La Divina Commedia di Dante: Paradiso
Part 2
Però qualunque cosa tanto pesa per suo valor che tragga ogne bilancia, sodisfar non si può con altra spesa.
Non prendan li mortali il voto a ciancia; siate fedeli, e a ciò far non bieci, come Ieptè a la sua prima mancia;
cui più si convenia dicer Mal feci, che, servando, far peggio; e così stolto ritrovar puoi il gran duca de Greci,
onde pianse Efigènia il suo bel volto, e fé pianger di sé i folli e i savi chudir parlar di così fatto cólto.
Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: non siate come penna ad ogne vento, e non crediate chogne acqua vi lavi.
Avete il novo e l vecchio Testamento, e l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento.
Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che l Giudeo di voi tra voi non rida!
Non fate com agnel che lascia il latte de la sua madre, e semplice e lascivo seco medesmo a suo piacer combatte!».
Così Beatrice a me com ïo scrivo; poi si rivolse tutta disïante a quella parte ove l mondo è più vivo.
Lo suo tacere e l trasmutar sembiante puoser silenzio al mio cupido ingegno, che già nuove questioni avea davante;
e sì come saetta che nel segno percuote pria che sia la corda queta, così corremmo nel secondo regno.
Quivi la donna mia vid io sì lieta, come nel lume di quel ciel si mise, che più lucente se ne fé l pianeta.
E se la stella si cambiò e rise, qual mi fec io che pur da mia natura trasmutabile son per tutte guise!
Come n peschiera chè tranquilla e pura traggonsi i pesci a ciò che vien di fori per modo che lo stimin lor pastura,
sì vid io ben più di mille splendori trarsi ver noi, e in ciascun sudia: «Ecco chi crescerà li nostri amori».
E sì come ciascuno a noi venìa, vedeasi lombra piena di letizia nel folgór chiaro che di lei uscia.
Pensa, lettor, se quel che qui sinizia non procedesse, come tu avresti di più savere angosciosa carizia;
e per te vederai come da questi mera in disio dudir lor condizioni, sì come a li occhi mi fur manifesti.
«O bene nato a cui veder li troni del trïunfo etternal concede grazia prima che la milizia sabbandoni,
del lume che per tutto il ciel si spazia noi semo accesi; e però, se disii di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
Così da un di quelli spirti pii detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì sicuramente, e credi come a dii».
«Io veggio ben sì come tu tannidi nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, perch e corusca sì come tu ridi;
ma non so chi tu se, né perché aggi, anima degna, il grado de la spera che si vela a mortai con altrui raggi».
Questo diss io diritto a la lumera che pria mavea parlato; ond ella fessi lucente più assai di quel chell era.
Sì come il sol che si cela elli stessi per troppa luce, come l caldo ha róse le temperanze di vapori spessi,
per più letizia sì mi si nascose dentro al suo raggio la figura santa; e così chiusa chiusa mi rispuose
nel modo che l seguente canto canta.
Paradiso Canto VI
«Poscia che Costantin laquila volse contr al corso del ciel, chella seguio dietro a lantico che Lavina tolse,
cento e cent anni e più luccel di Dio ne lo stremo dEuropa si ritenne, vicino a monti de quai prima uscìo;
e sotto lombra de le sacre penne governò l mondo lì di mano in mano, e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
Cesare fui e son Iustinïano, che, per voler del primo amor chi sento, dentro le leggi trassi il troppo e l vano.
E prima chio a lovra fossi attento, una natura in Cristo esser, non piùe, credea, e di tal fede era contento;
ma l benedetto Agapito, che fue sommo pastore, a la fede sincera mi dirizzò con le parole sue.
Io li credetti; e ciò che n sua fede era, vegg io or chiaro sì, come tu vedi ogni contradizione e falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, a Dio per grazia piacque di spirarmi lalto lavoro, e tutto n lui mi diedi;
e al mio Belisar commendai larmi, cui la destra del ciel fu sì congiunta, che segno fu chi dovessi posarmi.
