeri;
ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: buon ti sarà, per tranquillar la via, veder lo letto de le piante tue».
Come, perché di lor memoria sia, sovra i sepolti le tombe terragne portan segnato quel chelli eran pria,
onde lì molte volte si ripiagne per la puntura de la rimembranza, che solo a pïi dà de le calcagne;
sì vid io lì, ma di miglior sembianza secondo lartificio, figurato quanto per via di fuor del monte avanza.
Vedea colui che fu nobil creato più chaltra creatura, giù dal cielo folgoreggiando scender, da lun lato.
Vedëa Brïareo fitto dal telo celestïal giacer, da laltra parte, grave a la terra per lo mortal gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, armati ancora, intorno al padre loro, mirar le membra di Giganti sparte.
Vedea Nembròt a piè del gran lavoro quasi smarrito, e riguardar le genti che n Sennaàr con lui superbi fuoro.
O Nïobè, con che occhi dolenti vedea io te segnata in su la strada, tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
O Saùl, come in su la propria spada quivi parevi morto in Gelboè, che poi non sentì pioggia né rugiada!
O folle Aragne, sì vedea io te già mezza ragna, trista in su li stracci de lopera che mal per te si fé.
O Roboàm, già non par che minacci quivi l tuo segno; ma pien di spavento nel porta un carro, sanza chaltri il cacci.
Mostrava ancor lo duro pavimento come Almeon a sua madre fé caro parer lo sventurato addornamento.
Mostrava come i figli si gittaro sovra Sennacherìb dentro dal tempio, e come, morto lui, quivi il lasciaro.
Mostrava la ruina e l crudo scempio che fé Tamiri, quando disse a Ciro: «Sangue sitisti, e io di sangue tempio».
Mostrava come in rotta si fuggiro li Assiri, poi che fu morto Oloferne, e anche le reliquie del martiro.
Vedeva Troia in cenere e in caverne; o Ilïón, come te basso e vile mostrava il segno che lì si discerne!
Qual di pennel fu maestro o di stile che ritraesse lombre e tratti chivi mirar farieno uno ingegno sottile?
Morti li morti e i vivi parean vivi: non vide mei di me chi vide il vero, quant io calcai, fin che chinato givi.
Or superbite, e via col viso altero, figliuoli dEva, e non chinate il volto sì che veggiate il vostro mal sentero!
Più era già per noi del monte vòlto e del cammin del sole assai più speso che non stimava lanimo non sciolto,
quando colui che sempre innanzi atteso andava, cominciò: «Drizza la testa; non è più tempo di gir sì sospeso.
Vedi colà un angel che sappresta per venir verso noi; vedi che torna dal servigio del dì lancella sesta.
Di reverenza il viso e li atti addorna, sì che i diletti lo nvïarci in suso; pensa che questo dì mai non raggiorna!».
Io era ben del suo ammonir uso pur di non perder tempo, sì che n quella materia non potea parlarmi chiuso.
A noi venìa la creatura bella, biancovestito e ne la faccia quale par tremolando mattutina stella.
Le braccia aperse, e indi aperse lale; disse: «Venite: qui son presso i gradi, e agevolemente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi: o gente umana, per volar sù nata, perché a poco vento così cadi?».
Menocci ove la roccia era tagliata; quivi mi batté lali per la fronte; poi mi promise sicura landata.
Come a man destra, per salire al monte dove siede la chiesa che soggioga la ben guidata sopra Rubaconte,
si rompe del montar lardita foga per le scalee che si fero ad etade chera sicuro il quaderno e la doga;
così sallenta la ripa che cade quivi ben ratta da laltro girone; ma quinci e quindi lalta pietra rade.
Noi volgendo ivi le nostre persone, Beati pauperes spiritu! voci cantaron sì, che nol diria sermone.
Ahi quanto son diverse quelle foci da linfernali! ché quivi per canti sentra, e là giù per lamenti feroci.
Già montavam su per li scaglion santi, ed esser mi parea troppo più lieve che per lo pian non mi parea davanti.
Ond io: «Maestro, dì, qual cosa greve levata sè da me, che nulla quasi per me fatica, andando, si riceve?».
Rispuose: «Quando i P che son rimasi ancor nel volto tuo presso che stinti, saranno, com è lun, del tutto rasi,
fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, che non pur non fatica sentiranno, ma fia diletto loro esser sù pinti».
Allor fec io come color che vanno con cosa in capo non da lor saputa, se non che cenni altrui sospecciar fanno;
per che la mano ad accertar saiuta, e cerca e truova e quello officio adempie che non si può fornir per la veduta;
e con le dita de la destra scempie trovai pur sei le lettere che ncise quel da le chiavi a me sovra le tempie:
a che guardando, il mio duca sorrise.
Purgatorio Canto XIII
Noi eravamo al sommo de la scala, dove secondamente si risega lo monte che salendo altrui dismala.
Ivi così una cornice lega dintorno il poggio, come la primaia; se non che larco suo più tosto piega.
Ombra non lì è né segno che si paia: parsi la ripa e parsi la via schietta col livido color de la petraia.
«Se qui per dimandar gente saspetta», ragionava il poeta, «io temo forse che troppo avrà dindugio nostra eletta».
Poi fisamente al sole li occhi porse; fece del destro lato a muover centro, e la sinistra parte di sé torse.
«O dolce lume a cui fidanza i entro per lo novo cammin, tu ne conduci», dicea, «come condur si vuol quinc entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci; saltra ragione in contrario non ponta, esser dien sempre li tuoi raggi duci».
