Part 22
«Poi che per grazia vuol che tu t’affronti lo nostro Imperadore, anzi la morte, ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
sì che, veduto il ver di questa corte, la spene, che là giù bene innamora, in te e in altrui di ciò conforte,
di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora la mente tua, e dì onde a te venne». Così seguì ’l secondo lume ancora.
E quella pïa che guidò le penne de le mie ali a così alto volo, a la risposta così mi prevenne:
«La Chiesa militante alcun figliuolo non ha con più speranza, com’ è scritto nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
però li è conceduto che d’Egitto vegna in Ierusalemme per vedere, anzi che ’l militar li sia prescritto.
Li altri due punti, che non per sapere son dimandati, ma perch’ ei rapporti quanto questa virtù t’è in piacere,
a lui lasc’ io, ché non li saran forti né di iattanza; ed elli a ciò risponda, e la grazia di Dio ciò li comporti».
Come discente ch’a dottor seconda pronto e libente in quel ch’elli è esperto, perché la sua bontà si disasconda,
«Spene», diss’ io, «è uno attender certo de la gloria futura, il qual produce grazia divina e precedente merto.
Da molte stelle mi vien questa luce; ma quei la distillò nel mio cor pria che fu sommo cantor del sommo duce.
‘Sperino in te’, ne la sua tëodia dice, ‘color che sanno il nome tuo’: e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
Tu mi stillasti, con lo stillar suo, ne la pistola poi; sì ch’io son pieno, e in altrui vostra pioggia repluo».
Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno di quello incendio tremolava un lampo sùbito e spesso a guisa di baleno.
Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo ancor ver’ la virtù che mi seguette infin la palma e a l’uscir del campo,
vuol ch’io respiri a te che ti dilette di lei; ed emmi a grato che tu diche quello che la speranza ti ’mpromette».
E io: «Le nove e le scritture antiche pongon lo segno, ed esso lo mi addita, de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
Dice Isaia che ciascuna vestita ne la sua terra fia di doppia vesta: e la sua terra è questa dolce vita;
e ’l tuo fratello assai vie più digesta, là dove tratta de le bianche stole, questa revelazion ci manifesta».
E prima, appresso al fin d’este parole, ‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì; a che rispuoser tutte le carole.
Poscia tra esse un lume si schiarì sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo, l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.
E come surge e va ed entra in ballo vergine lieta, sol per fare onore a la novizia, non per alcun fallo,
così vid’ io lo schiarato splendore venire a’ due che si volgieno a nota qual conveniesi al loro ardente amore.
Misesi lì nel canto e ne la rota; e la mia donna in lor tenea l’aspetto, pur come sposa tacita e immota.
«Questi è colui che giacque sopra ’l petto del nostro pellicano, e questi fue di su la croce al grande officio eletto».
La donna mia così; né però piùe mosser la vista sua di stare attenta poscia che prima le parole sue.
Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta di vedere eclissar lo sole un poco, che, per veder, non vedente diventa;
tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco mentre che detto fu: «Perché t’abbagli per veder cosa che qui non ha loco?
In terra è terra il mio corpo, e saragli tanto con li altri, che ’l numero nostro con l’etterno proposito s’agguagli.
Con le due stole nel beato chiostro son le due luci sole che saliro; e questo apporterai nel mondo vostro».
A questa voce l’infiammato giro si quïetò con esso il dolce mischio che si facea nel suon del trino spiro,
sì come, per cessar fatica o rischio, li remi, pria ne l’acqua ripercossi, tutti si posano al sonar d’un fischio.
Ahi quanto ne la mente mi commossi, quando mi volsi per veder Beatrice, per non poter veder, benché io fossi
presso di lei, e nel mondo felice!
Paradiso • Canto XXVI
Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, de la fulgida fiamma che lo spense uscì un spiro che mi fece attento,
dicendo: «Intanto che tu ti risense de la vista che haï in me consunta, ben è che ragionando la compense.
Comincia dunque; e dì ove s’appunta l’anima tua, e fa ragion che sia la vista in te smarrita e non defunta:
perché la donna che per questa dia regïon ti conduce, ha ne lo sguardo la virtù ch’ebbe la man d’Anania».
Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo vegna remedio a li occhi, che fuor porte quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.
Lo ben che fa contenta questa corte, Alfa e O è di quanta scrittura mi legge Amore o lievemente o forte».
Quella medesma voce che paura tolta m’avea del sùbito abbarbaglio, di ragionare ancor mi mise in cura;
e disse: «Certo a più angusto vaglio ti conviene schiarar: dicer convienti chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».
