La Divina Commedia di Dante: Paradiso

Part 3

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Ma perché tutte le tue voglie piene ten porti che son nate in questa spera, proceder ancor oltre mi convene.

Tu vuo’ saper chi è in questa lumera che qui appresso me così scintilla come raggio di sole in acqua mera.

Or sappi che là entro si tranquilla Raab; e a nostr’ ordine congiunta, di lei nel sommo grado si sigilla.

Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma del trïunfo di Cristo fu assunta.

Ben si convenne lei lasciar per palma in alcun cielo de l’alta vittoria che s’acquistò con l’una e l’altra palma,

perch’ ella favorò la prima gloria di Iosüè in su la Terra Santa, che poco tocca al papa la memoria.

La tua città, che di colui è pianta che pria volse le spalle al suo fattore e di cui è la ’nvidia tanto pianta,

produce e spande il maladetto fiore c’ha disvïate le pecore e li agni, però che fatto ha lupo del pastore.

Per questo l’Evangelio e i dottor magni son derelitti, e solo ai Decretali si studia, sì che pare a’ lor vivagni.

A questo intende il papa e ’ cardinali; non vanno i lor pensieri a Nazarette, là dove Gabrïello aperse l’ali.

Ma Vaticano e l’altre parti elette di Roma che son state cimitero a la milizia che Pietro seguette,

tosto libere fien de l’avoltero».

Paradiso • Canto X

Guardando nel suo Figlio con l’Amore che l’uno e l’altro etternalmente spira, lo primo e ineffabile Valore

quanto per mente e per loco si gira con tant’ ordine fé, ch’esser non puote sanza gustar di lui chi ciò rimira.

Leva dunque, lettore, a l’alte rote meco la vista, dritto a quella parte dove l’un moto e l’altro si percuote;

e lì comincia a vagheggiar ne l’arte di quel maestro che dentro a sé l’ama, tanto che mai da lei l’occhio non parte.

Vedi come da indi si dirama l’oblico cerchio che i pianeti porta, per sodisfare al mondo che li chiama.

Che se la strada lor non fosse torta, molta virtù nel ciel sarebbe in vano, e quasi ogne potenza qua giù morta;

e se dal dritto più o men lontano fosse ’l partire, assai sarebbe manco e giù e sù de l’ordine mondano.

Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco, dietro pensando a ciò che si preliba, s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; ché a sé torce tutta la mia cura quella materia ond’ io son fatto scriba.

Lo ministro maggior de la natura, che del valor del ciel lo mondo imprenta e col suo lume il tempo ne misura,

con quella parte che sù si rammenta congiunto, si girava per le spire in che più tosto ognora s’appresenta;

e io era con lui; ma del salire non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge, anzi ’l primo pensier, del suo venire.

È Bëatrice quella che sì scorge di bene in meglio, sì subitamente che l’atto suo per tempo non si sporge.

Quant’ esser convenia da sé lucente quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi, non per color, ma per lume parvente!

Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami, sì nol direi che mai s’imaginasse; ma creder puossi e di veder si brami.

E se le fantasie nostre son basse a tanta altezza, non è maraviglia; ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.

Tal era quivi la quarta famiglia de l’alto Padre, che sempre la sazia, mostrando come spira e come figlia.

E Bëatrice cominciò: «Ringrazia, ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo sensibil t’ha levato per sua grazia».

Cor di mortal non fu mai sì digesto a divozione e a rendersi a Dio con tutto ’l suo gradir cotanto presto,

come a quelle parole mi fec’ io; e sì tutto ’l mio amore in lui si mise, che Bëatrice eclissò ne l’oblio.

Non le dispiacque; ma sì se ne rise, che lo splendor de li occhi suoi ridenti mia mente unita in più cose divise.

Io vidi più folgór vivi e vincenti far di noi centro e di sé far corona, più dolci in voce che in vista lucenti:

così cinger la figlia di Latona vedem talvolta, quando l’aere è pregno, sì che ritenga il fil che fa la zona.

Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno, si trovan molte gioie care e belle tanto che non si posson trar del regno;

e ’l canto di quei lumi era di quelle; chi non s’impenna sì che là sù voli, dal muto aspetti quindi le novelle.

Poi, sì cantando, quelli ardenti soli si fuor girati intorno a noi tre volte, come stelle vicine a’ fermi poli,

donne mi parver, non da ballo sciolte, ma che s’arrestin tacite, ascoltando fin che le nove note hanno ricolte.

