La Divina Commedia di Dante: Paradiso
Part 7
Dinanzi a li occhi miei le quattro face stavano accese, e quella che pria venne incominciò a farsi più vivace,
e tal ne la sembianza sua divenne, qual diverrebbe Iove, selli e Marte fossero augelli e cambiassersi penne.
La provedenza, che quivi comparte vice e officio, nel beato coro silenzio posto avea da ogne parte,
quand ïo udi: «Se io mi trascoloro, non ti maravigliar, ché, dicend io, vedrai trascolorar tutti costoro.
Quelli chusurpa in terra il luogo mio, il luogo mio, il luogo mio, che vaca ne la presenza del Figliuol di Dio,
fatt ha del cimitero mio cloaca del sangue e de la puzza; onde l perverso che cadde di qua sù, là giù si placa».
Di quel color che per lo sole avverso nube dipigne da sera e da mane, vid ïo allora tutto l ciel cosperso.
E come donna onesta che permane di sé sicura, e per laltrui fallanza, pur ascoltando, timida si fane,
così Beatrice trasmutò sembianza; e tale eclissi credo che n ciel fue quando patì la supprema possanza.
Poi procedetter le parole sue con voce tanto da sé trasmutata, che la sembianza non si mutò piùe:
«Non fu la sposa di Cristo allevata del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, per essere ad acquisto doro usata;
ma per acquisto desto viver lieto e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano sparser lo sangue dopo molto fleto.
Non fu nostra intenzion cha destra mano di nostri successor parte sedesse, parte da laltra del popol cristiano;
né che le chiavi che mi fuor concesse, divenisser signaculo in vessillo che contra battezzati combattesse;
né chio fossi figura di sigillo a privilegi venduti e mendaci, ond io sovente arrosso e disfavillo.
In vesta di pastor lupi rapaci si veggion di qua sù per tutti i paschi: o difesa di Dio, perché pur giaci?
Del sangue nostro Caorsini e Guaschi sapparecchian di bere: o buon principio, a che vil fine convien che tu caschi!
Ma lalta provedenza, che con Scipio difese a Roma la gloria del mondo, soccorrà tosto, sì com io concipio;
e tu, figliuol, che per lo mortal pondo ancor giù tornerai, apri la bocca, e non asconder quel chio non ascondo».
Sì come di vapor gelati fiocca in giuso laere nostro, quando l corno de la capra del ciel col sol si tocca,
in sù vid io così letera addorno farsi e fioccar di vapor trïunfanti che fatto avien con noi quivi soggiorno.
Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, e seguì fin che l mezzo, per lo molto, li tolse il trapassar del più avanti.
Onde la donna, che mi vide assolto de lattendere in sù, mi disse: «Adima il viso e guarda come tu se vòlto».
Da lora chïo avea guardato prima i vidi mosso me per tutto larco che fa dal mezzo al fine il primo clima;
sì chio vedea di là da Gade il varco folle dUlisse, e di qua presso il lito nel qual si fece Europa dolce carco.
E più mi fora discoverto il sito di questa aiuola; ma l sol procedea sotto i mie piedi un segno e più partito.
La mente innamorata, che donnea con la mia donna sempre, di ridure ad essa li occhi più che mai ardea;
e se natura o arte fé pasture da pigliare occhi, per aver la mente, in carne umana o ne le sue pitture,
tutte adunate, parrebber nïente ver lo piacer divin che mi refulse, quando mi volsi al suo viso ridente.
E la virtù che lo sguardo mindulse, del bel nido di Leda mi divelse, e nel ciel velocissimo mimpulse.
Le parti sue vivissime ed eccelse sì uniforme son, chi non so dire qual Bëatrice per loco mi scelse.
Ma ella, che vedëa l mio disire, incominciò, ridendo tanto lieta, che Dio parea nel suo volto gioire:
«La natura del mondo, che quïeta il mezzo e tutto laltro intorno move, quinci comincia come da sua meta;
e questo cielo non ha altro dove che la mente divina, in che saccende lamor che l volge e la virtù chei piove.