E io: «Per filosofici argomenti e per autorità che quinci scende cotale amor convien che in me si ’mprenti:
ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, così accende amore, e tanto maggio quanto più di bontate in sé comprende.
Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, che ciascun ben che fuor di lei si trova altro non è ch’un lume di suo raggio,
più che in altra convien che si mova la mente, amando, di ciascun che cerne il vero in che si fonda questa prova.
Tal vero a l’intelletto mïo sterne colui che mi dimostra il primo amore di tutte le sustanze sempiterne.
Sternel la voce del verace autore, che dice a Moïsè, di sé parlando: ‘Io ti farò vedere ogne valore’.
Sternilmi tu ancora, incominciando l’alto preconio che grida l’arcano di qui là giù sovra ogne altro bando».
E io udi’: «Per intelletto umano e per autoritadi a lui concorde d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
Ma dì ancor se tu senti altre corde tirarti verso lui, sì che tu suone con quanti denti questo amor ti morde».
Non fu latente la santa intenzione de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi dove volea menar mia professione.
Però ricominciai: «Tutti quei morsi che posson far lo cor volgere a Dio, a la mia caritate son concorsi:
ché l’essere del mondo e l’esser mio, la morte ch’el sostenne perch’ io viva, e quel che spera ogne fedel com’ io,
con la predetta conoscenza viva, tratto m’hanno del mar de l’amor torto, e del diritto m’han posto a la riva.
Le fronde onde s’infronda tutto l’orto de l’ortolano etterno, am’ io cotanto quanto da lui a lor di bene è porto».
Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto risonò per lo cielo, e la mia donna dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
E come a lume acuto si disonna per lo spirto visivo che ricorre a lo splendor che va di gonna in gonna,
e lo svegliato ciò che vede aborre, sì nescïa è la sùbita vigilia fin che la stimativa non soccorre;
così de li occhi miei ogne quisquilia fugò Beatrice col raggio d’i suoi, che rifulgea da più di mille milia:
onde mei che dinanzi vidi poi; e quasi stupefatto domandai d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.
E la mia donna: «Dentro da quei rai vagheggia il suo fattor l’anima prima che la prima virtù creasse mai».
Come la fronda che flette la cima nel transito del vento, e poi si leva per la propria virtù che la soblima,
fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, stupendo, e poi mi rifece sicuro un disio di parlare ond’ ïo ardeva.
E cominciai: «O pomo che maturo solo prodotto fosti, o padre antico a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
divoto quanto posso a te supplìco perché mi parli: tu vedi mia voglia, e per udirti tosto non la dico».
Talvolta un animal coverto broglia, sì che l’affetto convien che si paia per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;
e similmente l’anima primaia mi facea trasparer per la coverta quant’ ella a compiacermi venìa gaia.
Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta da te, la voglia tua discerno meglio che tu qualunque cosa t’è più certa;
perch’ io la veggio nel verace speglio che fa di sé pareglio a l’altre cose, e nulla face lui di sé pareglio.
Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose ne l’eccelso giardino, ove costei a così lunga scala ti dispuose,
e quanto fu diletto a li occhi miei, e la propria cagion del gran disdegno, e l’idïoma ch’usai e che fei.
Or, figluol mio, non il gustar del legno fu per sé la cagion di tanto essilio, ma solamente il trapassar del segno.
Quindi onde mosse tua donna Virgilio, quattromilia trecento e due volumi di sol desiderai questo concilio;
e vidi lui tornare a tutt’ i lumi de la sua strada novecento trenta fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.
La lingua ch’io parlai fu tutta spenta innanzi che a l’ovra inconsummabile fosse la gente di Nembròt attenta:
ché nullo effetto mai razïonabile, per lo piacere uman che rinovella seguendo il cielo, sempre fu durabile.
Opera naturale è ch’uom favella; ma così o così, natura lascia poi fare a voi secondo che v’abbella.
Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, I s’appellava in terra il sommo bene onde vien la letizia che mi fascia;
e El si chiamò poi: e ciò convene, ché l’uso d’i mortali è come fronda in ramo, che sen va e altra vene.
Nel monte che si leva più da l’onda, fu’ io, con vita pura e disonesta, da la prim’ ora a quella che seconda,
come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».
Paradiso • Canto XXVII
‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso, sì che m’inebrïava il dolce canto.
Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso de l’universo; per che mia ebbrezza intrava per l’udire e per lo viso.
Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! oh vita intègra d’amore e di pace! oh sanza brama sicura ricchezza!