E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando lo raggio de la grazia, onde s’accende verace amore e che poi cresce amando,

multiplicato in te tanto resplende, che ti conduce su per quella scala u’ sanza risalir nessun discende;

qual ti negasse il vin de la sua fiala per la tua sete, in libertà non fora se non com’ acqua ch’al mar non si cala.

Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia la bella donna ch’al ciel t’avvalora.

Io fui de li agni de la santa greggia che Domenico mena per cammino u’ ben s’impingua se non si vaneggia.

Questi che m’è a destra più vicino, frate e maestro fummi, ed esso Alberto è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.

Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, di retro al mio parlar ten vien col viso girando su per lo beato serto.

Quell’ altro fiammeggiare esce del riso di Grazïan, che l’uno e l’altro foro aiutò sì che piace in paradiso.

L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, quel Pietro fu che con la poverella offerse a Santa Chiesa suo tesoro.

La quinta luce, ch’è tra noi più bella, spira di tale amor, che tutto ’l mondo là giù ne gola di saper novella:

entro v’è l’alta mente u’ sì profondo saver fu messo, che, se ’l vero è vero, a veder tanto non surse il secondo.

Appresso vedi il lume di quel cero che giù in carne più a dentro vide l’angelica natura e ’l ministero.

Ne l’altra piccioletta luce ride quello avvocato de’ tempi cristiani del cui latino Augustin si provide.

Or se tu l’occhio de la mente trani di luce in luce dietro a le mie lode, già de l’ottava con sete rimani.

Per vedere ogne ben dentro vi gode l’anima santa che ’l mondo fallace fa manifesto a chi di lei ben ode.

Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace giuso in Cieldauro; ed essa da martiro e da essilio venne a questa pace.

Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, che a considerar fu più che viro.

Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri gravi a morir li parve venir tardo:

essa è la luce etterna di Sigieri, che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidïosi veri».

Indi, come orologio che ne chiami ne l’ora che la sposa di Dio surge a mattinar lo sposo perché l’ami,

che l’una parte e l’altra tira e urge, tin tin sonando con sì dolce nota, che ’l ben disposto spirto d’amor turge;

così vid’ ïo la gloriosa rota muoversi e render voce a voce in tempra e in dolcezza ch’esser non pò nota

se non colà dove gioir s’insempra.

Paradiso • Canto XI

O insensata cura de’ mortali, quanto son difettivi silogismi quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Chi dietro a iura e chi ad amforismi sen giva, e chi seguendo sacerdozio, e chi regnar per forza o per sofismi,

e chi rubare e chi civil negozio, chi nel diletto de la carne involto s’affaticava e chi si dava a l’ozio,

quando, da tutte queste cose sciolto, con Bëatrice m’era suso in cielo cotanto glorïosamente accolto.

Poi che ciascuno fu tornato ne lo punto del cerchio in che avanti s’era, fermossi, come a candellier candelo.

E io senti’ dentro a quella lumera che pria m’avea parlato, sorridendo incominciar, faccendosi più mera:

«Così com’ io del suo raggio resplendo, sì, riguardando ne la luce etterna, li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.

Tu dubbi, e hai voler che si ricerna in sì aperta e ’n sì distesa lingua lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,

ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”; e qui è uopo che ben si distingua.

La provedenza, che governa il mondo con quel consiglio nel quale ogne aspetto creato è vinto pria che vada al fondo,

però che andasse ver’ lo suo diletto la sposa di colui ch’ad alte grida disposò lei col sangue benedetto,

in sé sicura e anche a lui più fida, due principi ordinò in suo favore, che quinci e quindi le fosser per guida.

L’un fu tutto serafico in ardore; l’altro per sapïenza in terra fue di cherubica luce uno splendore.

De l’un dirò, però che d’amendue si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, perch’ ad un fine fur l’opere sue.

Intra Tupino e l’acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo, fertile costa d’alto monte pende,

onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole; e di rietro le piange per grave giogo Nocera con Gualdo.

Di questa costa, là dov’ ella frange più sua rattezza, nacque al mondo un sole, come fa questo talvolta di Gange.

Però chi d’esso loco fa parole, non dica Ascesi, ché direbbe corto, ma Orïente, se proprio dir vuole.

Non era ancor molto lontan da l’orto, ch’el cominciò a far sentir la terra de la sua gran virtute alcun conforto;

ché per tal donna, giovinetto, in guerra del padre corse, a cui, come a la morte, la porta del piacer nessun diserra;

e dinanzi a la sua spirital corte et coram patre le si fece unito; poscia di dì in dì l’amò più forte.

