Part 17
Anzi è formale ad esto beato esse tenersi dentro a la divina voglia, per ch’una fansi nostre voglie stesse;
sì che, come noi sem di soglia in soglia per questo regno, a tutto il regno piace com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
E ’n la sua volontade è nostra pace: ell’ è quel mare al qual tutto si move ciò ch’ella crïa o che natura face».
Chiaro mi fu allor come ogne dove in cielo è paradiso, etsi la grazia del sommo ben d’un modo non vi piove.
Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia e d’un altro rimane ancor la gola, che quel si chere e di quel si ringrazia,
così fec’ io con atto e con parola, per apprender da lei qual fu la tela onde non trasse infino a co la spuola.
«Perfetta vita e alto merto inciela donna più sù», mi disse, «a la cui norma nel vostro mondo giù si veste e vela,
perché fino al morir si vegghi e dorma con quello sposo ch’ogne voto accetta che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi e promisi la via de la sua setta.
Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, fuor mi rapiron de la dolce chiostra: Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
E quest’ altro splendor che ti si mostra da la mia destra parte e che s’accende di tutto il lume de la spera nostra,
ciò ch’io dico di me, di sé intende; sorella fu, e così le fu tolta di capo l’ombra de le sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta contra suo grado e contra buona usanza, non fu dal vel del cor già mai disciolta.
Quest’ è la luce de la gran Costanza che del secondo vento di Soave generò ’l terzo e l’ultima possanza».
Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave, Maria’ cantando, e cantando vanio come per acqua cupa cosa grave.
La vista mia, che tanto lei seguio quanto possibil fu, poi che la perse, volsesi al segno di maggior disio,
e a Beatrice tutta si converse; ma quella folgorò nel mïo sguardo sì che da prima il viso non sofferse;
e ciò mi fece a dimandar più tardo.
Paradiso • Canto IV
Intra due cibi, distanti e moventi d’un modo, prima si morria di fame, che liber’ omo l’un recasse ai denti;
sì si starebbe un agno intra due brame di fieri lupi, igualmente temendo; sì si starebbe un cane intra due dame:
per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, da li miei dubbi d’un modo sospinto, poi ch’era necessario, né commendo.
Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto m’era nel viso, e ’l dimandar con ello, più caldo assai che per parlar distinto.
Fé sì Beatrice qual fé Danïello, Nabuccodonosor levando d’ira, che l’avea fatto ingiustamente fello;
e disse: «Io veggio ben come ti tira uno e altro disio, sì che tua cura sé stessa lega sì che fuor non spira.
Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, la vïolenza altrui per qual ragione di meritar mi scema la misura?”.
Ancor di dubitar ti dà cagione parer tornarsi l’anime a le stelle, secondo la sentenza di Platone.
Queste son le question che nel tuo velle pontano igualmente; e però pria tratterò quella che più ha di felle.
D’i Serafin colui che più s’india, Moïsè, Samuel, e quel Giovanni che prender vuoli, io dico, non Maria,
non hanno in altro cielo i loro scanni che questi spirti che mo t’appariro, né hanno a l’esser lor più o meno anni;
ma tutti fanno bello il primo giro, e differentemente han dolce vita per sentir più e men l’etterno spiro.
Qui si mostraro, non perché sortita sia questa spera lor, ma per far segno de la celestïal c’ha men salita.
Così parlar conviensi al vostro ingegno, però che solo da sensato apprende ciò che fa poscia d’intelletto degno.
Per questo la Scrittura condescende a vostra facultate, e piedi e mano attribuisce a Dio e altro intende;
e Santa Chiesa con aspetto umano Gabrïel e Michel vi rappresenta, e l’altro che Tobia rifece sano.
Quel che Timeo de l’anime argomenta non è simile a ciò che qui si vede, però che, come dice, par che senta.
Dice che l’alma a la sua stella riede, credendo quella quindi esser decisa quando natura per forma la diede;
e forse sua sentenza è d’altra guisa che la voce non suona, ed esser puote con intenzion da non esser derisa.
S’elli intende tornare a queste ruote l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse in alcun vero suo arco percuote.
Questo principio, male inteso, torse già tutto il mondo quasi, sì che Giove, Mercurio e Marte a nominar trascorse.
L’altra dubitazion che ti commove ha men velen, però che sua malizia non ti poria menar da me altrove.
Parere ingiusta la nostra giustizia ne li occhi d’i mortali, è argomento di fede e non d’eretica nequizia.
