La Divina Commedia di Dante: Paradiso
Part 4
Come, da più letizia pinti e tratti, a la fïata quei che vanno a rota levan la voce e rallegrano li atti,
così, a lorazion pronta e divota, li santi cerchi mostrar nova gioia nel torneare e ne la mira nota.
Qual si lamenta perché qui si moia per viver colà sù, non vide quive lo refrigerio de letterna ploia.
Quell uno e due e tre che sempre vive e regna sempre in tre e n due e n uno, non circunscritto, e tutto circunscrive,
tre volte era cantato da ciascuno di quelli spirti con tal melodia, chad ogne merto saria giusto muno.
E io udi ne la luce più dia del minor cerchio una voce modesta, forse qual fu da langelo a Maria,
risponder: «Quanto fia lunga la festa di paradiso, tanto il nostro amore si raggerà dintorno cotal vesta.
La sua chiarezza séguita lardore; lardor la visïone, e quella è tanta, quant ha di grazia sovra suo valore.
Come la carne glorïosa e santa fia rivestita, la nostra persona più grata fia per esser tutta quanta;
per che saccrescerà ciò che ne dona di gratüito lume il sommo bene, lume cha lui veder ne condiziona;
onde la visïon crescer convene, crescer lardor che di quella saccende, crescer lo raggio che da esso vene.
Ma sì come carbon che fiamma rende, e per vivo candor quella soverchia, sì che la sua parvenza si difende;
così questo folgór che già ne cerchia fia vinto in apparenza da la carne che tutto dì la terra ricoperchia;
né potrà tanta luce affaticarne: ché li organi del corpo saran forti a tutto ciò che potrà dilettarne».
Tanto mi parver sùbiti e accorti e luno e laltro coro a dicer «Amme!», che ben mostrar disio di corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme, per li padri e per li altri che fuor cari anzi che fosser sempiterne fiamme.
Ed ecco intorno, di chiarezza pari, nascere un lustro sopra quel che vera, per guisa dorizzonte che rischiari.
E sì come al salir di prima sera comincian per lo ciel nove parvenze, sì che la vista pare e non par vera,
parvemi lì novelle sussistenze cominciare a vedere, e fare un giro di fuor da laltre due circunferenze.
Oh vero sfavillar del Santo Spiro! come si fece sùbito e candente a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
Ma Bëatrice sì bella e ridente mi si mostrò, che tra quelle vedute si vuol lasciar che non seguir la mente.
Quindi ripreser li occhi miei virtute a rilevarsi; e vidimi translato sol con mia donna in più alta salute.
Ben maccors io chio era più levato, per laffocato riso de la stella, che mi parea più roggio che lusato.
Con tutto l core e con quella favella chè una in tutti, a Dio feci olocausto, qual conveniesi a la grazia novella.
E non er anco del mio petto essausto lardor del sacrificio, chio conobbi esso litare stato accetto e fausto;
ché con tanto lucore e tanto robbi mapparvero splendor dentro a due raggi, chio dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».
Come distinta da minori e maggi lumi biancheggia tra poli del mondo Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
sì costellati facean nel profondo Marte quei raggi il venerabil segno che fan giunture di quadranti in tondo.
Qui vince la memoria mia lo ngegno; ché quella croce lampeggiava Cristo, sì chio non so trovare essempro degno;
ma chi prende sua croce e segue Cristo, ancor mi scuserà di quel chio lasso, vedendo in quell albor balenar Cristo.
Di corno in corno e tra la cima e l basso si movien lumi, scintillando forte nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
così si veggion qui diritte e torte, veloci e tarde, rinovando vista, le minuzie di corpi, lunghe e corte,
moversi per lo raggio onde si lista talvolta lombra che, per sua difesa, la gente con ingegno e arte acquista.
E come giga e arpa, in tempra tesa di molte corde, fa dolce tintinno a tal da cui la nota non è intesa,
così da lumi che lì mapparinno saccogliea per la croce una melode che mi rapiva, sanza intender linno.