Luce e amor dun cerchio lui comprende, sì come questo li altri; e quel precinto colui che l cinge solamente intende.
Non è suo moto per altro distinto, ma li altri son mensurati da questo, sì come diece da mezzo e da quinto;
e come il tempo tegna in cotal testo le sue radici e ne li altri le fronde, omai a te può esser manifesto.
Oh cupidigia che i mortali affonde sì sotto te, che nessuno ha podere di trarre li occhi fuor de le tue onde!
Ben fiorisce ne li uomini il volere; ma la pioggia continüa converte in bozzacchioni le sosine vere.
Fede e innocenza son reperte solo ne parvoletti; poi ciascuna pria fugge che le guance sian coperte.
Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, che poi divora, con la lingua sciolta, qualunque cibo per qualunque luna;
e tal, balbuzïendo, ama e ascolta la madre sua, che, con loquela intera, disïa poi di vederla sepolta.
Così si fa la pelle bianca nera nel primo aspetto de la bella figlia di quel chapporta mane e lascia sera.
Tu, perché non ti facci maraviglia, pensa che n terra non è chi governi; onde sì svïa lumana famiglia.
Ma prima che gennaio tutto si sverni per la centesma chè là giù negletta, raggeran sì questi cerchi superni,
che la fortuna che tanto saspetta, le poppe volgerà u son le prore, sì che la classe correrà diretta;
e vero frutto verrà dopo l fiore».
Paradiso Canto XXVIII
Poscia che ncontro a la vita presente di miseri mortali aperse l vero quella che mparadisa la mia mente,
come in lo specchio fiamma di doppiero vede colui che se nalluma retro, prima che labbia in vista o in pensiero,
e sé rivolge per veder se l vetro li dice il vero, e vede chel saccorda con esso come nota con suo metro;
così la mia memoria si ricorda chio feci riguardando ne belli occhi onde a pigliarmi fece Amor la corda.
E com io mi rivolsi e furon tocchi li miei da ciò che pare in quel volume, quandunque nel suo giro ben sadocchi,
un punto vidi che raggiava lume acuto sì, che l viso chelli affoca chiuder conviensi per lo forte acume;
e quale stella par quinci più poca, parrebbe luna, locata con esso come stella con stella si collòca.
Forse cotanto quanto pare appresso alo cigner la luce che l dipigne quando l vapor che l porta più è spesso,
distante intorno al punto un cerchio digne si girava sì ratto, chavria vinto quel moto che più tosto il mondo cigne;
e questo era dun altro circumcinto, e quel dal terzo, e l terzo poi dal quarto, dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
Sopra seguiva il settimo sì sparto già di larghezza, che l messo di Iuno intero a contenerlo sarebbe arto.
Così lottavo e l nono; e chiascheduno più tardo si movea, secondo chera in numero distante più da luno;
e quello avea la fiamma più sincera cui men distava la favilla pura, credo, però che più di lei sinvera.
La donna mia, che mi vedëa in cura forte sospeso, disse: «Da quel punto depende il cielo e tutta la natura.
Mira quel cerchio che più li è congiunto; e sappi che l suo muovere è sì tosto per laffocato amore ond elli è punto».
E io a lei: «Se l mondo fosse posto con lordine chio veggio in quelle rote, sazio mavrebbe ciò che mè proposto;
ma nel mondo sensibile si puote veder le volte tanto più divine, quant elle son dal centro più remote.
Onde, se l mio disir dee aver fine in questo miro e angelico templo che solo amore e luce ha per confine,
udir convienmi ancor come lessemplo e lessemplare non vanno dun modo, ché io per me indarno a ciò contemplo».
«Se li tuoi diti non sono a tal nodo sufficïenti, non è maraviglia: tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
Così la donna mia; poi disse: «Piglia quel chio ti dicerò, se vuo saziarti; e intorno da esso tassottiglia.
