La Divina Commedia di Dante: Paradiso

Part 6

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O glorïose stelle, o lume pregno di gran virtù, dal quale io riconosco tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e s’ascondeva vosco quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;

e poi, quando mi fu grazia largita d’entrar ne l’alta rota che vi gira, la vostra regïon mi fu sortita.

A voi divotamente ora sospira l’anima mia, per acquistar virtute al passo forte che a sé la tira.

«Tu se’ sì presso a l’ultima salute», cominciò Bëatrice, «che tu dei aver le luci tue chiare e acute;

e però, prima che tu più t’inlei, rimira in giù, e vedi quanto mondo sotto li piedi già esser ti fei;

sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo s’appresenti a la turba trïunfante che lieta vien per questo etera tondo».

Col viso ritornai per tutte quante le sette spere, e vidi questo globo tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;

e quel consiglio per migliore approbo che l’ha per meno; e chi ad altro pensa chiamar si puote veramente probo.

Vidi la figlia di Latona incensa sanza quell’ ombra che mi fu cagione per che già la credetti rara e densa.

L’aspetto del tuo nato, Iperïone, quivi sostenni, e vidi com’ si move circa e vicino a lui Maia e Dïone.

Quindi m’apparve il temperar di Giove tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro il varïar che fanno di lor dove;

e tutti e sette mi si dimostraro quanto son grandi e quanto son veloci e come sono in distante riparo.

L’aiuola che ci fa tanto feroci, volgendom’ io con li etterni Gemelli, tutta m’apparve da’ colli a le foci;

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

Paradiso • Canto XXIII

Come l’augello, intra l’amate fronde, posato al nido de’ suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde,

che, per veder li aspetti disïati e per trovar lo cibo onde li pasca, in che gravi labor li sono aggrati,

previene il tempo in su aperta frasca, e con ardente affetto il sole aspetta, fiso guardando pur che l’alba nasca;

così la donna mïa stava eretta e attenta, rivolta inver’ la plaga sotto la quale il sol mostra men fretta:

sì che, veggendola io sospesa e vaga, fecimi qual è quei che disïando altro vorria, e sperando s’appaga.

Ma poco fu tra uno e altro quando, del mio attender, dico, e del vedere lo ciel venir più e più rischiarando;

e Bëatrice disse: «Ecco le schiere del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto ricolto del girar di queste spere!».

Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto, e li occhi avea di letizia sì pieni, che passarmen convien sanza costrutto.

Quale ne’ plenilunïi sereni Trivïa ride tra le ninfe etterne che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vid’ i’ sopra migliaia di lucerne un sol che tutte quante l’accendea, come fa ’l nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea la lucente sustanza tanto chiara nel viso mio, che non la sostenea.

Oh Bëatrice, dolce guida e cara! Ella mi disse: «Quel che ti sobranza è virtù da cui nulla si ripara.

Quivi è la sapïenza e la possanza ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra, onde fu già sì lunga disïanza».

Come foco di nube si diserra per dilatarsi sì che non vi cape, e fuor di sua natura in giù s’atterra,

la mente mia così, tra quelle dape fatta più grande, di sé stessa uscìo, e che si fesse rimembrar non sape.

«Apri li occhi e riguarda qual son io; tu hai vedute cose, che possente se’ fatto a sostener lo riso mio».

Io era come quei che si risente di visïone oblita e che s’ingegna indarno di ridurlasi a la mente,

quand’ io udi’ questa proferta, degna di tanto grato, che mai non si stingue del libro che ’l preterito rassegna.

Se mo sonasser tutte quelle lingue che Polimnïa con le suore fero del latte lor dolcissimo più pingue,

per aiutarmi, al millesmo del vero non si verria, cantando il santo riso e quanto il santo aspetto facea mero;

e così, figurando il paradiso, convien saltar lo sacrato poema, come chi trova suo cammin riciso.

Ma chi pensasse il ponderoso tema e l’omero mortal che se ne carca, nol biasmerebbe se sott’ esso trema:

non è pareggio da picciola barca quel che fendendo va l’ardita prora, né da nocchier ch’a sé medesmo parca.

«Perché la faccia mia sì t’innamora, che tu non ti rivolgi al bel giardino che sotto i raggi di Cristo s’infiora?

Quivi è la rosa in che ’l verbo divino carne si fece; quivi son li gigli al cui odor si prese il buon cammino».

Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli tutto era pronto, ancora mi rendei a la battaglia de’ debili cigli.

