La Divina Commedia di Dante: Paradiso

Part 2

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Però qualunque cosa tanto pesa per suo valor che tragga ogne bilancia, sodisfar non si può con altra spesa.

Non prendan li mortali il voto a ciancia; siate fedeli, e a ciò far non bieci, come Ieptè a la sua prima mancia;

cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, che, servando, far peggio; e così stolto ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,

onde pianse Efigènia il suo bel volto, e fé pianger di sé i folli e i savi ch’udir parlar di così fatto cólto.

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: non siate come penna ad ogne vento, e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.

Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!

Non fate com’ agnel che lascia il latte de la sua madre, e semplice e lascivo seco medesmo a suo piacer combatte!».

Così Beatrice a me com’ ïo scrivo; poi si rivolse tutta disïante a quella parte ove ’l mondo è più vivo.

Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante puoser silenzio al mio cupido ingegno, che già nuove questioni avea davante;

e sì come saetta che nel segno percuote pria che sia la corda queta, così corremmo nel secondo regno.

Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, come nel lume di quel ciel si mise, che più lucente se ne fé ’l pianeta.

E se la stella si cambiò e rise, qual mi fec’ io che pur da mia natura trasmutabile son per tutte guise!

Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura traggonsi i pesci a ciò che vien di fori per modo che lo stimin lor pastura,

sì vid’ io ben più di mille splendori trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia: «Ecco chi crescerà li nostri amori».

E sì come ciascuno a noi venìa, vedeasi l’ombra piena di letizia nel folgór chiaro che di lei uscia.

Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia non procedesse, come tu avresti di più savere angosciosa carizia;

e per te vederai come da questi m’era in disio d’udir lor condizioni, sì come a li occhi mi fur manifesti.

«O bene nato a cui veder li troni del trïunfo etternal concede grazia prima che la milizia s’abbandoni,

del lume che per tutto il ciel si spazia noi semo accesi; e però, se disii di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».

Così da un di quelli spirti pii detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì sicuramente, e credi come a dii».

«Io veggio ben sì come tu t’annidi nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, perch’ e’ corusca sì come tu ridi;

ma non so chi tu se’, né perché aggi, anima degna, il grado de la spera che si vela a’ mortai con altrui raggi».

Questo diss’ io diritto a la lumera che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi lucente più assai di quel ch’ell’ era.

Sì come il sol che si cela elli stessi per troppa luce, come ’l caldo ha róse le temperanze d’i vapori spessi,

per più letizia sì mi si nascose dentro al suo raggio la figura santa; e così chiusa chiusa mi rispuose

nel modo che ’l seguente canto canta.

Paradiso • Canto VI

«Poscia che Costantin l’aquila volse contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio dietro a l’antico che Lavina tolse,

cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio ne lo stremo d’Europa si ritenne, vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

e sotto l’ombra de le sacre penne governò ’l mondo lì di mano in mano, e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

Cesare fui e son Iustinïano, che, per voler del primo amor ch’i’ sento, d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento, una natura in Cristo esser, non piùe, credea, e di tal fede era contento;

ma ’l benedetto Agapito, che fue sommo pastore, a la fede sincera mi dirizzò con le parole sue.

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi ogni contradizione e falsa e vera.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, a Dio per grazia piacque di spirarmi l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;

e al mio Belisar commendai l’armi, cui la destra del ciel fu sì congiunta, che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

Or qui a la question prima s’appunta la mia risposta; ma sua condizione mi stringe a seguitare alcuna giunta,

perché tu veggi con quanta ragione si move contr’ al sacrosanto segno e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno di reverenza; e cominciò da l’ora che Pallante morì per darli regno.

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora per trecento anni e oltre, infino al fine che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine al dolor di Lucrezia in sette regi, vincendo intorno le genti vicine.

Sai quel ch’el fé portato da li egregi Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, incontro a li altri principi e collegi;

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi ebber la fama che volontier mirro.

Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi che di retro ad Anibale passaro l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

Sott’ esso giovanetti trïunfaro Scipïone e Pompeo; e a quel colle sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle redur lo mondo a suo modo sereno, Cesare per voler di Roma il tolle.

E quel che fé da Varo infino a Reno, Isara vide ed Era e vide Senna e ogne valle onde Rodano è pieno.

Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna e saltò Rubicon, fu di tal volo, che nol seguiteria lingua né penna.

Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.

Antandro e Simeonta, onde si mosse, rivide e là dov’ Ettore si cuba; e mal per Tolomeo poscia si scosse.

Da indi scese folgorando a Iuba; onde si volse nel vostro occidente, ove sentia la pompeana tuba.

Di quel che fé col baiulo seguente, Bruto con Cassio ne l’inferno latra, e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra, che, fuggendoli innanzi, dal colubro la morte prese subitana e atra.

Con costui corse infino al lito rubro; con costui puose il mondo in tanta pace, che fu serrato a Giano il suo delubro.

Ma ciò che ’l segno che parlar mi face fatto avea prima e poi era fatturo per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

diventa in apparenza poco e scuro, se in mano al terzo Cesare si mira con occhio chiaro e con affetto puro;

ché la viva giustizia che mi spira, li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, gloria di far vendetta a la sua ira.

Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: poscia con Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico.

E quando il dente longobardo morse la Santa Chiesa, sotto le sue ali Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

Omai puoi giudicar di quei cotali ch’io accusai di sopra e di lor falli, che son cagion di tutti vostri mali.

L’uno al pubblico segno i gigli gialli oppone, e l’altro appropria quello a parte, sì ch’è forte a veder chi più si falli.

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott’ altro segno, ché mal segue quello sempre chi la giustizia e lui diparte;

e non l’abbatta esto Carlo novello coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli ch’a più alto leon trasser lo vello.

Molte fïate già pianser li figli per la colpa del padre, e non si creda che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!

Questa picciola stella si correda d’i buoni spirti che son stati attivi perché onore e fama li succeda:

e quando li disiri poggian quivi, sì disvïando, pur convien che i raggi del vero amore in sù poggin men vivi.

Ma nel commensurar d’i nostri gaggi col merto è parte di nostra letizia, perché non li vedem minor né maggi.

Quindi addolcisce la viva giustizia in noi l’affetto sì, che non si puote torcer già mai ad alcuna nequizia.

Diverse voci fanno dolci note; così diversi scanni in nostra vita rendon dolce armonia tra queste rote.

E dentro a la presente margarita luce la luce di Romeo, di cui fu l’ovra grande e bella mal gradita.

Ma i Provenzai che fecer contra lui non hanno riso; e però mal cammina qual si fa danno del ben fare altrui.

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, Ramondo Beringhiere, e ciò li fece Romeo, persona umìle e peregrina.

E poi il mosser le parole biece a dimandar ragione a questo giusto, che li assegnò sette e cinque per diece,

indi partissi povero e vetusto; e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe».

Paradiso • Canto VII

«Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth!».

Così, volgendosi a la nota sua, fu viso a me cantare essa sustanza, sopra la qual doppio lume s’addua;

ed essa e l’altre mossero a sua danza, e quasi velocissime faville mi si velar di sùbita distanza.

Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’ fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna che mi diseta con le dolci stille’.

Ma quella reverenza che s’indonna di tutto me, pur per Be e per ice, mi richinava come l’uom ch’assonna.

Poco sofferse me cotal Beatrice e cominciò, raggiandomi d’un riso tal, che nel foco faria l’uom felice:

«Secondo mio infallibile avviso, come giusta vendetta giustamente punita fosse, t’ha in pensier miso;

ma io ti solverò tosto la mente; e tu ascolta, ché le mie parole di gran sentenza ti faran presente.

Per non soffrire a la virtù che vole freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, dannando sé, dannò tutta sua prole;

onde l’umana specie inferma giacque giù per secoli molti in grande errore, fin ch’al Verbo di Dio discender piacque

u’ la natura, che dal suo fattore s’era allungata, unì a sé in persona con l’atto sol del suo etterno amore.

Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: questa natura al suo fattore unita, qual fu creata, fu sincera e buona;

ma per sé stessa pur fu ella sbandita di paradiso, però che si torse da via di verità e da sua vita.

La pena dunque che la croce porse s’a la natura assunta si misura, nulla già mai sì giustamente morse;

e così nulla fu di tanta ingiura, guardando a la persona che sofferse, in che era contratta tal natura.

Però d’un atto uscir cose diverse: ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.

Non ti dee oramai parer più forte, quando si dice che giusta vendetta poscia vengiata fu da giusta corte.

