# La Divina Commedia di Dante

## Part 19

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non molto lungi al percuoter de l’onde dietro a le quali, per la lunga foga, lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,

siede la fortunata Calaroga sotto la protezion del grande scudo in che soggiace il leone e soggioga:

dentro vi nacque l’amoroso drudo de la fede cristiana, il santo atleta benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;

e come fu creata, fu repleta sì la sua mente di viva vertute che, ne la madre, lei fece profeta.

Poi che le sponsalizie fuor compiute al sacro fonte intra lui e la Fede, u’ si dotar di mutüa salute,

la donna che per lui l’assenso diede, vide nel sonno il mirabile frutto ch’uscir dovea di lui e de le rede;

e perché fosse qual era in costrutto, quinci si mosse spirito a nomarlo del possessivo di cui era tutto.

Domenico fu detto; e io ne parlo sì come de l’agricola che Cristo elesse a l’orto suo per aiutarlo.

Ben parve messo e famigliar di Cristo: che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto, fu al primo consiglio che diè Cristo.

Spesse fïate fu tacito e desto trovato in terra da la sua nutrice, come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.

Oh padre suo veramente Felice! oh madre sua veramente Giovanna, se, interpretata, val come si dice!

Non per lo mondo, per cui mo s’affanna di retro ad Ostïense e a Taddeo, ma per amor de la verace manna

in picciol tempo gran dottor si feo; tal che si mise a circüir la vigna che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.

E a la sedia che fu già benigna più a’ poveri giusti, non per lei, ma per colui che siede, che traligna,

non dispensare o due o tre per sei, non la fortuna di prima vacante, non decimas, quae sunt pauperum Dei,

addimandò, ma contro al mondo errante licenza di combatter per lo seme del qual ti fascian ventiquattro piante.

Poi, con dottrina e con volere insieme, con l’officio appostolico si mosse quasi torrente ch’alta vena preme;

e ne li sterpi eretici percosse l’impeto suo, più vivamente quivi dove le resistenze eran più grosse.

Di lui si fecer poi diversi rivi onde l’orto catolico si riga, sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.

Se tal fu l’una rota de la biga in che la Santa Chiesa si difese e vinse in campo la sua civil briga,

ben ti dovrebbe assai esser palese l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma dinanzi al mio venir fu sì cortese.

Ma l’orbita che fé la parte somma di sua circunferenza, è derelitta, sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.

La sua famiglia, che si mosse dritta coi piedi a le sue orme, è tanto volta, che quel dinanzi a quel di retro gitta;

e tosto si vedrà de la ricolta de la mala coltura, quando il loglio si lagnerà che l’arca li sia tolta.

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio nostro volume, ancor troveria carta u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;

ma non fia da Casal né d’Acquasparta, là onde vegnon tali a la scrittura, ch’uno la fugge e altro la coarta.

Io son la vita di Bonaventura da Bagnoregio, che ne’ grandi offici sempre pospuosi la sinistra cura.

Illuminato e Augustin son quici, che fuor de’ primi scalzi poverelli che nel capestro a Dio si fero amici.

Ugo da San Vittore è qui con elli, e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, lo qual giù luce in dodici libelli;

Natàn profeta e ’l metropolitano Crisostomo e Anselmo e quel Donato ch’a la prim’ arte degnò porre mano.

Rabano è qui, e lucemi dallato il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato.

Ad inveggiar cotanto paladino mi mosse l’infiammata cortesia di fra Tommaso e ’l discreto latino;

e mosse meco questa compagnia».

Paradiso • Canto XIII

Imagini, chi bene intender cupe quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image, mentre ch’io dico, come ferma rupe—,

quindici stelle che ’n diverse plage lo ciel avvivan di tanto sereno che soperchia de l’aere ogne compage;

imagini quel carro a cu’ il seno basta del nostro cielo e notte e giorno, sì ch’al volger del temo non vien meno;

imagini la bocca di quel corno che si comincia in punta de lo stelo a cui la prima rota va dintorno,

aver fatto di sé due segni in cielo, qual fece la figliuola di Minoi allora che sentì di morte il gelo;

e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, e amendue girarsi per maniera che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;

e avrà quasi l’ombra de la vera costellazione e de la doppia danza che circulava il punto dov’ io era:

poi ch’è tanto di là da nostra usanza, quanto di là dal mover de la Chiana si move il ciel che tutti li altri avanza.

Lì si cantò non Bacco, non Peana, ma tre persone in divina natura, e in una persona essa e l’umana.

Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; e attesersi a noi quei santi lumi, felicitando sé di cura in cura.