Li cerchi corporai sono ampi e arti secondo il più e l men de la virtute che si distende per tutte lor parti.
Maggior bontà vuol far maggior salute; maggior salute maggior corpo cape, selli ha le parti igualmente compiute.
Dunque costui che tutto quanto rape laltro universo seco, corrisponde al cerchio che più ama e che più sape:
per che, se tu a la virtù circonde la tua misura, non a la parvenza de le sustanze che tappaion tonde,
tu vederai mirabil consequenza di maggio a più e di minore a meno, in ciascun cielo, a süa intelligenza».
Come rimane splendido e sereno lemisperio de laere, quando soffia Borea da quella guancia ond è più leno,
per che si purga e risolve la roffia che pria turbava, sì che l ciel ne ride con le bellezze dogne sua paroffia;
così fecïo, poi che mi provide la donna mia del suo risponder chiaro, e come stella in cielo il ver si vide.
E poi che le parole sue restaro, non altrimenti ferro disfavilla che bolle, come i cerchi sfavillaro.
Lincendio suo seguiva ogne scintilla; ed eran tante, che l numero loro più che l doppiar de li scacchi sinmilla.
Io sentiva osannar di coro in coro al punto fisso che li tiene a li ubi, e terrà sempre, ne quai sempre fuoro.
E quella che vedëa i pensier dubi ne la mia mente, disse: «I cerchi primi thanno mostrato Serafi e Cherubi.
Così veloci seguono i suoi vimi, per somigliarsi al punto quanto ponno; e posson quanto a veder son soblimi.
Quelli altri amori che ntorno li vonno, si chiaman Troni del divino aspetto, per che l primo ternaro terminonno;
e dei saper che tutti hanno diletto quanto la sua veduta si profonda nel vero in che si queta ogne intelletto.
Quinci si può veder come si fonda lesser beato ne latto che vede, non in quel chama, che poscia seconda;
e del vedere è misura mercede, che grazia partorisce e buona voglia: così di grado in grado si procede.
Laltro ternaro, che così germoglia in questa primavera sempiterna che notturno Arïete non dispoglia,
perpetüalemente Osanna sberna con tre melode, che suonano in tree ordini di letizia onde sinterna.
In essa gerarcia son laltre dee: prima Dominazioni, e poi Virtudi; lordine terzo di Podestadi èe.
Poscia ne due penultimi tripudi Principati e Arcangeli si girano; lultimo è tutto dAngelici ludi.
Questi ordini di sù tutti sammirano, e di giù vincon sì, che verso Dio tutti tirati sono e tutti tirano.
E Dïonisio con tanto disio a contemplar questi ordini si mise, che li nomò e distinse com io.
Ma Gregorio da lui poi si divise; onde, sì tosto come li occhi aperse in questo ciel, di sé medesmo rise.
E se tanto secreto ver proferse mortale in terra, non voglio chammiri: ché chi l vide qua sù gliel discoperse
con altro assai del ver di questi giri».
Paradiso Canto XXIX
Quando ambedue li figli di Latona, coperti del Montone e de la Libra, fanno de lorizzonte insieme zona,
quant è dal punto che l cenìt inlibra infin che luno e laltro da quel cinto, cambiando lemisperio, si dilibra,
tanto, col volto di riso dipinto, si tacque Bëatrice, riguardando fiso nel punto che mavëa vinto.
Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, quel che tu vuoli udir, perch io lho visto là ve sappunta ogne ubi e ogne quando.
Non per aver a sé di bene acquisto, chesser non può, ma perché suo splendore potesse, risplendendo, dir Subsisto,
in sua etternità di tempo fore, fuor dogne altro comprender, come i piacque, saperse in nuovi amor letterno amore.
Né prima quasi torpente si giacque; ché né prima né poscia procedette lo discorrer di Dio sovra quest acque.
Forma e materia, congiunte e purette, usciro ad esser che non avia fallo, come darco tricordo tre saette.
