La Divina Commedia di Dante: Purgatorio
Part 2
E io: «Perché ne vostri visi guati, non riconosco alcun; ma sa voi piace cosa chio possa, spiriti ben nati,
voi dite, e io farò per quella pace che, dietro a piedi di sì fatta guida, di mondo in mondo cercar mi si face».
E uno incominciò: «Ciascun si fida del beneficio tuo sanza giurarlo, pur che l voler nonpossa non ricida.
Ond io, che solo innanzi a li altri parlo, ti priego, se mai vedi quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo,
che tu mi sie di tuoi prieghi cortese in Fano, sì che ben per me sadori pur chi possa purgar le gravi offese.
Quindi fu io; ma li profondi fóri ond uscì l sangue in sul quale io sedea, fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
là dov io più sicuro esser credea: quel da Esti il fé far, che mavea in ira assai più là che dritto non volea.
Ma sio fosse fuggito inver la Mira, quando fu sovragiunto ad Orïaco, ancor sarei di là dove si spira.
Corsi al palude, e le cannucce e l braco mimpigliar sì chi caddi; e lì vid io de le mie vene farsi in terra laco».
Poi disse un altro: «Deh, se quel disio si compia che ti tragge a lalto monte, con buona pïetate aiuta il mio!
Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; Giovanna o altri non ha di me cura; per chio vo tra costor con bassa fronte».
E io a lui: «Qual forza o qual ventura ti travïò sì fuor di Campaldino, che non si seppe mai tua sepultura?».
«Oh!», rispuos elli, «a piè del Casentino traversa unacqua cha nome lArchiano, che sovra lErmo nasce in Apennino.
Là ve l vocabol suo diventa vano, arriva io forato ne la gola, fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola; nel nome di Maria fini, e quivi caddi, e rimase la mia carne sola.
Io dirò vero, e tu l ridì tra vivi: langel di Dio mi prese, e quel dinferno gridava: O tu del ciel, perché mi privi?
Tu te ne porti di costui letterno per una lagrimetta che l mi toglie; ma io farò de laltro altro governo!.
Ben sai come ne laere si raccoglie quell umido vapor che in acqua riede, tosto che sale dove l freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur mal chiede con lo ntelletto, e mosse il fummo e l vento per la virtù che sua natura diede.
Indi la valle, come l dì fu spento, da Pratomagno al gran giogo coperse di nebbia; e l ciel di sopra fece intento,
sì che l pregno aere in acqua si converse; la pioggia cadde, e a fossati venne di lei ciò che la terra non sofferse;
e come ai rivi grandi si convenne, ver lo fiume real tanto veloce si ruinò, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce trovò lArchian rubesto; e quel sospinse ne lArno, e sciolse al mio petto la croce
chi fe di me quando l dolor mi vinse; voltòmmi per le ripe e per lo fondo, poi di sua preda mi coperse e cinse».
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo e riposato de la lunga via», seguitò l terzo spirito al secondo,
«ricorditi di me, che son la Pia; Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che nnanellata pria
disposando mavea con la sua gemma».
Purgatorio Canto VI
Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara;
con laltro se ne va tutta la gente; qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, e qual dallato li si reca a mente;
el non sarresta, e questo e quello intende; a cui porge la man, più non fa pressa; e così da la calca si difende.
Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e là, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa.
Quiv era lAretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, e laltro channegò correndo in caccia.
Quivi pregava con le mani sporte Federigo Novello, e quel da Pisa che fé parer lo buon Marzucco forte.
Vidi conte Orso e lanima divisa dal corpo suo per astio e per inveggia, com e dicea, non per colpa commisa;
Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, mentr è di qua, la donna di Brabante, sì che però non sia di peggior greggia.
Come libero fui da tutte quante quell ombre che pregar pur chaltri prieghi, sì che savacci lor divenir sante,
io cominciai: «El par che tu mi nieghi, o luce mia, espresso in alcun testo che decreto del cielo orazion pieghi;
e questa gente prega pur di questo: sarebbe dunque loro speme vana, o non mè l detto tuo ben manifesto?».
Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; e la speranza di costor non falla, se ben si guarda con la mente sana;
ché cima di giudicio non savvalla perché foco damor compia in un punto ciò che de sodisfar chi qui sastalla;
e là dov io fermai cotesto punto, non sammendava, per pregar, difetto, perché l priego da Dio era disgiunto.
Veramente a così alto sospetto non ti fermar, se quella nol ti dice che lume fia tra l vero e lo ntelletto.