Ben maccors io chelli era dalte lode, però cha me venìa «Resurgi» e «Vinci» come a colui che non intende e ode.
Ïo minnamorava tanto quinci, che nfino a lì non fu alcuna cosa che mi legasse con sì dolci vinci.
Forse la mia parola par troppo osa, posponendo il piacer de li occhi belli, ne quai mirando mio disio ha posa;
ma chi savvede che i vivi suggelli dogne bellezza più fanno più suso, e chio non mera lì rivolto a quelli,
escusar puommi di quel chio maccuso per escusarmi, e vedermi dir vero: ché l piacer santo non è qui dischiuso,
perché si fa, montando, più sincero.
Paradiso Canto XV
Benigna volontade in che si liqua sempre lamor che drittamente spira, come cupidità fa ne la iniqua,
silenzio puose a quella dolce lira, e fece quïetar le sante corde che la destra del cielo allenta e tira.
Come saranno a giusti preghi sorde quelle sustanze che, per darmi voglia chio le pregassi, a tacer fur concorde?
Bene è che sanza termine si doglia chi, per amor di cosa che non duri etternalmente, quello amor si spoglia.
Quale per li seren tranquilli e puri discorre ad ora ad or sùbito foco, movendo li occhi che stavan sicuri,
e pare stella che tramuti loco, se non che da la parte ond e saccende nulla sen perde, ed esso dura poco:
tale dal corno che n destro si stende a piè di quella croce corse un astro de la costellazion che lì resplende;
né si partì la gemma dal suo nastro, ma per la lista radïal trascorse, che parve foco dietro ad alabastro.
Sì pïa lombra dAnchise si porse, se fede merta nostra maggior musa, quando in Eliso del figlio saccorse.
«O sanguis meus, o superinfusa gratïa Deï, sicut tibi cui bis unquam celi ianüa reclusa?».
Così quel lume: ond io mattesi a lui; poscia rivolsi a la mia donna il viso, e quinci e quindi stupefatto fui;
ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso tal, chio pensai co miei toccar lo fondo de la mia gloria e del mio paradiso.
Indi, a udire e a veder giocondo, giunse lo spirto al suo principio cose, chio non lo ntesi, sì parlò profondo;
né per elezïon mi si nascose, ma per necessità, ché l suo concetto al segno di mortal si soprapuose.
E quando larco de lardente affetto fu sì sfogato, che l parlar discese inver lo segno del nostro intelletto,
la prima cosa che per me sintese, «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, che nel mio seme se tanto cortese!».
E seguì: «Grato e lontano digiuno, tratto leggendo del magno volume du non si muta mai bianco né bruno,
solvuto hai, figlio, dentro a questo lume in chio ti parlo, mercè di colei cha lalto volo ti vestì le piume.
Tu credi che a me tuo pensier mei da quel chè primo, così come raia da lun, se si conosce, il cinque e l sei;
e però chio mi sia e perch io paia più gaudïoso a te, non mi domandi, che alcun altro in questa turba gaia.
Tu credi l vero; ché i minori e grandi di questa vita miran ne lo speglio in che, prima che pensi, il pensier pandi;
ma perché l sacro amore in che io veglio con perpetüa vista e che masseta di dolce disïar, sadempia meglio,
la voce tua sicura, balda e lieta suoni la volontà, suoni l disio, a che la mia risposta è già decreta!».
Io mi volsi a Beatrice, e quella udio pria chio parlassi, e arrisemi un cenno che fece crescer lali al voler mio.
Poi cominciai così: «Laffetto e l senno, come la prima equalità vapparse, dun peso per ciascun di voi si fenno,
però che l sol che vallumò e arse, col caldo e con la luce è sì iguali, che tutte simiglianze sono scarse.
Ma voglia e argomento ne mortali, per la cagion cha voi è manifesta, diversamente son pennuti in ali;
ond io, che son mortal, mi sento in questa disagguaglianza, e però non ringrazio se non col core a la paterna festa.
Ben supplico io a te, vivo topazio che questa gioia prezïosa ingemmi, perché mi facci del tuo nome sazio».