Ruppe il silenzio ne’ concordi numi poscia la luce in che mirabil vita del poverel di Dio narrata fumi,

e disse: «Quando l’una paglia è trita, quando la sua semenza è già riposta, a batter l’altra dolce amor m’invita.

Tu credi che nel petto onde la costa si trasse per formar la bella guancia il cui palato a tutto ’l mondo costa,

e in quel che, forato da la lancia, e prima e poscia tanto sodisfece, che d’ogne colpa vince la bilancia,

quantunque a la natura umana lece aver di lume, tutto fosse infuso da quel valor che l’uno e l’altro fece;

e però miri a ciò ch’io dissi suso, quando narrai che non ebbe ’l secondo lo ben che ne la quinta luce è chiuso.

Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, e vedräi il tuo credere e ’l mio dire nel vero farsi come centro in tondo.

Ciò che non more e ciò che può morire non è se non splendor di quella idea che partorisce, amando, il nostro Sire;

ché quella viva luce che sì mea dal suo lucente, che non si disuna da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,

per sua bontate il suo raggiare aduna, quasi specchiato, in nove sussistenze, etternalmente rimanendosi una.

Quindi discende a l’ultime potenze giù d’atto in atto, tanto divenendo, che più non fa che brevi contingenze;

e queste contingenze essere intendo le cose generate, che produce con seme e sanza seme il ciel movendo.

La cera di costoro e chi la duce non sta d’un modo; e però sotto ’l segno idëale poi più e men traluce.

Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, secondo specie, meglio e peggio frutta; e voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta e fosse il cielo in sua virtù supprema, la luce del suggel parrebbe tutta;

ma la natura la dà sempre scema, similemente operando a l’artista ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.

Però se ’l caldo amor la chiara vista de la prima virtù dispone e segna, tutta la perfezion quivi s’acquista.

Così fu fatta già la terra degna di tutta l’animal perfezïone; così fu fatta la Vergine pregna;

sì ch’io commendo tua oppinïone, che l’umana natura mai non fue né fia qual fu in quelle due persone.

Or s’i’ non procedesse avanti piùe, ‘Dunque, come costui fu sanza pare?’ comincerebber le parole tue.

Ma perché paia ben ciò che non pare, pensa chi era, e la cagion che ’l mosse, quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.

Non ho parlato sì, che tu non posse ben veder ch’el fu re, che chiese senno acciò che re sufficïente fosse;

non per sapere il numero in che enno li motor di qua sù, o se necesse con contingente mai necesse fenno;

non si est dare primum motum esse, o se del mezzo cerchio far si puote trïangol sì ch’un retto non avesse.

Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, regal prudenza è quel vedere impari in che lo stral di mia intenzion percuote;

e se al “surse” drizzi li occhi chiari, vedrai aver solamente respetto ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.

Con questa distinzion prendi ’l mio detto; e così puote star con quel che credi del primo padre e del nostro Diletto.

E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, per farti mover lento com’ uom lasso e al sì e al no che tu non vedi:

ché quelli è tra li stolti bene a basso, che sanza distinzione afferma e nega ne l’un così come ne l’altro passo;

perch’ elli ’ncontra che più volte piega l’oppinïon corrente in falsa parte, e poi l’affetto l’intelletto lega.

Vie più che ’ndarno da riva si parte, perché non torna tal qual e’ si move, chi pesca per lo vero e non ha l’arte.

E di ciò sono al mondo aperte prove Parmenide, Melisso e Brisso e molti, li quali andaro e non sapëan dove;

sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti che furon come spade a le Scritture in render torti li diritti volti.

Non sien le genti, ancor, troppo sicure a giudicar, sì come quei che stima le biade in campo pria che sien mature;

ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima lo prun mostrarsi rigido e feroce, poscia portar la rosa in su la cima;

e legno vidi già dritto e veloce correr lo mar per tutto suo cammino, perire al fine a l’intrar de la foce.

Non creda donna Berta e ser Martino, per vedere un furare, altro offerere, vederli dentro al consiglio divino;

ché quel può surgere, e quel può cadere».

Paradiso • Canto XIV

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro movesi l’acqua in un ritondo vaso, secondo ch’è percosso fuori o dentro:

ne la mia mente fé sùbito caso questo ch’io dico, sì come si tacque la glorïosa vita di Tommaso,

per la similitudine che nacque del suo parlare e di quel di Beatrice, a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:

«A costui fa mestieri, e nol vi dice né con la voce né pensando ancora, d’un altro vero andare a la radice.

