La Divina Commedia di Dante: Paradiso
Part 6
O glorïose stelle, o lume pregno di gran virtù, dal quale io riconosco tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
con voi nasceva e sascondeva vosco quelli chè padre dogne mortal vita, quand io senti di prima laere tosco;
e poi, quando mi fu grazia largita dentrar ne lalta rota che vi gira, la vostra regïon mi fu sortita.
A voi divotamente ora sospira lanima mia, per acquistar virtute al passo forte che a sé la tira.
«Tu se sì presso a lultima salute», cominciò Bëatrice, «che tu dei aver le luci tue chiare e acute;
e però, prima che tu più tinlei, rimira in giù, e vedi quanto mondo sotto li piedi già esser ti fei;
sì che l tuo cor, quantunque può, giocondo sappresenti a la turba trïunfante che lieta vien per questo etera tondo».
Col viso ritornai per tutte quante le sette spere, e vidi questo globo tal, chio sorrisi del suo vil sembiante;
e quel consiglio per migliore approbo che lha per meno; e chi ad altro pensa chiamar si puote veramente probo.
Vidi la figlia di Latona incensa sanza quell ombra che mi fu cagione per che già la credetti rara e densa.
Laspetto del tuo nato, Iperïone, quivi sostenni, e vidi com si move circa e vicino a lui Maia e Dïone.
Quindi mapparve il temperar di Giove tra l padre e l figlio; e quindi mi fu chiaro il varïar che fanno di lor dove;
e tutti e sette mi si dimostraro quanto son grandi e quanto son veloci e come sono in distante riparo.
Laiuola che ci fa tanto feroci, volgendom io con li etterni Gemelli, tutta mapparve da colli a le foci;
poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
Paradiso Canto XXIII
Come laugello, intra lamate fronde, posato al nido de suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde,
che, per veder li aspetti disïati e per trovar lo cibo onde li pasca, in che gravi labor li sono aggrati,
previene il tempo in su aperta frasca, e con ardente affetto il sole aspetta, fiso guardando pur che lalba nasca;
così la donna mïa stava eretta e attenta, rivolta inver la plaga sotto la quale il sol mostra men fretta:
sì che, veggendola io sospesa e vaga, fecimi qual è quei che disïando altro vorria, e sperando sappaga.
Ma poco fu tra uno e altro quando, del mio attender, dico, e del vedere lo ciel venir più e più rischiarando;
e Bëatrice disse: «Ecco le schiere del trïunfo di Cristo e tutto l frutto ricolto del girar di queste spere!».
Pariemi che l suo viso ardesse tutto, e li occhi avea di letizia sì pieni, che passarmen convien sanza costrutto.
Quale ne plenilunïi sereni Trivïa ride tra le ninfe etterne che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vid i sopra migliaia di lucerne un sol che tutte quante laccendea, come fa l nostro le viste superne;
e per la viva luce trasparea la lucente sustanza tanto chiara nel viso mio, che non la sostenea.
Oh Bëatrice, dolce guida e cara! Ella mi disse: «Quel che ti sobranza è virtù da cui nulla si ripara.
Quivi è la sapïenza e la possanza chaprì le strade tra l cielo e la terra, onde fu già sì lunga disïanza».
Come foco di nube si diserra per dilatarsi sì che non vi cape, e fuor di sua natura in giù satterra,
la mente mia così, tra quelle dape fatta più grande, di sé stessa uscìo, e che si fesse rimembrar non sape.
«Apri li occhi e riguarda qual son io; tu hai vedute cose, che possente se fatto a sostener lo riso mio».
Io era come quei che si risente di visïone oblita e che singegna indarno di ridurlasi a la mente,
quand io udi questa proferta, degna di tanto grato, che mai non si stingue del libro che l preterito rassegna.
Se mo sonasser tutte quelle lingue che Polimnïa con le suore fero del latte lor dolcissimo più pingue,
per aiutarmi, al millesmo del vero non si verria, cantando il santo riso e quanto il santo aspetto facea mero;
e così, figurando il paradiso, convien saltar lo sacrato poema, come chi trova suo cammin riciso.