Dinanzi a li occhi miei le quattro face stavano accese, e quella che pria venne incominciò a farsi più vivace,
e tal ne la sembianza sua divenne, qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte fossero augelli e cambiassersi penne.
La provedenza, che quivi comparte vice e officio, nel beato coro silenzio posto avea da ogne parte,
quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro, non ti maravigliar, ché, dicend’ io, vedrai trascolorar tutti costoro.
Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, il luogo mio, il luogo mio, che vaca ne la presenza del Figliuol di Dio,
fatt’ ha del cimitero mio cloaca del sangue e de la puzza; onde ’l perverso che cadde di qua sù, là giù si placa».
Di quel color che per lo sole avverso nube dipigne da sera e da mane, vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.
E come donna onesta che permane di sé sicura, e per l’altrui fallanza, pur ascoltando, timida si fane,
così Beatrice trasmutò sembianza; e tale eclissi credo che ’n ciel fue quando patì la supprema possanza.
Poi procedetter le parole sue con voce tanto da sé trasmutata, che la sembianza non si mutò piùe:
«Non fu la sposa di Cristo allevata del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, per essere ad acquisto d’oro usata;
ma per acquisto d’esto viver lieto e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano sparser lo sangue dopo molto fleto.
Non fu nostra intenzion ch’a destra mano d’i nostri successor parte sedesse, parte da l’altra del popol cristiano;
né che le chiavi che mi fuor concesse, divenisser signaculo in vessillo che contra battezzati combattesse;
né ch’io fossi figura di sigillo a privilegi venduti e mendaci, ond’ io sovente arrosso e disfavillo.
In vesta di pastor lupi rapaci si veggion di qua sù per tutti i paschi: o difesa di Dio, perché pur giaci?
Del sangue nostro Caorsini e Guaschi s’apparecchian di bere: o buon principio, a che vil fine convien che tu caschi!
Ma l’alta provedenza, che con Scipio difese a Roma la gloria del mondo, soccorrà tosto, sì com’ io concipio;
e tu, figliuol, che per lo mortal pondo ancor giù tornerai, apri la bocca, e non asconder quel ch’io non ascondo».
Sì come di vapor gelati fiocca in giuso l’aere nostro, quando ’l corno de la capra del ciel col sol si tocca,
in sù vid’ io così l’etera addorno farsi e fioccar di vapor trïunfanti che fatto avien con noi quivi soggiorno.
Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto, li tolse il trapassar del più avanti.
Onde la donna, che mi vide assolto de l’attendere in sù, mi disse: «Adima il viso e guarda come tu se’ vòlto».
Da l’ora ch’ïo avea guardato prima i’ vidi mosso me per tutto l’arco che fa dal mezzo al fine il primo clima;
sì ch’io vedea di là da Gade il varco folle d’Ulisse, e di qua presso il lito nel qual si fece Europa dolce carco.
E più mi fora discoverto il sito di questa aiuola; ma ’l sol procedea sotto i mie’ piedi un segno e più partito.
La mente innamorata, che donnea con la mia donna sempre, di ridure ad essa li occhi più che mai ardea;
e se natura o arte fé pasture da pigliare occhi, per aver la mente, in carne umana o ne le sue pitture,
tutte adunate, parrebber nïente ver’ lo piacer divin che mi refulse, quando mi volsi al suo viso ridente.
E la virtù che lo sguardo m’indulse, del bel nido di Leda mi divelse, e nel ciel velocissimo m’impulse.
Le parti sue vivissime ed eccelse sì uniforme son, ch’i’ non so dire qual Bëatrice per loco mi scelse.
Ma ella, che vedëa ’l mio disire, incominciò, ridendo tanto lieta, che Dio parea nel suo volto gioire:
«La natura del mondo, che quïeta il mezzo e tutto l’altro intorno move, quinci comincia come da sua meta;
e questo cielo non ha altro dove che la mente divina, in che s’accende l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.
Luce e amor d’un cerchio lui comprende, sì come questo li altri; e quel precinto colui che ’l cinge solamente intende.
Non è suo moto per altro distinto, ma li altri son mensurati da questo, sì come diece da mezzo e da quinto;
e come il tempo tegna in cotal testo le sue radici e ne li altri le fronde, omai a te può esser manifesto.
Oh cupidigia che i mortali affonde sì sotto te, che nessuno ha podere di trarre li occhi fuor de le tue onde!
Ben fiorisce ne li uomini il volere; ma la pioggia continüa converte in bozzacchioni le sosine vere.
Fede e innocenza son reperte solo ne’ parvoletti; poi ciascuna pria fugge che le guance sian coperte.
Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, che poi divora, con la lingua sciolta, qualunque cibo per qualunque luna;
e tal, balbuzïendo, ama e ascolta la madre sua, che, con loquela intera, disïa poi di vederla sepolta.
Così si fa la pelle bianca nera nel primo aspetto de la bella figlia di quel ch’apporta mane e lascia sera.
Tu, perché non ti facci maraviglia, pensa che ’n terra non è chi governi; onde sì svïa l’umana famiglia.
Ma prima che gennaio tutto si sverni per la centesma ch’è là giù negletta, raggeran sì questi cerchi superni,
che la fortuna che tanto s’aspetta, le poppe volgerà u’ son le prore, sì che la classe correrà diretta;
e vero frutto verrà dopo ’l fiore».
Paradiso • Canto XXVIII
Poscia che ’ncontro a la vita presente d’i miseri mortali aperse ’l vero quella che ’mparadisa la mia mente,
come in lo specchio fiamma di doppiero vede colui che se n’alluma retro, prima che l’abbia in vista o in pensiero,
e sé rivolge per veder se ’l vetro li dice il vero, e vede ch’el s’accorda con esso come nota con suo metro;
così la mia memoria si ricorda ch’io feci riguardando ne’ belli occhi onde a pigliarmi fece Amor la corda.
E com’ io mi rivolsi e furon tocchi li miei da ciò che pare in quel volume, quandunque nel suo giro ben s’adocchi,
un punto vidi che raggiava lume acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca chiuder conviensi per lo forte acume;
e quale stella par quinci più poca, parrebbe luna, locata con esso come stella con stella si collòca.
Forse cotanto quanto pare appresso alo cigner la luce che ’l dipigne quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,
distante intorno al punto un cerchio d’igne si girava sì ratto, ch’avria vinto quel moto che più tosto il mondo cigne;
e questo era d’un altro circumcinto, e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto, dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
Sopra seguiva il settimo sì sparto già di larghezza, che ’l messo di Iuno intero a contenerlo sarebbe arto.
Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno più tardo si movea, secondo ch’era in numero distante più da l’uno;
e quello avea la fiamma più sincera cui men distava la favilla pura, credo, però che più di lei s’invera.
La donna mia, che mi vedëa in cura forte sospeso, disse: «Da quel punto depende il cielo e tutta la natura.
Mira quel cerchio che più li è congiunto; e sappi che ’l suo muovere è sì tosto per l’affocato amore ond’ elli è punto».
E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto con l’ordine ch’io veggio in quelle rote, sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;
ma nel mondo sensibile si puote veder le volte tanto più divine, quant’ elle son dal centro più remote.
Onde, se ’l mio disir dee aver fine in questo miro e angelico templo che solo amore e luce ha per confine,
udir convienmi ancor come l’essemplo e l’essemplare non vanno d’un modo, ché io per me indarno a ciò contemplo».
«Se li tuoi diti non sono a tal nodo sufficïenti, non è maraviglia: tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
Così la donna mia; poi disse: «Piglia quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti; e intorno da esso t’assottiglia.
Li cerchi corporai sono ampi e arti secondo il più e ’l men de la virtute che si distende per tutte lor parti.
Maggior bontà vuol far maggior salute; maggior salute maggior corpo cape, s’elli ha le parti igualmente compiute.
Dunque costui che tutto quanto rape l’altro universo seco, corrisponde al cerchio che più ama e che più sape:
per che, se tu a la virtù circonde la tua misura, non a la parvenza de le sustanze che t’appaion tonde,
tu vederai mirabil consequenza di maggio a più e di minore a meno, in ciascun cielo, a süa intelligenza».
Come rimane splendido e sereno l’emisperio de l’aere, quando soffia Borea da quella guancia ond’ è più leno,
per che si purga e risolve la roffia che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride con le bellezze d’ogne sua paroffia;
così fec’ïo, poi che mi provide la donna mia del suo risponder chiaro, e come stella in cielo il ver si vide.
E poi che le parole sue restaro, non altrimenti ferro disfavilla che bolle, come i cerchi sfavillaro.
L’incendio suo seguiva ogne scintilla; ed eran tante, che ’l numero loro più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
Io sentiva osannar di coro in coro al punto fisso che li tiene a li ubi, e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
E quella che vedëa i pensier dubi ne la mia mente, disse: «I cerchi primi t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
Così veloci seguono i suoi vimi, per somigliarsi al punto quanto ponno; e posson quanto a veder son soblimi.
Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, si chiaman Troni del divino aspetto, per che ’l primo ternaro terminonno;
e dei saper che tutti hanno diletto quanto la sua veduta si profonda nel vero in che si queta ogne intelletto.