Or qui a la question prima sappunta la mia risposta; ma sua condizione mi stringe a seguitare alcuna giunta,
perché tu veggi con quanta ragione si move contr al sacrosanto segno e chi l sappropria e chi a lui soppone.
Vedi quanta virtù lha fatto degno di reverenza; e cominciò da lora che Pallante morì per darli regno.
Tu sai chel fece in Alba sua dimora per trecento anni e oltre, infino al fine che i tre a tre pugnar per lui ancora.
E sai chel fé dal mal de le Sabine al dolor di Lucrezia in sette regi, vincendo intorno le genti vicine.
Sai quel chel fé portato da li egregi Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, incontro a li altri principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro negletto fu nomato, i Deci e Fabi ebber la fama che volontier mirro.
Esso atterrò lorgoglio de li Aràbi che di retro ad Anibale passaro lalpestre rocce, Po, di che tu labi.
Sott esso giovanetti trïunfaro Scipïone e Pompeo; e a quel colle sotto l qual tu nascesti parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto l ciel volle redur lo mondo a suo modo sereno, Cesare per voler di Roma il tolle.
E quel che fé da Varo infino a Reno, Isara vide ed Era e vide Senna e ogne valle onde Rodano è pieno.
Quel che fé poi chelli uscì di Ravenna e saltò Rubicon, fu di tal volo, che nol seguiteria lingua né penna.
Inver la Spagna rivolse lo stuolo, poi ver Durazzo, e Farsalia percosse sì chal Nil caldo si sentì del duolo.
Antandro e Simeonta, onde si mosse, rivide e là dov Ettore si cuba; e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Da indi scese folgorando a Iuba; onde si volse nel vostro occidente, ove sentia la pompeana tuba.
Di quel che fé col baiulo seguente, Bruto con Cassio ne linferno latra, e Modena e Perugia fu dolente.
Piangene ancor la trista Cleopatra, che, fuggendoli innanzi, dal colubro la morte prese subitana e atra.
Con costui corse infino al lito rubro; con costui puose il mondo in tanta pace, che fu serrato a Giano il suo delubro.
Ma ciò che l segno che parlar mi face fatto avea prima e poi era fatturo per lo regno mortal cha lui soggiace,
diventa in apparenza poco e scuro, se in mano al terzo Cesare si mira con occhio chiaro e con affetto puro;
ché la viva giustizia che mi spira, li concedette, in mano a quel chi dico, gloria di far vendetta a la sua ira.
Or qui tammira in ciò chio ti replìco: poscia con Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico.
E quando il dente longobardo morse la Santa Chiesa, sotto le sue ali Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
Omai puoi giudicar di quei cotali chio accusai di sopra e di lor falli, che son cagion di tutti vostri mali.
Luno al pubblico segno i gigli gialli oppone, e laltro appropria quello a parte, sì chè forte a veder chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott altro segno, ché mal segue quello sempre chi la giustizia e lui diparte;
e non labbatta esto Carlo novello coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli cha più alto leon trasser lo vello.
Molte fïate già pianser li figli per la colpa del padre, e non si creda che Dio trasmuti larmi per suoi gigli!
Questa picciola stella si correda di buoni spirti che son stati attivi perché onore e fama li succeda:
e quando li disiri poggian quivi, sì disvïando, pur convien che i raggi del vero amore in sù poggin men vivi.
Ma nel commensurar di nostri gaggi col merto è parte di nostra letizia, perché non li vedem minor né maggi.
Quindi addolcisce la viva giustizia in noi laffetto sì, che non si puote torcer già mai ad alcuna nequizia.
Diverse voci fanno dolci note; così diversi scanni in nostra vita rendon dolce armonia tra queste rote.
E dentro a la presente margarita luce la luce di Romeo, di cui fu lovra grande e bella mal gradita.