Diteli se la luce onde s’infiora vostra sustanza, rimarrà con voi etternalmente sì com’ ell’ è ora;

e se rimane, dite come, poi che sarete visibili rifatti, esser porà ch’al veder non vi nòi».

Come, da più letizia pinti e tratti, a la fïata quei che vanno a rota levan la voce e rallegrano li atti,

così, a l’orazion pronta e divota, li santi cerchi mostrar nova gioia nel torneare e ne la mira nota.

Qual si lamenta perché qui si moia per viver colà sù, non vide quive lo refrigerio de l’etterna ploia.

Quell’ uno e due e tre che sempre vive e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno, non circunscritto, e tutto circunscrive,

tre volte era cantato da ciascuno di quelli spirti con tal melodia, ch’ad ogne merto saria giusto muno.

E io udi’ ne la luce più dia del minor cerchio una voce modesta, forse qual fu da l’angelo a Maria,

risponder: «Quanto fia lunga la festa di paradiso, tanto il nostro amore si raggerà dintorno cotal vesta.

La sua chiarezza séguita l’ardore; l’ardor la visïone, e quella è tanta, quant’ ha di grazia sovra suo valore.

Come la carne glorïosa e santa fia rivestita, la nostra persona più grata fia per esser tutta quanta;

per che s’accrescerà ciò che ne dona di gratüito lume il sommo bene, lume ch’a lui veder ne condiziona;

onde la visïon crescer convene, crescer l’ardor che di quella s’accende, crescer lo raggio che da esso vene.

Ma sì come carbon che fiamma rende, e per vivo candor quella soverchia, sì che la sua parvenza si difende;

così questo folgór che già ne cerchia fia vinto in apparenza da la carne che tutto dì la terra ricoperchia;

né potrà tanta luce affaticarne: ché li organi del corpo saran forti a tutto ciò che potrà dilettarne».

Tanto mi parver sùbiti e accorti e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!», che ben mostrar disio d’i corpi morti:

forse non pur per lor, ma per le mamme, per li padri e per li altri che fuor cari anzi che fosser sempiterne fiamme.

Ed ecco intorno, di chiarezza pari, nascere un lustro sopra quel che v’era, per guisa d’orizzonte che rischiari.

E sì come al salir di prima sera comincian per lo ciel nove parvenze, sì che la vista pare e non par vera,

parvemi lì novelle sussistenze cominciare a vedere, e fare un giro di fuor da l’altre due circunferenze.

Oh vero sfavillar del Santo Spiro! come si fece sùbito e candente a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

Ma Bëatrice sì bella e ridente mi si mostrò, che tra quelle vedute si vuol lasciar che non seguir la mente.

Quindi ripreser li occhi miei virtute a rilevarsi; e vidimi translato sol con mia donna in più alta salute.

Ben m’accors’ io ch’io era più levato, per l’affocato riso de la stella, che mi parea più roggio che l’usato.

Con tutto ’l core e con quella favella ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto, qual conveniesi a la grazia novella.

E non er’ anco del mio petto essausto l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi esso litare stato accetto e fausto;

ché con tanto lucore e tanto robbi m’apparvero splendor dentro a due raggi, ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».

Come distinta da minori e maggi lumi biancheggia tra ’ poli del mondo Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

sì costellati facean nel profondo Marte quei raggi il venerabil segno che fan giunture di quadranti in tondo.

Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; ché quella croce lampeggiava Cristo, sì ch’io non so trovare essempro degno;

ma chi prende sua croce e segue Cristo, ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, vedendo in quell’ albor balenar Cristo.

Di corno in corno e tra la cima e ’l basso si movien lumi, scintillando forte nel congiugnersi insieme e nel trapasso:

così si veggion qui diritte e torte, veloci e tarde, rinovando vista, le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,

moversi per lo raggio onde si lista talvolta l’ombra che, per sua difesa, la gente con ingegno e arte acquista.

E come giga e arpa, in tempra tesa di molte corde, fa dolce tintinno a tal da cui la nota non è intesa,

così da’ lumi che lì m’apparinno s’accogliea per la croce una melode che mi rapiva, sanza intender l’inno.

Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode, però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci» come a colui che non intende e ode.

Ïo m’innamorava tanto quinci, che ’nfino a lì non fu alcuna cosa che mi legasse con sì dolci vinci.

Forse la mia parola par troppo osa, posponendo il piacer de li occhi belli, ne’ quai mirando mio disio ha posa;

ma chi s’avvede che i vivi suggelli d’ogne bellezza più fanno più suso, e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,

escusar puommi di quel ch’io m’accuso per escusarmi, e vedermi dir vero: ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,

perché si fa, montando, più sincero.