Ma chi pensasse il ponderoso tema e lomero mortal che se ne carca, nol biasmerebbe se sott esso trema:
non è pareggio da picciola barca quel che fendendo va lardita prora, né da nocchier cha sé medesmo parca.
«Perché la faccia mia sì tinnamora, che tu non ti rivolgi al bel giardino che sotto i raggi di Cristo sinfiora?
Quivi è la rosa in che l verbo divino carne si fece; quivi son li gigli al cui odor si prese il buon cammino».
Così Beatrice; e io, che a suoi consigli tutto era pronto, ancora mi rendei a la battaglia de debili cigli.
Come a raggio di sol, che puro mei per fratta nube, già prato di fiori vider, coverti dombra, li occhi miei;
vid io così più turbe di splendori, folgorate di sù da raggi ardenti, sanza veder principio di folgóri.
O benigna vertù che sì li mprenti, sù tessaltasti, per largirmi loco a li occhi lì che non teran possenti.
Il nome del bel fior chio sempre invoco e mane e sera, tutto mi ristrinse lanimo ad avvisar lo maggior foco;
e come ambo le luci mi dipinse il quale e il quanto de la viva stella che là sù vince come qua giù vinse,
per entro il cielo scese una facella, formata in cerchio a guisa di corona, e cinsela e girossi intorno ad ella.
Qualunque melodia più dolce suona qua giù e più a sé lanima tira, parrebbe nube che squarciata tona,
comparata al sonar di quella lira onde si coronava il bel zaffiro del quale il ciel più chiaro sinzaffira.
«Io sono amore angelico, che giro lalta letizia che spira del ventre che fu albergo del nostro disiro;
e girerommi, donna del ciel, mentre che seguirai tuo figlio, e farai dia più la spera suprema perché lì entre».
Così la circulata melodia si sigillava, e tutti li altri lumi facean sonare il nome di Maria.
Lo real manto di tutti i volumi del mondo, che più ferve e più savviva ne lalito di Dio e nei costumi,
avea sopra di noi linterna riva tanto distante, che la sua parvenza, là dov io era, ancor non appariva:
però non ebber li occhi miei potenza di seguitar la coronata fiamma che si levò appresso sua semenza.
E come fantolin che nver la mamma tende le braccia, poi che l latte prese, per lanimo che nfin di fuor sinfiamma;
ciascun di quei candori in sù si stese con la sua cima, sì che lalto affetto chelli avieno a Maria mi fu palese.
Indi rimaser lì nel mio cospetto, Regina celi cantando sì dolce, che mai da me non si partì l diletto.
Oh quanta è lubertà che si soffolce in quelle arche ricchissime che fuoro a seminar qua giù buone bobolce!
Quivi si vive e gode del tesoro che sacquistò piangendo ne lo essilio di Babillòn, ove si lasciò loro.
Quivi trïunfa, sotto lalto Filio di Dio e di Maria, di sua vittoria, e con lantico e col novo concilio,
colui che tien le chiavi di tal gloria.
Paradiso Canto XXIV
«O sodalizio eletto a la gran cena del benedetto Agnello, il qual vi ciba sì, che la vostra voglia è sempre piena,
se per grazia di Dio questi preliba di quel che cade de la vostra mensa, prima che morte tempo li prescriba,
ponete mente a laffezione immensa e roratelo alquanto: voi bevete sempre del fonte onde vien quel chei pensa».
Così Beatrice; e quelle anime liete si fero spere sopra fissi poli, fiammando, a volte, a guisa di comete.
E come cerchi in tempra dorïuoli si giran sì, che l primo a chi pon mente quïeto pare, e lultimo che voli;
così quelle carole, differente- mente danzando, de la sua ricchezza mi facieno stimar, veloci e lente.
Di quella chio notai di più carezza vid ïo uscire un foco sì felice, che nullo vi lasciò di più chiarezza;
e tre fïate intorno di Beatrice si volse con un canto tanto divo, che la mia fantasia nol mi ridice.
