La Divina Commedia di Dante: Paradiso
Part 5
E qual è l trasmutare in picciol varco di tempo in bianca donna, quando l volto suo si discarchi di vergogna il carco,
tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, per lo candor de la temprata stella sesta, che dentro a sé mavea ricolto.
Io vidi in quella giovïal facella lo sfavillar de lamor che lì era segnare a li occhi miei nostra favella.
E come augelli surti di rivera, quasi congratulando a lor pasture, fanno di sé or tonda or altra schiera,
sì dentro ai lumi sante creature volitando cantavano, e faciensi or D, or I, or L in sue figure.
Prima, cantando, a sua nota moviensi; poi, diventando lun di questi segni, un poco sarrestavano e taciensi.
O diva Pegasëa che li ngegni fai glorïosi e rendili longevi, ed essi teco le cittadi e regni,
illustrami di te, sì chio rilevi le lor figure com io lho concette: paia tua possa in questi versi brevi!
Mostrarsi dunque in cinque volte sette vocali e consonanti; e io notai le parti sì, come mi parver dette.
DILIGITE IUSTITIAM, primai fur verbo e nome di tutto l dipinto; QUI IUDICATIS TERRAM, fur sezzai.
Poscia ne lemme del vocabol quinto rimasero ordinate; sì che Giove pareva argento lì doro distinto.
E vidi scendere altre luci dove era il colmo de lemme, e lì quetarsi cantando, credo, il ben cha sé le move.
Poi, come nel percuoter di ciocchi arsi surgono innumerabili faville, onde li stolti sogliono agurarsi,
resurger parver quindi più di mille luci e salir, qual assai e qual poco, sì come l sol che laccende sortille;
e quïetata ciascuna in suo loco, la testa e l collo dunaguglia vidi rappresentare a quel distinto foco.
Quei che dipinge lì, non ha chi l guidi; ma esso guida, e da lui si rammenta quella virtù chè forma per li nidi.
Laltra bëatitudo, che contenta pareva prima dingigliarsi a lemme, con poco moto seguitò la mprenta.
O dolce stella, quali e quante gemme mi dimostraro che nostra giustizia effetto sia del ciel che tu ingemme!
Per chio prego la mente in che sinizia tuo moto e tua virtute, che rimiri ond esce il fummo che l tuo raggio vizia;
sì chunaltra fïata omai sadiri del comperare e vender dentro al templo che si murò di segni e di martìri.
O milizia del ciel cu io contemplo, adora per color che sono in terra tutti svïati dietro al malo essemplo!
Già si solea con le spade far guerra; ma or si fa togliendo or qui or quivi lo pan che l pïo Padre a nessun serra.
Ma tu che sol per cancellare scrivi, pensa che Pietro e Paulo, che moriro per la vigna che guasti, ancor son vivi.
Ben puoi tu dire: «I ho fermo l disiro sì a colui che volle viver solo e che per salti fu tratto al martiro,
chio non conosco il pescator né Polo».
Paradiso Canto XIX
Parea dinanzi a me con lali aperte la bella image che nel dolce frui liete facevan lanime conserte;
parea ciascuna rubinetto in cui raggio di sole ardesse sì acceso, che ne miei occhi rifrangesse lui.
E quel che mi convien ritrar testeso, non portò voce mai, né scrisse incostro, né fu per fantasia già mai compreso;
chio vidi e anche udi parlar lo rostro, e sonar ne la voce e «io» e «mio», quand era nel concetto e noi e nostro.
E cominciò: «Per esser giusto e pio son io qui essaltato a quella gloria che non si lascia vincere a disio;
e in terra lasciai la mia memoria sì fatta, che le genti lì malvage commendan lei, ma non seguon la storia».
Così un sol calor di molte brage si fa sentir, come di molti amori usciva solo un suon di quella image.
Ond io appresso: «O perpetüi fiori de letterna letizia, che pur uno parer mi fate tutti vostri odori,
solvetemi, spirando, il gran digiuno che lungamente mha tenuto in fame, non trovandoli in terra cibo alcuno.
Ben so io che, se n cielo altro reame la divina giustizia fa suo specchio, che l vostro non lapprende con velame.