E come in vetro, in ambra o in cristallo raggio resplende sì, che dal venire a lesser tutto non è intervallo,
così l triforme effetto del suo sire ne lesser suo raggiò insieme tutto sanza distinzïone in essordire.
Concreato fu ordine e costrutto a le sustanze; e quelle furon cima nel mondo in che puro atto fu produtto;
pura potenza tenne la parte ima; nel mezzo strinse potenza con atto tal vime, che già mai non si divima.
Ieronimo vi scrisse lungo tratto di secoli de li angeli creati anzi che laltro mondo fosse fatto;
ma questo vero è scritto in molti lati da li scrittor de lo Spirito Santo, e tu te navvedrai se bene agguati;
e anche la ragione il vede alquanto, che non concederebbe che motori sanza sua perfezion fosser cotanto.
Or sai tu dove e quando questi amori furon creati e come: sì che spenti nel tuo disïo già son tre ardori.
Né giugneriesi, numerando, al venti sì tosto, come de li angeli parte turbò il suggetto di vostri alimenti.
Laltra rimase, e cominciò quest arte che tu discerni, con tanto diletto, che mai da circüir non si diparte.
Principio del cader fu il maladetto superbir di colui che tu vedesti da tutti i pesi del mondo costretto.
Quelli che vedi qui furon modesti a riconoscer sé da la bontate che li avea fatti a tanto intender presti:
per che le viste lor furo essaltate con grazia illuminante e con lor merto, si channo ferma e piena volontate;
e non voglio che dubbi, ma sia certo, che ricever la grazia è meritorio secondo che laffetto lè aperto.
Omai dintorno a questo consistorio puoi contemplare assai, se le parole mie son ricolte, sanz altro aiutorio.
Ma perché n terra per le vostre scole si legge che langelica natura è tal, che ntende e si ricorda e vole,
ancor dirò, perché tu veggi pura la verità che là giù si confonde, equivocando in sì fatta lettura.
Queste sustanze, poi che fur gioconde de la faccia di Dio, non volser viso da essa, da cui nulla si nasconde:
però non hanno vedere interciso da novo obietto, e però non bisogna rememorar per concetto diviso;
sì che là giù, non dormendo, si sogna, credendo e non credendo dicer vero; ma ne luno è più colpa e più vergogna.
Voi non andate giù per un sentiero filosofando: tanto vi trasporta lamor de lapparenza e l suo pensiero!
E ancor questo qua sù si comporta con men disdegno che quando è posposta la divina Scrittura o quando è torta.
Non vi si pensa quanto sangue costa seminarla nel mondo e quanto piace chi umilmente con essa saccosta.
Per apparer ciascun singegna e face sue invenzioni; e quelle son trascorse da predicanti e l Vangelio si tace.
Un dice che la luna si ritorse ne la passion di Cristo e sinterpuose, per che l lume del sol giù non si porse;
e mente, ché la luce si nascose da sé: però a li Spani e a lIndi come a Giudei tale eclissi rispuose.
Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi quante sì fatte favole per anno in pergamo si gridan quinci e quindi:
sì che le pecorelle, che non sanno, tornan del pasco pasciute di vento, e non le scusa non veder lo danno.
Non disse Cristo al suo primo convento: Andate, e predicate al mondo ciance; ma diede lor verace fondamento;
e quel tanto sonò ne le sue guance, sì cha pugnar per accender la fede de lEvangelio fero scudo e lance.
Ora si va con motti e con iscede a predicare, e pur che ben si rida, gonfia il cappuccio e più non si richiede.
Ma tale uccel nel becchetto sannida, che se l vulgo il vedesse, vederebbe la perdonanza di chel si confida:
per cui tanta stoltezza in terra crebbe, che, sanza prova dalcun testimonio, ad ogne promession si correrebbe.
Di questo ingrassa il porco sant Antonio, e altri assai che sono ancor più porci, pagando di moneta sanza conio.
Ma perché siam digressi assai, ritorci li occhi oramai verso la dritta strada, sì che la via col tempo si raccorci.
