La Divina Commedia di Dante: Paradiso

Part 7

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Dinanzi a li occhi miei le quattro face stavano accese, e quella che pria venne incominciò a farsi più vivace,

e tal ne la sembianza sua divenne, qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte fossero augelli e cambiassersi penne.

La provedenza, che quivi comparte vice e officio, nel beato coro silenzio posto avea da ogne parte,

quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro, non ti maravigliar, ché, dicend’ io, vedrai trascolorar tutti costoro.

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, il luogo mio, il luogo mio, che vaca ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatt’ ha del cimitero mio cloaca del sangue e de la puzza; onde ’l perverso che cadde di qua sù, là giù si placa».

Di quel color che per lo sole avverso nube dipigne da sera e da mane, vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.

E come donna onesta che permane di sé sicura, e per l’altrui fallanza, pur ascoltando, timida si fane,

così Beatrice trasmutò sembianza; e tale eclissi credo che ’n ciel fue quando patì la supprema possanza.

Poi procedetter le parole sue con voce tanto da sé trasmutata, che la sembianza non si mutò piùe:

«Non fu la sposa di Cristo allevata del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, per essere ad acquisto d’oro usata;

ma per acquisto d’esto viver lieto e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano sparser lo sangue dopo molto fleto.

Non fu nostra intenzion ch’a destra mano d’i nostri successor parte sedesse, parte da l’altra del popol cristiano;

né che le chiavi che mi fuor concesse, divenisser signaculo in vessillo che contra battezzati combattesse;

né ch’io fossi figura di sigillo a privilegi venduti e mendaci, ond’ io sovente arrosso e disfavillo.

In vesta di pastor lupi rapaci si veggion di qua sù per tutti i paschi: o difesa di Dio, perché pur giaci?

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi s’apparecchian di bere: o buon principio, a che vil fine convien che tu caschi!

Ma l’alta provedenza, che con Scipio difese a Roma la gloria del mondo, soccorrà tosto, sì com’ io concipio;

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo ancor giù tornerai, apri la bocca, e non asconder quel ch’io non ascondo».

Sì come di vapor gelati fiocca in giuso l’aere nostro, quando ’l corno de la capra del ciel col sol si tocca,

in sù vid’ io così l’etera addorno farsi e fioccar di vapor trïunfanti che fatto avien con noi quivi soggiorno.

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto, li tolse il trapassar del più avanti.

Onde la donna, che mi vide assolto de l’attendere in sù, mi disse: «Adima il viso e guarda come tu se’ vòlto».

Da l’ora ch’ïo avea guardato prima i’ vidi mosso me per tutto l’arco che fa dal mezzo al fine il primo clima;

sì ch’io vedea di là da Gade il varco folle d’Ulisse, e di qua presso il lito nel qual si fece Europa dolce carco.

E più mi fora discoverto il sito di questa aiuola; ma ’l sol procedea sotto i mie’ piedi un segno e più partito.

La mente innamorata, che donnea con la mia donna sempre, di ridure ad essa li occhi più che mai ardea;

e se natura o arte fé pasture da pigliare occhi, per aver la mente, in carne umana o ne le sue pitture,

tutte adunate, parrebber nïente ver’ lo piacer divin che mi refulse, quando mi volsi al suo viso ridente.

E la virtù che lo sguardo m’indulse, del bel nido di Leda mi divelse, e nel ciel velocissimo m’impulse.

Le parti sue vivissime ed eccelse sì uniforme son, ch’i’ non so dire qual Bëatrice per loco mi scelse.

Ma ella, che vedëa ’l mio disire, incominciò, ridendo tanto lieta, che Dio parea nel suo volto gioire:

«La natura del mondo, che quïeta il mezzo e tutto l’altro intorno move, quinci comincia come da sua meta;

e questo cielo non ha altro dove che la mente divina, in che s’accende l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.