Non so se ntendi: io dico di Beatrice; tu la vedrai di sopra, in su la vetta di questo monte, ridere e felice».
E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, ché già non maffatico come dianzi, e vedi omai che l poggio lombra getta».
«Noi anderem con questo giorno innanzi», rispuose, «quanto più potremo omai; ma l fatto è daltra forma che non stanzi.
Prima che sie là sù, tornar vedrai colui che già si cuopre de la costa, sì che suoi raggi tu romper non fai.
Ma vedi là unanima che, posta sola soletta, inverso noi riguarda: quella ne nsegnerà la via più tosta».
Venimmo a lei: o anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa e nel mover de li occhi onesta e tarda!
Ella non ci dicëa alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando che ne mostrasse la miglior salita; e quella non rispuose al suo dimando,
ma di nostro paese e de la vita ci nchiese; e l dolce duca incominciava «Mantüa . . . », e lombra, tutta in sé romita,
surse ver lui del loco ove pria stava, dicendo: «O Mantoano, io son Sordello de la tua terra!»; e lun laltro abbracciava.
Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!
Quell anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa;
e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e lun laltro si rode di quei chun muro e una fossa serra.
Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, salcuna parte in te di pace gode.
Che val perché ti racconciasse il freno Iustinïano, se la sella è vòta? Sanz esso fora la vergogna meno.
Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, se bene intendi ciò che Dio ti nota,
guarda come esta fiera è fatta fella per non esser corretta da li sproni, poi che ponesti mano a la predella.
O Alberto tedesco chabbandoni costei chè fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni,
giusto giudicio da le stelle caggia sovra l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che l tuo successor temenza naggia!
Chavete tu e l tuo padre sofferto, per cupidigia di costà distretti, che l giardin de lo mperio sia diserto.
Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti!
Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura di tuoi gentili, e cura lor magagne; e vedrai Santafior com è oscura!
Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e dì e notte chiama: «Cesare mio, perché non maccompagne?».
Vieni a veder la gente quanto sama! e se nulla di noi pietà ti move, a vergognar ti vien de la tua fama.
E se licito mè, o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
O è preparazion che ne labisso del tuo consiglio fai per alcun bene in tutto de laccorger nostro scisso?
Ché le città dItalia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene.
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca, mercé del popol tuo che si argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca per non venir sanza consiglio a larco; ma il popol tuo lha in sommo de la bocca.
Molti rifiutan lo comune incarco; ma il popol tuo solicito risponde sanza chiamare, e grida: «I mi sobbarco!».
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: tu ricca, tu con pace e tu con senno! Sio dico l ver, leffetto nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che fenno lantiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, cha mezzo novembre non giugne quel che tu dottobre fili.
Quante volte, del tempo che rimembre, legge, moneta, officio e costume hai tu mutato, e rinovate membre!
E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.
Purgatorio Canto VII
Poscia che laccoglienze oneste e liete furo iterate tre e quattro volte, Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
«Anzi che a questo monte fosser volte lanime degne di salire a Dio, fur lossa mie per Ottavian sepolte.
Io son Virgilio; e per null altro rio lo ciel perdei che per non aver fé». Così rispuose allora il duca mio.
Qual è colui che cosa innanzi sé sùbita vede ond e si maraviglia, che crede e non, dicendo «Ella è . . . non è . . . »,
tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, e umilmente ritornò ver lui, e abbracciòl là ve l minor sappiglia.
«O gloria di Latin», disse, «per cui mostrò ciò che potea la lingua nostra, o pregio etterno del loco ond io fui,
qual merito o qual grazia mi ti mostra? Sio son dudir le tue parole degno, dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra».
«Per tutt i cerchi del dolente regno», rispuose lui, «son io di qua venuto; virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
Non per far, ma per non fare ho perduto a veder lalto Sol che tu disiri e che fu tardi per me conosciuto.
Luogo è là giù non tristo di martìri, ma di tenebre solo, ove i lamenti non suonan come guai, ma son sospiri.
Quivi sto io coi pargoli innocenti dai denti morsi de la morte avante che fosser da lumana colpa essenti;
quivi sto io con quei che le tre sante virtù non si vestiro, e sanza vizio conobber laltre e seguir tutte quante.
Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio dà noi per che venir possiam più tosto là dove purgatorio ha dritto inizio».
Rispuose: «Loco certo non cè posto; licito mè andar suso e intorno; per quanto ir posso, a guida mi taccosto.