Ma i Provenzai che fecer contra lui non hanno riso; e però mal cammina qual si fa danno del ben fare altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, Ramondo Beringhiere, e ciò li fece Romeo, persona umìle e peregrina.
E poi il mosser le parole biece a dimandar ragione a questo giusto, che li assegnò sette e cinque per diece,
indi partissi povero e vetusto; e se l mondo sapesse il cor chelli ebbe mendicando sua vita a frusto a frusto,
assai lo loda, e più lo loderebbe».
Paradiso Canto VII
«Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth!».
Così, volgendosi a la nota sua, fu viso a me cantare essa sustanza, sopra la qual doppio lume saddua;
ed essa e laltre mossero a sua danza, e quasi velocissime faville mi si velar di sùbita distanza.
Io dubitava e dicea Dille, dille! fra me, dille dicea, a la mia donna che mi diseta con le dolci stille.
Ma quella reverenza che sindonna di tutto me, pur per Be e per ice, mi richinava come luom chassonna.
Poco sofferse me cotal Beatrice e cominciò, raggiandomi dun riso tal, che nel foco faria luom felice:
«Secondo mio infallibile avviso, come giusta vendetta giustamente punita fosse, tha in pensier miso;
ma io ti solverò tosto la mente; e tu ascolta, ché le mie parole di gran sentenza ti faran presente.
Per non soffrire a la virtù che vole freno a suo prode, quell uom che non nacque, dannando sé, dannò tutta sua prole;
onde lumana specie inferma giacque giù per secoli molti in grande errore, fin chal Verbo di Dio discender piacque
u la natura, che dal suo fattore sera allungata, unì a sé in persona con latto sol del suo etterno amore.
Or drizza il viso a quel chor si ragiona: questa natura al suo fattore unita, qual fu creata, fu sincera e buona;
ma per sé stessa pur fu ella sbandita di paradiso, però che si torse da via di verità e da sua vita.
La pena dunque che la croce porse sa la natura assunta si misura, nulla già mai sì giustamente morse;
e così nulla fu di tanta ingiura, guardando a la persona che sofferse, in che era contratta tal natura.
Però dun atto uscir cose diverse: cha Dio e a Giudei piacque una morte; per lei tremò la terra e l ciel saperse.
Non ti dee oramai parer più forte, quando si dice che giusta vendetta poscia vengiata fu da giusta corte.
Ma io veggi or la tua mente ristretta di pensiero in pensier dentro ad un nodo, del qual con gran disio solver saspetta.
Tu dici: Ben discerno ciò chi odo; ma perché Dio volesse, mè occulto, a nostra redenzion pur questo modo.
Questo decreto, frate, sta sepulto a li occhi di ciascuno il cui ingegno ne la fiamma damor non è adulto.
Veramente, però cha questo segno molto si mira e poco si discerne, dirò perché tal modo fu più degno.
La divina bontà, che da sé sperne ogne livore, ardendo in sé, sfavilla sì che dispiega le bellezze etterne.
Ciò che da lei sanza mezzo distilla non ha poi fine, perché non si move la sua imprenta quand ella sigilla.
Ciò che da essa sanza mezzo piove libero è tutto, perché non soggiace a la virtute de le cose nove.
Più lè conforme, e però più le piace; ché lardor santo chogne cosa raggia, ne la più somigliante è più vivace.
Di tutte queste dote savvantaggia lumana creatura, e suna manca, di sua nobilità convien che caggia.
Solo il peccato è quel che la disfranca e falla dissimìle al sommo bene, per che del lume suo poco simbianca;
e in sua dignità mai non rivene, se non rïempie, dove colpa vòta, contra mal dilettar con giuste pene.
Vostra natura, quando peccò tota nel seme suo, da queste dignitadi, come di paradiso, fu remota;
né ricovrar potiensi, se tu badi ben sottilmente, per alcuna via, sanza passar per un di questi guadi:
o che Dio solo per sua cortesia dimesso avesse, o che luom per sé isso avesse sodisfatto a sua follia.