Luce e amor d’un cerchio lui comprende, sì come questo li altri; e quel precinto colui che ’l cinge solamente intende.

Non è suo moto per altro distinto, ma li altri son mensurati da questo, sì come diece da mezzo e da quinto;

e come il tempo tegna in cotal testo le sue radici e ne li altri le fronde, omai a te può esser manifesto.

Oh cupidigia che i mortali affonde sì sotto te, che nessuno ha podere di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Ben fiorisce ne li uomini il volere; ma la pioggia continüa converte in bozzacchioni le sosine vere.

Fede e innocenza son reperte solo ne’ parvoletti; poi ciascuna pria fugge che le guance sian coperte.

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, che poi divora, con la lingua sciolta, qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta la madre sua, che, con loquela intera, disïa poi di vederla sepolta.

Così si fa la pelle bianca nera nel primo aspetto de la bella figlia di quel ch’apporta mane e lascia sera.

Tu, perché non ti facci maraviglia, pensa che ’n terra non è chi governi; onde sì svïa l’umana famiglia.

Ma prima che gennaio tutto si sverni per la centesma ch’è là giù negletta, raggeran sì questi cerchi superni,

che la fortuna che tanto s’aspetta, le poppe volgerà u’ son le prore, sì che la classe correrà diretta;

e vero frutto verrà dopo ’l fiore».

Paradiso • Canto XXVIII

Poscia che ’ncontro a la vita presente d’i miseri mortali aperse ’l vero quella che ’mparadisa la mia mente,

come in lo specchio fiamma di doppiero vede colui che se n’alluma retro, prima che l’abbia in vista o in pensiero,

e sé rivolge per veder se ’l vetro li dice il vero, e vede ch’el s’accorda con esso come nota con suo metro;

così la mia memoria si ricorda ch’io feci riguardando ne’ belli occhi onde a pigliarmi fece Amor la corda.

E com’ io mi rivolsi e furon tocchi li miei da ciò che pare in quel volume, quandunque nel suo giro ben s’adocchi,

un punto vidi che raggiava lume acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca chiuder conviensi per lo forte acume;

e quale stella par quinci più poca, parrebbe luna, locata con esso come stella con stella si collòca.

Forse cotanto quanto pare appresso alo cigner la luce che ’l dipigne quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,

distante intorno al punto un cerchio d’igne si girava sì ratto, ch’avria vinto quel moto che più tosto il mondo cigne;

e questo era d’un altro circumcinto, e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto, dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

Sopra seguiva il settimo sì sparto già di larghezza, che ’l messo di Iuno intero a contenerlo sarebbe arto.

Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno più tardo si movea, secondo ch’era in numero distante più da l’uno;

e quello avea la fiamma più sincera cui men distava la favilla pura, credo, però che più di lei s’invera.

La donna mia, che mi vedëa in cura forte sospeso, disse: «Da quel punto depende il cielo e tutta la natura.

Mira quel cerchio che più li è congiunto; e sappi che ’l suo muovere è sì tosto per l’affocato amore ond’ elli è punto».

E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto con l’ordine ch’io veggio in quelle rote, sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;

ma nel mondo sensibile si puote veder le volte tanto più divine, quant’ elle son dal centro più remote.

Onde, se ’l mio disir dee aver fine in questo miro e angelico templo che solo amore e luce ha per confine,

udir convienmi ancor come l’essemplo e l’essemplare non vanno d’un modo, ché io per me indarno a ciò contemplo».

«Se li tuoi diti non sono a tal nodo sufficïenti, non è maraviglia: tanto, per non tentare, è fatto sodo!».

Così la donna mia; poi disse: «Piglia quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti; e intorno da esso t’assottiglia.

Li cerchi corporai sono ampi e arti secondo il più e ’l men de la virtute che si distende per tutte lor parti.

Maggior bontà vuol far maggior salute; maggior salute maggior corpo cape, s’elli ha le parti igualmente compiute.