Ma vedi già come dichina il giorno, e andar sù di notte non si puote; però è buon pensar di bel soggiorno.
Anime sono a destra qua remote; se mi consenti, io ti merrò ad esse, e non sanza diletto ti fier note».
«Com è ciò?», fu risposto. «Chi volesse salir di notte, fora elli impedito daltrui, o non sarria ché non potesse?».
E l buon Sordello in terra fregò l dito, dicendo: «Vedi? sola questa riga non varcheresti dopo l sol partito:
non però chaltra cosa desse briga, che la notturna tenebra, ad ir suso; quella col nonpoder la voglia intriga.
Ben si poria con lei tornare in giuso e passeggiar la costa intorno errando, mentre che lorizzonte il dì tien chiuso».
Allora il mio segnor, quasi ammirando, «Menane», disse, «dunque là ve dici chaver si può diletto dimorando».
Poco allungati ceravam di lici, quand io maccorsi che l monte era scemo, a guisa che i vallon li sceman quici.
«Colà», disse quell ombra, «nanderemo dove la costa face di sé grembo; e là il novo giorno attenderemo».
Tra erto e piano era un sentiero schembo, che ne condusse in fianco de la lacca, là dove più cha mezzo muore il lembo.
Oro e argento fine, cocco e biacca, indaco, legno lucido e sereno, fresco smeraldo in lora che si fiacca,
da lerba e da li fior, dentr a quel seno posti, ciascun saria di color vinto, come dal suo maggiore è vinto il meno.
Non avea pur natura ivi dipinto, ma di soavità di mille odori vi facea uno incognito e indistinto.
Salve, Regina in sul verde e n su fiori quindi seder cantando anime vidi, che per la valle non parean di fuori.
«Prima che l poco sole omai sannidi», cominciò l Mantoan che ci avea vòlti, «tra color non vogliate chio vi guidi.
Di questo balzo meglio li atti e volti conoscerete voi di tutti quanti, che ne la lama giù tra essi accolti.
Colui che più siede alto e fa sembianti daver negletto ciò che far dovea, e che non move bocca a li altrui canti,
Rodolfo imperador fu, che potea sanar le piaghe channo Italia morta, sì che tardi per altri si ricrea.
Laltro che ne la vista lui conforta, resse la terra dove lacqua nasce che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce fu meglio assai che Vincislao suo figlio barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
E quel nasetto che stretto a consiglio par con colui cha sì benigno aspetto, morì fuggendo e disfiorando il giglio:
guardate là come si batte il petto! Laltro vedete cha fatto a la guancia de la sua palma, sospirando, letto.
Padre e suocero son del mal di Francia: sanno la vita sua viziata e lorda, e quindi viene il duol che sì li lancia.
Quel che par sì membruto e che saccorda, cantando, con colui dal maschio naso, dogne valor portò cinta la corda;
e se re dopo lui fosse rimaso lo giovanetto che retro a lui siede, ben andava il valor di vaso in vaso,
che non si puote dir de laltre rede; Iacomo e Federigo hanno i reami; del retaggio miglior nessun possiede.
Rade volte risurge per li rami lumana probitate; e questo vole quei che la dà, perché da lui si chiami.
Anche al nasuto vanno mie parole non men cha laltro, Pier, che con lui canta, onde Puglia e Proenza già si dole.
Tant è del seme suo minor la pianta, quanto, più che Beatrice e Margherita, Costanza di marito ancor si vanta.
Vedete il re de la semplice vita seder là solo, Arrigo dInghilterra: questi ha ne rami suoi migliore uscita.
Quel che più basso tra costor satterra, guardando in suso, è Guiglielmo marchese, per cui e Alessandria e la sua guerra
fa pianger Monferrato e Canavese».
Purgatorio Canto VIII
Era già lora che volge il disio ai navicanti e ntenerisce il core lo dì chan detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin damore punge, se ode squilla di lontano che paia il giorno pianger che si more;
quand io incominciai a render vano ludire e a mirare una de lalme surta, che lascoltar chiedea con mano.
Ella giunse e levò ambo le palme, ficcando li occhi verso lorïente, come dicesse a Dio: Daltro non calme.
Te lucis ante sì devotamente le uscìo di bocca e con sì dolci note, che fece me a me uscir di mente;
e laltre poi dolcemente e devote seguitar lei per tutto linno intero, avendo li occhi a le superne rote.
Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, ché l velo è ora ben tanto sottile, certo che l trapassar dentro è leggero.
Io vidi quello essercito gentile tacito poscia riguardare in sùe, quasi aspettando, palido e umìle;
e vidi uscir de lalto e scender giùe due angeli con due spade affocate, tronche e private de le punte sue.
Verdi come fogliette pur mo nate erano in veste, che da verdi penne percosse traean dietro e ventilate.
Lun poco sovra noi a star si venne, e laltro scese in lopposita sponda, sì che la gente in mezzo si contenne.
Ben discernëa in lor la testa bionda; ma ne la faccia locchio si smarria, come virtù cha troppo si confonda.
«Ambo vegnon del grembo di Maria», disse Sordello, «a guardia de la valle, per lo serpente che verrà vie via».
Ond io, che non sapeva per qual calle, mi volsi intorno, e stretto maccostai, tutto gelato, a le fidate spalle.
E Sordello anco: «Or avvalliamo omai tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; grazïoso fia lor vedervi assai».
Solo tre passi credo chi scendesse, e fui di sotto, e vidi un che mirava pur me, come conoscer mi volesse.
Temp era già che laere sannerava, ma non sì che tra li occhi suoi e miei non dichiarisse ciò che pria serrava.
Ver me si fece, e io ver lui mi fei: giudice Nin gentil, quanto mi piacque quando ti vidi non esser tra rei!
Nullo bel salutar tra noi si tacque; poi dimandò: «Quant è che tu venisti a piè del monte per le lontane acque?».
«Oh!», diss io lui, «per entro i luoghi tristi venni stamane, e sono in prima vita, ancor che laltra, sì andando, acquisti».
E come fu la mia risposta udita, Sordello ed elli in dietro si raccolse come gente di sùbito smarrita.
Luno a Virgilio e laltro a un si volse che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! vieni a veder che Dio per grazia volse».
Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado che tu dei a colui che sì nasconde lo suo primo perché, che non lì è guado,
quando sarai di là da le larghe onde, dì a Giovanna mia che per me chiami là dove a li nnocenti si risponde.
Non credo che la sua madre più mami, poscia che trasmutò le bianche bende, le quai convien che, misera!, ancor brami.
Per lei assai di lieve si comprende quanto in femmina foco damor dura, se locchio o l tatto spesso non laccende.
Non le farà sì bella sepultura la vipera che Melanesi accampa, com avria fatto il gallo di Gallura».
Così dicea, segnato de la stampa, nel suo aspetto, di quel dritto zelo che misuratamente in core avvampa.
Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, pur là dove le stelle son più tarde, sì come rota più presso a lo stelo.
E l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». E io a lui: «A quelle tre facelle di che l polo di qua tutto quanto arde».
Ond elli a me: «Le quattro chiare stelle che vedevi staman, son di là basse, e queste son salite ov eran quelle».
Com ei parlava, e Sordello a sé il trasse dicendo: «Vedi là l nostro avversaro»; e drizzò il dito perché n là guardasse.
Da quella parte onde non ha riparo la picciola vallea, era una biscia, forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
Tra lerba e fior venìa la mala striscia, volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso leccando come bestia che si liscia.
Io non vidi, e però dicer non posso, come mosser li astor celestïali; ma vidi bene e luno e laltro mosso.
Sentendo fender laere a le verdi ali, fuggì l serpente, e li angeli dier volta, suso a le poste rivolando iguali.
Lombra che sera al giudice raccolta quando chiamò, per tutto quello assalto punto non fu da me guardare sciolta.
«Se la lucerna che ti mena in alto truovi nel tuo arbitrio tanta cera quant è mestiere infino al sommo smalto»,
cominciò ella, «se novella vera di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che già grande là era.
Fui chiamato Currado Malaspina; non son lantico, ma di lui discesi; a miei portai lamor che qui raffina».
«Oh!», diss io lui, «per li vostri paesi già mai non fui; ma dove si dimora per tutta Europa chei non sien palesi?
La fama che la vostra casa onora, grida i segnori e grida la contrada, sì che ne sa chi non vi fu ancora;
e io vi giuro, sio di sopra vada, che vostra gente onrata non si sfregia del pregio de la borsa e de la spada.
Uso e natura sì la privilegia, che, perché il capo reo il mondo torca, sola va dritta e l mal cammin dispregia».