Ficca mo locchio per entro labisso de letterno consiglio, quanto puoi al mio parlar distrettamente fisso.
Non potea luomo ne termini suoi mai sodisfar, per non potere ir giuso con umiltate obedïendo poi,
quanto disobediendo intese ir suso; e questa è la cagion per che luom fue da poter sodisfar per sé dischiuso.
Dunque a Dio convenia con le vie sue riparar lomo a sua intera vita, dico con luna, o ver con amendue.
Ma perché lovra tanto è più gradita da loperante, quanto più appresenta de la bontà del core ond ell è uscita,
la divina bontà che l mondo imprenta, di proceder per tutte le sue vie, a rilevarvi suso, fu contenta.
Né tra lultima notte e l primo die sì alto o sì magnifico processo, o per luna o per laltra, fu o fie:
ché più largo fu Dio a dar sé stesso per far luom sufficiente a rilevarsi, che selli avesse sol da sé dimesso;
e tutti li altri modi erano scarsi a la giustizia, se l Figliuol di Dio non fosse umilïato ad incarnarsi.
Or per empierti bene ogne disio, ritorno a dichiararti in alcun loco, perché tu veggi lì così com io.
Tu dici: Io veggio lacqua, io veggio il foco, laere e la terra e tutte lor misture venire a corruzione, e durar poco;
e queste cose pur furon creature; per che, se ciò chè detto è stato vero, esser dovrien da corruzion sicure.
Li angeli, frate, e l paese sincero nel qual tu se, dir si posson creati, sì come sono, in loro essere intero;
ma li alimenti che tu hai nomati e quelle cose che di lor si fanno da creata virtù sono informati.
Creata fu la materia chelli hanno; creata fu la virtù informante in queste stelle che ntorno a lor vanno.
Lanima dogne bruto e de le piante di complession potenzïata tira lo raggio e l moto de le luci sante;
ma vostra vita sanza mezzo spira la somma beninanza, e la innamora di sé sì che poi sempre la disira.
E quinci puoi argomentare ancora vostra resurrezion, se tu ripensi come lumana carne fessi allora
che li primi parenti intrambo fensi».
Paradiso Canto VIII
Solea creder lo mondo in suo periclo che la bella Ciprigna il folle amore raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
per che non pur a lei faceano onore di sacrificio e di votivo grido le genti antiche ne lantico errore;
ma Dïone onoravano e Cupido, quella per madre sua, questo per figlio, e dicean chel sedette in grembo a Dido;
e da costei ond io principio piglio pigliavano il vocabol de la stella che l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
Io non maccorsi del salire in ella; ma desservi entro mi fé assai fede la donna mia chi vidi far più bella.
E come in fiamma favilla si vede, e come in voce voce si discerne, quand una è ferma e altra va e riede,
vid io in essa luce altre lucerne muoversi in giro più e men correnti, al modo, credo, di lor viste interne.
Di fredda nube non disceser venti, o visibili o no, tanto festini, che non paressero impediti e lenti
a chi avesse quei lumi divini veduti a noi venir, lasciando il giro pria cominciato in li alti Serafini;
e dentro a quei che più innanzi appariro sonava Osanna sì, che unque poi di rïudir non fui sanza disiro.
Indi si fece lun più presso a noi e solo incominciò: «Tutti sem presti al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
Noi ci volgiam coi principi celesti dun giro e dun girare e duna sete, ai quali tu del mondo già dicesti:
Voi che ntendendo il terzo ciel movete; e sem sì pien damor, che, per piacerti, non fia men dolce un poco di quïete».
Poscia che li occhi miei si fuoro offerti a la mia donna reverenti, ed essa fatti li avea di sé contenti e certi,
rivolsersi a la luce che promessa tanto savea, e «Deh, chi siete?» fue la voce mia di grande affetto impressa.
E quanta e quale vid io lei far piùe per allegrezza nova che saccrebbe, quando parlai, a lallegrezze sue!