Come a raggio di sol, che puro mei per fratta nube, già prato di fiori vider, coverti d’ombra, li occhi miei;

vid’ io così più turbe di splendori, folgorate di sù da raggi ardenti, sanza veder principio di folgóri.

O benigna vertù che sì li ’mprenti, sù t’essaltasti, per largirmi loco a li occhi lì che non t’eran possenti.

Il nome del bel fior ch’io sempre invoco e mane e sera, tutto mi ristrinse l’animo ad avvisar lo maggior foco;

e come ambo le luci mi dipinse il quale e il quanto de la viva stella che là sù vince come qua giù vinse,

per entro il cielo scese una facella, formata in cerchio a guisa di corona, e cinsela e girossi intorno ad ella.

Qualunque melodia più dolce suona qua giù e più a sé l’anima tira, parrebbe nube che squarciata tona,

comparata al sonar di quella lira onde si coronava il bel zaffiro del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.

«Io sono amore angelico, che giro l’alta letizia che spira del ventre che fu albergo del nostro disiro;

e girerommi, donna del ciel, mentre che seguirai tuo figlio, e farai dia più la spera suprema perché lì entre».

Così la circulata melodia si sigillava, e tutti li altri lumi facean sonare il nome di Maria.

Lo real manto di tutti i volumi del mondo, che più ferve e più s’avviva ne l’alito di Dio e nei costumi,

avea sopra di noi l’interna riva tanto distante, che la sua parvenza, là dov’ io era, ancor non appariva:

però non ebber li occhi miei potenza di seguitar la coronata fiamma che si levò appresso sua semenza.

E come fantolin che ’nver’ la mamma tende le braccia, poi che ’l latte prese, per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;

ciascun di quei candori in sù si stese con la sua cima, sì che l’alto affetto ch’elli avieno a Maria mi fu palese.

Indi rimaser lì nel mio cospetto, ‘Regina celi’ cantando sì dolce, che mai da me non si partì ’l diletto.

Oh quanta è l’ubertà che si soffolce in quelle arche ricchissime che fuoro a seminar qua giù buone bobolce!

Quivi si vive e gode del tesoro che s’acquistò piangendo ne lo essilio di Babillòn, ove si lasciò l’oro.

Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio di Dio e di Maria, di sua vittoria, e con l’antico e col novo concilio,

colui che tien le chiavi di tal gloria.

Paradiso • Canto XXIV

«O sodalizio eletto a la gran cena del benedetto Agnello, il qual vi ciba sì, che la vostra voglia è sempre piena,

se per grazia di Dio questi preliba di quel che cade de la vostra mensa, prima che morte tempo li prescriba,

ponete mente a l’affezione immensa e roratelo alquanto: voi bevete sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».

Così Beatrice; e quelle anime liete si fero spere sopra fissi poli, fiammando, a volte, a guisa di comete.

E come cerchi in tempra d’orïuoli si giran sì, che ’l primo a chi pon mente quïeto pare, e l’ultimo che voli;

così quelle carole, differente- mente danzando, de la sua ricchezza mi facieno stimar, veloci e lente.

Di quella ch’io notai di più carezza vid’ ïo uscire un foco sì felice, che nullo vi lasciò di più chiarezza;

e tre fïate intorno di Beatrice si volse con un canto tanto divo, che la mia fantasia nol mi ridice.

Però salta la penna e non lo scrivo: ché l’imagine nostra a cotai pieghe, non che ’l parlare, è troppo color vivo.

«O santa suora mia che sì ne prieghe divota, per lo tuo ardente affetto da quella bella spera mi disleghe».

Poscia fermato, il foco benedetto a la mia donna dirizzò lo spiro, che favellò così com’ i’ ho detto.

Ed ella: «O luce etterna del gran viro a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,

tenta costui di punti lievi e gravi, come ti piace, intorno de la fede, per la qual tu su per lo mare andavi.

S’elli ama bene e bene spera e crede, non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi dov’ ogne cosa dipinta si vede;

ma perché questo regno ha fatto civi per la verace fede, a glorïarla, di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».

Sì come il baccialier s’arma e non parla fin che ’l maestro la question propone, per approvarla, non per terminarla,

così m’armava io d’ogne ragione mentre ch’ella dicea, per esser presto a tal querente e a tal professione.

«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: fede che è?». Ond’ io levai la fronte in quella luce onde spirava questo;

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte sembianze femmi perch’ ïo spandessi l’acqua di fuor del mio interno fonte.

«La Grazia che mi dà ch’io mi confessi», comincia’ io, «da l’alto primipilo, faccia li miei concetti bene espressi».