Ma perché puote vostro accorgimento ben penetrare a questa veritate, come disiri, ti farò contento.
Se vïolenza è quando quel che pate nïente conferisce a quel che sforza, non fuor quest’ alme per essa scusate:
ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, ma fa come natura face in foco, se mille volte vïolenza il torza.
Per che, s’ella si piega assai o poco, segue la forza; e così queste fero possendo rifuggir nel santo loco.
Se fosse stato lor volere intero, come tenne Lorenzo in su la grada, e fece Muzio a la sua man severo,
così l’avria ripinte per la strada ond’ eran tratte, come fuoro sciolte; ma così salda voglia è troppo rada.
E per queste parole, se ricolte l’hai come dei, è l’argomento casso che t’avria fatto noia ancor più volte.
Ma or ti s’attraversa un altro passo dinanzi a li occhi, tal che per te stesso non usciresti: pria saresti lasso.
Io t’ho per certo ne la mente messo ch’alma beata non poria mentire, però ch’è sempre al primo vero appresso;
e poi potesti da Piccarda udire che l’affezion del vel Costanza tenne; sì ch’ella par qui meco contradire.
Molte fïate già, frate, addivenne che, per fuggir periglio, contra grato si fé di quel che far non si convenne;
come Almeone, che, di ciò pregato dal padre suo, la propria madre spense, per non perder pietà si fé spietato.
A questo punto voglio che tu pense che la forza al voler si mischia, e fanno sì che scusar non si posson l’offense.
Voglia assoluta non consente al danno; ma consentevi in tanto in quanto teme, se si ritrae, cadere in più affanno.
Però, quando Piccarda quello spreme, de la voglia assoluta intende, e io de l’altra; sì che ver diciamo insieme».
Cotal fu l’ondeggiar del santo rio ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva; tal puose in pace uno e altro disio.
«O amanza del primo amante, o diva», diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda e scalda sì, che più e più m’avviva,
non è l’affezion mia tanto profonda, che basti a render voi grazia per grazia; ma quei che vede e puote a ciò risponda.
Io veggio ben che già mai non si sazia nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso, come fera in lustra, tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: se non, ciascun disio sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di rampollo, a piè del vero il dubbio; ed è natura ch’al sommo pinge noi di collo in collo.
Questo m’invita, questo m’assicura con reverenza, donna, a dimandarvi d’un’altra verità che m’è oscura.
Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi ai voti manchi sì con altri beni, ch’a la vostra statera non sien parvi».
Beatrice mi guardò con li occhi pieni di faville d’amor così divini, che, vinta, mia virtute diè le reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.
Paradiso • Canto V
«S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore di là dal modo che ’n terra si vede, sì che del viso tuo vinco il valore,
non ti maravigliar, ché ciò procede da perfetto veder, che, come apprende, così nel bene appreso move il piede.
Io veggio ben sì come già resplende ne l’intelletto tuo l’etterna luce, che, vista, sola e sempre amore accende;
e s’altra cosa vostro amor seduce, non è se non di quella alcun vestigio, mal conosciuto, che quivi traluce.
Tu vuo’ saper se con altro servigio, per manco voto, si può render tanto che l’anima sicuri di letigio».
Sì cominciò Beatrice questo canto; e sì com’ uom che suo parlar non spezza, continüò così ’l processo santo:
«Lo maggior don che Dio per sua larghezza fesse creando, e a la sua bontate più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
fu de la volontà la libertate; di che le creature intelligenti, e tutte e sole, fuoro e son dotate.
Or ti parrà, se tu quinci argomenti, l’alto valor del voto, s’è sì fatto che Dio consenta quando tu consenti;
ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, vittima fassi di questo tesoro, tal quale io dico; e fassi col suo atto.
Dunque che render puossi per ristoro? Se credi bene usar quel c’hai offerto, di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
Tu se’ omai del maggior punto certo; ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
convienti ancor sedere un poco a mensa, però che ’l cibo rigido c’hai preso, richiede ancora aiuto a tua dispensa.
Apri la mente a quel ch’io ti paleso e fermalvi entro; ché non fa scïenza, sanza lo ritenere, avere inteso.
Due cose si convegnono a l’essenza di questo sacrificio: l’una è quella di che si fa; l’altr’ è la convenenza.