Però salta la penna e non lo scrivo: ché limagine nostra a cotai pieghe, non che l parlare, è troppo color vivo.
«O santa suora mia che sì ne prieghe divota, per lo tuo ardente affetto da quella bella spera mi disleghe».
Poscia fermato, il foco benedetto a la mia donna dirizzò lo spiro, che favellò così com i ho detto.
Ed ella: «O luce etterna del gran viro a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, chei portò giù, di questo gaudio miro,
tenta costui di punti lievi e gravi, come ti piace, intorno de la fede, per la qual tu su per lo mare andavi.
Selli ama bene e bene spera e crede, non tè occulto, perché l viso hai quivi dov ogne cosa dipinta si vede;
ma perché questo regno ha fatto civi per la verace fede, a glorïarla, di lei parlare è ben cha lui arrivi».
Sì come il baccialier sarma e non parla fin che l maestro la question propone, per approvarla, non per terminarla,
così marmava io dogne ragione mentre chella dicea, per esser presto a tal querente e a tal professione.
«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: fede che è?». Ond io levai la fronte in quella luce onde spirava questo;
poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte sembianze femmi perch ïo spandessi lacqua di fuor del mio interno fonte.
«La Grazia che mi dà chio mi confessi», comincia io, «da lalto primipilo, faccia li miei concetti bene espressi».
E seguitai: «Come l verace stilo ne scrisse, padre, del tuo caro frate che mise teco Roma nel buon filo,
fede è sustanza di cose sperate e argomento de le non parventi; e questa pare a me sua quiditate».
Allora udi: «Dirittamente senti, se bene intendi perché la ripuose tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
E io appresso: «Le profonde cose che mi largiscon qui la lor parvenza, a li occhi di là giù son sì ascose,
che lesser loro vè in sola credenza, sopra la qual si fonda lalta spene; e però di sustanza prende intenza.
E da questa credenza ci convene silogizzar, sanz avere altra vista: però intenza dargomento tene».
Allora udi: «Se quantunque sacquista giù per dottrina, fosse così nteso, non lì avria loco ingegno di sofista».
Così spirò di quello amore acceso; indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa desta moneta già la lega e l peso;
ma dimmi se tu lhai ne la tua borsa». Ond io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, che nel suo conio nulla mi sinforsa».
Appresso uscì de la luce profonda che lì splendeva: «Questa cara gioia sopra la quale ogne virtù si fonda,
onde ti venne?». E io: «La larga ploia de lo Spirito Santo, chè diffusa in su le vecchie e n su le nuove cuoia,
è silogismo che la mha conchiusa acutamente sì, che nverso della ogne dimostrazion mi pare ottusa».
Io udi poi: «Lantica e la novella proposizion che così ti conchiude, perché lhai tu per divina favella?».
E io: «La prova che l ver mi dischiude, son lopere seguite, a che natura non scalda ferro mai né batte incude».
Risposto fummi: «Dì, chi tassicura che quell opere fosser? Quel medesmo che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
«Se l mondo si rivolse al cristianesmo», diss io, «sanza miracoli, quest uno è tal, che li altri non sono il centesmo:
ché tu intrasti povero e digiuno in campo, a seminar la buona pianta che fu già vite e ora è fatta pruno».
Finito questo, lalta corte santa risonò per le spere un Dio laudamo ne la melode che là sù si canta.
E quel baron che sì di ramo in ramo, essaminando, già tratto mavea, che a lultime fronde appressavamo,
ricominciò: «La Grazia, che donnea con la tua mente, la bocca taperse infino a qui come aprir si dovea,
sì chio approvo ciò che fuori emerse; ma or convien espremer quel che credi, e onde a la credenza tua sofferse».
«O santo padre, e spirito che vedi ciò che credesti sì, che tu vincesti ver lo sepulcro più giovani piedi»,
comincia io, «tu vuo chio manifesti la forma qui del pronto creder mio, e anche la cagion di lui chiedesti.