Sapete come attento io mapparecchio ad ascoltar; sapete qual è quello dubbio che mè digiun cotanto vecchio».
Quasi falcone chesce del cappello, move la testa e con lali si plaude, voglia mostrando e faccendosi bello,
vid io farsi quel segno, che di laude de la divina grazia era contesto, con canti quai si sa chi là sù gaude.
Poi cominciò: «Colui che volse il sesto a lo stremo del mondo, e dentro ad esso distinse tanto occulto e manifesto,
non poté suo valor sì fare impresso in tutto luniverso, che l suo verbo non rimanesse in infinito eccesso.
E ciò fa certo che l primo superbo, che fu la somma dogne creatura, per non aspettar lume, cadde acerbo;
e quinci appar chogne minor natura è corto recettacolo a quel bene che non ha fine e sé con sé misura.
Dunque vostra veduta, che convene esser alcun de raggi de la mente di che tutte le cose son ripiene,
non pò da sua natura esser possente tanto, che suo principio discerna molto di là da quel che lè parvente.
Però ne la giustizia sempiterna la vista che riceve il vostro mondo, com occhio per lo mare, entro sinterna;
che, ben che da la proda veggia il fondo, in pelago nol vede; e nondimeno èli, ma cela lui lesser profondo.
Lume non è, se non vien dal sereno che non si turba mai; anzi è tenèbra od ombra de la carne o suo veleno.
Assai tè mo aperta la latebra che tascondeva la giustizia viva, di che facei question cotanto crebra;
ché tu dicevi: Un uom nasce a la riva de lIndo, e quivi non è chi ragioni di Cristo né chi legga né chi scriva;
e tutti suoi voleri e atti buoni sono, quanto ragione umana vede, sanza peccato in vita o in sermoni.
Muore non battezzato e sanza fede: ov è questa giustizia che l condanna? ov è la colpa sua, se ei non crede?.
Or tu chi se, che vuo sedere a scranna, per giudicar di lungi mille miglia con la veduta corta duna spanna?
Certo a colui che meco sassottiglia, se la Scrittura sovra voi non fosse, da dubitar sarebbe a maraviglia.
Oh terreni animali! oh menti grosse! La prima volontà, chè da sé buona, da sé, chè sommo ben, mai non si mosse.
Cotanto è giusto quanto a lei consuona: nullo creato bene a sé la tira, ma essa, radïando, lui cagiona».
Quale sovresso il nido si rigira poi cha pasciuti la cicogna i figli, e come quel chè pasto la rimira;
cotal si fece, e sì leväi i cigli, la benedetta imagine, che lali movea sospinte da tanti consigli.
Roteando cantava, e dicea: «Quali son le mie note a te, che non le ntendi, tal è il giudicio etterno a voi mortali».
Poi si quetaro quei lucenti incendi de lo Spirito Santo ancor nel segno che fé i Romani al mondo reverendi,
esso ricominciò: «A questo regno non salì mai chi non credette n Cristo, né pria né poi chel si chiavasse al legno.
Ma vedi: molti gridan Cristo, Cristo!, che saranno in giudicio assai men prope a lui, che tal che non conosce Cristo;
e tai Cristian dannerà lEtïòpe, quando si partiranno i due collegi, luno in etterno ricco e laltro inòpe.
Che poran dir li Perse a vostri regi, come vedranno quel volume aperto nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
Lì si vedrà, tra lopere dAlberto, quella che tosto moverà la penna, per che l regno di Praga fia diserto.
Lì si vedrà il duol che sovra Senna induce, falseggiando la moneta, quel che morrà di colpo di cotenna.
Lì si vedrà la superbia chasseta, che fa lo Scotto e lInghilese folle, sì che non può soffrir dentro a sua meta.
Vedrassi la lussuria e l viver molle di quel di Spagna e di quel di Boemme, che mai valor non conobbe né volle.
Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme segnata con un i la sua bontate, quando l contrario segnerà un emme.
Vedrassi lavarizia e la viltate di quei che guarda lisola del foco, ove Anchise finì la lunga etate;
e a dare ad intender quanto è poco, la sua scrittura fian lettere mozze, che noteranno molto in parvo loco.