Quest’ ultima già mai non si cancella se non servata; e intorno di lei sì preciso di sopra si favella:
però necessitato fu a li Ebrei pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta sì permutasse, come saver dei.
L’altra, che per materia t’è aperta, puote ben esser tal, che non si falla se con altra materia si converta.
Ma non trasmuti carco a la sua spalla per suo arbitrio alcun, sanza la volta e de la chiave bianca e de la gialla;
e ogne permutanza credi stolta, se la cosa dimessa in la sorpresa come ’l quattro nel sei non è raccolta.
Però qualunque cosa tanto pesa per suo valor che tragga ogne bilancia, sodisfar non si può con altra spesa.
Non prendan li mortali il voto a ciancia; siate fedeli, e a ciò far non bieci, come Ieptè a la sua prima mancia;
cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, che, servando, far peggio; e così stolto ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
onde pianse Efigènia il suo bel volto, e fé pianger di sé i folli e i savi ch’udir parlar di così fatto cólto.
Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: non siate come penna ad ogne vento, e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento.
Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!
Non fate com’ agnel che lascia il latte de la sua madre, e semplice e lascivo seco medesmo a suo piacer combatte!».
Così Beatrice a me com’ ïo scrivo; poi si rivolse tutta disïante a quella parte ove ’l mondo è più vivo.
Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante puoser silenzio al mio cupido ingegno, che già nuove questioni avea davante;
e sì come saetta che nel segno percuote pria che sia la corda queta, così corremmo nel secondo regno.
Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, come nel lume di quel ciel si mise, che più lucente se ne fé ’l pianeta.
E se la stella si cambiò e rise, qual mi fec’ io che pur da mia natura trasmutabile son per tutte guise!
Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura traggonsi i pesci a ciò che vien di fori per modo che lo stimin lor pastura,
sì vid’ io ben più di mille splendori trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia: «Ecco chi crescerà li nostri amori».
E sì come ciascuno a noi venìa, vedeasi l’ombra piena di letizia nel folgór chiaro che di lei uscia.
Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia non procedesse, come tu avresti di più savere angosciosa carizia;
e per te vederai come da questi m’era in disio d’udir lor condizioni, sì come a li occhi mi fur manifesti.
«O bene nato a cui veder li troni del trïunfo etternal concede grazia prima che la milizia s’abbandoni,
del lume che per tutto il ciel si spazia noi semo accesi; e però, se disii di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
Così da un di quelli spirti pii detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì sicuramente, e credi come a dii».
«Io veggio ben sì come tu t’annidi nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, perch’ e’ corusca sì come tu ridi;
ma non so chi tu se’, né perché aggi, anima degna, il grado de la spera che si vela a’ mortai con altrui raggi».
Questo diss’ io diritto a la lumera che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi lucente più assai di quel ch’ell’ era.
Sì come il sol che si cela elli stessi per troppa luce, come ’l caldo ha róse le temperanze d’i vapori spessi,
per più letizia sì mi si nascose dentro al suo raggio la figura santa; e così chiusa chiusa mi rispuose
nel modo che ’l seguente canto canta.
Paradiso • Canto VI
«Poscia che Costantin l’aquila volse contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio dietro a l’antico che Lavina tolse,
cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio ne lo stremo d’Europa si ritenne, vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
e sotto l’ombra de le sacre penne governò ’l mondo lì di mano in mano, e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
Cesare fui e son Iustinïano, che, per voler del primo amor ch’i’ sento, d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.
E prima ch’io a l’ovra fossi attento, una natura in Cristo esser, non piùe, credea, e di tal fede era contento;
ma ’l benedetto Agapito, che fue sommo pastore, a la fede sincera mi dirizzò con le parole sue.
Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi ogni contradizione e falsa e vera.
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, a Dio per grazia piacque di spirarmi l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
e al mio Belisar commendai l’armi, cui la destra del ciel fu sì congiunta, che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
Or qui a la question prima s’appunta la mia risposta; ma sua condizione mi stringe a seguitare alcuna giunta,
perché tu veggi con quanta ragione si move contr’ al sacrosanto segno e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.
Vedi quanta virtù l’ha fatto degno di reverenza; e cominciò da l’ora che Pallante morì per darli regno.
Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora per trecento anni e oltre, infino al fine che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
E sai ch’el fé dal mal de le Sabine al dolor di Lucrezia in sette regi, vincendo intorno le genti vicine.