Ma io veggi’ or la tua mente ristretta di pensiero in pensier dentro ad un nodo, del qual con gran disio solver s’aspetta.

Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; ma perché Dio volesse, m’è occulto, a nostra redenzion pur questo modo”.

Questo decreto, frate, sta sepulto a li occhi di ciascuno il cui ingegno ne la fiamma d’amor non è adulto.

Veramente, però ch’a questo segno molto si mira e poco si discerne, dirò perché tal modo fu più degno.

La divina bontà, che da sé sperne ogne livore, ardendo in sé, sfavilla sì che dispiega le bellezze etterne.

Ciò che da lei sanza mezzo distilla non ha poi fine, perché non si move la sua imprenta quand’ ella sigilla.

Ciò che da essa sanza mezzo piove libero è tutto, perché non soggiace a la virtute de le cose nove.

Più l’è conforme, e però più le piace; ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia, ne la più somigliante è più vivace.

Di tutte queste dote s’avvantaggia l’umana creatura, e s’una manca, di sua nobilità convien che caggia.

Solo il peccato è quel che la disfranca e falla dissimìle al sommo bene, per che del lume suo poco s’imbianca;

e in sua dignità mai non rivene, se non rïempie, dove colpa vòta, contra mal dilettar con giuste pene.

Vostra natura, quando peccò tota nel seme suo, da queste dignitadi, come di paradiso, fu remota;

né ricovrar potiensi, se tu badi ben sottilmente, per alcuna via, sanza passar per un di questi guadi:

o che Dio solo per sua cortesia dimesso avesse, o che l’uom per sé isso avesse sodisfatto a sua follia.

Ficca mo l’occhio per entro l’abisso de l’etterno consiglio, quanto puoi al mio parlar distrettamente fisso.

Non potea l’uomo ne’ termini suoi mai sodisfar, per non potere ir giuso con umiltate obedïendo poi,

quanto disobediendo intese ir suso; e questa è la cagion per che l’uom fue da poter sodisfar per sé dischiuso.

Dunque a Dio convenia con le vie sue riparar l’omo a sua intera vita, dico con l’una, o ver con amendue.

Ma perché l’ovra tanto è più gradita da l’operante, quanto più appresenta de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,

la divina bontà che ’l mondo imprenta, di proceder per tutte le sue vie, a rilevarvi suso, fu contenta.

Né tra l’ultima notte e ’l primo die sì alto o sì magnifico processo, o per l’una o per l’altra, fu o fie:

ché più largo fu Dio a dar sé stesso per far l’uom sufficiente a rilevarsi, che s’elli avesse sol da sé dimesso;

e tutti li altri modi erano scarsi a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio non fosse umilïato ad incarnarsi.

Or per empierti bene ogne disio, ritorno a dichiararti in alcun loco, perché tu veggi lì così com’ io.

Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, l’aere e la terra e tutte lor misture venire a corruzione, e durar poco;

e queste cose pur furon creature; per che, se ciò ch’è detto è stato vero, esser dovrien da corruzion sicure”.

Li angeli, frate, e ’l paese sincero nel qual tu se’, dir si posson creati, sì come sono, in loro essere intero;

ma li alimenti che tu hai nomati e quelle cose che di lor si fanno da creata virtù sono informati.

Creata fu la materia ch’elli hanno; creata fu la virtù informante in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.

L’anima d’ogne bruto e de le piante di complession potenzïata tira lo raggio e ’l moto de le luci sante;

ma vostra vita sanza mezzo spira la somma beninanza, e la innamora di sé sì che poi sempre la disira.

E quinci puoi argomentare ancora vostra resurrezion, se tu ripensi come l’umana carne fessi allora

che li primi parenti intrambo fensi».

Paradiso • Canto VIII

Solea creder lo mondo in suo periclo che la bella Ciprigna il folle amore raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

per che non pur a lei faceano onore di sacrificio e di votivo grido le genti antiche ne l’antico errore;

ma Dïone onoravano e Cupido, quella per madre sua, questo per figlio, e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;

e da costei ond’ io principio piglio pigliavano il vocabol de la stella che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

Io non m’accorsi del salire in ella; ma d’esservi entro mi fé assai fede la donna mia ch’i’ vidi far più bella.