E parranno a ciascun lopere sozze del barba e del fratel, che tanto egregia nazione e due corone han fatte bozze.
E quel di Portogallo e di Norvegia lì si conosceranno, e quel di Rascia che male ha visto il conio di Vinegia.
Oh beata Ungheria, se non si lascia più malmenare! e beata Navarra, se sarmasse del monte che la fascia!
E creder de ciascun che già, per arra di questo, Niccosïa e Famagosta per la lor bestia si lamenti e garra,
che dal fianco de laltre non si scosta».
Paradiso Canto XX
Quando colui che tutto l mondo alluma de lemisperio nostro sì discende, che l giorno dogne parte si consuma,
lo ciel, che sol di lui prima saccende, subitamente si rifà parvente per molte luci, in che una risplende;
e questo atto del ciel mi venne a mente, come l segno del mondo e de suoi duci nel benedetto rostro fu tacente;
però che tutte quelle vive luci, vie più lucendo, cominciaron canti da mia memoria labili e caduci.
O dolce amor che di riso tammanti, quanto parevi ardente in que flailli, chavieno spirto sol di pensier santi!
Poscia che i cari e lucidi lapilli ond io vidi ingemmato il sesto lume puoser silenzio a li angelici squilli,
udir mi parve un mormorar di fiume che scende chiaro giù di pietra in pietra, mostrando lubertà del suo cacume.
E come suono al collo de la cetra prende sua forma, e sì com al pertugio de la sampogna vento che penètra,
così, rimosso daspettare indugio, quel mormorar de laguglia salissi su per lo collo, come fosse bugio.
Fecesi voce quivi, e quindi uscissi per lo suo becco in forma di parole, quali aspettava il core ov io le scrissi.
«La parte in me che vede e pate il sole ne laguglie mortali», incominciommi, «or fisamente riguardar si vole,
perché di fuochi ond io figura fommi, quelli onde locchio in testa mi scintilla, e di tutti lor gradi son li sommi.
Colui che luce in mezzo per pupilla, fu il cantor de lo Spirito Santo, che larca traslatò di villa in villa:
ora conosce il merto del suo canto, in quanto effetto fu del suo consiglio, per lo remunerar chè altrettanto.
Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, colui che più al becco mi saccosta, la vedovella consolò del figlio:
ora conosce quanto caro costa non seguir Cristo, per lesperïenza di questa dolce vita e de lopposta.
E quel che segue in la circunferenza di che ragiono, per larco superno, morte indugiò per vera penitenza:
ora conosce che l giudicio etterno non si trasmuta, quando degno preco fa crastino là giù de lodïerno.
Laltro che segue, con le leggi e meco, sotto buona intenzion che fé mal frutto, per cedere al pastor si fece greco:
ora conosce come il mal dedutto dal suo bene operar non li è nocivo, avvegna che sia l mondo indi distrutto.
E quel che vedi ne larco declivo, Guiglielmo fu, cui quella terra plora che piagne Carlo e Federigo vivo:
ora conosce come sinnamora lo ciel del giusto rege, e al sembiante del suo fulgore il fa vedere ancora.
Chi crederebbe giù nel mondo errante che Rifëo Troiano in questo tondo fosse la quinta de le luci sante?
Ora conosce assai di quel che l mondo veder non può de la divina grazia, ben che sua vista non discerna il fondo».
Quale allodetta che n aere si spazia prima cantando, e poi tace contenta de lultima dolcezza che la sazia,
tal mi sembiò limago de la mprenta de letterno piacere, al cui disio ciascuna cosa qual ell è diventa.
E avvegna chio fossi al dubbiar mio lì quasi vetro a lo color chel veste, tempo aspettar tacendo non patio,
ma de la bocca, «Che cose son queste?», mi pinse con la forza del suo peso: per chio di coruscar vidi gran feste.
Poi appresso, con locchio più acceso, lo benedetto segno mi rispuose per non tenermi in ammirar sospeso:
«Io veggio che tu credi queste cose perch io le dico, ma non vedi come; sì che, se son credute, sono ascose.