E io rispondo: Io credo in uno Dio solo ed etterno, che tutto l ciel move, non moto, con amore e con disio;
e a tal creder non ho io pur prove fisice e metafisice, ma dalmi anche la verità che quinci piove
per Moïsè, per profeti e per salmi, per lEvangelio e per voi che scriveste poi che lardente Spirto vi fé almi;
e credo in tre persone etterne, e queste credo una essenza sì una e sì trina, che soffera congiunto sono ed este.
De la profonda condizion divina chio tocco mo, la mente mi sigilla più volte levangelica dottrina.
Quest è l principio, quest è la favilla che si dilata in fiamma poi vivace, e come stella in cielo in me scintilla».
Come l segnor chascolta quel che i piace, da indi abbraccia il servo, gratulando per la novella, tosto chel si tace;
così, benedicendomi cantando, tre volte cinse me, sì com io tacqui, lappostolico lume al cui comando
io avea detto: sì nel dir li piacqui!
Paradiso Canto XXV
Se mai continga che l poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra, sì che mha fatto per molti anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra del bello ovile ov io dormi agnello, nimico ai lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro vello ritornerò poeta, e in sul fonte del mio battesmo prenderò l cappello;
però che ne la fede, che fa conte lanime a Dio, quivi intra io, e poi Pietro per lei sì mi girò la fronte.
Indi si mosse un lume verso noi di quella spera ond uscì la primizia che lasciò Cristo di vicari suoi;
e la mia donna, piena di letizia, mi disse: «Mira, mira: ecco il barone per cui là giù si vicita Galizia».
Sì come quando il colombo si pone presso al compagno, luno a laltro pande, girando e mormorando, laffezione;
così vid ïo lun da laltro grande principe glorïoso essere accolto, laudando il cibo che là sù li prande.
Ma poi che l gratular si fu assolto, tacito coram me ciascun saffisse, ignito sì che vincëa l mio volto.
Ridendo allora Bëatrice disse: «Inclita vita per cui la larghezza de la nostra basilica si scrisse,
fa risonar la spene in questa altezza: tu sai, che tante fiate la figuri, quante Iesù ai tre fé più carezza».
«Leva la testa e fa che tassicuri: che ciò che vien qua sù del mortal mondo, convien chai nostri raggi si maturi».
Questo conforto del foco secondo mi venne; ond io leväi li occhi a monti che li ncurvaron pria col troppo pondo.
«Poi che per grazia vuol che tu taffronti lo nostro Imperadore, anzi la morte, ne laula più secreta co suoi conti,
sì che, veduto il ver di questa corte, la spene, che là giù bene innamora, in te e in altrui di ciò conforte,
di quel chell è, di come se ne nfiora la mente tua, e dì onde a te venne». Così seguì l secondo lume ancora.
E quella pïa che guidò le penne de le mie ali a così alto volo, a la risposta così mi prevenne:
«La Chiesa militante alcun figliuolo non ha con più speranza, com è scritto nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
però li è conceduto che dEgitto vegna in Ierusalemme per vedere, anzi che l militar li sia prescritto.
Li altri due punti, che non per sapere son dimandati, ma perch ei rapporti quanto questa virtù tè in piacere,
a lui lasc io, ché non li saran forti né di iattanza; ed elli a ciò risponda, e la grazia di Dio ciò li comporti».
Come discente cha dottor seconda pronto e libente in quel chelli è esperto, perché la sua bontà si disasconda,
«Spene», diss io, «è uno attender certo de la gloria futura, il qual produce grazia divina e precedente merto.
Da molte stelle mi vien questa luce; ma quei la distillò nel mio cor pria che fu sommo cantor del sommo duce.
Sperino in te, ne la sua tëodia dice, color che sanno il nome tuo: e chi nol sa, selli ha la fede mia?
Tu mi stillasti, con lo stillar suo, ne la pistola poi; sì chio son pieno, e in altrui vostra pioggia repluo».
Mentr io diceva, dentro al vivo seno di quello incendio tremolava un lampo sùbito e spesso a guisa di baleno.