Dunque costui che tutto quanto rape l’altro universo seco, corrisponde al cerchio che più ama e che più sape:

per che, se tu a la virtù circonde la tua misura, non a la parvenza de le sustanze che t’appaion tonde,

tu vederai mirabil consequenza di maggio a più e di minore a meno, in ciascun cielo, a süa intelligenza».

Come rimane splendido e sereno l’emisperio de l’aere, quando soffia Borea da quella guancia ond’ è più leno,

per che si purga e risolve la roffia che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride con le bellezze d’ogne sua paroffia;

così fec’ïo, poi che mi provide la donna mia del suo risponder chiaro, e come stella in cielo il ver si vide.

E poi che le parole sue restaro, non altrimenti ferro disfavilla che bolle, come i cerchi sfavillaro.

L’incendio suo seguiva ogne scintilla; ed eran tante, che ’l numero loro più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.

Io sentiva osannar di coro in coro al punto fisso che li tiene a li ubi, e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.

E quella che vedëa i pensier dubi ne la mia mente, disse: «I cerchi primi t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.

Così veloci seguono i suoi vimi, per somigliarsi al punto quanto ponno; e posson quanto a veder son soblimi.

Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, si chiaman Troni del divino aspetto, per che ’l primo ternaro terminonno;

e dei saper che tutti hanno diletto quanto la sua veduta si profonda nel vero in che si queta ogne intelletto.

Quinci si può veder come si fonda l’esser beato ne l’atto che vede, non in quel ch’ama, che poscia seconda;

e del vedere è misura mercede, che grazia partorisce e buona voglia: così di grado in grado si procede.

L’altro ternaro, che così germoglia in questa primavera sempiterna che notturno Arïete non dispoglia,

perpetüalemente ‘Osanna’ sberna con tre melode, che suonano in tree ordini di letizia onde s’interna.

In essa gerarcia son l’altre dee: prima Dominazioni, e poi Virtudi; l’ordine terzo di Podestadi èe.

Poscia ne’ due penultimi tripudi Principati e Arcangeli si girano; l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.

Questi ordini di sù tutti s’ammirano, e di giù vincon sì, che verso Dio tutti tirati sono e tutti tirano.

E Dïonisio con tanto disio a contemplar questi ordini si mise, che li nomò e distinse com’ io.

Ma Gregorio da lui poi si divise; onde, sì tosto come li occhi aperse in questo ciel, di sé medesmo rise.

E se tanto secreto ver proferse mortale in terra, non voglio ch’ammiri: ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse

con altro assai del ver di questi giri».

Paradiso • Canto XXIX

Quando ambedue li figli di Latona, coperti del Montone e de la Libra, fanno de l’orizzonte insieme zona,

quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra infin che l’uno e l’altro da quel cinto, cambiando l’emisperio, si dilibra,

tanto, col volto di riso dipinto, si tacque Bëatrice, riguardando fiso nel punto che m’avëa vinto.

Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.

Non per aver a sé di bene acquisto, ch’esser non può, ma perché suo splendore potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,

in sua etternità di tempo fore, fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.

Né prima quasi torpente si giacque; ché né prima né poscia procedette lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.

Forma e materia, congiunte e purette, usciro ad esser che non avia fallo, come d’arco tricordo tre saette.

E come in vetro, in ambra o in cristallo raggio resplende sì, che dal venire a l’esser tutto non è intervallo,

così ’l triforme effetto del suo sire ne l’esser suo raggiò insieme tutto sanza distinzïone in essordire.

Concreato fu ordine e costrutto a le sustanze; e quelle furon cima nel mondo in che puro atto fu produtto;

pura potenza tenne la parte ima; nel mezzo strinse potenza con atto tal vime, che già mai non si divima.