«O fronda mia in che io compiacemmi pur aspettando, io fui la tua radice»: cotal principio, rispondendo, femmi.
Poscia mi disse: «Quel da cui si dice tua cognazione e che cent anni e piùe girato ha l monte in la prima cornice,
mio figlio fu e tuo bisavol fue: ben si convien che la lunga fatica tu li raccorci con lopere tue.
Fiorenza dentro da la cerchia antica, ond ella toglie ancora e terza e nona, si stava in pace, sobria e pudica.
Non avea catenella, non corona, non gonne contigiate, non cintura che fosse a veder più che la persona.
Non faceva, nascendo, ancor paura la figlia al padre, che l tempo e la dote non fuggien quinci e quindi la misura.
Non avea case di famiglia vòte; non vera giunto ancor Sardanapalo a mostrar ciò che n camera si puote.
Non era vinto ancora Montemalo dal vostro Uccellatoio, che, com è vinto nel montar sù, così sarà nel calo.
Bellincion Berti vid io andar cinto di cuoio e dosso, e venir da lo specchio la donna sua sanza l viso dipinto;
e vidi quel di Nerli e quel del Vecchio esser contenti a la pelle scoperta, e le sue donne al fuso e al pennecchio.
Oh fortunate! ciascuna era certa de la sua sepultura, e ancor nulla era per Francia nel letto diserta.
Luna vegghiava a studio de la culla, e, consolando, usava lidïoma che prima i padri e le madri trastulla;
laltra, traendo a la rocca la chioma, favoleggiava con la sua famiglia di Troiani, di Fiesole e di Roma.
Saria tenuta allor tal maraviglia una Cianghella, un Lapo Salterello, qual or saria Cincinnato e Corniglia.
A così riposato, a così bello viver di cittadini, a così fida cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida; e ne lantico vostro Batisteo insieme fui cristiano e Cacciaguida.
Moronto fu mio frate ed Eliseo; mia donna venne a me di val di Pado, e quindi il sopranome tuo si feo.
Poi seguitai lo mperador Currado; ed el mi cinse de la sua milizia, tanto per bene ovrar li venni in grado.
Dietro li andai incontro a la nequizia di quella legge il cui popolo usurpa, per colpa di pastor, vostra giustizia.
Quivi fu io da quella gente turpa disviluppato dal mondo fallace, lo cui amor molt anime deturpa;
e venni dal martiro a questa pace».
Paradiso Canto XVI
O poca nostra nobiltà di sangue, se glorïar di te la gente fai qua giù dove laffetto nostro langue,
mirabil cosa non mi sarà mai: ché là dove appetito non si torce, dico nel cielo, io me ne gloriai.
Ben se tu manto che tosto raccorce: sì che, se non sappon di dì in die, lo tempo va dintorno con le force.
Dal voi che prima a Roma sofferie, in che la sua famiglia men persevra, ricominciaron le parole mie;
onde Beatrice, chera un poco scevra, ridendo, parve quella che tossio al primo fallo scritto di Ginevra.
Io cominciai: «Voi siete il padre mio; voi mi date a parlar tutta baldezza; voi mi levate sì, chi son più chio.
Per tanti rivi sempie dallegrezza la mente mia, che di sé fa letizia perché può sostener che non si spezza.
Ditemi dunque, cara mia primizia, quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni che si segnaro in vostra püerizia;
ditemi de lovil di San Giovanni quanto era allora, e chi eran le genti tra esso degne di più alti scanni».
Come savviva a lo spirar di venti carbone in fiamma, così vid io quella luce risplendere a miei blandimenti;
e come a li occhi miei si fé più bella, così con voce più dolce e soave, ma non con questa moderna favella,
dissemi: «Da quel dì che fu detto Ave al parto in che mia madre, chè or santa, sallevïò di me ond era grave,
al suo Leon cinquecento cinquanta e trenta fiate venne questo foco a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
Li antichi miei e io nacqui nel loco dove si truova pria lultimo sesto da quei che corre il vostro annüal gioco.