E seguitai: «Come ’l verace stilo ne scrisse, padre, del tuo caro frate che mise teco Roma nel buon filo,

fede è sustanza di cose sperate e argomento de le non parventi; e questa pare a me sua quiditate».

Allora udi’: «Dirittamente senti, se bene intendi perché la ripuose tra le sustanze, e poi tra li argomenti».

E io appresso: «Le profonde cose che mi largiscon qui la lor parvenza, a li occhi di là giù son sì ascose,

che l’esser loro v’è in sola credenza, sopra la qual si fonda l’alta spene; e però di sustanza prende intenza.

E da questa credenza ci convene silogizzar, sanz’ avere altra vista: però intenza d’argomento tene».

Allora udi’: «Se quantunque s’acquista giù per dottrina, fosse così ’nteso, non lì avria loco ingegno di sofista».

Così spirò di quello amore acceso; indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa d’esta moneta già la lega e ’l peso;

ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa». Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, che nel suo conio nulla mi s’inforsa».

Appresso uscì de la luce profonda che lì splendeva: «Questa cara gioia sopra la quale ogne virtù si fonda,

onde ti venne?». E io: «La larga ploia de lo Spirito Santo, ch’è diffusa in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,

è silogismo che la m’ha conchiusa acutamente sì, che ’nverso d’ella ogne dimostrazion mi pare ottusa».

Io udi’ poi: «L’antica e la novella proposizion che così ti conchiude, perché l’hai tu per divina favella?».

E io: «La prova che ’l ver mi dischiude, son l’opere seguite, a che natura non scalda ferro mai né batte incude».

Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura che quell’ opere fosser? Quel medesmo che vuol provarsi, non altri, il ti giura».

«Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo», diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno è tal, che li altri non sono il centesmo:

ché tu intrasti povero e digiuno in campo, a seminar la buona pianta che fu già vite e ora è fatta pruno».

Finito questo, l’alta corte santa risonò per le spere un ‘Dio laudamo’ ne la melode che là sù si canta.

E quel baron che sì di ramo in ramo, essaminando, già tratto m’avea, che a l’ultime fronde appressavamo,

ricominciò: «La Grazia, che donnea con la tua mente, la bocca t’aperse infino a qui come aprir si dovea,

sì ch’io approvo ciò che fuori emerse; ma or convien espremer quel che credi, e onde a la credenza tua s’offerse».

«O santo padre, e spirito che vedi ciò che credesti sì, che tu vincesti ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,

comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti la forma qui del pronto creder mio, e anche la cagion di lui chiedesti.

E io rispondo: Io credo in uno Dio solo ed etterno, che tutto ’l ciel move, non moto, con amore e con disio;

e a tal creder non ho io pur prove fisice e metafisice, ma dalmi anche la verità che quinci piove

per Moïsè, per profeti e per salmi, per l’Evangelio e per voi che scriveste poi che l’ardente Spirto vi fé almi;

e credo in tre persone etterne, e queste credo una essenza sì una e sì trina, che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.

De la profonda condizion divina ch’io tocco mo, la mente mi sigilla più volte l’evangelica dottrina.

Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla che si dilata in fiamma poi vivace, e come stella in cielo in me scintilla».

Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, da indi abbraccia il servo, gratulando per la novella, tosto ch’el si tace;

così, benedicendomi cantando, tre volte cinse me, sì com’ io tacqui, l’appostolico lume al cui comando

io avea detto: sì nel dir li piacqui!

Paradiso • Canto XXV

Se mai continga che ’l poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra, sì che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello ritornerò poeta, e in sul fonte del mio battesmo prenderò ’l cappello;

però che ne la fede, che fa conte l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi Pietro per lei sì mi girò la fronte.

Indi si mosse un lume verso noi di quella spera ond’ uscì la primizia che lasciò Cristo d’i vicari suoi;

e la mia donna, piena di letizia, mi disse: «Mira, mira: ecco il barone per cui là giù si vicita Galizia».

Sì come quando il colombo si pone presso al compagno, l’uno a l’altro pande, girando e mormorando, l’affezione;

così vid’ ïo l’un da l’altro grande principe glorïoso essere accolto, laudando il cibo che là sù li prande.

Ma poi che ’l gratular si fu assolto, tacito coram me ciascun s’affisse, ignito sì che vincëa ’l mio volto.

Ridendo allora Bëatrice disse: «Inclita vita per cui la larghezza de la nostra basilica si scrisse,

fa risonar la spene in questa altezza: tu sai, che tante fiate la figuri, quante Iesù ai tre fé più carezza».