Quinci si può veder come si fonda l’esser beato ne l’atto che vede, non in quel ch’ama, che poscia seconda;
e del vedere è misura mercede, che grazia partorisce e buona voglia: così di grado in grado si procede.
L’altro ternaro, che così germoglia in questa primavera sempiterna che notturno Arïete non dispoglia,
perpetüalemente ‘Osanna’ sberna con tre melode, che suonano in tree ordini di letizia onde s’interna.
In essa gerarcia son l’altre dee: prima Dominazioni, e poi Virtudi; l’ordine terzo di Podestadi èe.
Poscia ne’ due penultimi tripudi Principati e Arcangeli si girano; l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.
Questi ordini di sù tutti s’ammirano, e di giù vincon sì, che verso Dio tutti tirati sono e tutti tirano.
E Dïonisio con tanto disio a contemplar questi ordini si mise, che li nomò e distinse com’ io.
Ma Gregorio da lui poi si divise; onde, sì tosto come li occhi aperse in questo ciel, di sé medesmo rise.
E se tanto secreto ver proferse mortale in terra, non voglio ch’ammiri: ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse
con altro assai del ver di questi giri».
Paradiso • Canto XXIX
Quando ambedue li figli di Latona, coperti del Montone e de la Libra, fanno de l’orizzonte insieme zona,
quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra infin che l’uno e l’altro da quel cinto, cambiando l’emisperio, si dilibra,
tanto, col volto di riso dipinto, si tacque Bëatrice, riguardando fiso nel punto che m’avëa vinto.
Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.
Non per aver a sé di bene acquisto, ch’esser non può, ma perché suo splendore potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,
in sua etternità di tempo fore, fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.
Né prima quasi torpente si giacque; ché né prima né poscia procedette lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.
Forma e materia, congiunte e purette, usciro ad esser che non avia fallo, come d’arco tricordo tre saette.
E come in vetro, in ambra o in cristallo raggio resplende sì, che dal venire a l’esser tutto non è intervallo,
così ’l triforme effetto del suo sire ne l’esser suo raggiò insieme tutto sanza distinzïone in essordire.
Concreato fu ordine e costrutto a le sustanze; e quelle furon cima nel mondo in che puro atto fu produtto;
pura potenza tenne la parte ima; nel mezzo strinse potenza con atto tal vime, che già mai non si divima.
Ieronimo vi scrisse lungo tratto di secoli de li angeli creati anzi che l’altro mondo fosse fatto;
ma questo vero è scritto in molti lati da li scrittor de lo Spirito Santo, e tu te n’avvedrai se bene agguati;
e anche la ragione il vede alquanto, che non concederebbe che ’ motori sanza sua perfezion fosser cotanto.
Or sai tu dove e quando questi amori furon creati e come: sì che spenti nel tuo disïo già son tre ardori.
Né giugneriesi, numerando, al venti sì tosto, come de li angeli parte turbò il suggetto d’i vostri alimenti.
L’altra rimase, e cominciò quest’ arte che tu discerni, con tanto diletto, che mai da circüir non si diparte.
Principio del cader fu il maladetto superbir di colui che tu vedesti da tutti i pesi del mondo costretto.
Quelli che vedi qui furon modesti a riconoscer sé da la bontate che li avea fatti a tanto intender presti:
per che le viste lor furo essaltate con grazia illuminante e con lor merto, si c’hanno ferma e piena volontate;
e non voglio che dubbi, ma sia certo, che ricever la grazia è meritorio secondo che l’affetto l’è aperto.
Omai dintorno a questo consistorio puoi contemplare assai, se le parole mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.
Ma perché ’n terra per le vostre scole si legge che l’angelica natura è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,
ancor dirò, perché tu veggi pura la verità che là giù si confonde, equivocando in sì fatta lettura.
Queste sustanze, poi che fur gioconde de la faccia di Dio, non volser viso da essa, da cui nulla si nasconde:
però non hanno vedere interciso da novo obietto, e però non bisogna rememorar per concetto diviso;
sì che là giù, non dormendo, si sogna, credendo e non credendo dicer vero; ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.
Voi non andate giù per un sentiero filosofando: tanto vi trasporta l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!
E ancor questo qua sù si comporta con men disdegno che quando è posposta la divina Scrittura o quando è torta.
Non vi si pensa quanto sangue costa seminarla nel mondo e quanto piace chi umilmente con essa s’accosta.
Per apparer ciascun s’ingegna e face sue invenzioni; e quelle son trascorse da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.