Basti di miei maggiori udirne questo: chi ei si fosser e onde venner quivi, più è tacer che ragionare onesto.
Tutti color cha quel tempo eran ivi da poter arme tra Marte e l Batista, eran il quinto di quei chor son vivi.
Ma la cittadinanza, chè or mista di Campi, di Certaldo e di Fegghine, pura vediesi ne lultimo artista.
Oh quanto fora meglio esser vicine quelle genti chio dico, e al Galluzzo e a Trespiano aver vostro confine,
che averle dentro e sostener lo puzzo del villan dAguglion, di quel da Signa, che già per barattare ha locchio aguzzo!
Se la gente chal mondo più traligna non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna,
tal fatto è fiorentino e cambia e merca, che si sarebbe vòlto a Simifonti, là dove andava lavolo a la cerca;
sariesi Montemurlo ancor de Conti; sarieno i Cerchi nel piovier dAcone, e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
Sempre la confusion de le persone principio fu del mal de la cittade, come del vostro il cibo che sappone;
e cieco toro più avaccio cade che cieco agnello; e molte volte taglia più e meglio una che le cinque spade.
Se tu riguardi Luni e Orbisaglia come sono ite, e come se ne vanno di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
udir come le schiatte si disfanno non ti parrà nova cosa né forte, poscia che le cittadi termine hanno.
Le vostre cose tutte hanno lor morte, sì come voi; ma celasi in alcuna che dura molto, e le vite son corte.
E come l volger del ciel de la luna cuopre e discuopre i liti sanza posa, così fa di Fiorenza la Fortuna:
per che non dee parer mirabil cosa ciò chio dirò de li alti Fiorentini onde è la fama nel tempo nascosa.
Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, già nel calare, illustri cittadini;
e vidi così grandi come antichi, con quel de la Sannella, quel de lArca, e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
Sovra la porta chal presente è carca di nova fellonia di tanto peso che tosto fia iattura de la barca,
erano i Ravignani, ond è disceso il conte Guido e qualunque del nome de lalto Bellincione ha poscia preso.
Quel de la Pressa sapeva già come regger si vuole, e avea Galigaio dorata in casa sua già lelsa e l pome.
Grand era già la colonna del Vaio, Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci e Galli e quei charrossan per lo staio.
Lo ceppo di che nacquero i Calfucci era già grande, e già eran tratti a le curule Sizii e Arrigucci.
Oh quali io vidi quei che son disfatti per lor superbia! e le palle de loro fiorian Fiorenza in tutt i suoi gran fatti.
Così facieno i padri di coloro che, sempre che la vostra chiesa vaca, si fanno grassi stando a consistoro.
Loltracotata schiatta che sindraca dietro a chi fugge, e a chi mostra l dente o ver la borsa, com agnel si placa,
già venìa sù, ma di picciola gente; sì che non piacque ad Ubertin Donato che poï il suocero il fé lor parente.
Già era l Caponsacco nel mercato disceso giù da Fiesole, e già era buon cittadino Giuda e Infangato.
Io dirò cosa incredibile e vera: nel picciol cerchio sentrava per porta che si nomava da quei de la Pera.
Ciascun che de la bella insegna porta del gran barone il cui nome e l cui pregio la festa di Tommaso riconforta,
da esso ebbe milizia e privilegio; avvegna che con popol si rauni oggi colui che la fascia col fregio.
Già eran Gualterotti e Importuni; e ancor saria Borgo più quïeto, se di novi vicin fosser digiuni.
La casa di che nacque il vostro fleto, per lo giusto disdegno che vha morti e puose fine al vostro viver lieto,
era onorata, essa e suoi consorti: o Buondelmonte, quanto mal fuggisti le nozze süe per li altrui conforti!
Molti sarebber lieti, che son tristi, se Dio tavesse conceduto ad Ema la prima volta cha città venisti.
Ma conveniesi a quella pietra scema che guarda l ponte, che Fiorenza fesse vittima ne la sua pace postrema.