Questa, privata del primo marito, millecent’ anni e più dispetta e scura fino a costui si stette sanza invito;

né valse udir che la trovò sicura con Amiclate, al suon de la sua voce, colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;

né valse esser costante né feroce, sì che, dove Maria rimase giuso, ella con Cristo pianse in su la croce.

Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, Francesco e Povertà per questi amanti prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti, amore e maraviglia e dolce sguardo facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che ’l venerabile Bernardo si scalzò prima, e dietro a tanta pace corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro con la sua donna e con quella famiglia che già legava l’umile capestro.

Né li gravò viltà di cuor le ciglia per esser fi’ di Pietro Bernardone, né per parer dispetto a maraviglia;

ma regalmente sua dura intenzione ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe primo sigillo a sua religïone.

Poi che la gente poverella crebbe dietro a costui, la cui mirabil vita meglio in gloria del ciel si canterebbe,

di seconda corona redimita fu per Onorio da l’Etterno Spiro la santa voglia d’esto archimandrita.

E poi che, per la sete del martiro, ne la presenza del Soldan superba predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,

e per trovare a conversione acerba troppo la gente e per non stare indarno, redissi al frutto de l’italica erba,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo, che le sue membra due anni portarno.

Quando a colui ch’a tanto ben sortillo piacque di trarlo suso a la mercede ch’el meritò nel suo farsi pusillo,

a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, raccomandò la donna sua più cara, e comandò che l’amassero a fede;

e del suo grembo l’anima preclara mover si volle, tornando al suo regno, e al suo corpo non volle altra bara.

Pensa oramai qual fu colui che degno collega fu a mantener la barca di Pietro in alto mar per dritto segno;

e questo fu il nostro patrïarca; per che qual segue lui, com’ el comanda, discerner puoi che buone merce carca.

Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote che per diversi salti non si spanda;

e quanto le sue pecore remote e vagabunde più da esso vanno, più tornano a l’ovil di latte vòte.

Ben son di quelle che temono ’l danno e stringonsi al pastor; ma son sì poche, che le cappe fornisce poco panno.

Or, se le mie parole non son fioche, se la tua audïenza è stata attenta, se ciò ch’è detto a la mente revoche,

in parte fia la tua voglia contenta, perché vedrai la pianta onde si scheggia, e vedra’ il corrègger che argomenta

“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».

Paradiso • Canto XII

Sì tosto come l’ultima parola la benedetta fiamma per dir tolse, a rotar cominciò la santa mola;

e nel suo giro tutta non si volse prima ch’un’altra di cerchio la chiuse, e moto a moto e canto a canto colse;

canto che tanto vince nostre muse, nostre serene in quelle dolci tube, quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.

Come si volgon per tenera nube due archi paralelli e concolori, quando Iunone a sua ancella iube,

nascendo di quel d’entro quel di fori, a guisa del parlar di quella vaga ch’amor consunse come sol vapori,

e fanno qui la gente esser presaga, per lo patto che Dio con Noè puose, del mondo che già mai più non s’allaga:

così di quelle sempiterne rose volgiensi circa noi le due ghirlande, e sì l’estrema a l’intima rispuose.

Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande, sì del cantare e sì del fiammeggiarsi luce con luce gaudïose e blande,

insieme a punto e a voler quetarsi, pur come li occhi ch’al piacer che i move conviene insieme chiudere e levarsi;

del cor de l’una de le luci nove si mosse voce, che l’ago a la stella parer mi fece in volgermi al suo dove;

e cominciò: «L’amor che mi fa bella mi tragge a ragionar de l’altro duca per cui del mio sì ben ci si favella.

Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: sì che, com’ elli ad una militaro, così la gloria loro insieme luca.

L’essercito di Cristo, che sì caro costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna si movea tardo, sospeccioso e raro,

quando lo ’mperador che sempre regna provide a la milizia, ch’era in forse, per sola grazia, non per esser degna;

e, come è detto, a sua sposa soccorse con due campioni, al cui fare, al cui dire lo popol disvïato si raccorse.

In quella parte ove surge ad aprire Zefiro dolce le novelle fronde di che si vede Europa rivestire,

non molto lungi al percuoter de l’onde dietro a le quali, per la lunga foga, lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,

siede la fortunata Calaroga sotto la protezion del grande scudo in che soggiace il leone e soggioga:

dentro vi nacque l’amoroso drudo de la fede cristiana, il santo atleta benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;

e come fu creata, fu repleta sì la sua mente di viva vertute che, ne la madre, lei fece profeta.