«Leva la testa e fa che t’assicuri: che ciò che vien qua sù del mortal mondo, convien ch’ai nostri raggi si maturi».

Questo conforto del foco secondo mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.

«Poi che per grazia vuol che tu t’affronti lo nostro Imperadore, anzi la morte, ne l’aula più secreta co’ suoi conti,

sì che, veduto il ver di questa corte, la spene, che là giù bene innamora, in te e in altrui di ciò conforte,

di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora la mente tua, e dì onde a te venne». Così seguì ’l secondo lume ancora.

E quella pïa che guidò le penne de le mie ali a così alto volo, a la risposta così mi prevenne:

«La Chiesa militante alcun figliuolo non ha con più speranza, com’ è scritto nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

però li è conceduto che d’Egitto vegna in Ierusalemme per vedere, anzi che ’l militar li sia prescritto.

Li altri due punti, che non per sapere son dimandati, ma perch’ ei rapporti quanto questa virtù t’è in piacere,

a lui lasc’ io, ché non li saran forti né di iattanza; ed elli a ciò risponda, e la grazia di Dio ciò li comporti».

Come discente ch’a dottor seconda pronto e libente in quel ch’elli è esperto, perché la sua bontà si disasconda,

«Spene», diss’ io, «è uno attender certo de la gloria futura, il qual produce grazia divina e precedente merto.

Da molte stelle mi vien questa luce; ma quei la distillò nel mio cor pria che fu sommo cantor del sommo duce.

‘Sperino in te’, ne la sua tëodia dice, ‘color che sanno il nome tuo’: e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?

Tu mi stillasti, con lo stillar suo, ne la pistola poi; sì ch’io son pieno, e in altrui vostra pioggia repluo».

Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno di quello incendio tremolava un lampo sùbito e spesso a guisa di baleno.

Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo ancor ver’ la virtù che mi seguette infin la palma e a l’uscir del campo,

vuol ch’io respiri a te che ti dilette di lei; ed emmi a grato che tu diche quello che la speranza ti ’mpromette».

E io: «Le nove e le scritture antiche pongon lo segno, ed esso lo mi addita, de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.

Dice Isaia che ciascuna vestita ne la sua terra fia di doppia vesta: e la sua terra è questa dolce vita;

e ’l tuo fratello assai vie più digesta, là dove tratta de le bianche stole, questa revelazion ci manifesta».

E prima, appresso al fin d’este parole, ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì; a che rispuoser tutte le carole.

Poscia tra esse un lume si schiarì sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo, l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.

E come surge e va ed entra in ballo vergine lieta, sol per fare onore a la novizia, non per alcun fallo,

così vid’ io lo schiarato splendore venire a’ due che si volgieno a nota qual conveniesi al loro ardente amore.

Misesi lì nel canto e ne la rota; e la mia donna in lor tenea l’aspetto, pur come sposa tacita e immota.

«Questi è colui che giacque sopra ’l petto del nostro pellicano, e questi fue di su la croce al grande officio eletto».

La donna mia così; né però piùe mosser la vista sua di stare attenta poscia che prima le parole sue.

Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta di vedere eclissar lo sole un poco, che, per veder, non vedente diventa;

tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco mentre che detto fu: «Perché t’abbagli per veder cosa che qui non ha loco?

In terra è terra il mio corpo, e saragli tanto con li altri, che ’l numero nostro con l’etterno proposito s’agguagli.

Con le due stole nel beato chiostro son le due luci sole che saliro; e questo apporterai nel mondo vostro».

A questa voce l’infiammato giro si quïetò con esso il dolce mischio che si facea nel suon del trino spiro,

sì come, per cessar fatica o rischio, li remi, pria ne l’acqua ripercossi, tutti si posano al sonar d’un fischio.

Ahi quanto ne la mente mi commossi, quando mi volsi per veder Beatrice, per non poter veder, benché io fossi

presso di lei, e nel mondo felice!

Paradiso • Canto XXVI

Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, de la fulgida fiamma che lo spense uscì un spiro che mi fece attento,

dicendo: «Intanto che tu ti risense de la vista che haï in me consunta, ben è che ragionando la compense.

Comincia dunque; e dì ove s’appunta l’anima tua, e fa ragion che sia la vista in te smarrita e non defunta:

perché la donna che per questa dia regïon ti conduce, ha ne lo sguardo la virtù ch’ebbe la man d’Anania».

Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo vegna remedio a li occhi, che fuor porte quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.

Lo ben che fa contenta questa corte, Alfa e O è di quanta scrittura mi legge Amore o lievemente o forte».