Con queste genti, e con altre con esse, vid io Fiorenza in sì fatto riposo, che non avea cagione onde piangesse.
Con queste genti vidio glorïoso e giusto il popol suo, tanto che l giglio non era ad asta mai posto a ritroso,
né per divisïon fatto vermiglio».
Paradiso Canto XVII
Qual venne a Climenè, per accertarsi di ciò chavëa incontro a sé udito, quei chancor fa li padri ai figli scarsi;
tal era io, e tal era sentito e da Beatrice e da la santa lampa che pria per me avea mutato sito.
Per che mia donna «Manda fuor la vampa del tuo disio», mi disse, «sì chella esca segnata bene de la interna stampa:
non perché nostra conoscenza cresca per tuo parlare, ma perché tausi a dir la sete, sì che luom ti mesca».
«O cara piota mia che sì tinsusi, che, come veggion le terrene menti non capere in trïangol due ottusi,
così vedi le cose contingenti anzi che sieno in sé, mirando il punto a cui tutti li tempi son presenti;
mentre chio era a Virgilio congiunto su per lo monte che lanime cura e discendendo nel mondo defunto,
dette mi fuor di mia vita futura parole gravi, avvegna chio mi senta ben tetragono ai colpi di ventura;
per che la voglia mia saria contenta dintender qual fortuna mi sappressa: ché saetta previsa vien più lenta».
Così diss io a quella luce stessa che pria mavea parlato; e come volle Beatrice, fu la mia voglia confessa.
Né per ambage, in che la gente folle già sinviscava pria che fosse anciso lAgnel di Dio che le peccata tolle,
ma per chiare parole e con preciso latin rispuose quello amor paterno, chiuso e parvente del suo proprio riso:
«La contingenza, che fuor del quaderno de la vostra matera non si stende, tutta è dipinta nel cospetto etterno;
necessità però quindi non prende se non come dal viso in che si specchia nave che per torrente giù discende.
Da indi, sì come viene ad orecchia dolce armonia da organo, mi viene a vista il tempo che ti sapparecchia.
Qual si partio Ipolito dAtene per la spietata e perfida noverca, tal di Fiorenza partir ti convene.
Questo si vuole e questo già si cerca, e tosto verrà fatto a chi ciò pensa là dove Cristo tutto dì si merca.
La colpa seguirà la parte offensa in grido, come suol; ma la vendetta fia testimonio al ver che la dispensa.
Tu lascerai ogne cosa diletta più caramente; e questo è quello strale che larco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e l salir per laltrui scale.
E quel che più ti graverà le spalle, sarà la compagnia malvagia e scempia con la qual tu cadrai in questa valle;
che tutta ingrata, tutta matta ed empia si farà contr a te; ma, poco appresso, ella, non tu, navrà rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo farà la prova; sì cha te fia bello averti fatta parte per te stesso.
Lo primo tuo refugio e l primo ostello sarà la cortesia del gran Lombardo che n su la scala porta il santo uccello;
chin te avrà sì benigno riguardo, che del fare e del chieder, tra voi due, fia primo quel che tra li altri è più tardo.
Con lui vedrai colui che mpresso fue, nascendo, sì da questa stella forte, che notabili fier lopere sue.
Non se ne son le genti ancora accorte per la novella età, ché pur nove anni son queste rote intorno di lui torte;
ma pria che l Guasco lalto Arrigo inganni, parran faville de la sua virtute in non curar dargento né daffanni.
Le sue magnificenze conosciute saranno ancora, sì che suoi nemici non ne potran tener le lingue mute.
A lui taspetta e a suoi benefici; per lui fia trasmutata molta gente, cambiando condizion ricchi e mendici;
e porterane scritto ne la mente di lui, e nol dirai»; e disse cose incredibili a quei che fier presente.
Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose di quel che ti fu detto; ecco le nsidie che dietro a pochi giri son nascose.
Non vo però cha tuoi vicini invidie, poscia che sinfutura la tua vita vie più là che l punir di lor perfidie».