Paradiso • Canto XV

Benigna volontade in che si liqua sempre l’amor che drittamente spira, come cupidità fa ne la iniqua,

silenzio puose a quella dolce lira, e fece quïetar le sante corde che la destra del cielo allenta e tira.

Come saranno a’ giusti preghi sorde quelle sustanze che, per darmi voglia ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?

Bene è che sanza termine si doglia chi, per amor di cosa che non duri etternalmente, quello amor si spoglia.

Quale per li seren tranquilli e puri discorre ad ora ad or sùbito foco, movendo li occhi che stavan sicuri,

e pare stella che tramuti loco, se non che da la parte ond’ e’ s’accende nulla sen perde, ed esso dura poco:

tale dal corno che ’n destro si stende a piè di quella croce corse un astro de la costellazion che lì resplende;

né si partì la gemma dal suo nastro, ma per la lista radïal trascorse, che parve foco dietro ad alabastro.

Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse, se fede merta nostra maggior musa, quando in Eliso del figlio s’accorse.

«O sanguis meus, o superinfusa gratïa Deï, sicut tibi cui bis unquam celi ianüa reclusa?».

Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; poscia rivolsi a la mia donna il viso, e quinci e quindi stupefatto fui;

ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo de la mia gloria e del mio paradiso.

Indi, a udire e a veder giocondo, giunse lo spirto al suo principio cose, ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;

né per elezïon mi si nascose, ma per necessità, ché ’l suo concetto al segno d’i mortal si soprapuose.

E quando l’arco de l’ardente affetto fu sì sfogato, che ’l parlar discese inver’ lo segno del nostro intelletto,

la prima cosa che per me s’intese, «Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, che nel mio seme se’ tanto cortese!».

E seguì: «Grato e lontano digiuno, tratto leggendo del magno volume du’ non si muta mai bianco né bruno,

solvuto hai, figlio, dentro a questo lume in ch’io ti parlo, mercè di colei ch’a l’alto volo ti vestì le piume.

Tu credi che a me tuo pensier mei da quel ch’è primo, così come raia da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;

e però ch’io mi sia e perch’ io paia più gaudïoso a te, non mi domandi, che alcun altro in questa turba gaia.

Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi di questa vita miran ne lo speglio in che, prima che pensi, il pensier pandi;

ma perché ’l sacro amore in che io veglio con perpetüa vista e che m’asseta di dolce disïar, s’adempia meglio,

la voce tua sicura, balda e lieta suoni la volontà, suoni ’l disio, a che la mia risposta è già decreta!».

Io mi volsi a Beatrice, e quella udio pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno che fece crescer l’ali al voler mio.

Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno, come la prima equalità v’apparse, d’un peso per ciascun di voi si fenno,

però che ’l sol che v’allumò e arse, col caldo e con la luce è sì iguali, che tutte simiglianze sono scarse.

Ma voglia e argomento ne’ mortali, per la cagion ch’a voi è manifesta, diversamente son pennuti in ali;

ond’ io, che son mortal, mi sento in questa disagguaglianza, e però non ringrazio se non col core a la paterna festa.

Ben supplico io a te, vivo topazio che questa gioia prezïosa ingemmi, perché mi facci del tuo nome sazio».

«O fronda mia in che io compiacemmi pur aspettando, io fui la tua radice»: cotal principio, rispondendo, femmi.

Poscia mi disse: «Quel da cui si dice tua cognazione e che cent’ anni e piùe girato ha ’l monte in la prima cornice,

mio figlio fu e tuo bisavol fue: ben si convien che la lunga fatica tu li raccorci con l’opere tue.

Fiorenza dentro da la cerchia antica, ond’ ella toglie ancora e terza e nona, si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona, non gonne contigiate, non cintura che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura la figlia al padre, che ’l tempo e la dote non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte; non v’era giunto ancor Sardanapalo a mostrar ciò che ’n camera si puote.

Non era vinto ancora Montemalo dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto nel montar sù, così sarà nel calo.

Bellincion Berti vid’ io andar cinto di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio la donna sua sanza ’l viso dipinto;

e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio esser contenti a la pelle scoperta, e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Oh fortunate! ciascuna era certa de la sua sepultura, e ancor nulla era per Francia nel letto diserta.

L’una vegghiava a studio de la culla, e, consolando, usava l’idïoma che prima i padri e le madri trastulla;

l’altra, traendo a la rocca la chioma, favoleggiava con la sua famiglia d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.