Quella medesma voce che paura tolta m’avea del sùbito abbarbaglio, di ragionare ancor mi mise in cura;

e disse: «Certo a più angusto vaglio ti conviene schiarar: dicer convienti chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».

E io: «Per filosofici argomenti e per autorità che quinci scende cotale amor convien che in me si ’mprenti:

ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, così accende amore, e tanto maggio quanto più di bontate in sé comprende.

Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, che ciascun ben che fuor di lei si trova altro non è ch’un lume di suo raggio,

più che in altra convien che si mova la mente, amando, di ciascun che cerne il vero in che si fonda questa prova.

Tal vero a l’intelletto mïo sterne colui che mi dimostra il primo amore di tutte le sustanze sempiterne.

Sternel la voce del verace autore, che dice a Moïsè, di sé parlando: ‘Io ti farò vedere ogne valore’.

Sternilmi tu ancora, incominciando l’alto preconio che grida l’arcano di qui là giù sovra ogne altro bando».

E io udi’: «Per intelletto umano e per autoritadi a lui concorde d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

Ma dì ancor se tu senti altre corde tirarti verso lui, sì che tu suone con quanti denti questo amor ti morde».

Non fu latente la santa intenzione de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi dove volea menar mia professione.

Però ricominciai: «Tutti quei morsi che posson far lo cor volgere a Dio, a la mia caritate son concorsi:

ché l’essere del mondo e l’esser mio, la morte ch’el sostenne perch’ io viva, e quel che spera ogne fedel com’ io,

con la predetta conoscenza viva, tratto m’hanno del mar de l’amor torto, e del diritto m’han posto a la riva.

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto de l’ortolano etterno, am’ io cotanto quanto da lui a lor di bene è porto».

Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto risonò per lo cielo, e la mia donna dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».

E come a lume acuto si disonna per lo spirto visivo che ricorre a lo splendor che va di gonna in gonna,

e lo svegliato ciò che vede aborre, sì nescïa è la sùbita vigilia fin che la stimativa non soccorre;

così de li occhi miei ogne quisquilia fugò Beatrice col raggio d’i suoi, che rifulgea da più di mille milia:

onde mei che dinanzi vidi poi; e quasi stupefatto domandai d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.

E la mia donna: «Dentro da quei rai vagheggia il suo fattor l’anima prima che la prima virtù creasse mai».

Come la fronda che flette la cima nel transito del vento, e poi si leva per la propria virtù che la soblima,

fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, stupendo, e poi mi rifece sicuro un disio di parlare ond’ ïo ardeva.

E cominciai: «O pomo che maturo solo prodotto fosti, o padre antico a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,

divoto quanto posso a te supplìco perché mi parli: tu vedi mia voglia, e per udirti tosto non la dico».

Talvolta un animal coverto broglia, sì che l’affetto convien che si paia per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;

e similmente l’anima primaia mi facea trasparer per la coverta quant’ ella a compiacermi venìa gaia.

Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta da te, la voglia tua discerno meglio che tu qualunque cosa t’è più certa;

perch’ io la veggio nel verace speglio che fa di sé pareglio a l’altre cose, e nulla face lui di sé pareglio.

Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose ne l’eccelso giardino, ove costei a così lunga scala ti dispuose,

e quanto fu diletto a li occhi miei, e la propria cagion del gran disdegno, e l’idïoma ch’usai e che fei.

Or, figluol mio, non il gustar del legno fu per sé la cagion di tanto essilio, ma solamente il trapassar del segno.

Quindi onde mosse tua donna Virgilio, quattromilia trecento e due volumi di sol desiderai questo concilio;

e vidi lui tornare a tutt’ i lumi de la sua strada novecento trenta fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta innanzi che a l’ovra inconsummabile fosse la gente di Nembròt attenta:

ché nullo effetto mai razïonabile, per lo piacere uman che rinovella seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale è ch’uom favella; ma così o così, natura lascia poi fare a voi secondo che v’abbella.

Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, I s’appellava in terra il sommo bene onde vien la letizia che mi fascia;

e El si chiamò poi: e ciò convene, ché l’uso d’i mortali è come fronda in ramo, che sen va e altra vene.

Nel monte che si leva più da l’onda, fu’ io, con vita pura e disonesta, da la prim’ ora a quella che seconda,

come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».

Paradiso • Canto XXVII

‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso, sì che m’inebrïava il dolce canto.

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso de l’universo; per che mia ebbrezza intrava per l’udire e per lo viso.

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! oh vita intègra d’amore e di pace! oh sanza brama sicura ricchezza!