E come in fiamma favilla si vede, e come in voce voce si discerne, quand’ una è ferma e altra va e riede,

vid’ io in essa luce altre lucerne muoversi in giro più e men correnti, al modo, credo, di lor viste interne.

Di fredda nube non disceser venti, o visibili o no, tanto festini, che non paressero impediti e lenti

a chi avesse quei lumi divini veduti a noi venir, lasciando il giro pria cominciato in li alti Serafini;

e dentro a quei che più innanzi appariro sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi di rïudir non fui sanza disiro.

Indi si fece l’un più presso a noi e solo incominciò: «Tutti sem presti al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

Noi ci volgiam coi principi celesti d’un giro e d’un girare e d’una sete, ai quali tu del mondo già dicesti:

‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’; e sem sì pien d’amor, che, per piacerti, non fia men dolce un poco di quïete».

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti a la mia donna reverenti, ed essa fatti li avea di sé contenti e certi,

rivolsersi a la luce che promessa tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue la voce mia di grande affetto impressa.

E quanta e quale vid’ io lei far piùe per allegrezza nova che s’accrebbe, quando parlai, a l’allegrezze sue!

Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe giù poco tempo; e se più fosse stato, molto sarà di mal, che non sarebbe.

La mia letizia mi ti tien celato che mi raggia dintorno e mi nasconde quasi animal di sua seta fasciato.

Assai m’amasti, e avesti ben onde; che s’io fossi giù stato, io ti mostrava di mio amor più oltre che le fronde.

Quella sinistra riva che si lava di Rodano poi ch’è misto con Sorga, per suo segnore a tempo m’aspettava,

e quel corno d’Ausonia che s’imborga di Bari e di Gaeta e di Catona, da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami già in fronte la corona di quella terra che ’l Danubio riga poi che le ripe tedesche abbandona.

E la bella Trinacria, che caliga tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo ma per nascente solfo, attesi avrebbe li suoi regi ancora, nati per me di Carlo e di Ridolfo,

se mala segnoria, che sempre accora li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.

E se mio frate questo antivedesse, l’avara povertà di Catalogna già fuggeria, perché non li offendesse;

ché veramente proveder bisogna per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca carcata più d’incarco non si pogna.

La sua natura, che di larga parca discese, avria mestier di tal milizia che non curasse di mettere in arca».

«Però ch’i’ credo che l’alta letizia che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio, là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,

per te si veggia come la vegg’ io, grata m’è più; e anco quest’ ho caro perché ’l discerni rimirando in Dio.

Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso com’ esser può, di dolce seme, amaro».

Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso mostrarti un vero, a quel che tu dimandi terrai lo viso come tien lo dosso.

Lo ben che tutto il regno che tu scandi volge e contenta, fa esser virtute sua provedenza in questi corpi grandi.

E non pur le nature provedute sono in la mente ch’è da sé perfetta, ma esse insieme con la lor salute:

per che quantunque quest’ arco saetta disposto cade a proveduto fine, sì come cosa in suo segno diretta.

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine producerebbe sì li suoi effetti, che non sarebbero arti, ma ruine;

e ciò esser non può, se li ’ntelletti che muovon queste stelle non son manchi, e manco il primo, che non li ha perfetti.

Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?». E io: «Non già; ché impossibil veggio che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».

Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio per l’omo in terra, se non fosse cive?». «Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».

«E puot’ elli esser, se giù non si vive diversamente per diversi offici? Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».

Sì venne deducendo infino a quici; poscia conchiuse: «Dunque esser diverse convien di vostri effetti le radici:

per ch’un nasce Solone e altro Serse, altro Melchisedèch e altro quello che, volando per l’aere, il figlio perse.

La circular natura, ch’è suggello a la cera mortal, fa ben sua arte, ma non distingue l’un da l’altro ostello.

Quinci addivien ch’Esaù si diparte per seme da Iacòb; e vien Quirino da sì vil padre, che si rende a Marte.

Natura generata il suo cammino simil farebbe sempre a’ generanti, se non vincesse il proveder divino.

Or quel che t’era dietro t’è davanti: ma perché sappi che di te mi giova, un corollario voglio che t’ammanti.

Sempre natura, se fortuna trova discorde a sé, com’ ogne altra semente fuor di sua regïon, fa mala prova.