Quanto di qua per un migliaio si conta, tanto di là eravam noi già iti, con poco tempo, per la voglia pronta;
e verso noi volar furon sentiti, non però visti, spiriti parlando a la mensa damor cortesi inviti.
La prima voce che passò volando Vinum non habent altamente disse, e dietro a noi landò reïterando.
E prima che del tutto non si udisse per allungarsi, unaltra I sono Oreste passò gridando, e anco non saffisse.
«Oh!», diss io, «padre, che voci son queste?». E com io domandai, ecco la terza dicendo: Amate da cui male aveste.
E l buon maestro: «Questo cinghio sferza la colpa de la invidia, e però sono tratte damor le corde de la ferza.
Lo fren vuol esser del contrario suono; credo che ludirai, per mio avviso, prima che giunghi al passo del perdono.
Ma ficca li occhi per laere ben fiso, e vedrai gente innanzi a noi sedersi, e ciascun è lungo la grotta assiso».
Allora più che prima li occhi apersi; guardami innanzi, e vidi ombre con manti al color de la pietra non diversi.
E poi che fummo un poco più avanti, udia gridar: Maria, òra per noi: gridar Michele e Pietro e Tutti santi.
Non credo che per terra vada ancoi omo sì duro, che non fosse punto per compassion di quel chi vidi poi;
ché, quando fui sì presso di lor giunto, che li atti loro a me venivan certi, per li occhi fui di grave dolor munto.
Di vil ciliccio mi parean coperti, e lun sofferia laltro con la spalla, e tutti da la ripa eran sofferti.
Così li ciechi a cui la roba falla, stanno a perdoni a chieder lor bisogna, e luno il capo sopra laltro avvalla,
perché n altrui pietà tosto si pogna, non pur per lo sonar de le parole, ma per la vista che non meno agogna.
E come a li orbi non approda il sole, così a lombre quivi, ond io parlo ora, luce del ciel di sé largir non vole;
ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra e cusce sì, come a sparvier selvaggio si fa però che queto non dimora.
A me pareva, andando, fare oltraggio, veggendo altrui, non essendo veduto: per chio mi volsi al mio consiglio saggio.
Ben sapev ei che volea dir lo muto; e però non attese mia dimanda, ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
Virgilio mi venìa da quella banda de la cornice onde cader si puote, perché da nulla sponda singhirlanda;
da laltra parte meran le divote ombre, che per lorribile costura premevan sì, che bagnavan le gote.
Volsimi a loro e: «O gente sicura», incominciai, «di veder lalto lume che l disio vostro solo ha in sua cura,
se tosto grazia resolva le schiume di vostra coscïenza sì che chiaro per essa scenda de la mente il fiume,
ditemi, ché mi fia grazioso e caro, sanima è qui tra voi che sia latina; e forse lei sarà buon si lapparo».
«O frate mio, ciascuna è cittadina duna vera città; ma tu vuo dire che vivesse in Italia peregrina».
Questo mi parve per risposta udire più innanzi alquanto che là dov io stava, ond io mi feci ancor più là sentire.
Tra laltre vidi unombra chaspettava in vista; e se volesse alcun dir Come?, lo mento a guisa dorbo in sù levava.
«Spirto», diss io, «che per salir ti dome, se tu se quelli che mi rispondesti, fammiti conto o per luogo o per nome».
«Io fui sanese», rispuose, «e con questi altri rimendo qui la vita ria, lagrimando a colui che sé ne presti.
Savia non fui, avvegna che Sapìa fossi chiamata, e fui de li altrui danni più lieta assai che di ventura mia.
E perché tu non creda chio tinganni, odi si fui, com io ti dico, folle, già discendendo larco di miei anni.
Eran li cittadin miei presso a Colle in campo giunti co loro avversari, e io pregava Iddio di quel che volle.
Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari passi di fuga; e veggendo la caccia, letizia presi a tutte altre dispari,
tanto chio volsi in sù lardita faccia, gridando a Dio: Omai più non ti temo!, come fé l merlo per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo stremo de la mia vita; e ancor non sarebbe lo mio dover per penitenza scemo,
se ciò non fosse, cha memoria mebbe Pier Pettinaio in sue sante orazioni, a cui di me per caritate increbbe.
Ma tu chi se, che nostre condizioni vai dimandando, e porti li occhi sciolti, sì com io credo, e spirando ragioni?».
«Li occhi», diss io, «mi fieno ancor qui tolti, ma picciol tempo, ché poca è loffesa fatta per esser con invidia vòlti.
Troppa è più la paura ond è sospesa lanima mia del tormento di sotto, che già lo ncarco di là giù mi pesa».
Ed ella a me: «Chi tha dunque condotto qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». E io: «Costui chè meco e non fa motto.
E vivo sono; e però mi richiedi, spirito eletto, se tu vuo chi mova di là per te ancor li mortai piedi».
«Oh, questa è a udir sì cosa nuova», rispuose, «che gran segno è che Dio tami; però col priego tuo talor mi giova.
E cheggioti, per quel che tu più brami, se mai calchi la terra di Toscana, che a miei propinqui tu ben mi rinfami.
Tu li vedrai tra quella gente vana che spera in Talamone, e perderagli più di speranza cha trovar la Diana;
ma più vi perderanno li ammiragli».
Purgatorio Canto XIV
«Chi è costui che l nostro monte cerchia prima che morte li abbia dato il volo, e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».