Sai quel ch’el fé portato da li egregi Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, incontro a li altri principi e collegi;
onde Torquato e Quinzio, che dal cirro negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi ebber la fama che volontier mirro.
Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi che di retro ad Anibale passaro l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Sott’ esso giovanetti trïunfaro Scipïone e Pompeo; e a quel colle sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle redur lo mondo a suo modo sereno, Cesare per voler di Roma il tolle.
E quel che fé da Varo infino a Reno, Isara vide ed Era e vide Senna e ogne valle onde Rodano è pieno.
Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna e saltò Rubicon, fu di tal volo, che nol seguiteria lingua né penna.
Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
Antandro e Simeonta, onde si mosse, rivide e là dov’ Ettore si cuba; e mal per Tolomeo poscia si scosse.
Da indi scese folgorando a Iuba; onde si volse nel vostro occidente, ove sentia la pompeana tuba.
Di quel che fé col baiulo seguente, Bruto con Cassio ne l’inferno latra, e Modena e Perugia fu dolente.
Piangene ancor la trista Cleopatra, che, fuggendoli innanzi, dal colubro la morte prese subitana e atra.
Con costui corse infino al lito rubro; con costui puose il mondo in tanta pace, che fu serrato a Giano il suo delubro.
Ma ciò che ’l segno che parlar mi face fatto avea prima e poi era fatturo per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
diventa in apparenza poco e scuro, se in mano al terzo Cesare si mira con occhio chiaro e con affetto puro;
ché la viva giustizia che mi spira, li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, gloria di far vendetta a la sua ira.
Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: poscia con Tito a far vendetta corse de la vendetta del peccato antico.
E quando il dente longobardo morse la Santa Chiesa, sotto le sue ali Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
Omai puoi giudicar di quei cotali ch’io accusai di sopra e di lor falli, che son cagion di tutti vostri mali.
L’uno al pubblico segno i gigli gialli oppone, e l’altro appropria quello a parte, sì ch’è forte a veder chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte sott’ altro segno, ché mal segue quello sempre chi la giustizia e lui diparte;
e non l’abbatta esto Carlo novello coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli ch’a più alto leon trasser lo vello.
Molte fïate già pianser li figli per la colpa del padre, e non si creda che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
Questa picciola stella si correda d’i buoni spirti che son stati attivi perché onore e fama li succeda:
e quando li disiri poggian quivi, sì disvïando, pur convien che i raggi del vero amore in sù poggin men vivi.
Ma nel commensurar d’i nostri gaggi col merto è parte di nostra letizia, perché non li vedem minor né maggi.
Quindi addolcisce la viva giustizia in noi l’affetto sì, che non si puote torcer già mai ad alcuna nequizia.
Diverse voci fanno dolci note; così diversi scanni in nostra vita rendon dolce armonia tra queste rote.
E dentro a la presente margarita luce la luce di Romeo, di cui fu l’ovra grande e bella mal gradita.
Ma i Provenzai che fecer contra lui non hanno riso; e però mal cammina qual si fa danno del ben fare altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, Ramondo Beringhiere, e ciò li fece Romeo, persona umìle e peregrina.
E poi il mosser le parole biece a dimandar ragione a questo giusto, che li assegnò sette e cinque per diece,
indi partissi povero e vetusto; e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe mendicando sua vita a frusto a frusto,
assai lo loda, e più lo loderebbe».
Paradiso • Canto VII
«Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth!».
Così, volgendosi a la nota sua, fu viso a me cantare essa sustanza, sopra la qual doppio lume s’addua;
ed essa e l’altre mossero a sua danza, e quasi velocissime faville mi si velar di sùbita distanza.
Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’ fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna che mi diseta con le dolci stille’.
Ma quella reverenza che s’indonna di tutto me, pur per Be e per ice, mi richinava come l’uom ch’assonna.
Poco sofferse me cotal Beatrice e cominciò, raggiandomi d’un riso tal, che nel foco faria l’uom felice:
«Secondo mio infallibile avviso, come giusta vendetta giustamente punita fosse, t’ha in pensier miso;
ma io ti solverò tosto la mente; e tu ascolta, ché le mie parole di gran sentenza ti faran presente.
Per non soffrire a la virtù che vole freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, dannando sé, dannò tutta sua prole;
onde l’umana specie inferma giacque giù per secoli molti in grande errore, fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
u’ la natura, che dal suo fattore s’era allungata, unì a sé in persona con l’atto sol del suo etterno amore.
Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: questa natura al suo fattore unita, qual fu creata, fu sincera e buona;
ma per sé stessa pur fu ella sbandita di paradiso, però che si torse da via di verità e da sua vita.
La pena dunque che la croce porse s’a la natura assunta si misura, nulla già mai sì giustamente morse;
e così nulla fu di tanta ingiura, guardando a la persona che sofferse, in che era contratta tal natura.
Però d’un atto uscir cose diverse: ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.
Non ti dee oramai parer più forte, quando si dice che giusta vendetta poscia vengiata fu da giusta corte.
Ma io veggi’ or la tua mente ristretta di pensiero in pensier dentro ad un nodo, del qual con gran disio solver s’aspetta.
Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; ma perché Dio volesse, m’è occulto, a nostra redenzion pur questo modo”.
Questo decreto, frate, sta sepulto a li occhi di ciascuno il cui ingegno ne la fiamma d’amor non è adulto.
Veramente, però ch’a questo segno molto si mira e poco si discerne, dirò perché tal modo fu più degno.
La divina bontà, che da sé sperne ogne livore, ardendo in sé, sfavilla sì che dispiega le bellezze etterne.
Ciò che da lei sanza mezzo distilla non ha poi fine, perché non si move la sua imprenta quand’ ella sigilla.
Ciò che da essa sanza mezzo piove libero è tutto, perché non soggiace a la virtute de le cose nove.
Più l’è conforme, e però più le piace; ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia, ne la più somigliante è più vivace.
Di tutte queste dote s’avvantaggia l’umana creatura, e s’una manca, di sua nobilità convien che caggia.
Solo il peccato è quel che la disfranca e falla dissimìle al sommo bene, per che del lume suo poco s’imbianca;
e in sua dignità mai non rivene, se non rïempie, dove colpa vòta, contra mal dilettar con giuste pene.
Vostra natura, quando peccò tota nel seme suo, da queste dignitadi, come di paradiso, fu remota;
né ricovrar potiensi, se tu badi ben sottilmente, per alcuna via, sanza passar per un di questi guadi:
o che Dio solo per sua cortesia dimesso avesse, o che l’uom per sé isso avesse sodisfatto a sua follia.
Ficca mo l’occhio per entro l’abisso de l’etterno consiglio, quanto puoi al mio parlar distrettamente fisso.
Non potea l’uomo ne’ termini suoi mai sodisfar, per non potere ir giuso con umiltate obedïendo poi,
quanto disobediendo intese ir suso; e questa è la cagion per che l’uom fue da poter sodisfar per sé dischiuso.
Dunque a Dio convenia con le vie sue riparar l’omo a sua intera vita, dico con l’una, o ver con amendue.
Ma perché l’ovra tanto è più gradita da l’operante, quanto più appresenta de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,
la divina bontà che ’l mondo imprenta, di proceder per tutte le sue vie, a rilevarvi suso, fu contenta.
Né tra l’ultima notte e ’l primo die sì alto o sì magnifico processo, o per l’una o per l’altra, fu o fie:
ché più largo fu Dio a dar sé stesso per far l’uom sufficiente a rilevarsi, che s’elli avesse sol da sé dimesso;
e tutti li altri modi erano scarsi a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio non fosse umilïato ad incarnarsi.
Or per empierti bene ogne disio, ritorno a dichiararti in alcun loco, perché tu veggi lì così com’ io.
Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, l’aere e la terra e tutte lor misture venire a corruzione, e durar poco;
e queste cose pur furon creature; per che, se ciò ch’è detto è stato vero, esser dovrien da corruzion sicure”.
Li angeli, frate, e ’l paese sincero nel qual tu se’, dir si posson creati, sì come sono, in loro essere intero;
ma li alimenti che tu hai nomati e quelle cose che di lor si fanno da creata virtù sono informati.
Creata fu la materia ch’elli hanno; creata fu la virtù informante in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.
L’anima d’ogne bruto e de le piante di complession potenzïata tira lo raggio e ’l moto de le luci sante;
ma vostra vita sanza mezzo spira la somma beninanza, e la innamora di sé sì che poi sempre la disira.
E quinci puoi argomentare ancora vostra resurrezion, se tu ripensi come l’umana carne fessi allora
che li primi parenti intrambo fensi».
Paradiso • Canto VIII
Solea creder lo mondo in suo periclo che la bella Ciprigna il folle amore raggiasse, volta nel terzo epiciclo;