Questa natura sì oltre singrada in numero, che mai non fu loquela né concetto mortal che tanto vada;
e se tu guardi quel che si revela per Danïel, vedrai che n sue migliaia determinato numero si cela.
La prima luce, che tutta la raia, per tanti modi in essa si recepe, quanti son li splendori a chi sappaia.
Onde, però che a latto che concepe segue laffetto, damar la dolcezza diversamente in essa ferve e tepe.
Vedi leccelso omai e la larghezza de letterno valor, poscia che tanti speculi fatti sha in che si spezza,
uno manendo in sé come davanti».
Paradiso Canto XXX
Forse semilia miglia di lontano ci ferve lora sesta, e questo mondo china già lombra quasi al letto piano,
quando l mezzo del cielo, a noi profondo, comincia a farsi tal, chalcuna stella perde il parere infino a questo fondo;
e come vien la chiarissima ancella del sol più oltre, così l ciel si chiude di vista in vista infino a la più bella.
Non altrimenti il trïunfo che lude sempre dintorno al punto che mi vinse, parendo inchiuso da quel chelli nchiude,
a poco a poco al mio veder si stinse: per che tornar con li occhi a Bëatrice nulla vedere e amor mi costrinse.
Se quanto infino a qui di lei si dice fosse conchiuso tutto in una loda, poca sarebbe a fornir questa vice.
La bellezza chio vidi si trasmoda non pur di là da noi, ma certo io credo che solo il suo fattor tutta la goda.
Da questo passo vinto mi concedo più che già mai da punto di suo tema soprato fosse comico o tragedo:
ché, come sole in viso che più trema, così lo rimembrar del dolce riso la mente mia da me medesmo scema.
Dal primo giorno chi vidi il suo viso in questa vita, infino a questa vista, non mè il seguire al mio cantar preciso;
ma or convien che mio seguir desista più dietro a sua bellezza, poetando, come a lultimo suo ciascuno artista.
Cotal qual io lascio a maggior bando che quel de la mia tuba, che deduce lardüa sua matera terminando,
con atto e voce di spedito duce ricominciò: «Noi siamo usciti fore del maggior corpo al ciel chè pura luce:
luce intellettüal, piena damore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogne dolzore.
Qui vederai luna e laltra milizia di paradiso, e luna in quelli aspetti che tu vedrai a lultima giustizia».
Come sùbito lampo che discetti li spiriti visivi, sì che priva da latto locchio di più forti obietti,
così mi circunfulse luce viva, e lasciommi fasciato di tal velo del suo fulgor, che nulla mappariva.
«Sempre lamor che queta questo cielo accoglie in sé con sì fatta salute, per far disposto a sua fiamma il candelo».
Non fur più tosto dentro a me venute queste parole brievi, chio compresi me sormontar di sopr a mia virtute;
e di novella vista mi raccesi tale, che nulla luce è tanto mera, che li occhi miei non si fosser difesi;
e vidi lume in forma di rivera fulvido di fulgore, intra due rive dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive, e dogne parte si mettien ne fiori, quasi rubin che oro circunscrive;
poi, come inebrïate da li odori, riprofondavan sé nel miro gurge, e suna intrava, unaltra nuscia fori.
«Lalto disio che mo tinfiamma e urge, daver notizia di ciò che tu vei, tanto mi piace più quanto più turge;
ma di quest acqua convien che tu bei prima che tanta sete in te si sazi»: così mi disse il sol de li occhi miei.
Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi chentrano ed escono e l rider de lerbe son di lor vero umbriferi prefazi.
Non che da sé sian queste cose acerbe; ma è difetto da la parte tua, che non hai viste ancor tanto superbe».
Non è fantin che sì sùbito rua col volto verso il latte, se si svegli molto tardato da lusanza sua,
come fec io, per far migliori spegli ancor de li occhi, chinandomi a londa che si deriva perché vi simmegli;
e sì come di lei bevve la gronda de le palpebre mie, così mi parve di sua lunghezza divenuta tonda.