Poi che, tacendo, si mostrò spedita lanima santa di metter la trama in quella tela chio le porsi ordita,
io cominciai, come colui che brama, dubitando, consiglio da persona che vede e vuol dirittamente e ama:
«Ben veggio, padre mio, sì come sprona lo tempo verso me, per colpo darmi tal, chè più grave a chi più sabbandona;
per che di provedenza è buon chio marmi, sì che, se loco mè tolto più caro, io non perdessi li altri per miei carmi.
Giù per lo mondo sanza fine amaro, e per lo monte del cui bel cacume li occhi de la mia donna mi levaro,
e poscia per lo ciel, di lume in lume, ho io appreso quel che sio ridico, a molti fia sapor di forte agrume;
e sio al vero son timido amico, temo di perder viver tra coloro che questo tempo chiameranno antico».
La luce in che rideva il mio tesoro chio trovai lì, si fé prima corusca, quale a raggio di sole specchio doro;
indi rispuose: «Coscïenza fusca o de la propria o de laltrui vergogna pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, tutta tua visïon fa manifesta; e lascia pur grattar dov è la rogna.
Ché se la voce tua sarà molesta nel primo gusto, vital nodrimento lascerà poi, quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento, che le più alte cime più percuote; e ciò non fa donor poco argomento.
Però ti son mostrate in queste rote, nel monte e ne la valle dolorosa pur lanime che son di fama note,
che lanimo di quel chode, non posa né ferma fede per essempro chaia la sua radice incognita e ascosa,
né per altro argomento che non paia».
Paradiso Canto XVIII
Già si godeva solo del suo verbo quello specchio beato, e io gustava lo mio, temprando col dolce lacerbo;
e quella donna cha Dio mi menava disse: «Muta pensier; pensa chi sono presso a colui chogne torto disgrava».
Io mi rivolsi a lamoroso suono del mio conforto; e qual io allor vidi ne li occhi santi amor, qui labbandono:
non perch io pur del mio parlar diffidi, ma per la mente che non può redire sovra sé tanto, saltri non la guidi.
Tanto poss io di quel punto ridire, che, rimirando lei, lo mio affetto libero fu da ogne altro disire,
fin che l piacere etterno, che diretto raggiava in Bëatrice, dal bel viso mi contentava col secondo aspetto.
Vincendo me col lume dun sorriso, ella mi disse: «Volgiti e ascolta; ché non pur ne miei occhi è paradiso».
Come si vede qui alcuna volta laffetto ne la vista, selli è tanto, che da lui sia tutta lanima tolta,
così nel fiammeggiar del folgór santo, a chio mi volsi, conobbi la voglia in lui di ragionarmi ancora alquanto.
El cominciò: «In questa quinta soglia de lalbero che vive de la cima e frutta sempre e mai non perde foglia,
spiriti son beati, che giù, prima che venissero al ciel, fuor di gran voce, sì chogne musa ne sarebbe opima.
Però mira ne corni de la croce: quello chio nomerò, lì farà latto che fa in nube il suo foco veloce».
Io vidi per la croce un lume tratto dal nomar Iosuè, com el si feo; né mi fu noto il dir prima che l fatto.
E al nome de lalto Macabeo vidi moversi un altro roteando, e letizia era ferza del paleo.
Così per Carlo Magno e per Orlando due ne seguì lo mio attento sguardo, com occhio segue suo falcon volando.
Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo e l duca Gottifredi la mia vista per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
Indi, tra laltre luci mota e mista, mostrommi lalma che mavea parlato qual era tra i cantor del cielo artista.
Io mi rivolsi dal mio destro lato per vedere in Beatrice il mio dovere, o per parlare o per atto, segnato;
e vidi le sue luci tanto mere, tanto gioconde, che la sua sembianza vinceva li altri e lultimo solere.
E come, per sentir più dilettanza bene operando, luom di giorno in giorno saccorge che la sua virtute avanza,
sì maccors io che l mio girare intorno col cielo insieme avea cresciuto larco, veggendo quel miracol più addorno.