Indi spirò: «Lamore ond ïo avvampo ancor ver la virtù che mi seguette infin la palma e a luscir del campo,
vuol chio respiri a te che ti dilette di lei; ed emmi a grato che tu diche quello che la speranza ti mpromette».
E io: «Le nove e le scritture antiche pongon lo segno, ed esso lo mi addita, de lanime che Dio sha fatte amiche.
Dice Isaia che ciascuna vestita ne la sua terra fia di doppia vesta: e la sua terra è questa dolce vita;
e l tuo fratello assai vie più digesta, là dove tratta de le bianche stole, questa revelazion ci manifesta».
E prima, appresso al fin deste parole, Sperent in te di sopr a noi sudì; a che rispuoser tutte le carole.
Poscia tra esse un lume si schiarì sì che, se l Cancro avesse un tal cristallo, linverno avrebbe un mese dun sol dì.
E come surge e va ed entra in ballo vergine lieta, sol per fare onore a la novizia, non per alcun fallo,
così vid io lo schiarato splendore venire a due che si volgieno a nota qual conveniesi al loro ardente amore.
Misesi lì nel canto e ne la rota; e la mia donna in lor tenea laspetto, pur come sposa tacita e immota.
«Questi è colui che giacque sopra l petto del nostro pellicano, e questi fue di su la croce al grande officio eletto».
La donna mia così; né però piùe mosser la vista sua di stare attenta poscia che prima le parole sue.
Qual è colui chadocchia e sargomenta di vedere eclissar lo sole un poco, che, per veder, non vedente diventa;
tal mi fec ïo a quell ultimo foco mentre che detto fu: «Perché tabbagli per veder cosa che qui non ha loco?
In terra è terra il mio corpo, e saragli tanto con li altri, che l numero nostro con letterno proposito sagguagli.
Con le due stole nel beato chiostro son le due luci sole che saliro; e questo apporterai nel mondo vostro».
A questa voce linfiammato giro si quïetò con esso il dolce mischio che si facea nel suon del trino spiro,
sì come, per cessar fatica o rischio, li remi, pria ne lacqua ripercossi, tutti si posano al sonar dun fischio.
Ahi quanto ne la mente mi commossi, quando mi volsi per veder Beatrice, per non poter veder, benché io fossi
presso di lei, e nel mondo felice!
Paradiso Canto XXVI
Mentr io dubbiava per lo viso spento, de la fulgida fiamma che lo spense uscì un spiro che mi fece attento,
dicendo: «Intanto che tu ti risense de la vista che haï in me consunta, ben è che ragionando la compense.
Comincia dunque; e dì ove sappunta lanima tua, e fa ragion che sia la vista in te smarrita e non defunta:
perché la donna che per questa dia regïon ti conduce, ha ne lo sguardo la virtù chebbe la man dAnania».
Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo vegna remedio a li occhi, che fuor porte quand ella entrò col foco ond io sempr ardo.
Lo ben che fa contenta questa corte, Alfa e O è di quanta scrittura mi legge Amore o lievemente o forte».
Quella medesma voce che paura tolta mavea del sùbito abbarbaglio, di ragionare ancor mi mise in cura;
e disse: «Certo a più angusto vaglio ti conviene schiarar: dicer convienti chi drizzò larco tuo a tal berzaglio».
E io: «Per filosofici argomenti e per autorità che quinci scende cotale amor convien che in me si mprenti:
ché l bene, in quanto ben, come sintende, così accende amore, e tanto maggio quanto più di bontate in sé comprende.
Dunque a lessenza ov è tanto avvantaggio, che ciascun ben che fuor di lei si trova altro non è chun lume di suo raggio,
più che in altra convien che si mova la mente, amando, di ciascun che cerne il vero in che si fonda questa prova.
Tal vero a lintelletto mïo sterne colui che mi dimostra il primo amore di tutte le sustanze sempiterne.
Sternel la voce del verace autore, che dice a Moïsè, di sé parlando: Io ti farò vedere ogne valore.
Sternilmi tu ancora, incominciando lalto preconio che grida larcano di qui là giù sovra ogne altro bando».