Poi che le sponsalizie fuor compiute al sacro fonte intra lui e la Fede, u’ si dotar di mutüa salute,

la donna che per lui l’assenso diede, vide nel sonno il mirabile frutto ch’uscir dovea di lui e de le rede;

e perché fosse qual era in costrutto, quinci si mosse spirito a nomarlo del possessivo di cui era tutto.

Domenico fu detto; e io ne parlo sì come de l’agricola che Cristo elesse a l’orto suo per aiutarlo.

Ben parve messo e famigliar di Cristo: che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto, fu al primo consiglio che diè Cristo.

Spesse fïate fu tacito e desto trovato in terra da la sua nutrice, come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.

Oh padre suo veramente Felice! oh madre sua veramente Giovanna, se, interpretata, val come si dice!

Non per lo mondo, per cui mo s’affanna di retro ad Ostïense e a Taddeo, ma per amor de la verace manna

in picciol tempo gran dottor si feo; tal che si mise a circüir la vigna che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.

E a la sedia che fu già benigna più a’ poveri giusti, non per lei, ma per colui che siede, che traligna,

non dispensare o due o tre per sei, non la fortuna di prima vacante, non decimas, quae sunt pauperum Dei,

addimandò, ma contro al mondo errante licenza di combatter per lo seme del qual ti fascian ventiquattro piante.

Poi, con dottrina e con volere insieme, con l’officio appostolico si mosse quasi torrente ch’alta vena preme;

e ne li sterpi eretici percosse l’impeto suo, più vivamente quivi dove le resistenze eran più grosse.

Di lui si fecer poi diversi rivi onde l’orto catolico si riga, sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.

Se tal fu l’una rota de la biga in che la Santa Chiesa si difese e vinse in campo la sua civil briga,

ben ti dovrebbe assai esser palese l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma dinanzi al mio venir fu sì cortese.

Ma l’orbita che fé la parte somma di sua circunferenza, è derelitta, sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.

La sua famiglia, che si mosse dritta coi piedi a le sue orme, è tanto volta, che quel dinanzi a quel di retro gitta;

e tosto si vedrà de la ricolta de la mala coltura, quando il loglio si lagnerà che l’arca li sia tolta.

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio nostro volume, ancor troveria carta u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;

ma non fia da Casal né d’Acquasparta, là onde vegnon tali a la scrittura, ch’uno la fugge e altro la coarta.

Io son la vita di Bonaventura da Bagnoregio, che ne’ grandi offici sempre pospuosi la sinistra cura.

Illuminato e Augustin son quici, che fuor de’ primi scalzi poverelli che nel capestro a Dio si fero amici.

Ugo da San Vittore è qui con elli, e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, lo qual giù luce in dodici libelli;

Natàn profeta e ’l metropolitano Crisostomo e Anselmo e quel Donato ch’a la prim’ arte degnò porre mano.

Rabano è qui, e lucemi dallato il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato.

Ad inveggiar cotanto paladino mi mosse l’infiammata cortesia di fra Tommaso e ’l discreto latino;

e mosse meco questa compagnia».

Paradiso • Canto XIII

Imagini, chi bene intender cupe quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image, mentre ch’io dico, come ferma rupe—,

quindici stelle che ’n diverse plage lo ciel avvivan di tanto sereno che soperchia de l’aere ogne compage;

imagini quel carro a cu’ il seno basta del nostro cielo e notte e giorno, sì ch’al volger del temo non vien meno;

imagini la bocca di quel corno che si comincia in punta de lo stelo a cui la prima rota va dintorno,

aver fatto di sé due segni in cielo, qual fece la figliuola di Minoi allora che sentì di morte il gelo;

e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, e amendue girarsi per maniera che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;

e avrà quasi l’ombra de la vera costellazione e de la doppia danza che circulava il punto dov’ io era:

poi ch’è tanto di là da nostra usanza, quanto di là dal mover de la Chiana si move il ciel che tutti li altri avanza.

Lì si cantò non Bacco, non Peana, ma tre persone in divina natura, e in una persona essa e l’umana.

Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; e attesersi a noi quei santi lumi, felicitando sé di cura in cura.

Ruppe il silenzio ne’ concordi numi poscia la luce in che mirabil vita del poverel di Dio narrata fumi,

e disse: «Quando l’una paglia è trita, quando la sua semenza è già riposta, a batter l’altra dolce amor m’invita.