Fai come quei che la cosa per nome apprende ben, ma la sua quiditate veder non può se altri non la prome.
Regnum celorum vïolenza pate da caldo amore e da viva speranza, che vince la divina volontate:
non a guisa che lomo a lom sobranza, ma vince lei perché vuole esser vinta, e, vinta, vince con sua beninanza.
La prima vita del ciglio e la quinta ti fa maravigliar, perché ne vedi la regïon de li angeli dipinta.
Di corpi suoi non uscir, come credi, Gentili, ma Cristiani, in ferma fede quel di passuri e quel di passi piedi.
Ché luna de lo nferno, u non si riede già mai a buon voler, tornò a lossa; e ciò di viva spene fu mercede:
di viva spene, che mise la possa ne prieghi fatti a Dio per suscitarla, sì che potesse sua voglia esser mossa.
Lanima glorïosa onde si parla, tornata ne la carne, in che fu poco, credette in lui che potëa aiutarla;
e credendo saccese in tanto foco di vero amor, cha la morte seconda fu degna di venire a questo gioco.
Laltra, per grazia che da sì profonda fontana stilla, che mai creatura non pinse locchio infino a la prima onda,
tutto suo amor là giù pose a drittura: per che, di grazia in grazia, Dio li aperse locchio a la nostra redenzion futura;
ond ei credette in quella, e non sofferse da indi il puzzo più del paganesmo; e riprendiene le genti perverse.
Quelle tre donne li fur per battesmo che tu vedesti da la destra rota, dinanzi al battezzar più dun millesmo.
O predestinazion, quanto remota è la radice tua da quelli aspetti che la prima cagion non veggion tota!
E voi, mortali, tenetevi stretti a giudicar: ché noi, che Dio vedemo, non conosciamo ancor tutti li eletti;
ed ènne dolce così fatto scemo, perché il ben nostro in questo ben saffina, che quel che vole Iddio, e noi volemo».
Così da quella imagine divina, per farmi chiara la mia corta vista, data mi fu soave medicina.
E come a buon cantor buon citarista fa seguitar lo guizzo de la corda, in che più di piacer lo canto acquista,
sì, mentre che parlò, sì mi ricorda chio vidi le due luci benedette, pur come batter docchi si concorda,
con le parole mover le fiammette.
Paradiso Canto XXI
Già eran li occhi miei rifissi al volto de la mia donna, e lanimo con essi, e da ogne altro intento sera tolto.
E quella non ridea; ma «Sio ridessi», mi cominciò, «tu ti faresti quale fu Semelè quando di cener fessi:
ché la bellezza mia, che per le scale de letterno palazzo più saccende, com hai veduto, quanto più si sale,
se non si temperasse, tanto splende, che l tuo mortal podere, al suo fulgore, sarebbe fronda che trono scoscende.
Noi sem levati al settimo splendore, che sotto l petto del Leone ardente raggia mo misto giù del suo valore.
Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, e fa di quelli specchi a la figura che n questo specchio ti sarà parvente».
Qual savesse qual era la pastura del viso mio ne laspetto beato quand io mi trasmutai ad altra cura,
conoscerebbe quanto mera a grato ubidire a la mia celeste scorta, contrapesando lun con laltro lato.
Dentro al cristallo che l vocabol porta, cerchiando il mondo, del suo caro duce sotto cui giacque ogne malizia morta,
di color doro in che raggio traluce vid io uno scaleo eretto in suso tanto, che nol seguiva la mia luce.
Vidi anche per li gradi scender giuso tanti splendor, chio pensai chogne lume che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
E come, per lo natural costume, le pole insieme, al cominciar del giorno, si movono a scaldar le fredde piume;
poi altre vanno via sanza ritorno, altre rivolgon sé onde son mosse, e altre roteando fan soggiorno;
tal modo parve me che quivi fosse in quello sfavillar che nsieme venne, sì come in certo grado si percosse.
E quel che presso più ci si ritenne, si fé sì chiaro, chio dicea pensando: Io veggio ben lamor che tu maccenne.
Ma quella ond io aspetto il come e l quando del dire e del tacer, si sta; ond io, contra l disio, fo ben chio non dimando.