Ieronimo vi scrisse lungo tratto di secoli de li angeli creati anzi che l’altro mondo fosse fatto;

ma questo vero è scritto in molti lati da li scrittor de lo Spirito Santo, e tu te n’avvedrai se bene agguati;

e anche la ragione il vede alquanto, che non concederebbe che ’ motori sanza sua perfezion fosser cotanto.

Or sai tu dove e quando questi amori furon creati e come: sì che spenti nel tuo disïo già son tre ardori.

Né giugneriesi, numerando, al venti sì tosto, come de li angeli parte turbò il suggetto d’i vostri alimenti.

L’altra rimase, e cominciò quest’ arte che tu discerni, con tanto diletto, che mai da circüir non si diparte.

Principio del cader fu il maladetto superbir di colui che tu vedesti da tutti i pesi del mondo costretto.

Quelli che vedi qui furon modesti a riconoscer sé da la bontate che li avea fatti a tanto intender presti:

per che le viste lor furo essaltate con grazia illuminante e con lor merto, si c’hanno ferma e piena volontate;

e non voglio che dubbi, ma sia certo, che ricever la grazia è meritorio secondo che l’affetto l’è aperto.

Omai dintorno a questo consistorio puoi contemplare assai, se le parole mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.

Ma perché ’n terra per le vostre scole si legge che l’angelica natura è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,

ancor dirò, perché tu veggi pura la verità che là giù si confonde, equivocando in sì fatta lettura.

Queste sustanze, poi che fur gioconde de la faccia di Dio, non volser viso da essa, da cui nulla si nasconde:

però non hanno vedere interciso da novo obietto, e però non bisogna rememorar per concetto diviso;

sì che là giù, non dormendo, si sogna, credendo e non credendo dicer vero; ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.

Voi non andate giù per un sentiero filosofando: tanto vi trasporta l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!

E ancor questo qua sù si comporta con men disdegno che quando è posposta la divina Scrittura o quando è torta.

Non vi si pensa quanto sangue costa seminarla nel mondo e quanto piace chi umilmente con essa s’accosta.

Per apparer ciascun s’ingegna e face sue invenzioni; e quelle son trascorse da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.

Un dice che la luna si ritorse ne la passion di Cristo e s’interpuose, per che ’l lume del sol giù non si porse;

e mente, ché la luce si nascose da sé: però a li Spani e a l’Indi come a’ Giudei tale eclissi rispuose.

Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi quante sì fatte favole per anno in pergamo si gridan quinci e quindi:

sì che le pecorelle, che non sanno, tornan del pasco pasciute di vento, e non le scusa non veder lo danno.

Non disse Cristo al suo primo convento: ‘Andate, e predicate al mondo ciance’; ma diede lor verace fondamento;

e quel tanto sonò ne le sue guance, sì ch’a pugnar per accender la fede de l’Evangelio fero scudo e lance.

Ora si va con motti e con iscede a predicare, e pur che ben si rida, gonfia il cappuccio e più non si richiede.

Ma tale uccel nel becchetto s’annida, che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe la perdonanza di ch’el si confida:

per cui tanta stoltezza in terra crebbe, che, sanza prova d’alcun testimonio, ad ogne promession si correrebbe.

Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, e altri assai che sono ancor più porci, pagando di moneta sanza conio.

Ma perché siam digressi assai, ritorci li occhi oramai verso la dritta strada, sì che la via col tempo si raccorci.

Questa natura sì oltre s’ingrada in numero, che mai non fu loquela né concetto mortal che tanto vada;

e se tu guardi quel che si revela per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia determinato numero si cela.

La prima luce, che tutta la raia, per tanti modi in essa si recepe, quanti son li splendori a chi s’appaia.

Onde, però che a l’atto che concepe segue l’affetto, d’amar la dolcezza diversamente in essa ferve e tepe.

Vedi l’eccelso omai e la larghezza de l’etterno valor, poscia che tanti speculi fatti s’ha in che si spezza,

uno manendo in sé come davanti».