Ed elli: «Or va; che l sol non si ricorca sette volte nel letto che l Montone con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
che cotesta cortese oppinïone ti fia chiavata in mezzo de la testa con maggior chiovi che daltrui sermone,
se corso di giudicio non sarresta».
Purgatorio Canto IX
La concubina di Titone antico già simbiancava al balco dorïente, fuor de le braccia del suo dolce amico;
di gemme la sua fronte era lucente, poste in figura del freddo animale che con la coda percuote la gente;
e la notte, de passi con che sale, fatti avea due nel loco ov eravamo, e l terzo già chinava in giuso lale;
quand io, che meco avea di quel dAdamo, vinto dal sonno, in su lerba inchinai là ve già tutti e cinque sedavamo.
Ne lora che comincia i tristi lai la rondinella presso a la mattina, forse a memoria de suo primi guai,
e che la mente nostra, peregrina più da la carne e men da pensier presa, a le sue visïon quasi è divina,
in sogno mi parea veder sospesa unaguglia nel ciel con penne doro, con lali aperte e a calare intesa;
ed esser mi parea là dove fuoro abbandonati i suoi da Ganimede, quando fu ratto al sommo consistoro.
Fra me pensava: Forse questa fiede pur qui per uso, e forse daltro loco disdegna di portarne suso in piede.
Poi mi parea che, poi rotata un poco, terribil come folgor discendesse, e me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea che ella e io ardesse; e sì lo ncendio imaginato cosse, che convenne che l sonno si rompesse.
Non altrimenti Achille si riscosse, li occhi svegliati rivolgendo in giro e non sappiendo là dove si fosse,
quando la madre da Chirón a Schiro trafuggò lui dormendo in le sue braccia, là onde poi li Greci il dipartiro;
che mi scoss io, sì come da la faccia mi fuggì l sonno, e diventa ismorto, come fa luom che, spaventato, agghiaccia.
Dallato mera solo il mio conforto, e l sole er alto già più che due ore, e l viso mera a la marina torto.
«Non aver tema», disse il mio segnore; «fatti sicur, ché noi semo a buon punto; non stringer, ma rallarga ogne vigore.
Tu se omai al purgatorio giunto: vedi là il balzo che l chiude dintorno; vedi lentrata là ve par digiunto.
Dianzi, ne lalba che procede al giorno, quando lanima tua dentro dormia, sovra li fiori ond è là giù addorno
venne una donna, e disse: I son Lucia; lasciatemi pigliar costui che dorme; sì lagevolerò per la sua via.
Sordel rimase e laltre genti forme; ella ti tolse, e come l dì fu chiaro, sen venne suso; e io per le sue orme.
Qui ti posò, ma pria mi dimostraro li occhi suoi belli quella intrata aperta; poi ella e l sonno ad una se nandaro».
A guisa duom che n dubbio si raccerta e che muta in conforto sua paura, poi che la verità li è discoperta,
mi cambia io; e come sanza cura vide me l duca mio, su per lo balzo si mosse, e io di rietro inver laltura.
Lettor, tu vedi ben com io innalzo la mia matera, e però con più arte non ti maravigliar sio la rincalzo.
Noi ci appressammo, ed eravamo in parte che là dove pareami prima rotto, pur come un fesso che muro diparte,
vidi una porta, e tre gradi di sotto per gire ad essa, di color diversi, e un portier chancor non facea motto.
E come locchio più e più vapersi, vidil seder sovra l grado sovrano, tal ne la faccia chio non lo soffersi;
e una spada nuda avëa in mano, che reflettëa i raggi sì ver noi, chio drizzava spesso il viso in vano.
«Dite costinci: che volete voi?», cominciò elli a dire, «ov è la scorta? Guardate che l venir sù non vi nòi».
«Donna del ciel, di queste cose accorta», rispuose l mio maestro a lui, «pur dianzi ne disse: Andate là: quivi è la porta».
«Ed ella i passi vostri in bene avanzi», ricominciò il cortese portinaio: «Venite dunque a nostri gradi innanzi».
Là ne venimmo; e lo scaglion primaio bianco marmo era sì pulito e terso, chio mi specchiai in esso qual io paio.
Era il secondo tinto più che perso, duna petrina ruvida e arsiccia, crepata per lo lungo e per traverso.
Lo terzo, che di sopra sammassiccia, porfido mi parea, sì fiammeggiante come sangue che fuor di vena spiccia.
Sovra questo tenëa ambo le piante langel di Dio sedendo in su la soglia che mi sembiava pietra di diamante.