Così fatta, mi disse: «Il mondo mebbe giù poco tempo; e se più fosse stato, molto sarà di mal, che non sarebbe.
La mia letizia mi ti tien celato che mi raggia dintorno e mi nasconde quasi animal di sua seta fasciato.
Assai mamasti, e avesti ben onde; che sio fossi giù stato, io ti mostrava di mio amor più oltre che le fronde.
Quella sinistra riva che si lava di Rodano poi chè misto con Sorga, per suo segnore a tempo maspettava,
e quel corno dAusonia che simborga di Bari e di Gaeta e di Catona, da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
Fulgeami già in fronte la corona di quella terra che l Danubio riga poi che le ripe tedesche abbandona.
E la bella Trinacria, che caliga tra Pachino e Peloro, sopra l golfo che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo, attesi avrebbe li suoi regi ancora, nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che sempre accora li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar: Mora, mora!.
E se mio frate questo antivedesse, lavara povertà di Catalogna già fuggeria, perché non li offendesse;
ché veramente proveder bisogna per lui, o per altrui, sì cha sua barca carcata più dincarco non si pogna.
La sua natura, che di larga parca discese, avria mestier di tal milizia che non curasse di mettere in arca».
«Però chi credo che lalta letizia che l tuo parlar minfonde, segnor mio, là ve ogne ben si termina e sinizia,
per te si veggia come la vegg io, grata mè più; e anco quest ho caro perché l discerni rimirando in Dio.
Fatto mhai lieto, e così mi fa chiaro, poi che, parlando, a dubitar mhai mosso com esser può, di dolce seme, amaro».
Questo io a lui; ed elli a me: «Sio posso mostrarti un vero, a quel che tu dimandi terrai lo viso come tien lo dosso.
Lo ben che tutto il regno che tu scandi volge e contenta, fa esser virtute sua provedenza in questi corpi grandi.
E non pur le nature provedute sono in la mente chè da sé perfetta, ma esse insieme con la lor salute:
per che quantunque quest arco saetta disposto cade a proveduto fine, sì come cosa in suo segno diretta.
Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine producerebbe sì li suoi effetti, che non sarebbero arti, ma ruine;
e ciò esser non può, se li ntelletti che muovon queste stelle non son manchi, e manco il primo, che non li ha perfetti.
Vuo tu che questo ver più ti simbianchi?». E io: «Non già; ché impossibil veggio che la natura, in quel chè uopo, stanchi».
Ond elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio per lomo in terra, se non fosse cive?». «Sì», rispuos io; «e qui ragion non cheggio».
«E puot elli esser, se giù non si vive diversamente per diversi offici? Non, se l maestro vostro ben vi scrive».
Sì venne deducendo infino a quici; poscia conchiuse: «Dunque esser diverse convien di vostri effetti le radici:
per chun nasce Solone e altro Serse, altro Melchisedèch e altro quello che, volando per laere, il figlio perse.
La circular natura, chè suggello a la cera mortal, fa ben sua arte, ma non distingue lun da laltro ostello.
Quinci addivien chEsaù si diparte per seme da Iacòb; e vien Quirino da sì vil padre, che si rende a Marte.
Natura generata il suo cammino simil farebbe sempre a generanti, se non vincesse il proveder divino.
Or quel che tera dietro tè davanti: ma perché sappi che di te mi giova, un corollario voglio che tammanti.
Sempre natura, se fortuna trova discorde a sé, com ogne altra semente fuor di sua regïon, fa mala prova.
E se l mondo là giù ponesse mente al fondamento che natura pone, seguendo lui, avria buona la gente.
Ma voi torcete a la religïone tal che fia nato a cignersi la spada, e fate re di tal chè da sermone;
onde la traccia vostra è fuor di strada».
Paradiso Canto IX
Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, mebbe chiarito, mi narrò li nganni che ricever dovea la sua semenza;
ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; sì chio non posso dir se non che pianto giusto verrà di retro ai vostri danni.