Paradiso • Canto XXX

Forse semilia miglia di lontano ci ferve l’ora sesta, e questo mondo china già l’ombra quasi al letto piano,

quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, comincia a farsi tal, ch’alcuna stella perde il parere infino a questo fondo;

e come vien la chiarissima ancella del sol più oltre, così ’l ciel si chiude di vista in vista infino a la più bella.

Non altrimenti il trïunfo che lude sempre dintorno al punto che mi vinse, parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,

a poco a poco al mio veder si stinse: per che tornar con li occhi a Bëatrice nulla vedere e amor mi costrinse.

Se quanto infino a qui di lei si dice fosse conchiuso tutto in una loda, poca sarebbe a fornir questa vice.

La bellezza ch’io vidi si trasmoda non pur di là da noi, ma certo io credo che solo il suo fattor tutta la goda.

Da questo passo vinto mi concedo più che già mai da punto di suo tema soprato fosse comico o tragedo:

ché, come sole in viso che più trema, così lo rimembrar del dolce riso la mente mia da me medesmo scema.

Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso in questa vita, infino a questa vista, non m’è il seguire al mio cantar preciso;

ma or convien che mio seguir desista più dietro a sua bellezza, poetando, come a l’ultimo suo ciascuno artista.

Cotal qual io lascio a maggior bando che quel de la mia tuba, che deduce l’ardüa sua matera terminando,

con atto e voce di spedito duce ricominciò: «Noi siamo usciti fore del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:

luce intellettüal, piena d’amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogne dolzore.

Qui vederai l’una e l’altra milizia di paradiso, e l’una in quelli aspetti che tu vedrai a l’ultima giustizia».

Come sùbito lampo che discetti li spiriti visivi, sì che priva da l’atto l’occhio di più forti obietti,

così mi circunfulse luce viva, e lasciommi fasciato di tal velo del suo fulgor, che nulla m’appariva.

«Sempre l’amor che queta questo cielo accoglie in sé con sì fatta salute, per far disposto a sua fiamma il candelo».

Non fur più tosto dentro a me venute queste parole brievi, ch’io compresi me sormontar di sopr’ a mia virtute;

e di novella vista mi raccesi tale, che nulla luce è tanto mera, che li occhi miei non si fosser difesi;

e vidi lume in forma di rivera fulvido di fulgore, intra due rive dipinte di mirabil primavera.

Di tal fiumana uscian faville vive, e d’ogne parte si mettien ne’ fiori, quasi rubin che oro circunscrive;

poi, come inebrïate da li odori, riprofondavan sé nel miro gurge, e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.

«L’alto disio che mo t’infiamma e urge, d’aver notizia di ciò che tu vei, tanto mi piace più quanto più turge;

ma di quest’ acqua convien che tu bei prima che tanta sete in te si sazi»: così mi disse il sol de li occhi miei.

Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe son di lor vero umbriferi prefazi.

Non che da sé sian queste cose acerbe; ma è difetto da la parte tua, che non hai viste ancor tanto superbe».

Non è fantin che sì sùbito rua col volto verso il latte, se si svegli molto tardato da l’usanza sua,

come fec’ io, per far migliori spegli ancor de li occhi, chinandomi a l’onda che si deriva perché vi s’immegli;

e sì come di lei bevve la gronda de le palpebre mie, così mi parve di sua lunghezza divenuta tonda.

Poi, come gente stata sotto larve, che pare altro che prima, se si sveste la sembianza non süa in che disparve,

così mi si cambiaro in maggior feste li fiori e le faville, sì ch’io vidi ambo le corti del ciel manifeste.

O isplendor di Dio, per cu’ io vidi l’alto trïunfo del regno verace, dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!

Lume è là sù che visibile face lo creatore a quella creatura che solo in lui vedere ha la sua pace.

E’ si distende in circular figura, in tanto che la sua circunferenza sarebbe al sol troppo larga cintura.