Per chella, che vedëa il tacer mio nel veder di colui che tutto vede, mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
E io incominciai: «La mia mercede non mi fa degno de la tua risposta; ma per colei che l chieder mi concede,
vita beata che ti stai nascosta dentro a la tua letizia, fammi nota la cagion che sì presso mi tha posta;
e dì perché si tace in questa rota la dolce sinfonia di paradiso, che giù per laltre suona sì divota».
«Tu hai ludir mortal sì come il viso», rispuose a me; «onde qui non si canta per quel che Bëatrice non ha riso.
Giù per li gradi de la scala santa discesi tanto sol per farti festa col dire e con la luce che mi ammanta;
né più amor mi fece esser più presta, ché più e tanto amor quinci sù ferve, sì come il fiammeggiar ti manifesta.
Ma lalta carità, che ci fa serve pronte al consiglio che l mondo governa, sorteggia qui sì come tu osserve».
«Io veggio ben», diss io, «sacra lucerna, come libero amore in questa corte basta a seguir la provedenza etterna;
ma questo è quel cha cerner mi par forte, perché predestinata fosti sola a questo officio tra le tue consorte».
Né venni prima a lultima parola, che del suo mezzo fece il lume centro, girando sé come veloce mola;
poi rispuose lamor che vera dentro: «Luce divina sopra me sappunta, penetrando per questa in chio minventro,
la cui virtù, col mio veder congiunta, mi leva sopra me tanto, chi veggio la somma essenza de la quale è munta.
Quinci vien lallegrezza ond io fiammeggio; per cha la vista mia, quant ella è chiara, la chiarità de la fiamma pareggio.
Ma quell alma nel ciel che più si schiara, quel serafin che n Dio più locchio ha fisso, a la dimanda tua non satisfara,
però che sì sinnoltra ne lo abisso de letterno statuto quel che chiedi, che da ogne creata vista è scisso.
E al mondo mortal, quando tu riedi, questo rapporta, sì che non presumma a tanto segno più mover li piedi.
La mente, che qui luce, in terra fumma; onde riguarda come può là giùe quel che non pote perché l ciel lassumma».
Sì mi prescrisser le parole sue, chio lasciai la quistione e mi ritrassi a dimandarla umilmente chi fue.
«Tra due liti dItalia surgon sassi, e non molto distanti a la tua patria, tanto che troni assai suonan più bassi,
e fanno un gibbo che si chiama Catria, di sotto al quale è consecrato un ermo, che suole esser disposto a sola latria».
Così ricominciommi il terzo sermo; e poi, continüando, disse: «Quivi al servigio di Dio mi fe sì fermo,
che pur con cibi di liquor dulivi lievemente passava caldi e geli, contento ne pensier contemplativi.
Render solea quel chiostro a questi cieli fertilemente; e ora è fatto vano, sì che tosto convien che si riveli.
In quel loco fu io Pietro Damiano, e Pietro Peccator fu ne la casa di Nostra Donna in sul lito adriano.
Poca vita mortal mera rimasa, quando fui chiesto e tratto a quel cappello, che pur di male in peggio si travasa.
Venne Cefàs e venne il gran vasello de lo Spirito Santo, magri e scalzi, prendendo il cibo da qualunque ostello.
Or voglion quinci e quindi chi rincalzi li moderni pastori e chi li meni, tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
Cuopron di manti loro i palafreni, sì che due bestie van sott una pelle: oh pazïenza che tanto sostieni!».
A questa voce vid io più fiammelle di grado in grado scendere e girarsi, e ogne giro le facea più belle.
Dintorno a questa vennero e fermarsi, e fero un grido di sì alto suono, che non potrebbe qui assomigliarsi;
né io lo ntesi, sì mi vinse il tuono.
Paradiso Canto XXII
Oppresso di stupore, a la mia guida mi volsi, come parvol che ricorre sempre colà dove più si confida;
e quella, come madre che soccorre sùbito al figlio palido e anelo con la sua voce, che l suol ben disporre,
mi disse: «Non sai tu che tu se in cielo? e non sai tu che l cielo è tutto santo, e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
Come tavrebbe trasmutato il canto, e io ridendo, mo pensar lo puoi, poscia che l grido tha mosso cotanto;
nel qual, se nteso avessi i prieghi suoi, già ti sarebbe nota la vendetta che tu vedrai innanzi che tu muoi.