E se ’l mondo là giù ponesse mente al fondamento che natura pone, seguendo lui, avria buona la gente.

Ma voi torcete a la religïone tal che fia nato a cignersi la spada, e fate re di tal ch’è da sermone;

onde la traccia vostra è fuor di strada».

Paradiso • Canto IX

Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni che ricever dovea la sua semenza;

ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; sì ch’io non posso dir se non che pianto giusto verrà di retro ai vostri danni.

E già la vita di quel lume santo rivolta s’era al Sol che la rïempie come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.

Ahi anime ingannate e fatture empie, che da sì fatto ben torcete i cuori, drizzando in vanità le vostre tempie!

Ed ecco un altro di quelli splendori ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi significava nel chiarir di fori.

Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi sovra me, come pria, di caro assenso al mio disio certificato fermi.

«Deh, metti al mio voler tosto compenso, beato spirto», dissi, «e fammi prova ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».

Onde la luce che m’era ancor nova, del suo profondo, ond’ ella pria cantava, seguette come a cui di ben far giova:

«In quella parte de la terra prava italica che siede tra Rïalto e le fontane di Brenta e di Piava,

si leva un colle, e non surge molt’ alto, là onde scese già una facella che fece a la contrada un grande assalto.

D’una radice nacqui e io ed ella: Cunizza fui chiamata, e qui refulgo perché mi vinse il lume d’esta stella;

ma lietamente a me medesma indulgo la cagion di mia sorte, e non mi noia; che parria forse forte al vostro vulgo.

Di questa luculenta e cara gioia del nostro cielo che più m’è propinqua, grande fama rimase; e pria che moia,

questo centesimo anno ancor s’incinqua: vedi se far si dee l’omo eccellente, sì ch’altra vita la prima relinqua.

E ciò non pensa la turba presente che Tagliamento e Adice richiude, né per esser battuta ancor si pente;

ma tosto fia che Padova al palude cangerà l’acqua che Vincenza bagna, per essere al dover le genti crude;

e dove Sile e Cagnan s’accompagna, tal signoreggia e va con la testa alta, che già per lui carpir si fa la ragna.

Piangerà Feltro ancora la difalta de l’empio suo pastor, che sarà sconcia sì, che per simil non s’entrò in malta.

Troppo sarebbe larga la bigoncia che ricevesse il sangue ferrarese, e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,

che donerà questo prete cortese per mostrarsi di parte; e cotai doni conformi fieno al viver del paese.

Sù sono specchi, voi dicete Troni, onde refulge a noi Dio giudicante; sì che questi parlar ne paion buoni».

Qui si tacette; e fecemi sembiante che fosse ad altro volta, per la rota in che si mise com’ era davante.

L’altra letizia, che m’era già nota per cara cosa, mi si fece in vista qual fin balasso in che lo sol percuota.

Per letiziar là sù fulgor s’acquista, sì come riso qui; ma giù s’abbuia l’ombra di fuor, come la mente è trista.

«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», diss’ io, «beato spirto, sì che nulla voglia di sé a te puot’ esser fuia.

Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla sempre col canto di quei fuochi pii che di sei ali facen la coculla,

perché non satisface a’ miei disii? Già non attendere’ io tua dimanda, s’io m’intuassi, come tu t’inmii».

«La maggior valle in che l’acqua si spanda», incominciaro allor le sue parole, «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,

tra ’ discordanti liti contra ’l sole tanto sen va, che fa meridïano là dove l’orizzonte pria far suole.

Di quella valle fu’ io litorano tra Ebro e Macra, che per cammin corto parte lo Genovese dal Toscano.

Ad un occaso quasi e ad un orto Buggea siede e la terra ond’ io fui, che fé del sangue suo già caldo il porto.

Folco mi disse quella gente a cui fu noto il nome mio; e questo cielo di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;

ché più non arse la figlia di Belo, noiando e a Sicheo e a Creusa, di me, infin che si convenne al pelo;

né quella Rodopëa che delusa fu da Demofoonte, né Alcide quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

Non però qui si pente, ma si ride, non de la colpa, ch’a mente non torna, ma del valor ch’ordinò e provide.

Qui si rimira ne l’arte ch’addorna cotanto affetto, e discernesi ’l bene per che ’l mondo di sù quel di giù torna.