Fassi di raggio tutta sua parvenza reflesso al sommo del mobile primo, che prende quindi vivere e potenza.

E come clivo in acqua di suo imo si specchia, quasi per vedersi addorno, quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,

sì, soprastando al lume intorno intorno, vidi specchiarsi in più di mille soglie quanto di noi là sù fatto ha ritorno.

E se l’infimo grado in sé raccoglie sì grande lume, quanta è la larghezza di questa rosa ne l’estreme foglie!

La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza non si smarriva, ma tutto prendeva il quanto e ’l quale di quella allegrezza.

Presso e lontano, lì, né pon né leva: ché dove Dio sanza mezzo governa, la legge natural nulla rileva.

Nel giallo de la rosa sempiterna, che si digrada e dilata e redole odor di lode al sol che sempre verna,

qual è colui che tace e dicer vole, mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira quanto è ’l convento de le bianche stole!

Vedi nostra città quant’ ella gira; vedi li nostri scanni sì ripieni, che poca gente più ci si disira.

E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni per la corona che già v’è sù posta, prima che tu a queste nozze ceni,

sederà l’alma, che fia giù agosta, de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia verrà in prima ch’ella sia disposta.

La cieca cupidigia che v’ammalia simili fatti v’ha al fantolino che muor per fame e caccia via la balia.

E fia prefetto nel foro divino allora tal, che palese e coverto non anderà con lui per un cammino.

Ma poco poi sarà da Dio sofferto nel santo officio; ch’el sarà detruso là dove Simon mago è per suo merto,

e farà quel d’Alagna intrar più giuso».

Paradiso • Canto XXXI

In forma dunque di candida rosa mi si mostrava la milizia santa che nel suo sangue Cristo fece sposa;

ma l’altra, che volando vede e canta la gloria di colui che la ’nnamora e la bontà che la fece cotanta,

sì come schiera d’ape che s’infiora una fïata e una si ritorna là dove suo laboro s’insapora,

nel gran fior discendeva che s’addorna di tante foglie, e quindi risaliva là dove ’l süo amor sempre soggiorna.

Le facce tutte avean di fiamma viva e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco, che nulla neve a quel termine arriva.

Quando scendean nel fior, di banco in banco porgevan de la pace e de l’ardore ch’elli acquistavan ventilando il fianco.

Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore di tanta moltitudine volante impediva la vista e lo splendore:

ché la luce divina è penetrante per l’universo secondo ch’è degno, sì che nulla le puote essere ostante.

Questo sicuro e gaudïoso regno, frequente in gente antica e in novella, viso e amore avea tutto ad un segno.

O trina luce che ’n unica stella scintillando a lor vista, sì li appaga! guarda qua giuso a la nostra procella!

Se i barbari, venendo da tal plaga che ciascun giorno d’Elice si cuopra, rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,

veggendo Roma e l’ardüa sua opra, stupefaciensi, quando Laterano a le cose mortali andò di sopra;

ïo, che al divino da l’umano, a l’etterno dal tempo era venuto, e di Fiorenza in popol giusto e sano,

di che stupor dovea esser compiuto! Certo tra esso e ’l gaudio mi facea libito non udire e starmi muto.

E quasi peregrin che si ricrea nel tempio del suo voto riguardando, e spera già ridir com’ ello stea,

su per la viva luce passeggiando, menava ïo li occhi per li gradi, mo sù, mo giù e mo recirculando.

Vedëa visi a carità süadi, d’altrui lume fregiati e di suo riso, e atti ornati di tutte onestadi.

La forma general di paradiso già tutta mïo sguardo avea compresa, in nulla parte ancor fermato fiso;

e volgeami con voglia rïaccesa per domandar la mia donna di cose di che la mente mia era sospesa.

Uno intendëa, e altro mi rispuose: credea veder Beatrice e vidi un sene vestito con le genti glorïose.