Poi, come gente stata sotto larve, che pare altro che prima, se si sveste la sembianza non süa in che disparve,
così mi si cambiaro in maggior feste li fiori e le faville, sì chio vidi ambo le corti del ciel manifeste.
O isplendor di Dio, per cu io vidi lalto trïunfo del regno verace, dammi virtù a dir com ïo il vidi!
Lume è là sù che visibile face lo creatore a quella creatura che solo in lui vedere ha la sua pace.
E si distende in circular figura, in tanto che la sua circunferenza sarebbe al sol troppo larga cintura.
Fassi di raggio tutta sua parvenza reflesso al sommo del mobile primo, che prende quindi vivere e potenza.
E come clivo in acqua di suo imo si specchia, quasi per vedersi addorno, quando è nel verde e ne fioretti opimo,
sì, soprastando al lume intorno intorno, vidi specchiarsi in più di mille soglie quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
E se linfimo grado in sé raccoglie sì grande lume, quanta è la larghezza di questa rosa ne lestreme foglie!
La vista mia ne lampio e ne laltezza non si smarriva, ma tutto prendeva il quanto e l quale di quella allegrezza.
Presso e lontano, lì, né pon né leva: ché dove Dio sanza mezzo governa, la legge natural nulla rileva.
Nel giallo de la rosa sempiterna, che si digrada e dilata e redole odor di lode al sol che sempre verna,
qual è colui che tace e dicer vole, mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira quanto è l convento de le bianche stole!
Vedi nostra città quant ella gira; vedi li nostri scanni sì ripieni, che poca gente più ci si disira.
E n quel gran seggio a che tu li occhi tieni per la corona che già vè sù posta, prima che tu a queste nozze ceni,
sederà lalma, che fia giù agosta, de lalto Arrigo, cha drizzare Italia verrà in prima chella sia disposta.
La cieca cupidigia che vammalia simili fatti vha al fantolino che muor per fame e caccia via la balia.
E fia prefetto nel foro divino allora tal, che palese e coverto non anderà con lui per un cammino.
Ma poco poi sarà da Dio sofferto nel santo officio; chel sarà detruso là dove Simon mago è per suo merto,
e farà quel dAlagna intrar più giuso».
Paradiso Canto XXXI
In forma dunque di candida rosa mi si mostrava la milizia santa che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma laltra, che volando vede e canta la gloria di colui che la nnamora e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera dape che sinfiora una fïata e una si ritorna là dove suo laboro sinsapora,
nel gran fior discendeva che saddorna di tante foglie, e quindi risaliva là dove l süo amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva e lali doro, e laltro tanto bianco, che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco porgevan de la pace e de lardore chelli acquistavan ventilando il fianco.
Né linterporsi tra l disopra e l fiore di tanta moltitudine volante impediva la vista e lo splendore:
ché la luce divina è penetrante per luniverso secondo chè degno, sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudïoso regno, frequente in gente antica e in novella, viso e amore avea tutto ad un segno.
O trina luce che n unica stella scintillando a lor vista, sì li appaga! guarda qua giuso a la nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga che ciascun giorno dElice si cuopra, rotante col suo figlio ond ella è vaga,
veggendo Roma e lardüa sua opra, stupefaciensi, quando Laterano a le cose mortali andò di sopra;
ïo, che al divino da lumano, a letterno dal tempo era venuto, e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto! Certo tra esso e l gaudio mi facea libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea nel tempio del suo voto riguardando, e spera già ridir com ello stea,
su per la viva luce passeggiando, menava ïo li occhi per li gradi, mo sù, mo giù e mo recirculando.
Vedëa visi a carità süadi, daltrui lume fregiati e di suo riso, e atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di paradiso già tutta mïo sguardo avea compresa, in nulla parte ancor fermato fiso;
e volgeami con voglia rïaccesa per domandar la mia donna di cose di che la mente mia era sospesa.
Uno intendëa, e altro mi rispuose: credea veder Beatrice e vidi un sene vestito con le genti glorïose.