Tu credi che nel petto onde la costa si trasse per formar la bella guancia il cui palato a tutto ’l mondo costa,

e in quel che, forato da la lancia, e prima e poscia tanto sodisfece, che d’ogne colpa vince la bilancia,

quantunque a la natura umana lece aver di lume, tutto fosse infuso da quel valor che l’uno e l’altro fece;

e però miri a ciò ch’io dissi suso, quando narrai che non ebbe ’l secondo lo ben che ne la quinta luce è chiuso.

Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, e vedräi il tuo credere e ’l mio dire nel vero farsi come centro in tondo.

Ciò che non more e ciò che può morire non è se non splendor di quella idea che partorisce, amando, il nostro Sire;

ché quella viva luce che sì mea dal suo lucente, che non si disuna da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,

per sua bontate il suo raggiare aduna, quasi specchiato, in nove sussistenze, etternalmente rimanendosi una.

Quindi discende a l’ultime potenze giù d’atto in atto, tanto divenendo, che più non fa che brevi contingenze;

e queste contingenze essere intendo le cose generate, che produce con seme e sanza seme il ciel movendo.

La cera di costoro e chi la duce non sta d’un modo; e però sotto ’l segno idëale poi più e men traluce.

Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, secondo specie, meglio e peggio frutta; e voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta e fosse il cielo in sua virtù supprema, la luce del suggel parrebbe tutta;

ma la natura la dà sempre scema, similemente operando a l’artista ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.

Però se ’l caldo amor la chiara vista de la prima virtù dispone e segna, tutta la perfezion quivi s’acquista.

Così fu fatta già la terra degna di tutta l’animal perfezïone; così fu fatta la Vergine pregna;

sì ch’io commendo tua oppinïone, che l’umana natura mai non fue né fia qual fu in quelle due persone.

Or s’i’ non procedesse avanti piùe, ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’ comincerebber le parole tue.

Ma perché paia ben ciò che non pare, pensa chi era, e la cagion che ’l mosse, quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.

Non ho parlato sì, che tu non posse ben veder ch’el fu re, che chiese senno acciò che re sufficïente fosse;

non per sapere il numero in che enno li motor di qua sù, o se necesse con contingente mai necesse fenno;

non si est dare primum motum esse, o se del mezzo cerchio far si puote trïangol sì ch’un retto non avesse.

Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, regal prudenza è quel vedere impari in che lo stral di mia intenzion percuote;

e se al “surse” drizzi li occhi chiari, vedrai aver solamente respetto ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.

Con questa distinzion prendi ’l mio detto; e così puote star con quel che credi del primo padre e del nostro Diletto.

E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, per farti mover lento com’ uom lasso e al sì e al no che tu non vedi:

ché quelli è tra li stolti bene a basso, che sanza distinzione afferma e nega ne l’un così come ne l’altro passo;

perch’ elli ’ncontra che più volte piega l’oppinïon corrente in falsa parte, e poi l’affetto l’intelletto lega.

Vie più che ’ndarno da riva si parte, perché non torna tal qual e’ si move, chi pesca per lo vero e non ha l’arte.

E di ciò sono al mondo aperte prove Parmenide, Melisso e Brisso e molti, li quali andaro e non sapëan dove;

sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti che furon come spade a le Scritture in render torti li diritti volti.

Non sien le genti, ancor, troppo sicure a giudicar, sì come quei che stima le biade in campo pria che sien mature;

ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima lo prun mostrarsi rigido e feroce, poscia portar la rosa in su la cima;

e legno vidi già dritto e veloce correr lo mar per tutto suo cammino, perire al fine a l’intrar de la foce.

Non creda donna Berta e ser Martino, per vedere un furare, altro offerere, vederli dentro al consiglio divino;

ché quel può surgere, e quel può cadere».

Paradiso • Canto XIV

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro movesi l’acqua in un ritondo vaso, secondo ch’è percosso fuori o dentro:

ne la mia mente fé sùbito caso questo ch’io dico, sì come si tacque la glorïosa vita di Tommaso,

per la similitudine che nacque del suo parlare e di quel di Beatrice, a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:

«A costui fa mestieri, e nol vi dice né con la voce né pensando ancora, d’un altro vero andare a la radice.

Diteli se la luce onde s’infiora vostra sustanza, rimarrà con voi etternalmente sì com’ ell’ è ora;

e se rimane, dite come, poi che sarete visibili rifatti, esser porà ch’al veder non vi nòi».