Saria tenuta allor tal maraviglia una Cianghella, un Lapo Salterello, qual or saria Cincinnato e Corniglia.

A così riposato, a così bello viver di cittadini, a così fida cittadinanza, a così dolce ostello,

Maria mi diè, chiamata in alte grida; e ne l’antico vostro Batisteo insieme fui cristiano e Cacciaguida.

Moronto fu mio frate ed Eliseo; mia donna venne a me di val di Pado, e quindi il sopranome tuo si feo.

Poi seguitai lo ’mperador Currado; ed el mi cinse de la sua milizia, tanto per bene ovrar li venni in grado.

Dietro li andai incontro a la nequizia di quella legge il cui popolo usurpa, per colpa d’i pastor, vostra giustizia.

Quivi fu’ io da quella gente turpa disviluppato dal mondo fallace, lo cui amor molt’ anime deturpa;

e venni dal martiro a questa pace».

Paradiso • Canto XVI

O poca nostra nobiltà di sangue, se glorïar di te la gente fai qua giù dove l’affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sarà mai: ché là dove appetito non si torce, dico nel cielo, io me ne gloriai.

Ben se’ tu manto che tosto raccorce: sì che, se non s’appon di dì in die, lo tempo va dintorno con le force.

Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie, in che la sua famiglia men persevra, ricominciaron le parole mie;

onde Beatrice, ch’era un poco scevra, ridendo, parve quella che tossio al primo fallo scritto di Ginevra.

Io cominciai: «Voi siete il padre mio; voi mi date a parlar tutta baldezza; voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.

Per tanti rivi s’empie d’allegrezza la mente mia, che di sé fa letizia perché può sostener che non si spezza.

Ditemi dunque, cara mia primizia, quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni che si segnaro in vostra püerizia;

ditemi de l’ovil di San Giovanni quanto era allora, e chi eran le genti tra esso degne di più alti scanni».

Come s’avviva a lo spirar d’i venti carbone in fiamma, così vid’ io quella luce risplendere a’ miei blandimenti;

e come a li occhi miei si fé più bella, così con voce più dolce e soave, ma non con questa moderna favella,

dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’ al parto in che mia madre, ch’è or santa, s’allevïò di me ond’ era grave,

al suo Leon cinquecento cinquanta e trenta fiate venne questo foco a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

Li antichi miei e io nacqui nel loco dove si truova pria l’ultimo sesto da quei che corre il vostro annüal gioco.

Basti d’i miei maggiori udirne questo: chi ei si fosser e onde venner quivi, più è tacer che ragionare onesto.

Tutti color ch’a quel tempo eran ivi da poter arme tra Marte e ’l Batista, eran il quinto di quei ch’or son vivi.

Ma la cittadinanza, ch’è or mista di Campi, di Certaldo e di Fegghine, pura vediesi ne l’ultimo artista.

Oh quanto fora meglio esser vicine quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo e a Trespiano aver vostro confine,

che averle dentro e sostener lo puzzo del villan d’Aguglion, di quel da Signa, che già per barattare ha l’occhio aguzzo!

Se la gente ch’al mondo più traligna non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna,

tal fatto è fiorentino e cambia e merca, che si sarebbe vòlto a Simifonti, là dove andava l’avolo a la cerca;

sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone, e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

Sempre la confusion de le persone principio fu del mal de la cittade, come del vostro il cibo che s’appone;

e cieco toro più avaccio cade che cieco agnello; e molte volte taglia più e meglio una che le cinque spade.

Se tu riguardi Luni e Orbisaglia come sono ite, e come se ne vanno di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

udir come le schiatte si disfanno non ti parrà nova cosa né forte, poscia che le cittadi termine hanno.

Le vostre cose tutte hanno lor morte, sì come voi; ma celasi in alcuna che dura molto, e le vite son corte.

E come ’l volger del ciel de la luna cuopre e discuopre i liti sanza posa, così fa di Fiorenza la Fortuna:

per che non dee parer mirabil cosa ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini onde è la fama nel tempo nascosa.

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, già nel calare, illustri cittadini;

e vidi così grandi come antichi, con quel de la Sannella, quel de l’Arca, e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

Sovra la porta ch’al presente è carca di nova fellonia di tanto peso che tosto fia iattura de la barca,

erano i Ravignani, ond’ è disceso il conte Guido e qualunque del nome de l’alto Bellincione ha poscia preso.

Quel de la Pressa sapeva già come regger si vuole, e avea Galigaio dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.

Grand’ era già la colonna del Vaio, Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.