E già la vita di quel lume santo rivolta sera al Sol che la rïempie come quel ben cha ogne cosa è tanto.
Ahi anime ingannate e fatture empie, che da sì fatto ben torcete i cuori, drizzando in vanità le vostre tempie!
Ed ecco un altro di quelli splendori ver me si fece, e l suo voler piacermi significava nel chiarir di fori.
Li occhi di Bëatrice, cheran fermi sovra me, come pria, di caro assenso al mio disio certificato fermi.
«Deh, metti al mio voler tosto compenso, beato spirto», dissi, «e fammi prova chi possa in te refletter quel chio penso!».
Onde la luce che mera ancor nova, del suo profondo, ond ella pria cantava, seguette come a cui di ben far giova:
«In quella parte de la terra prava italica che siede tra Rïalto e le fontane di Brenta e di Piava,
si leva un colle, e non surge molt alto, là onde scese già una facella che fece a la contrada un grande assalto.
Duna radice nacqui e io ed ella: Cunizza fui chiamata, e qui refulgo perché mi vinse il lume desta stella;
ma lietamente a me medesma indulgo la cagion di mia sorte, e non mi noia; che parria forse forte al vostro vulgo.
Di questa luculenta e cara gioia del nostro cielo che più mè propinqua, grande fama rimase; e pria che moia,
questo centesimo anno ancor sincinqua: vedi se far si dee lomo eccellente, sì chaltra vita la prima relinqua.
E ciò non pensa la turba presente che Tagliamento e Adice richiude, né per esser battuta ancor si pente;
ma tosto fia che Padova al palude cangerà lacqua che Vincenza bagna, per essere al dover le genti crude;
e dove Sile e Cagnan saccompagna, tal signoreggia e va con la testa alta, che già per lui carpir si fa la ragna.
Piangerà Feltro ancora la difalta de lempio suo pastor, che sarà sconcia sì, che per simil non sentrò in malta.
Troppo sarebbe larga la bigoncia che ricevesse il sangue ferrarese, e stanco chi l pesasse a oncia a oncia,
che donerà questo prete cortese per mostrarsi di parte; e cotai doni conformi fieno al viver del paese.
Sù sono specchi, voi dicete Troni, onde refulge a noi Dio giudicante; sì che questi parlar ne paion buoni».
Qui si tacette; e fecemi sembiante che fosse ad altro volta, per la rota in che si mise com era davante.
Laltra letizia, che mera già nota per cara cosa, mi si fece in vista qual fin balasso in che lo sol percuota.
Per letiziar là sù fulgor sacquista, sì come riso qui; ma giù sabbuia lombra di fuor, come la mente è trista.
«Dio vede tutto, e tuo veder sinluia», diss io, «beato spirto, sì che nulla voglia di sé a te puot esser fuia.
Dunque la voce tua, che l ciel trastulla sempre col canto di quei fuochi pii che di sei ali facen la coculla,
perché non satisface a miei disii? Già non attendere io tua dimanda, sio mintuassi, come tu tinmii».
«La maggior valle in che lacqua si spanda», incominciaro allor le sue parole, «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
tra discordanti liti contra l sole tanto sen va, che fa meridïano là dove lorizzonte pria far suole.
Di quella valle fu io litorano tra Ebro e Macra, che per cammin corto parte lo Genovese dal Toscano.
Ad un occaso quasi e ad un orto Buggea siede e la terra ond io fui, che fé del sangue suo già caldo il porto.
Folco mi disse quella gente a cui fu noto il nome mio; e questo cielo di me simprenta, com io fe di lui;
ché più non arse la figlia di Belo, noiando e a Sicheo e a Creusa, di me, infin che si convenne al pelo;
né quella Rodopëa che delusa fu da Demofoonte, né Alcide quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
Non però qui si pente, ma si ride, non de la colpa, cha mente non torna, ma del valor chordinò e provide.
Qui si rimira ne larte chaddorna cotanto affetto, e discernesi l bene per che l mondo di sù quel di giù torna.