La spada di qua sù non taglia in fretta né tardo, ma chal parer di colui che disïando o temendo laspetta.
Ma rivolgiti omai inverso altrui; chassai illustri spiriti vedrai, se com io dico laspetto redui».
Come a lei piacque, li occhi ritornai, e vidi cento sperule che nsieme più sabbellivan con mutüi rai.
Io stava come quei che n sé repreme la punta del disio, e non sattenta di domandar, sì del troppo si teme;
e la maggiore e la più luculenta di quelle margherite innanzi fessi, per far di sé la mia voglia contenta.
Poi dentro a lei udi: «Se tu vedessi com io la carità che tra noi arde, li tuoi concetti sarebbero espressi.
Ma perché tu, aspettando, non tarde a lalto fine, io ti farò risposta pur al pensier, da che sì ti riguarde.
Quel monte a cui Cassino è ne la costa fu frequentato già in su la cima da la gente ingannata e mal disposta;
e quel son io che sù vi portai prima lo nome di colui che n terra addusse la verità che tanto ci soblima;
e tanta grazia sopra me relusse, chio ritrassi le ville circunstanti da lempio cólto che l mondo sedusse.
Questi altri fuochi tutti contemplanti uomini fuoro, accesi di quel caldo che fa nascere i fiori e frutti santi.
Qui è Maccario, qui è Romoaldo, qui son li frati miei che dentro ai chiostri fermar li piedi e tennero il cor saldo».
E io a lui: «Laffetto che dimostri meco parlando, e la buona sembianza chio veggio e noto in tutti li ardor vostri,
così mha dilatata mia fidanza, come l sol fa la rosa quando aperta tanto divien quant ell ha di possanza.
Però ti priego, e tu, padre, maccerta sio posso prender tanta grazia, chio ti veggia con imagine scoverta».
Ond elli: «Frate, il tuo alto disio sadempierà in su lultima spera, ove sadempion tutti li altri e l mio.
Ivi è perfetta, matura e intera ciascuna disïanza; in quella sola è ogne parte là ove sempr era,
perché non è in loco e non simpola; e nostra scala infino ad essa varca, onde così dal viso ti sinvola.
Infin là sù la vide il patriarca Iacobbe porger la superna parte, quando li apparve dangeli sì carca.
Ma, per salirla, mo nessun diparte da terra i piedi, e la regola mia rimasa è per danno de le carte.
Le mura che solieno esser badia fatte sono spelonche, e le cocolle sacca son piene di farina ria.
Ma grave usura tanto non si tolle contra l piacer di Dio, quanto quel frutto che fa il cor de monaci sì folle;
ché quantunque la Chiesa guarda, tutto è de la gente che per Dio dimanda; non di parenti né daltro più brutto.
La carne di mortali è tanto blanda, che giù non basta buon cominciamento dal nascer de la quercia al far la ghianda.
Pier cominciò sanz oro e sanz argento, e io con orazione e con digiuno, e Francesco umilmente il suo convento;
e se guardi l principio di ciascuno, poscia riguardi là dov è trascorso, tu vederai del bianco fatto bruno.
Veramente Iordan vòlto retrorso più fu, e l mar fuggir, quando Dio volse, mirabile a veder che qui l soccorso».
Così mi disse, e indi si raccolse al suo collegio, e l collegio si strinse; poi, come turbo, in sù tutto savvolse.
La dolce donna dietro a lor mi pinse con un sol cenno su per quella scala, sì sua virtù la mia natura vinse;
né mai qua giù dove si monta e cala naturalmente, fu sì ratto moto chagguagliar si potesse a la mia ala.
Sio torni mai, lettore, a quel divoto trïunfo per lo quale io piango spesso le mie peccata e l petto mi percuoto,
tu non avresti in tanto tratto e messo nel foco il dito, in quant io vidi l segno che segue il Tauro e fui dentro da esso.