E io udi: «Per intelletto umano e per autoritadi a lui concorde di tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
Ma dì ancor se tu senti altre corde tirarti verso lui, sì che tu suone con quanti denti questo amor ti morde».
Non fu latente la santa intenzione de laguglia di Cristo, anzi maccorsi dove volea menar mia professione.
Però ricominciai: «Tutti quei morsi che posson far lo cor volgere a Dio, a la mia caritate son concorsi:
ché lessere del mondo e lesser mio, la morte chel sostenne perch io viva, e quel che spera ogne fedel com io,
con la predetta conoscenza viva, tratto mhanno del mar de lamor torto, e del diritto mhan posto a la riva.
Le fronde onde sinfronda tutto lorto de lortolano etterno, am io cotanto quanto da lui a lor di bene è porto».
Sì com io tacqui, un dolcissimo canto risonò per lo cielo, e la mia donna dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
E come a lume acuto si disonna per lo spirto visivo che ricorre a lo splendor che va di gonna in gonna,
e lo svegliato ciò che vede aborre, sì nescïa è la sùbita vigilia fin che la stimativa non soccorre;
così de li occhi miei ogne quisquilia fugò Beatrice col raggio di suoi, che rifulgea da più di mille milia:
onde mei che dinanzi vidi poi; e quasi stupefatto domandai dun quarto lume chio vidi tra noi.
E la mia donna: «Dentro da quei rai vagheggia il suo fattor lanima prima che la prima virtù creasse mai».
Come la fronda che flette la cima nel transito del vento, e poi si leva per la propria virtù che la soblima,
fec io in tanto in quant ella diceva, stupendo, e poi mi rifece sicuro un disio di parlare ond ïo ardeva.
E cominciai: «O pomo che maturo solo prodotto fosti, o padre antico a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
divoto quanto posso a te supplìco perché mi parli: tu vedi mia voglia, e per udirti tosto non la dico».
Talvolta un animal coverto broglia, sì che laffetto convien che si paia per lo seguir che face a lui la nvoglia;
e similmente lanima primaia mi facea trasparer per la coverta quant ella a compiacermi venìa gaia.
Indi spirò: «Sanz essermi proferta da te, la voglia tua discerno meglio che tu qualunque cosa tè più certa;
perch io la veggio nel verace speglio che fa di sé pareglio a laltre cose, e nulla face lui di sé pareglio.
Tu vuogli udir quant è che Dio mi puose ne leccelso giardino, ove costei a così lunga scala ti dispuose,
e quanto fu diletto a li occhi miei, e la propria cagion del gran disdegno, e lidïoma chusai e che fei.
Or, figluol mio, non il gustar del legno fu per sé la cagion di tanto essilio, ma solamente il trapassar del segno.
Quindi onde mosse tua donna Virgilio, quattromilia trecento e due volumi di sol desiderai questo concilio;
e vidi lui tornare a tutt i lumi de la sua strada novecento trenta fïate, mentre chïo in terra fumi.
La lingua chio parlai fu tutta spenta innanzi che a lovra inconsummabile fosse la gente di Nembròt attenta:
ché nullo effetto mai razïonabile, per lo piacere uman che rinovella seguendo il cielo, sempre fu durabile.
Opera naturale è chuom favella; ma così o così, natura lascia poi fare a voi secondo che vabbella.
Pria chi scendessi a linfernale ambascia, I sappellava in terra il sommo bene onde vien la letizia che mi fascia;
e El si chiamò poi: e ciò convene, ché luso di mortali è come fronda in ramo, che sen va e altra vene.
Nel monte che si leva più da londa, fu io, con vita pura e disonesta, da la prim ora a quella che seconda,
come l sol muta quadra, lora sesta».
Paradiso Canto XXVII
Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo, cominciò, gloria!, tutto l paradiso, sì che minebrïava il dolce canto.
Ciò chio vedeva mi sembiava un riso de luniverso; per che mia ebbrezza intrava per ludire e per lo viso.
Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! oh vita intègra damore e di pace! oh sanza brama sicura ricchezza!